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Gli editoriali di Fernando D'Aprile, direttore responsabile di Piazzasalento

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fernando d'aprileDa luglio il vostro giornale andrà più in là, per diventare una “piazza” grande – in prospettiva – quanto il Sud Salento. Abbandoniamo perciò la vecchia, cara (e costosa) carta per metterci tutti insieme – Editore in testa – ad utilizzare in pieno le tecnologie a disposizione, quelle che rendono più facili e rapidi i collegamenti, gli scambi, le risposte. E invece di ogni 14 giorni, ci potremo incontrare sul vostro computer e sui telefonini ogni giorno, ogni ora del giorno. Con la disponibilità e il rispetto soliti. Le vostre indicazioni (i dati sul sito e sulla rete) ci spingono a percorrere sentieri nuovi con l’obiettivo alto di mettere insieme il bisogno di informazione col bisogno di comunità. Oltre le relazioni futili, i frantumati rapporti col quotidiano, le private inclinazioni, le pulsioni intime di cui ci nutrono in ogni istante i media sociali. La trasformazione è sotto i nostri occhi, tumultuosa, rischiosa anche per l’assenza di filtri professionali, ma è ormai tale da mutare comunque il modo di comunicare e di vivere degli esseri umani. La civiltà ed il progresso sono transitati nei millenni dalla selce dei Sumeri al silicio dei chip del computer: non approfittarne non ha senso. In fondo, questo passaggio è in qualche misura anche un ritorno alle origini, al giornale che arrivava nelle vostre case, col vantaggio – rispetto a sei anni e mezzo fa – che adesso ci conoscete. Col nuovo mezzo Piazzasalento sarà più presente, diretta, a portata di mano. Basta un click.

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fernando d'aprileAndavano in tanti dal boss ma non per motivi loschi. Andavano per chiedere consigli, quasi fosse uno che risolve problemi spiccioli, di giornata e non. Prima che lo ammazzassero per i conti che non tornavano. Augustino Potenza era davvero un punto di riferimento sociale importante e riconosciuto. Che facesse altro quantomeno lo si intuiva, ma alla gente comune afflitta da grane poco importava. “U Braccinu” come lo chiamavano i suoi complici poi ex, era prodigo di indicazioni fornite col tono del fratello maggiore, di uno che ne ha viste tante e quindi ne sa. Ad altri livelli. Potenza era intervenuto anche per mettere pace, dopo le cinque pistolettate esplose contro una discoteca di Gallipoli un pieno agosto dell’anno scorso. Era un’autorità nel suo campo. Prima della raffica che ha spianato la strada al suo alleato trasformatosi in carnefice, Tommaso Montedoro. A capo della criminalità organizzata del Sud Salento ora c’è lui. Indiscusso numero uno dell’ottobre scorso, Montedoro era agli arresti domiciliari in Liguria ma con una incredibile libertà di movimento da e per il Salento in occasione di processi che lo riguardavano. Che il nuovo boss abbia le stesse “qualità” dello scomparso non pare. Lo dicono ampi passaggi dell’ordinanza (106 pagine) con cui la Procura ha decapitato questa banda. Anche lui però si preoccupa di non alienarsi il consenso sociale seppur tacito. Decreta l’ultima sentenza di morte da eseguire e si raccomanda ai sicari: “Uccidetelo e fatelo sparire: una lupara bianca, è più leggera…”. Sono arrivati prima i carabinieri. E la nostra resistenza quando?

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fernando d'aprileIl 28 giugno si saprà se la decisione cautelare della Corte dei conti di Bari nei confronti di nove ex amministratori e due dirigenti comunali di Melissano si tradurrà in un blocco vero e proprio di loro beni per un totale di oltre un milione e mezzo. Resta il fatto che il provvedimento preso è il primo in Puglia, costituisce un precedente rilevante, è un ammonimento volutamente severo e clamoroso. Sulle reali condizioni economico-finanziarie dei Comuni nostrani devono aver acquisito elementi tali quei magistrati da tirare il freno a mano. Ciò che si bisbiglia in occasioni informali e non è notorio: anche quegli Enti che sembrano a posto hanno scheletri negli armadi, conti contraffatti, cifre in entrata gonfiate quanto basta per poter rendere gestibili gli interventi “essenziali” in uscita. “Tanto, chi controlla?” è la considerazione corrente in ambienti patologici. Già, chi controlla in tempo utile e sul posto? Fino al 1997 c’erano i Coreco (discusse sezioni provinciali dei comitati regionali di controllo, con personale politico e tecnico). Poi il ministro Bassanini li cancellò senza sostituirli con altro. Restavano i Segretari comunali di nomina prefettizia e “indipendenti” rispetto all’Amministrazione comunale, ma di riforma in riforma sono caduti al rango di personale “a chiamata” su diretta scelta dei Sindaci, a molti dei quali non piacciono i dipendenti che dicono no. Cosa è rimasto? Eppure c’è da scommettere che quando, fra non molto, i casi Melissano cominceranno a germogliare, ci sarà pure chi si meraviglierà.

