Abuso di plastica, fra sacchetti e mascherine: una bomba ecologica già innescata

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Pantaleone Pagliula

Mi preme scrivere ancora sulla plastica, convinto quanto mai che non riusciremo a combattere questa pandemia se non facciamo prevenzione riducendo i consumi di plastica, e se non teniamo sempre presente che questo è uno dei mali oscuri responsabili dell’inquinamento che ha contribuito a farci arrivare alla dolorosa situazione che in Italia e in tutto il Pianeta stiamo vivendo.

Voglio porre il problema sul monouso dei sacchetti di plastica non a norma, non biodegradali e non compostabili che vedo ancora utilizzati in alcuni negozi, nei mercati e particolarmente dagli ambulanti che vendono la loro merce per strada.

Secondo gli ultimi dati Ispra, solo nel 2020 abbiamo prodotto e usato 68mila tonnellate di buste compostabili e biodegradabili e 18mila tonnellate di altre buste di plastica purtroppo disperse nell’ambiente. Le tasse sulla plastica servono (anche) a scoraggiarne l’utilizzo, ma non risolvono il problema a monte: non riusciamo a riciclare tutta la plastica che produciamo. Nel 2016 solo il 6% della domanda di plastica europea era soddisfatta da plastica riciclata.

Non è ammesso abusare della plastica e poi obiettare “ma io riciclo!”

E poi ci sono gli errori, anche da parte di chi è più attento e in buona fede. Confondere un sacchetto di plastica biodegradabile con uno compostabile e gettarlo nel raccoglitore sbagliato può rallentare o contaminare il lavoro degli impianti di riciclaggio. Secondo il Consorzio italiano compostatori (Cic) e il Corepla, nel biennio 2019-2020 c’erano 90mila tonnellate di plastica non compostabile nella raccolta dell’organico. Un errore che è costato dai 90 ai 120 milioni di euro.

Cosa può fare ognuno di noi, con piccoli ma significativi gesti, per ridurre concretamente  il consumo di plastica quando andiamo a fare la spesa? Smettere di utilizzare i sacchetti di plastica e sostituirli con borse di tela, di tessuto o in plastica dura. Insomma, con qualcosa che non finisca in pattumiera dopo l’uso. Il costo sarà ammortizzato dopo qualche mese di spesa e risparmieremo in sacchetti, che arrivano a costarci una decina di euro l’anno per famiglia.

Oltre a questo problema dello smaltimento dei sacchetti, la bomba ecologica con la miccia già accesa della plastica la stiamo alimentando gettando a terra mascherine e dispositivi che usiamo per proteggerci dal Covid 19. Nel mondo si usano milioni di mascherine ogni minuto e non esiste una vera filiera del recupero di questi dispositivi, fatti prevalentemente in plastica.

Le mascherine impiegano 450 anni per decomporsi e sono già ovunque: sulle nostre spiagge, nelle nostre strade, nei parchi, conficcate nei coralli della barriera corallina, ne sono state trovate perfino nei ghiacciai. Con uno svantaggio non da poco rispetto ad altri rifiuti plastici: si frammentano più rapidamente dando origine alle pericolosissime microplastiche.

Purtroppo quest’anno che, almeno per l’Italia e l’Europa, doveva essere l’anno dell’addio ai monouso in plastica – con posate, piatti, cannucce, bastoni per palloncini e altri prodotti banditi da inizio 2021 – vede nascere un nuovo problema legato alla cattiva utilizzazione e smaltimento dei  dispositivi di protezione anti Covid che, come ci avverte un recente commento scientifico pubblicato su “Frontiers of Environmental Science &Engineering”, rischiano di avere un impatto sull’ambiente altrettanto grave di quello degli oggetti di plastica monouso contro cui da tempo stiamo combattendo.

Se queste previsioni si realizzassero, significherebbe che oltre all’emergenza sanitaria ci troveremmo a dover affrontare un’emergenza ambientale.

Un gesto significativo e concreto che possiamo fare insieme al mondo della scuola è quello di promuovere l’uso di mascherine riutilizzabili e lavabili, certificate e validate dal ministero della Salute.

Pantaleone Pagliula – Nardò
ambientalista