Pianta colpita da Xylella

Gallipoli – Come individuare il batterio da quarantena Xylella fastidiosa, che vive e si riproduce nei vasi xilematici degli ulivi e di altre piante? A trovare un sistema diagnostico nuovo ci hanno pensato i ricercatori dell’Università del Salento e del Consiglio nazionale delle ricerche Nanotec di Lecce che hanno visto il loro studio pubblicato in questi giorni su “Scientific Reports, rivista del gruppo “Nature”. Il sistema ideato dal gruppo di ricerca si basa su microsensori ad elevata sensibilità e riesce ad individuare la presenza del patogeno che affligge gli alberi del territorio salentino, comparso circa cinque anni fa proprio nelle campagne tra Gallipoli, Taviano, Racale,  con tempi rapidi di analisi. “Si tratta di un primo importante passo avanti verso la diagnostica in-situ, come valido strumento nelle mani degli esperti del settore per le analisi su campo”, si fa notare in una nota di Unisalento. Ed a costi contenuti.

“Il rilevamento di Xylella fastidiosa, viene solitamente eseguito con tecniche di laboratorio (Elisa e Pcr). In questo lavoro, invece – afferma Serena Chiriacò, ricercatrice del Cnr – i due metodi tradizionali sono stati confrontati con il nuovo test elaborato su biochip elettrochimici, ottenendo risultati sovrapponibili a quelli dei test tradizionali, ma con vantaggi significativi in termini di costi e tempo impiegato per l’analisi”. “Lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche – commenta Andrea Luvisi, ricercatore dell’Università del Salento – rappresenta un’utile risorsa per le azioni di monitoraggio, attività imprescindibile per il contenimento dell’epidemia”.

Questo è solo uno degli ultimi frutti di una solida collaborazione tra l’Università del Salento ed il Cnr Nanotec, che ha permesso la creazione di un team fortemente interdisciplinare con la presenza di patologi e fisiologi vegetali, biologi, biotecnologi e fisici, che hanno lavorato insieme alla realizzazione di un biosensore innovativo in grado di rilevare la presenza del fitopatogeno. “Il lab-on-chip realizzato – concludono i ricercatori – comprende anche un modulo microfluidico che consente di effettuare l’analisi su piccoli volumi di campione, e le sue prestazioni sono competitive rispetto ai metodi diagnostici convenzionali, ma con gli ulteriori vantaggi di portabilità (l’intero dispositivo misura pochi centimetri quadrati), costi contenuti e facilità d’uso. Una volta industrializzata, la tecnologia proposta potrà fornire un metodo di analisi made in Salento, utile per attuare uno screening su larga scala”.

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