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fernando d'aprileProbabilmente non arriveranno tutti quelli che hanno cliccato su uno dei siti più famosi in tema di viaggi e vacanze. Ma il dato resta: tra le prime dieci località italiane, quella che fa più gola per la prossima stagione targata 2017 è Gallipoli. Segue al sesto posto Polignano a Mare e all’ottavo Lecce, per dire che la Puglia si piazza bene. Gallipoli tira anche per un concorso bandito dalla famosissima bevanda internazionale dalla formula ancora segreta. Tra le mete inserite nella categoria Italia Teen de “In viaggio con…” riecco Gallipoli, in compagnia di Riccione, Terracina, Cefalù, Palinuro. Chi vince la gara che chiude a fine settembre, si godrà il soggiorno con partenza entro il 15 dicembre. Non c’è che dire: il marchio si è affermato, gode ancora buona salute, attira tanti che ci guardano, ci annusano, ci desiderano, oltre problemi, insufficienze, ritardi che noi più di tutti conosciamo. Vero è che la notorietà al tempo di internet non è neanche tanto difficile da conquistare, nel bene e nel male. Più impegnativo rispondere alle attese. Allora, che siano tanti i nuovi arrivi ma che almeno altrettanti siano i ritorni.

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fernando d'aprileIl nuovo piano ospedaliero è legge della Regione Puglia; si basa su quanto dettato dalle leggi di stabilità del Governo per gli anni 2016 e 2017. È stato pensato, discusso, valutato in sedi istituzionali e pubbliche, così almeno è stato assicurato dagli autori politici e tecnici. La norma che lo contiene è stata emanata e presentata dal presidente-assessore Michele Emiliano come il massimo e il meglio che si potesse fare tra lacci e lacciuoli. Poi bastano i “buoni rapporti personali” tra due consiglieri comunali di Casarano – che reclama pari dignità con Gallipoli – e per il numero uno di Bari la legge diventa rivedibile. Da tempo l’Unione europea ha messo nel mirino gli scarichi in mare, la mancanza di reti fognarie e lo stallo nelle scelte operative di Nardò e Porto Cesareo. Per scongiurare costosissime infrazioni comunitarie, si sono sottoscritte due intese in due anni con Regione, Autorità idrica, Acquedotto e Comuni per poi essere bellamente stracciate. Assessore e funzionari del settore sostengono a parole e per iscritto che non ci sono alternative – al momento – allo scarico a mare delle acque depurate. Ma anche qui bastano i “buoni rapporti personali” vantati a ragione dal Sindaco neretino per ottenere un’altra bozza tecnica con “scarichi a mare zero”. Firmato: Regione, Acquedotto, Autorità idrica. Che dire? Delle due l’una: o si fanno leggi e regolamenti senza pensarci bene prima, non basati su criteri di funzionalità ed economicità chiari e imparziali, oppure è sufficiente (come nella tanto vituperata vecchia politica) una dose di “buoni rapporti personali” e si ottiene ciò che si vuole. Anche se leggi, norme, direttive e logiche non lo consentono. Dura lex, sed lex, si diceva un tempo. Appunto, un tempo, in alcuni periodi, quando anche i rapporti tra persone si piegavano al raggiungimento del bene comune e la politica aveva il coraggio delle sue scelte. Adesso si va dove c’è il consenso, quale che sia, magari urlato e grossolano: troppo alta è la paura di perderlo, troppo bassa la considerazione verso i cittadini pensanti. E smarriti.

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fernando d'aprileSono trascorsi quattro anni da quando si sono avuti i primi sentori che qualcosa non andava per il verso giusto: gli ulivi erano malati, di certo, ma nessuno ancora sapeva se si trattava di malanni ciclici o di qualcos’altro. Poi lo scenario si è faticosamente chiarito, piano piano, con le difficoltà, i sospetti, le incredulità ormai note. Ma a cosa è servito conoscere da tanto tempo i connotati dell’assassino silenzioso e micidiale del nostro antico bosco olivetato? Si pensi alla gente comune e, in particolare, agli agricoltori. Quale campagna d’informazione è stata quantomeno tentata dalle Istituzioni, Regione in prima fila? Quale mobilitazione capillare è stata varata? Quale grado di consapevolezza della minaccia e delle necessarie cose da fare si è raggiunto? Su giornali e tv locali di questi giorni si legge l’ennesima puntata di una pervicace quanto incongrua carenza di comunicazione: “Buone pratiche disertate – Così la Xylella avanza”. Arare, potare e ripulire dalle erbacce entro aprile doveva essere da tanto l’impegno rigoroso e periodico per i coltivatori, per stroncare sul nascere l’insetto- taxi che diffonde il contagio. Invece sporadici erano e sporadici e isolati sono rimasti le note, i comunicati e i richiami a chi doveva fare pulizia. Si è così dato al batterio – che ringrazia – un altro anno di campo libero. Noi chi dobbiamo ringraziare?

