“A Gesù Bambino”, Ilaria Seclì

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ilaria seclLa letterina, quest’anno, non la scrivo a Babbo Natale. Lui si occupa di bimbi felici, con una famiglia, magari con un cane, un acquario. Lui si occupa di bambini che hanno pigiami caldi e i termosifoni sempre accesi, bimbi che fanno la doccia ogni giorno e vanno a karate e a basket, a calcio o in piscina. Sicuramente vanno pure a lezione di pianoforte o violino, giocano con l’ultimo modello della playstation e fanno pure le vacanze.
Insomma, quel simpatico nordicone di Babbo Natale, con la barba lunga, i capelli bianchi e sempre sorridente, non fa il lavoro sporco. Non si occupa di cose e casi tristi. Di bambini tristi. Di poveri Cristi, insomma. Di famiglie tristi.
Che poi, chiamare famiglie quelle che scappano dalla guerra, dalla morte, attraversano il Mediterraneo di notte all’addiaccio, con vestiti lisi e bagnati, tute non certo termiche, coperte insufficienti a ripararle dal freddo, col rischio che un figlio, un padre o la madre muoiano annegati e la famiglia si spezzi, si frantumi, si polverizzi. O addirittura scompaia intera. Come si fa a chiamare famiglia una famiglia costretta a lasciare la propria casa e la propria terra per non morire, per concedersi la speranza della sopravvivenza? Per loro il lusso è questo.
Il regalo di Natale è vivere. Anzi, sopravvivere. Per noi abituati alla comodità del divano di fronte alla tv, all’abbonamento internet e forse pure a Sky, queste no, non si possono chiamare famiglie.
No, no, questa lettera non può proprio essere indirizzata a Babbo Natale. Che ne sa lui? Proprio lui… Lì, nel Nord Europa, tutti belli, ricchi, felicissimi. Hanno pure l’aurora boreale! Secondo me, l’unico che può capire e ascoltare è Gesù Bambino.
Lui ne sa qualcosa, di fughe, di incomprensioni, di esìli, di poveri, di malfamati, di storpi, di emarginati. Di profughi. Sì, lui ne sa qualcosa. Allora sì, è una buona idea. Allora:
Senti Gesù Bambino, come la mettiamo? È davvero una lenta apocalisse? Dici che finirà? Quanti bambini – ancora – moriranno in mare? Quanti? E quanti per guerre in corso e guerre minacciate?

Questa è un’agonia lunga, un Getsemani senza scadenza. Una crocifissione che dura decenni. E noi, dimmi, noi, che possiamo fare? Dico noi, quelli sul divano comodissimo e la tv di fronte e i riscaldamenti accesi e il caminetto e Sky.
Gesù Bambino ci sei? Come devi partire? Che dici? Dove vai? E la lettera? Non è finita! Non ascolti nemmeno tu? Ti devo dire degli operai che si uccidono perché le banche hanno bruciato i loro risparmi. E ti devo dire di quelli che si uccidono perché hanno perso il lavoro. Sì, lo so, troppa carne al fuoco, ma questo è il mondo. Un casino! Chi sogna di sopravvivere scappando dalla guerra e muore in mare e chi si uccide perché le banche in un soffio disperdono i suoi soldi.
Ma dove vai? Aspetta, Gesù Bambino! Ma che modi!? Non dici niente?
– Devo andare, addio, i miei genitori hanno speso tutti i loro risparmi per questo viaggio. Mi aspettano, devo andare, è arrivato il barcone.
Ma come Gesù Bambino… risparmi, barcone? Cosa stai dicendo? Dovresti piuttosto parlare di Magi, del bue e l’asinello…
– No, mi dispiace, quest’anno non ci sono. Meglio così. Rischierebbero di morire pure loro.

di Ilaria Seclì,  Parabita