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Gli editoriali di Fernando D'Aprile, direttore responsabile di Piazzasalento

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Una buona fetta dell’impegnativa torta chiamata turismi (balneare, religioso, culturale, giovanile, ambientale, crocieristico…) è stata riservata l’altra sera a Gallipoli, durante un’assemblea plenaria, al ruolo che gioca e che potrebbe giocare a lungo la comunicazione con i nuovi media. Come travolti da un insolito problema, hanno sentito il bisogno di intervenire in tanti, tutti a rimarcare una “informazione” poco veritiera, falsa, deformante della realtà. Il “la” lo aveva dato il primo cittadino pochi giorni prima con un sonante “Nessuno tocchi Gallipoli”, un avvertimento che voleva essere un ostacolo al diffondersi di “maldicenze, denigrazioni, attacchi feroci” rivolti ad “una Gallipoli che non esiste”.

Se e sono ascoltate diverse di proposte, appelli e richieste di aiuto. C’è chi ha ipotizzato un “ufficio comunicazione tipo Caterpillar” per restituire pan per focaccia; chi ha invocato il sostegno della Regione per fronteggiare le avanzate bufalesche e chi ha esortato a fare cose egregie da contrapporre ai sentiment negativi. I più si sono detti pronti ancora a combattere “la stampa nazionale”, per la verità piuttosto marginale rispetto alla diffusione assicurata dalle reti sociali e per questo spesso all’inseguimento di quanto ribolle in rete. Una riflessione corale lecita, ovviamente, anzi congrua ed opportuna rispetto a stagioni che si susseguono sull’abbrivo di presunti fatti (ieri il balcone affittato, l’altro ieri lo stupro inesistente) da cui qualcuno parte e che hanno un effetto detonante: più tempo passa e più lievitano, straripando da schermi di ogni tipo. C’è di mezzo da parte dei protagonisti pubblici e privati anche tanto orgoglio, motivato dall’impegno che in tanti mettono per tirare su il miglior risultato, magari non più in una sola stagione. Ma forse il contesto – contro i cui eccessi antipatici combatte  anche uno come Trump – ci dice che dobbiamo fare qualcosa di più, forse molto di più.

I “film” su cui riflettere non sono pochi Pubblichiamo intorno alle 2 di notte su piazzasalento.it un articolo su di un presunto pedofilo individuato nottetempo a Mancaversa di Taviano e su moti da giustizia sommaria; la notizia con foto arriva a superare le 53mila visualizzazioni; l’articolo successivo dopo alcune ore e a vicenda ormai conclusa con una denuncia per minacce, si ferma a 2mila lettori circa. Come mai? I fatti, completati e ben definiti, non interessano? Il canotto alla Baia verde di Gallipoli dopo un acquazzone gira il mondo e un importante progetto urbano resta in una nicchia di poche decine di attenzioni: come mai? Perché le precisazioni e le rettifiche sostanziali sui media classici e quelli di ultima generazione risultano prive di un qualsiasi appeal? Ricordate quell’incredibile estate 2015? Riportiamo brevemente da un nostro articolo-commento: “Lunedì pomeriggio il Sindaco di Gallipoli si dimette; è la seconda volta dopo quella dei primi di maggio. Passano un paio d’ore e il Tgcom24 lancia la notizia così: “Morto in discoteca a Gallipoli, Sindaco si dimette dopo frasi contro i genitori”. Dopo una mezzoretta, l’Huffington Post Italia prende e rilancia: “Il Sindaco di Gallipoli si dimette dopo i tweet contro la famiglia del giovane morto”. Martedì mattina, ecco il titolo del Corriere del Mezzogiorno Puglia: “Un tweet sui genitori scatena lo sdegno, il Sindaco di Gallipoli decide di dimettersi”. Media lontani e vicini, tutti con la stessa verità. Si dà il caso però che l’accaduto si era verificato in una discoteca di Santa Cesarea Terme. Ricordate per caso doverose correzioni nei giorni seguenti?

Davanti a questo fenomeno inedito in grado di raggiungere migliaia di persone in pochi secondi e di influenzarle e che non si può spiegare solo con l’enorme notorietà raggiunta da Gallipoli, gli studiosi si sono messi al lavoro affrontando problemi nuovissimi, tra flussi incontrollati e incontrollabili (persino da parte degli stessi creatori, come dicono), incursioni della polizia postale su pagine che alcuni si ostinano a ritenere “private”, e banche dati che valgono miliardi passate di mano senza alcuna tracciabilità ma con sicuri effetti su consumatori, elettori, aziende. Qualche analisi è arrivata, qualche campanellino d’allarme è suonato, qualche ricerca si è avviata. Mancano ancora i rimedi, va detto.