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fernando d'aprileBelli, bravi, geniali. Furbi, anche. Magari in parte è vero. Ma ogni tanto è salutare andare oltre l’autocompiacimento e vedere come ci vedono gli altri in tema di luogo privilegiato per le vacanze. In pratica, concretamente. L’ex premier fiorentino ha sibilato che le Isole Baleari (Spagna) hanno più turisti della Puglia. Questioni congressuali, conti aperti con Emiliano. Il dato c’è però (il 13° posto tra le venti regioni in fatto di arrivi stranieri) ma più che indicare una defaillance, testimonia – lo dicono gli operatori – un dato non disprezzabile. Piccolo, marginale, quasi pittoresco in certi luoghi, che non muove di molto il fatturato. Ma positivo. Lo dicono coloro che i turisti vedono arrivare in ogni periodo dell’anno, e ripartire, magari dopo aver lasciato detto cosa li ha delusi. I collegamenti in primo luogo: senza auto da Brindisi in giù come ci si sposta? La metropolitana di superficie targata Fse ha compiuto 40 anni e ancora è di carta. Dipendiamo da una compagnia aerea che se trovasse conveniente operare altrove, ci lascerebbe col culo per terra. Prevalgono ancora il lavoro individuale e la programmazione mese dopo mese; non ci sono pacchetti di offerte attraenti per l’estero… Ma se nonostante questo e altro ancora, si cresce nel mondo, cosa potremmo fare senza lacci emostatici, compresi quelli autoctoni, naturalmente, che ci fanno sentire unici oltre ogni limite (e non è vero, detto fra noi)

 

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fernando d'aprileC’è questa volta un’attualità più grande e più profonda della nostra contenuta nel giornale di carta e sul sito. Della vicenda di Fabiano, il dj Fabo, ci sono girate in testa tante cose, per lo più timori, paure, terrori. E se mi ci trovassi io in quelle condizioni? Come potrei scegliere di andarmene? Sarebbe la cosa più giusta? O solo quella più misericordiosa? E se, cosa ancora più terribile, toccasse a un mio familiare? Risposte zero. Il mistero della vita e della morte: la vita la viviamo e pensiamo di conoscerla e dominarla, ma la morte… Leggi e rileggi per andare oltre l’effimero, l’istinto, lo sfogo e ti ritrovi al punto di partenza. Troppo grandi quegli interrogativi, parecchi aspetti rimandano ad altre questioni complesse, eccessivi gli intrecci tra carne dolorante e spirito anelante. Alla fine una frase mi è rimasta impressa e mi ha detto più di tutto il resto, mi ha fatto chiudere un circuito che stava diventando una spirale. Invece di un rabbioso “vaffanculo” a tutti noi che non lo abbiamo saputo salvare, capire o quantomeno lenire le sue sofferenze, un uomo che sta per andarsene, perché così ha deciso Fabo, ha rivolto un ultimo pensiero proprio a noi indifferenti fino a ieri, da cosciente membro di una umanità il cui senso di appartenenza ha conservato in un mare di tormenti. “Non guidate senza cinture di sicurezza”, ci ha detto. Un’affettuosa raccomandazione intrisa d’amore. Grazie fratello Fabo, grazie per aver fino alla fine pensato pure a noi.

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fernando d'aprileC’erano una volta i postini. Col farmacista e il parroco, sapevano tutto di tutti. Storie d’amore e di addii, missive con destinatari dello schermo; genitori con figli lontani e in crisi; solleciti e ingiunzioni imbarazzanti. Tutto capivano da una semplice frequenza, da un prolungato silenzio, da ritorni gravidi di attese. Poi arrivò l’era della comunicazione che più non si può: dal caffè o dal bagno, dal divano o in autobus, si parla con chi vuoi tu, si ride, ci si scambia foto e pure insulti. Non c’è più bisogno di francobolli né di buste per far arrivare a destinazione uno scritto tramite clic. È il progresso inarrestabile, che scioglie le lingue (anche quelle che non hanno nulla da dire) e annulla le competenze. Poi scopri che l’e mail non ha ucciso lettere e raccomandate, che infatti giacciono (come accaduto nel mese scorso) a tonnellate nei magazzini postali; che i postini sono sempre pochi, zampettano da un paese all’altro ogni tre-quattro settimane, non sanno più niente di nessuno. Smarriti cercatori di recapiti inesistenti. “Guardi qui, via Bellini numero 1034… ma come faccio se neanche i diretti interessati segnalano l’errore?”. E noi come facciamo a ricevere gli auguri di Natale a dicembre e non a Pasqua?

fernando d'aprileQuando Michele Pantaleone, amico di Sciascia, scrisse “Il sasso in bocca” il bersaglio era alto e in parte lontano. In quel 1970 il libro si muoveva su scenari che tracciavano invisibili ponti tra mafia isolana e italo americana, ai tempi di Mattei e delle famiglie Genovese e Anastasia. Ma il linguaggio dei protagonisti, componenti di quelle organizzazioni, era misteriosamente esplicito. Uno degli ammazzati fu trovato con una pala di fico d’india al posto del portafoglio: aveva preso soldi che non doveva toccare. Chi invece aveva “parlato”, eccolo con un sasso a sformargli la bocca. A quelle pagine, diventate animate in un film documentario un anno dopo con la prima opera di denuncia della mafia, fanno pensare le modalità di quest’ultimo ammazzamento a Gallipoli. Stessa crudeltà, stessa omertà, stessi agghiaccianti messaggi: lo sfregio al cadavere sfigurato con l’acido e sepolto in un bidone, quasi a significare uno sgarro che non andava fatto secondo un codice che non conosce appello. “Dobbiamo lasciarci ferire da quanto accaduto”, dice un sacerdote di Gallipoli. Per ripartire e recuperare la nostra normalità. Che non è e non sarà mai la loro.

