8 Marzo, le donne, la parità: l’Italia è partita in ritardo. Fino al 1945 neanche votavano

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Senza togliere niente a tutte/i coloro che si sono impegnate/i nel percorso che ha portato le donne all’acquisizione dei diritti attuali nel campo delle pari opportunità, bisogna però riconoscere che l’Italia, rispetto ad alcuni Paesi dell’Unione europea è partita in ritardo. Alle donne è stato riconosciuto il diritto di voto solo nel 1946, una donna ministro (Tina Anselmi)  la prima volta nel 1976,  le cosiddette quote rosa sono del 2011 e hanno garantito all’interno di amministrazioni pubbliche la presenza femminile che doveva essere ovvia, come quella maschile.

Non c’è bisogno di riportare dati, peraltro presenti in abbondanza sulla rete, per affermare che la presenza femminile in parlamento e nei governi locali è in Italia molto fragile. Concetto ribadito con forza nell’ultimo Forum mondiale della democrazia, promosso dal Consiglio d’Europa, tenuto nel novembre scorso a Straburgo. Un evento che ha fatto convergere nella città alsaziana, politici, esperti, operatori culturali, attivisti, giovani da tutti i continenti.

“L’uguaglianza nella rappresentanza politica è una condizione per la democrazia” ha sinteticamente argomentato Gabriella Battaini-Dragoni, vice-segretario generale del Consiglio d’Europa, fornendo anche alcuni dati significativi: “Le donne alla guida delle più grandi compagnie e aziende in Ue sono il 16%; tra i 193 Paesi membri dell’Onu solo 9 hanno donne a capo dei loro esecutivi; nella costellazione del potere giudiziario le donne giudici sono solo un terzo nelle corti supreme e un quarto nelle corti costituzionali”. In discussione anche le quote rosa che sono state adottate “in 17 dei nostri Paesi e questi, in termini di equità di genere, risultano avere più successo di quelli che non le hanno introdotte”.

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Ma non basta e bisogna andare al di là. Claude Chirac, figlia dell’ex presidente francese Jacques, ha  declinato in positivo termini come differenze e specificità e ha parlato di complementarietà, rispetto e armonia. Soprattutto quest’ultima che “è la sola fonte di progresso: essere capaci di vivere insieme fa progredire la civilizzazione”. In conclusione “avremo uguaglianza solo quando smetteremo di cercarla fine a se stessa, quando il pensare e l’agire nella diversità saranno naturali e non un obiettivo”.  È una indicazione di metodo: che le donne imparino a valorizzare finalmente la loro diversità. Imparino anche a difendersi dalle false immagini di democrazia e a superare sciocche rivalità. La parità di genere in ambito pubblico, economico e privato resta ancora una priorità. Senza una reale parità di genere la democrazia resta dimezzata.

 

 

 

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