È lo storytelling, bellezza. Lo storytelling. E tu non puoi farci niente! Niente!”, parafrasando Humphrey Bogart. Che cos’é? “Sfila via i fatti della realtà: ciò che resta è storytelling” risponderebbe Alessandro Baricco che con la sua Scuola esplora le dinamiche culturali contemporanee. Potremo chiamarla narrazione, per essere più chiari: la creazione di una rappresentazione di un fatto, dove lo scopo è emozionare, coinvolgere, non tanto essere rigorosi nel racconto. Un balcone con un cartello affittasi ed un numero di telefono? Non serve sapere altro: è la solita Gallipoli cafona, si conclude subito. “Colleghiamoci con la città dello stupro, Gallipoli” cinguettava lieve una conduttrice in quella estate in cui il tema caldo era una realtà inesistente. Poi le due violenze a sfondo sessuale in quello stesso periodo, come rilevammo noi, sulla costa romagnola, consumate in aree parcheggio erano vere e purtroppo non isolate. Ma lì narrare una storia non funzionava più. Vuoi mettere Gallipoli,  con i suoi richiami, gli ammiccamenti, le promesse di toda gioia toda bellezza? “Comunicare non è mai stato così divertente. Non importa (solo) cosa fai, ma in che modo ti racconti”, dice un content e community manager di una importante banca.

Quanti risolvono il problema indicando con disprezzo la massa ignorante, poco istruita quando non analfabeta “pronta a bersi di tutto” sbagliano. Qui siamo in uno scenario mai visto prima, che disorienta, ti fa sbandare e anche quando ritieni di esserti messo al riparo, arriva rotolando e travolge pure te, il tuo senso critico, la tua cosiddetta cultura. No, non vanno presi per pecoroni coloro che ci credono; forse alla fine non si pongono tanti perché semplicemente per autodifesa, davanti ad una mole di post e immagini da capogiro. Qui siamo agli inizi di una rivoluzione generazionale cominciata nel 2007, con l’arrivo di questi apparecchi con cui ti puoi collegare alla rete da qualsiasi parte del mondo; un telefono mobile diventa anche un elaboratore palmare e il tuo mondo sta lì con te. Vi sembra poco?

Chi sa usare lo storytelling, con tanto di gruppi di professionisti spesso giovanissimi, conosce lo strumento e – in casi di assoluta spregiudicatezza o per calcolo studiato – può diluire l’antefatto concreto – qualsiasi antefatto – a tal punto che di reale nella fine del racconto non ce n’è neanche un grammo. Parte dalla realtà, ma poi riesce a far  prevalere la “realtà” infiocchettata, rivestita, illuminata, che attrae, convince tanto da volerla comunicare anche ad altri. E da qui comincia a riempirsi una piazza immensa, mai vista prima. In fin dei conti il racconto del fatto sostituisce il fatto stesso, tanto da far dire agli specialisti che “un fatto senza una narrazione degna di questo nome, non esiste”. E’ il racconto adesso a tenere il campo, tutto il campo spogliatoi compresi;  un po’ favolistico, un po’ rassicurante, non chiede sforzi a nessuno; tutto il resto non esiste, anzi non è mai accaduto. Come la verità sullo stupro immaginato o sul balcone in affitto.

 

 

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Ci siamo. Puntuale come ogni anno, il balletto delle cifre è qui tra noi: quanti ne mancano all’appello? “Almeno il 40%”. “Macché! Siamo al 60 e oltre”. E poiché la flessione – che c’è: lo certificano quei pochi dati maturati finora – sembra riguardare tutto il Salento jonico e adriatico, Gallipoli ancora una volta diventa il termometro per eccellenza. Diventando, ovviamente, subito un caso nazionale (qualcuno ricorda il “caso Gallipoli” dell’anno scorso, fondato su di una violenza sessuale inesistente?), con analisi anche fuori dalle righe (tutti cafoni) e irreali (il crollo della Ibiza nostrana).

Ora protestano tutti, anche coloro che si sono inventati operatori turistici, fornitori di servizi, convinti però che le uniche regole da rispettare sono le loro. C’è chi immagina un complotto, tesi che soprattutto di questi tempi non si nega a nessuno; comodo e rassicurante trovare un nemico – possibilmente vago o non troppo in grado di difendersi –  su cui scaricare qualsiasi colpa, a cominciare dalle nostre.