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fernando d'aprileCon qualche ritardo di comprensione, qualche giro a vuoto e qualche costoso diversivo, sembra finalmente dichiarata la guerra alla Xylella fastidiosa, nostra inquilina dall’ottobre 2013, da quando l’intuizione venne ad un paio di studiosi chiamati nelle campagna tra Gallipoli, Taviano, Racale, Alliste, nelle zone Li Sauli, Bailé, Rao. Non si trattava di lebbra degli ulivi, era ben altro e mai visto prima, avevano detto subito i  contadini.

Per un periodo un po’ troppo lungo hanno tenuto banco le risse e le polemiche, tutti contro tutti e tutti contro la Scienza, lo Stato e i loro rappresentanti. A prescindere. Poi si è voltato pagina. In modo radicale. A cominciare dall’Europa che ha messo sul piatto quasi 14 milioni per due progetti di ricerca con scienziati da tutto il mondo e, in entrambi i casi, coordinati dagli studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche di Bari, accomunati nelle peggiori tesi complottiste in sede locale.

Allora, tutti a casa? Ci pensano loro? No. Siamo dell’avviso che il senso critico vada tenuto acceso sempre, che l’attenzione democratica sia vitale, che chi si trova in prima linea debba sentire non il fiato sul collo quanto la vigile attesa di una via d’uscita. Affinché, ad esempio, non scatti un qualche assalto a soldi pubblici destinati a trovare soluzioni quantomeno nel contenere il contagio: i bandi sono pubblici, le graduatorie pure… Ma basta?

        

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fernando d'aprileC’è chi sta invecchiando portandosi dietro interrogativi che si trascinano, senza perdere un grammo del loro carico potenzialmente esplosivo, ormai di lustro in lustro. Ma a Burgesi, tra Ugento e Acquarica, che diavolo c’è sepolto? I collegamenti fra un omicidio rimasto impenetrabile e i movimenti intorno a quella discarica sono fantasie di cospiratori patentati o ipotesi verosimili? Perchè quelle tracce di arsenico e altri metalli pesanti nell’acqua intorno ad un’altra discarica, quella di Castellino tra Nardò e Galatone, dismessa oltre dieci anni fa? Perchè il distretto di Casarano è tra i più colpiti da neoplasie? Perché in questi e in altri casi sparsi in provincia, s’inter- viene o si fa finta di intervenire solo in situazioni d’emergenza, reale e mediatica? Sopra a tutto: dobbiamo ancora meravigliarci dei picchi massimi di malattie tumorali registrati da una trentina d’anni in questa parte di Puglia, se abbiamo insepolti simili inquietanti sarcofaghi? Tutte queste persone che vivono circondate da dubbi, con sospetti che corrodono l’anima, che temono per sé e per gli altri, hanno tutte le carte in regola – in quanto esseri viventi – per sapere, senza ulteriori rinvii e sotterfugi, come stanno le cose. Il diritto ad essere informati si trasforma in questi casi in un obbligo: lo avverta chi detiene notizie, dati, riscontri, prove, potere. C’è di mezzo la salute degli attuali e dei futuri abitanti di questa terra. Non ci pare un fatto trascurabile.

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fernando d'aprileSembra virare decisamente sul rosso il colore di queste festività religiose e laiche. E non è esattamente il rosso del caminetto acceso o della tovaglia nella stanza da pranzo. È quello dei bagliori che si levano di notte, alti e fumosi, al posto delle auto che bruciano, o fulminei, come lo scoppio di un proiettile. È il rosso degli “avvertimenti” preventivi o successivi ad un diniego, poco importa. Ha il sapore di questo tipo di rosso anche il silenzio di coloro che sanno e tacciono. Troppo recenti e persistenti certi episodi per poter portare altrove, indenni, i lieti pensieri e i sorrisi. Gli affari criminosi non conoscono il calendario e non è più tanto vero che la mafia uccide solo d’estate, almeno non qui, e tutta Casarano lo sa. C’è la fila di Sindaci dietro la porta del Prefetto a Lecce: Nardò da ultimo, oppresso dal sospetto di un racket ramificato; prima Gallipoli, dai fiumi di denaro oscuri, e poco fa Casarano. Da più parti si chiedono poliziotti e carabinieri (oggetto del lancio di bombe carta a Gallipoli…), telecamere e controlli. Questo è il contesto da cui vorremmo almeno per alcuni giorni uscire, per occuparci di cose più lievi. Persino di querelle inesauribili: è giusto o no dire ai bambini che Babbo Natale non esiste? È una favola e come tutte le favole ha un suo messaggio, valori terapeutici, educativi, psicologici; fa sognare; insomma, aiuta. Esattamente come quella che ci raccontiamo noi, quando mettiamo le ali e pensiamo veramente che un mondo migliore è possibile. Non è una favola pure quella?

