Anche il Gigante di Felline attaccato dalla Xylella: innestate gemme resistenti

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ALLISTE. Probabilmente non aveva mai visto tante tv e tutte insieme, il Gigante. Frugano con telecamere sofisticate, microfoni ipersensibili su lunghe aste, domande in varie lingue l’ulivo ultracentenario di Felline di Alliste, questa mattina al centro di un evento mediatico e di speranza. L’innesto in diretta, praticamente, di gemme di Leccino sul suo tronco che per secoli e secoli ha ospitato l’Ogliarola. La nuova identità dovrebbe metterlo presto al riparo dagli attacchi – di cui si notano i  primi segnali – della Xylella. Ad organizzare l’incontro in quello che fino a pochi anni fa era un vero bosco di ulivi, tanto folte e vaste le chiome rigogliose,  l’associazione di produttori “Voce dell’ulivo” di Racale, con sede presso la cooperativa Acli di via Ugento. Ospite e testimonial l’europarlamentare ed ecologista José Bové, francese, che non la manda a dire ai militanti salentini in trincea, in particolare a quelli schierati sulla linea “la Xylella non c’è, è tutta una speculazione”. A domanda della giornalista Paola Santangelo della tv svizzera statale Rsi di Lugano, risponde: “Dire ciò è da imbecilli, il batterio c’è, è documentato ed è una catastrofe vegetale, sociale, economica di cui questi agricoltori non sono autori ma vittime: la Ue lo deve riconoscere”. Dice anche altre cose scomode l’europarlamentare del gruppo Verdi: “Il cordone sanitario francese è giusto, sia in entrata in Europa di specie vegetali come le piante ornamentali del Costa Rica, sia per le specie in uscita dalla Puglia. Ma questo non vuol dire penalizzare questa regione, ma tutelare tutto il resto dell’Italia e del Mediterraneo. L’Unione europea deve mettere a disposizione parte del fondo di crisi per i coltivatori e per la ricerca”. E sulle eradicazioni? “Vanno abbattuti gli alberi infetti, sicuro; gli altri no. E vanno sostenute pratiche agronomiche come questa o come quelle che puntano a rimuovere le larve degli insetti vettori con una semplice aratura superficiale delle erbe infestati; del resto, una diffusione massiccia di erbicidi non è assolutamente sostenibile”.

Ad ascoltare José Bové – No Global, gandhiano, pro Greenpeace, figlio di un agronomo e di una insegnante di scienze naturali – inviati oltre che dalla Svizzera, dalla Francia, della Rai e di alcune tv e giornali locali. E qualche contestatore di quello che viene definito “affaire” riferito al batterio da quarantena, che continua a fare strage, intanto. “Chi ha autorizzato quegli innesti su di un ulivo secolare? Dove sono le autorizzazioni?”, scriverà su facebook uno di loro, preannunciando l’ennesima denuncia.

Il Gigante guarda tutti dall’alto: ne ha viste di generazioni di uomini, più o meno attenti alla sua e alla loro salute, di fatiche e sudori, di annate di piena intervallate da quelle vuote, di attacchi della mosca e di lebbra. Ne è uscito sempre vincitore, evidentemente, tanto che la sua età intimorisce: 1400 anni, 1700… Tutti naturali, però. Certo, adesso è un’altra cosa, una cosa mai vista finora. Ora ha addosso un nemico sconosciuto che inaridisce i suoi vasi e ne brucia le foglie; alcuni rami hanno il colore di dopo un incendio, altri sono stati potati e hanno lasciato uno squarcio di cielo. “Prima non c’era questo buco, era tutto un bosco, le chiome degli alberi si toccavano – racconta piuttosto sconfortato Enzo Marzano, proprietario del fondo – poi abbiamo dovuto fare i primi tagli, ottobre 2013; abbiamo provato tutti i sistemi possibili, argento, alluminio, quelli classici… adesso proviamo con gli innesti di un’altra varietà che pare resistere alla Xylella. Speriamo bene, perché siamo davvero sconfortati. Se andasse male pure questo tentativo? Seccherà, ma io non ho il cuore di tagliarlo, di farne legna, no”. A chi obietta che non è tempo di innesti questo, risponde Pietro Angelico di Alliste, barese di origine e tecnico esperto in questa pratica che ha già sperimentato, con risultati finora positivi, sul suo oliveto: “E’ vero, siamo al limite; il periodo giusto è aprile-maggio, ma non proprio fuori tempo”, dice, prevedendo una chioma rinnovata e rigogliosa per il Gigante da qui a quattro-cinque anni. Naturalmente, se tutto dovesse andare per il verso che tutti auspicano.

E intanto? “Intanto Comuni, Provincia hanno incassato l’Imu… e che hanno fatto? Loro, i consorzi di bonifica, hanno ripulito un metro quadrato da qualche parte? Un’aiuola, un ciglio stradale, un canale… niente, non hanno fatto niente. E mi vengono ancora a dire che non ci sono soldi!”, urla quasi Antonio Stifani, coltivatore di Taurisano, all’indirizzo di un malcapitato amministratore allistino che gli aveva risposto proprio così. Stifani, già amministratore comunale nel suo paese, ne ha anche per i vicini: “Noi siamo i tutori di un patrimonio, tocca a noi proteggerlo eppure in tanti non hanno fatto nulla. Chi non ha i mezzi, chi dice che l’integrazione europea non basta, deve essere sostituito dagli Enti pubblici. Ora leggo che l’ultimo decreto – prosegue Stifani – c’è la sospensione dell’integrazione che doveva servire proprio per la cura dell’albero, e di poteri sostitutivi nei confronti del proprietario inadempiente. Speriamo che davvero sia applicato”.

Gli aderenti della “Voce dell’ulivo”, di Racale, Alezio, Ugento, Taviano ed altri paesi fino a Gagliano del Capo, hanno indossato le magliette “salviamo gli ulivi” e fornito fette di pane condite con extravergine. Con una nota ribadiscono che l’iniziativa è nata dal continuo monitoraggio della situazione e dal continuo contatto con gli olivicoltori: “Loro hanno rilevato come la pratica agronomica dell’innesto sia stata utilizzata da più di un anno e sino ad oggi risultata efficace. L’innesto consente di sfruttare uno dei mezzi di autodifesa della pianta, rappresentato dalla capacità di ‘compartimentalizzazione vascolare’”, cioè – spiegano – la capacità di isolare le parti legnose contenenti i vasi conduttori ostruiti e riprodurre nuovo xilema indenne da otturazioni con nuovo apparato fogliare non aggredibile. C’è la mano dei ricercatori del Centro nazionale delle ricerche di Bari dietro a tutto ciò, da tempo convinti che – così come negli Stati uniti – la Xylella per ora non si vince, ma ci si convive individuando le cultivar più resistenti al suo micidiale attacco. “Tortu, stratortu, chinu te nnuti… natu a qua mmenzu a sta terra russa”, come canta Mino De Santis, il Gigante li guarda e spera di non fare la fine di quell’ulivo un po’ più giovane di lui e poco distante, a cui il male ha già bruciato letteralmente il cuore.