Dati maturi e frettolosi bilanci I numeri dei rifiuti prodotti a luglio dicono che da 2 milioni 204mila chili dell’anno scorso, si è scesi a 2 milioni 135mila chili, un calo di poco più di 69mila chilogrammi. Negli altri mesi dell’anno si è intorno o poso sotto il milione di chilogrammi. Tranne in giugno, mese in cui si sono registrati 115.396 kg in meno rispetto allo stesso mese del 2017 con un totale di 1 milione 412mila circa kg. Pure in maggio gli scarti pesati sono stati di meno (-106.832 kg). Anche se il percepito generale raccontava di due mesi buoi per il turismo. Primari imprenditori del settore dei due versanti marittimi ai primi di giugno prevedevano l’arrivo di “tanta gente, molto più delle attese” ed erano pronti a giurare in un’altra stagione boom, dopo i picchi delle due precedenti. Oggi alcuni protagonisti del settore alberghiero ed extralberghiero indicano con soddisfazione andamenti positivi, comunque non inferiori a quello dell’anno scorso. Gli scenari insomma, cambiano di settore in settore e ciò va tenuto presente quando si tenta di tracciare prematuri e frettolosi bilanci. Con la stessa vorace fretta con cui si è piombati addosso al “vitello grasso” pensando che non dovesse mai smettere di crescere.

Aspettiamo i dati ufficiali e intanto osserviamo più attentamente come stanno andando le cose; individuiamo i santuari intoccabili; stiamo fermi ancora un po’ (siamo maestri in questo, vedasi i vecchissimi problemi delle ferrovie locali…) prima di convocare tavoli, inscenare proteste improvvisate o lanciare ammonizioni (“Nessuno si permetta di toccare Gallipoli”: bene, peccato che che li abita questa città la “tocchi” per primo: vogliamo parlare dei rifiuti abbandonati per ogni dove?). Se per una volta si scopre l’utilità di una riflessione, corale, comune, non episodica, per poi giungere alle decisioni, probabilmente ne verrà fuori qualcosa di buono. Parlando, quando ci saranno, dei numeri veri, certificati, imparziali, come quelli di Banca d’Italia che indicano un +14% di arrivi di turisti stranieri in Puglia (siamo primi con la Sicilia). Pure questa preziosa tendenza c’impone per esempio cambiamenti, a cominciare dalla conoscenza di lingue straniere.

Poi ce ne sarebbe altri di numeri che non quadrano e che – calo  o crollo che sia – andrebbero indagati a fondo e finalmente ribaltati, magari con un piano speciale: le evasioni delle tasse, le vacanze senza tracce, le migliaia di contratti di affitto inesistenti, i conti di ristoranti, bar, navette… “Quanti ne mancano all’appello?”, ci si chiede davanti ad un divario così incredibile tra movimenti economici e movimenti di persone. Non ne conosciamo la consistenza e forse non lo sapremo mai. Dobbiamo accontentarci di stime, come quelle dell’Osservatorio della Regione Puglia e da anni sono sempre quelle: uno su quattro dei vacanzieri in arrivo alimenta la sana economica, quella regolare; gli altri tre – forse inconsapevolmente – le fanno la guerra. E noi? Che facciamo?

“Ma com’è possibile che un giorno sì e l’altro pure si sequestrano lidi abusivi? A volte gli stessi di qualche giorno prima?” La domanda, più che fondata, ci viene rivolta dai lettori, alquanto sconcertati. Era venuta anche a noi. Ed i risultati della ricerca dei motivi di questo incessante gioco da “guardie e ladri” lasciano sconcertati e un po’ scoraggiati: alla fine, i ladri di spiagge vincono.

Diciamo subito che gli agenti di polizia (in questo caso marittima) fanno il loro lavoro in maniera costante e intensa. L’operazione “Mare sicuro” ha compreso da poco tempo anche “Arenile sicuro”, dove in sicuro va messo il rispetto delle regole sull’utilizzo corretto di un bene comune. E se un tratto costiero è classificato spiaggia libera, tale deve essere. Non è un capriccio: bisogna garantire spazi adeguati spazi per i bagnanti, a fronte delle concessioni del Demanio marittimo a imprenditori per stabilimenti balneari e spiagge attrezzate. Eppure la fame di quanti, pur di guadagnare, vanno oltre il consentito, è in forte espansione.

Il caso di una bella spiaggia di alcune decine di metri di bagnasciuga del Comune di Salve, posto sotto sequestro e “liberato” al godimento pubblico due volte nel giro di tre giorni dalla Guardia costiera, è emblematico. Dall’inizio della stagione di casi simili se ne contano molti; l’elenco lo cura la Guardia costiera della Capitaneria di porto di Gallipoli, con operazioni per lo più sulla fascia ionica, da Porto Cesareo a Gallipoli e al Capo di Leuca. Allora, perché non si riesce ad arginare questo malaffare? Perché, alla fine dei conti, “conviene” agli autori, racconta chi tenta di contrastarli.