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fernando d'aprileIl 26 ottobre la prima mortale raffica. Il 28 novembre la seconda, gravemente invalidante. E una cappa tossica è calata su Casarano e non solo, essendo intuibili i collegamenti tra gruppi criminali salentini, dal capoluogo a Taurisano e Ugento, da Monteroni a Gallipoli. Le associazioni di stampo mafioso era da quasi otto anni che non arrivavano a scontri così definitivi. Non che dopo fossero spariti: governavano lo stesso tutti i traffici illeciti immaginabili; evidentemente avevano trovato la convenienza giusta per tutti loro. Finché è durato. Poi sono tornate le armi e gli agguati per cercare un nuovo equilibrio fra le parti. Ed è tornata una frase che, all’insaputa di chi la pronuncia, fa più paura degli ammazzamenti. “Beh, finché si ammazzano tra di loro…”. C’è chi punta su di uno scontro finale, con loro tutti morti. I fatti dicono che non sarà così, che non ci sono scorciatoie. Per tornare a respirare aria pura bisognerebbe intanto ammettere che questi picchi di crudeltà sono solo la parte visibile di una massa oscura agisce e prospera sotto i nostri occhi. Sì, i nostri. Che spesso trovano la convenienza di girarsi dall’altra parte. Ma ci sono, per fortuna. focolai e nuclei di lotta ai ladri di futuro: si organizzano, reagiscono, controllano, pretendono alle Istituzioni che facciano fino in fondo il loro dovere. Ora e qui. Hanno capito che se si sgonfia la massa sparisce il picco. Non viceversa.

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fernando d'aprileA volte basta sollevare lo sguardo oltre la siepe dei pregiudizi, dei campanili e delle convenienze immediate. Se lo si fa, si possono intravvedere traguardi di qualità e onori al coraggio. Ma lo si deve fare al momento giusto, una volta ben compresa la posta in gioco. Se è la salute delle persone, le cure le migliori possibili, questo sacrificio varrebbe proprio la pena di farlo. Nell’autunno 2012, giusto quattro anni fa, questo giornale riprendeva e rilanciava una idea degli anni Ottanta, quando ancora non mordeva la crisi delle finanze pubbliche. In presenza dell’ennesimo piano per tagliare ospedali, dicemmo: perchè non accorpare il meglio del “Sacro Cuore” e del “Ferrari”? L’idea, sostenuta da più parti, aveva conquistato anche l’allora dg dell’Asl, Mellone. Gallipoli, allora, in apparente svantaggio nelle previsioni, l’accolse; Casarano che in quelle bozze sembrava previlegiata, tacque. E il direttore generale ammonì, alla fine di tre ore di parole: “Ma voi pensate che due ospedali possono esistere a distanza di 15 km?”. No, non possono esistere. Oggi siamo allo stringere con un nuovo piano e con esigenze di ridurre i costi aumentate. Ed ecco Casarano – che prevede declassamenti imminenti – rilanciare l’ipotesi degli ospedali riuniti. Indovinate un po’ chi, oggi, fa orecchie da mercante? Gallipoli, naturalmente. Mentre il tempo sta scadendo.

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fernando d'aprileCi sono parole che si logorano per l’uso intensivo che si fa di esse. A furia di pronunciarle, perdono qualsiasi potenza evocativa; non dicono più niente, alla fine. Anche le parole vanno perciò lasciate per un po’ a riposo, prima che smarriscano del tutto la “voce”. Che cosa evoca la parola “destagionalizzare”? “Il problema più grave del turismo in Europa è la sua elevata concentrazione in alta stagione”, si legge in un documento della Commissione Cee del 1991. Cosa esprime oggi quella stessa parola? “Non deve più esistere”, esclama un imprenditore (pag. 4), il quale contrappone una formula linguistico-economico nuova: “Abbiamo un’unica grande stagione da far vivere”. Come dargli torto? C’è nel Salento una settimana, un mese, una stagione completamente vuota di richiami, eventi, manifestazioni interessanti? Non solo, ma sono a disposizione strumenti (vedasi “InPuglia365”) che favoriscono chi ha altre idee, nuovi sogni. “Aperti tutto l’anno”, quale slogan più attraente in un momento in cui il marchio Salento viene riconosciuto dappertutto? Per il mare, il cibo, gli sport, l’ambiente, la cultura… E lasciamo il tema e la parola “destagionalizzazione” a convegni per distratti e amanti di fonemi aridi e frusti, indicatori di realtà chiuse, stantie, marginali, insomma sensazioni e sentimenti del passato. Siamo questi? Non lo crediamo. Nonostante questa parola ancora a piede libero.

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fernando d'aprileCasarano era una città-fabbrica, cuore pulsante di un settore – il tessile abbigliamento calzature – che aveva altri capisaldi a Nardò, Matino, Racale, Ugento eccetera. Il Tac era parola amica, sinonimo di floridezza incontrasta e invincibile, tanto che le rare voci che provavano ad indicare punti pure gravi di debolezza risultavano afone in partenza e in pratica. Tante le risorse disponibili, dietro sigle ostiche (Pit, Patto territoriale, Area vasta, fondi- strutturali…). Sembrava la mitica California, qui. L’ultimo anno d’oro data 2001. Poi l’inarrestabile discesa, mentre di pari passo cominciava a crescere un altro, inedito Tac fondato, forse ancora inconscia- mente, su turismo, ambiente, cultura. In cinque anni crollò l’export; furono bruciati 13mila posti in gran parte di operai altamente specializzati. Quella che era la realtà simbolo diventò la città senza più la fabbrica, un deserto. Tutto perso? Tutto da archiviare? C’è chi dice no. E non è uno qualsiasi: l’ingegnere Pagliula ha guidato il consorzio – l’unico nato da queste parti – fatto di aziende del Tac, quello originale. L’ex presidente richiama elementi nuovi su cui apriamo una riflessione a più voci e con fatti al centro. Raccoglieremo analisi e proposte; magari vedremo se tra il Tac1 e il Tac2 ci possono essere delle relazioni virtuose. Abbattiamo distanze, intracciamo rapporti: proviamoci.

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fernando d'aprileCentocinquanta. Con questo numero sono 150 le volte in cui ci siamo dati appuntamento e ci siamo ritrovati. Con qualsiasi tempo, nonostante difficoltà ed imprevisti, questo vostro “piccolo” giornale ce l’ha fatta a non mancare mai, ogni due settimane. Sempre presente, insieme al sito www.piazzasalento.it che vi accoglie quotidianamente. Ci abbiamo messo tutto l’impegno, le risorse, la fatica necessari pur di farcela. Puntualmente, ogni volta. Non è poco, considerata l’aria che tira: giornali anche storici che chiudono soffocati dalla crisi; altri che migrano – per tagliare spese non più sopportabili – dalla carta ai pixel degli schermi luminosi. Chiudono le edicole, anche loro messe all’angolo dall’equivoco del secolo: le “notizie”, che circolano dappertutto che però notizie non sono; di cui nessuno risponde; che nessuno ha verificato e che, nonostante ciò, suscitano commenti, invettive, scontri e duelli. Venendo da Roma su Frecciargento, un mio amico e collega ne è sceso spaventato: all’addetto che passava tra le carrozze offrendo gratuitamente importanti giornali quotidiani, venivano recapitati in serie, più o meno cortesi “No, grazie”. Questi sono i tempi: pensiamo di sapere tutto. La fisica quantistica? E che ci vuole. La teoria della relatività? Uguale. Per non parlare della pettinatura di Trump…E noi? Che ci occupiamo ostinatamente delle “piccole” cose di cui nessun altro parla, non per particolare bravura ma per scelta? Che raccontiamo la comunità nella sua interezza? Dirvi che a noi va tutto bene, non sarebbe onesto. Anche se gli indici – di vendite e di abbonamenti – sono in crescita, soprattutto se vi veniamo a trovare, una parte importante delle necessità finanziarie grava ancora sull’Editore, “colpevole” di crederci e di tenerci a questa terra da cui ha spiccato il volo tanti anni fa. Siamo contenti di aver fatto scoprire o riscoprire in tanti di voi il piacere di essere informati sulle cose e sui luoghi in cui vivete, senza tralasciare naturalmente contesti e collegamenti più vasti. Ma non basta. Come non bastano le vostre considerazioni affettuose, intelligenti, generose, incoraggianti, se non si trasformano in benzina sufficiente per andare meglio avanti. Serve eccome. Ci siamo capiti: non fate gli gnorri.

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fernando d'aprileSe per giungere ad un accordo tra tutti e dare la benedizione al porto turistico di Otranto ci sono voluti diversi decenni, qualcosa dev’essere sfuggito di mano. Non possono essere state solo cause accidentali e impreviste a intralciare idee, ragionamenti, propositi e decisioni. Del resto, a Gallipoli da quanto si parla di una analoga infrastruttura? “Dai tempi di Foscarini (Mario, Sindaco e parlamentare pci, ndr)”, ci si sente rispondere. A volte, oltre agli avvicendamenti degli indirizzi politici, scatta dell’altro. Ci fa sentire potenti puntare all’impossibile, al meglio assoluto, magari davanti ad una operazione già di per se complessa. Esaltante, non c’è che dire. Ma a volte se non si ha la ragionevolezza di accogliere positivamente il possibile, si rischia di finire nel nulla. Nei partiti di una volta poteva capitare che qualcuno spiegasse a qualcun altro le differenze tra efficienza ed efficacia. Dove il fattore tempo – nella concretizzazione di un obiettivo – diventava essenziale: “Meglio buono oggi che ottimo dopodomani”. Porto Cesareo – nel 2016! – non ha un metro di tubazione fognaria funzionante ma conta 17mila abitazioni e 100mila ospiti d’estate; Nardò ce l’ha la rete, ma non nelle marine. In comune c’è un depuratore che funziona male e che scarica sotto costa i reflui degli uni e degli altri (che ci arrivano con gli autospurgo). Trattative, progetti, opposizioni, nuove bozze, intese ufficiali… si va avanti così da anni. Il tempo passa ma non invano: due gioielli naturalistici sono diventati – col tempo, appunto – due bombe ecologiche.

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fernando d'aprileLo rilevano i frontisti: lì, dal fronte dell’accoglienza, notano che i giovani programmaticamente sfrenati cominciano a girare al largo; lo scenario, sia pure sperimentalmente, sta cambiando e lo avvertono. Poi vedono un maggior numero di famigliole, magari già conosciute e che iniziano a tornare. Aggiungono che sì, ci sono motivi per lamentarsi: zone inguaribilmente rumorose, collegamenti locali indecenti, strade e canali con immondizie, città assefiata da auto e parcheggi in periferia vuoti… Ma c’è qualcosa di nuovo. Finalmente. Qualcuno si spinge a dire che sono avvenuti addirittura dei miracoli: da 19 anni i treni Sud Est di domenica e nei giorni festivi non si muovevano. E da quanto non si notava un coordinamento tra polizia, carabinieri e altre forze armate? Per non dire delle operazioni non più episodiche per scovare chi affitta esentasse e fa concorrenza disonesta. La coperta – si è visto anche questo – è ancora piccola e lascia qua e là spazi per chi specula e lucra sulle carenze altrui, dello Stato in questo caso. Si può fare!, strillerebbe Gene Wilder. Più modestamente, pensiamo che si può fare di meglio. Ma ad un patto. Che non ci si dimentichi di quei cinque colpi esplosi nella notte davanti ad una discoteca. Il rimbombo ancora si sente e ne richiama alla mente altri di pochi anni fa. Stessa frequenza agghiacciante. Allora c’era in ballo il succoso piatto dei servizi di sicurezza ai locali d’intrattenimento. Adesso cosa? Ma forse tutto questo non c’entra nulla. O forse sì.

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fernando d'aprileNon sappiamo se si poteva trovare una soluzione migliore rispetto alle diverse esigenze pubbliche e private, ma di certo la partita poteva di sicuro svolgersi diversamente. E magari finire con un bel risultato. Che i parcheggi “liberi” siano in realtà occupati e da tempo da operai della malavita, a Gallipoli come a Ugento o a Nardò, lo si sa. Di cosa parliamo? Fatta una mano di conti tra posti disponibili e una tariffa “ufficiosa” di un euro l’uno, solo dall’area portuale gallipolina si intascano almeno 6mila euro al giorno. È un pezzo di cattiva economia, intossicante, avvelenata. Il concetto clou di questa particolare estate, batti e ribatti era passato nell’opinione pubblica. Tanto che a Gallipoli dai contestatori in buona fede sono stati chiesti aggiustamenti ragionevoli a favore di residenti e occupati nelle attività del centro storico. “Lo Stato c’è” era il messaggio che si poteva leggere in filigrana. Confortante. Peccato però che poi tutto questo delicato lavorio, per una serie di fattori, qui a Gallipoli sia sfumato in una amara comica: lavori che partono, anzi no; polizia in forze e lavori che ripartono; impianto finito ma inattivo; poi le sbarre arrivano e una si rompe e l’altra non si alza per- ché i ticket da ritirare all’ingresso sono finiti… Così quella che poteva essere l’opera simbolo è diventata un intervento qualsiasi, di routine, sbiadito. Ma se lo Stato scende in campo, la partita la deve vincere. Altrimenti se perde, lascia un’altra cattiva immagine e un vuoto che altri – i soliti – sapranno come occupare subito. Proprio come un posteggio “libero”.

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fernando d'aprileQuesta è una ammissione di colpa. Lo ammettiamo: quando nel novembre dell’anno scorso abbiamo letto il comunicato sulla firma in Prefettura della “pre-intesa tra la Regione Puglia, la Prefettura di Lecce, il Comune di Gallipoli, le Associazioni e categorie datoriali” non ci abbiamo dato molto peso. Di carte se ne firmano tante da essere insopportabilmente troppe. E troppo spesso vane. Inoltre quella “pre-intesa” andava ad affondare le sue radici in una legge del 2013 che a sua volta ne richiamava altre del 2006… Quando poi a Lecce è arrivato, con contorno di capi politici nostrani, il ministro dell’Interno per la firma, poco prima di elezioni abbiamo malignamente pensato alla solita passerella. Sbagliato. Sottovalutato. Perchè questa potrebbe essere la volta buona che ci convertiamo, piano piano, che tenere il territorio sotto controllo è vero e duraturo sviluppo. Che sicurezza fa rima, anche se non sembra proprio, con crescita, civiltà, accoglienza. Sarà pure pomposa la dicitura “Accordo per la sicurezza integrata e lo sviluppo del territorio di Gallipoli”, ma è una novità che sa camminare nella realtà. In questa, che sembra immutabile e per alcuni lo è. La Regione Puglia in una sua legge del marzo 2015 introduce anche il concetto di “rating di legalità dei Comuni”, una sorta di sistema di quotazione alla borsa della pulizia in base alla quale premiare con finanziamenti gli Enti locali, per arrivare a diventare “zona a zero burocrazia”. Forse è il caso di dare una mano. Ce la potremmo persino fare.

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fernando d'aprileIl Salento lento e lontano? Ancora sta solfa dei trasporti! E basta!!”. Forse ha ragione il lettore che ci “richiama” simpaticamente. E il fatto che l’argomento scottante sia poi diventato prevalente sugli altri media, non toglie quel senso noioso di “già visto”. Almeno per noi comuni mortali. Perché a leggere alcune reazioni, tra il sorpreso, l’indignato e il resoluto, di amministratori pubblici e uomini politici, c’è da restare a bocca aperta. Sembra – ma sia chiaro che non vale per tutti – che scoprano solo ora che i treni non passano di domenica né a gennaio né ad agosto, almeno da queste parti. Solo adesso vengono a conoscenza del fatto che scaricare il gran movimento di villeggianti tutto o quasi sugli autobus è da suicidi, sia nei confronti dell’ambiente che verso il grado minimo di mobilità da queste parti. La tensione che si registra sui pochi mezzi pubblici già in questi giorni, dimostra ampiamente che è esplosivo mettere così a dura prova la pazienza dei viaggiatori. Oltretutto, se ne potrebbero ricordare al momento di scegliere la meta delle prossime vacanze. Magari facendo una mano di conti: in un’ora a Brindisi e poi altre due ore per Gallipoli? Qualcuno dei già citati, infine, ha invocato un “tavolo”, urgente naturalmente, per esaminare la situazione. “Ma basta!” direbbe il nostro lettore, è tutto amaramente chiaro. E da anni. L’unico tavolo a cui possiamo pensare di questi tempi è all’ombra di una bella pineta, a ridere di quello che voleva un “tavolo”. Sì, an capu!

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fernando-daprileDopo un anno, siamo quasi punto ed a capo. Per venire da Brindisi a Gallipoli o in un’altra metà di vacanze di queste parti, si spende più del costo del ticket aereo della Rynair, per cui il lungimirante investimento promozionale della Regione, paradossalmente, evidenzia le nostre coriacee carenze. I treni delle Sud Est sembrano continuare a viaggiare su di un altro pianeta, a noi sconosciuto. Risultato: il diretto Lecce-Gallipoli e viceversa della tarda serata, non c’è perché le nuove motrici sono quasi tutte nel Barese. Se volete, accomodatesi sui pullman e nel traffico. Le stazioni, rifatte e chiuse, non offrono alcun servizio, spesso neanche gli orari o i biglietti. E se si desidera raggiungere Ugento e le marine, meglio cambiare idea: la stazione è in aperta campagna e non ci sono collegamenti col mondo circostante. Resistono per magia e volontà, Salentoinbus (che però non tocca centri come Nardò) e Discoinbus, per tornare dalle discoteche in piena sicurezza, per merito di due imprenditori dell’intrattenimento. E monta un altro tipo di turismo, quello su due ruote e a pedali. Solo che, anche qui, non ci sono solo i soliti piccoli problemi che intralciano e mortificano (ce li indica, con affetto e rispetto un esperto operatore veneto di origini salentine), ma i villeggianti tornano dalle escursioni e ci tirano le orecchie: “Posti bellissimi… se solo fossero tenuti bene”. C’è tanto da fare ancora. Non per restare al top (non può essere) ma per provare ad esse- re più civili anche per noi stessi, non solo per gli ospiti.

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fernando-daprileC’è del moderno nell’aria, anzi direi del vecchio. Un venticello sbarazzino e strafottente, che azzera sorridendo tutto e tutti in nome del nuovo che, come da prassi, avanza. Essendo il movimento proiettato, per antonomasia, in avanti. E come tutto quello che si muove, è di per se positivo. Gruppi di giovani hanno inscenato sui palchi, a Gallipoli come a Nardò, rappresentazioni al limite dello sberleffo nei confronti di “quelli che ci sono stati prima”, tutti, nessuno escluso. Senza sapere che qualche amico della loro stessa parte è stato sul Palazzo fino a ieri. È vero che occhi “giovani” guardano le cose in modo diverso e che spesso entusiasmo ed inesperienza possono far sembrare facili e risolvibili problemi contro cui i “vecchi” sbattono la testa da anni. Ma niente può giustificare mancanza di rispetto e sarcasmi verso quelli che sono nati prima, presi in blocco. Il vizio è quello solito dei pigri: buttare via tutto, l’acqua sporca col bambino dentro, per non perdere tempo in analisi. È vero, il mondo per come lo vediamo ogni giorno un po’ schifo ci fa; quelli di prima potevano fare decisamente meglio, prendendo ad esempio le cose migliori di quelli che c’erano stati ancora prima. Non solo scrivere dei diritti universali dell’uomo, ma anche praticarli e difenderli. Ma la storia non comincia mai qui e adesso. E attenzione: pur volendo, non potreste cancellare la maggior parte dei votanti, vecchi di una nazione vecchia. Che magari scelgono poi proprio qualcuno di voi.

Voce al Direttore

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Da luglio il vostro giornale andrà più in là, per diventare una “piazza” grande - in prospettiva - quanto il Sud Salento. Abbandoniamo perciò...