Accade – per fare un esempio – che dopo un sequestro penale preventivo, per cui i vigilanti portano via ombrelloni e lettini, magari impiantati nelle prime ore del’alba, colui che è incappato nelle maglie si veda recapitare l’ordinanza di sgombero – emanata dal Comune interessato – mentre procede il percorso del reato di occupazione abusiva – a cura della Procura della Repubblica – con sequestro per mano degli agenti della Capitaneria di porto. Diversi soggetti in campo, dunque; diversi passaggi di carte, diverse difficoltà soprattutto da parte di chi è facile alle ordinanze pur non avendo le forze (i vigili) necessarie per farle applicare. Così il tempo scorre a tutto vantaggio di chi coscientemente lucra sull’inefficienza, sulle inadempienze urbanistiche o sui ritardi altrui, spesso arrivando a vedersi restituire attrezzature sequestrate.

Finché non lo beccano di nuovo le “guardie”, mette da parte sicuramente – con una attività del tutto illecita ed una concorrenza sleale verso chi è in regola – tanti di quei denari da sopportare tranquillamente le spese per un altro procedimento giudiziario, un altro scontro legale. Perché oggi, anche i ladri sanno di leggi, di sotterfugi e sopratutto di limiti dei controllori e complicità tacite. E ne approfittano. Con una efficacia ed un tornaconto senza precedenti. Con buona pace di quel ladruncolo fuggiasco di Totò e di Aldo, la guardia che lo deve ricatturare.

 

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fernando d'aprileAbbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo – non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore sull’asse Londra-Washington-Facebook-Wall Street. A corredo c’è una foto del creatore del social più popoloso, incettato e ammaccato (ripresa da Wired, rivista statunitense). Lo abbiamo pubblicato su questo giornale Piazzasalento.it, edito a Gallipoli. Poi questa mattina lo abbiamo rilanciato su Facebook. L’articolo – come potete vedere – trae spunto da una brutta vicenda occorsa ad una donna di Ruffano (Sud Salento), perseguitata dall’ex via internet in una agorà da 2 miliardi di persone perp oi allargarsi a panorami più ampi e, per certi versi, preoccupanti.

Poco dopo ci siamo chiesti se la società di Facebook ha, tra le sue armi con magici algoritmi, quella di controllo delle cattive notizie che la riguardano, piuttosto frequenti in questi ultimi due anni, periodo in cui si è registrato anche un calo di iscritti (sempre dal tetto dei 2 miliardi di individui). Ci siamo domandati se l’avrebbero rimosso o se, più “dolcemente”, l’avrebbe lasciata scorrere ed annegare in quel fiume che, in confronto, il Mississippi è un rigagnolo.

Poche ore e il riscontro, questo sì in automatico, è arrivato. “Metti in evidenza il post per raggiungere più persone” è il canonico invito riservato a quei post che denotano un certo interesse tra i naviganti. Mettere in evidenza vuol dire pagare una somma per la sponsorizzazione che Facebook ti consiglia per accrescere il tuo successo in termini di cliccate. Gli affari sono affari, verrebbe da dire. Ma, a parte questo piccolo episodio,  resta l’impressione sempre più incalzante che il meccanismo messo in moto possa essere sfuggito in tutto o in parte dalle mani del suo ideatore. Da questo e da altro, di cui sentiremo sicuramente parlare a lungo, sono nate altre domande, simili a quelle che in ben altre Stanze si stanno ponendo quanti vogliono capirci qualcosa per poi, magari, volgerlo a proprio vantaggio: Facebook, al centro di bufere giudiziarie di carattere anche penale, è in grado di controllare quanto pubblica? Sa controllare la propria enorme banca dati? O non controlla niente? O fa finta di non poter controllare niente per non pagare dazio? E intanto sa tutto di noi?

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fernando d'aprileIl recente rinvio a giudizio per 23 persone di Parabita, Matino, Casarano, Racale, Alliste, Alezio per “diffamazione aggravata a mezzo internet”, con minacce e offese su facebook, ha messo al centro le potenzialità e i rischi della rete sociale che conta – nel mondo – due miliardi di utenti e 30 milioni di post ogni minuto. A seguito del sequestro di una moto che circolava senza assicurazione, proprietario e amici si sono lasciati andare pensando – ancora – di essere in un ambito ristretto e confidenziale e quindi “sicuro”.

Era accaduto in precedenza tante volte. Tra l’altro, vi abbiamo raccontato dell’assessore che si adirò col parroco alla fine di una processione (Nardò); dello stesso che definì i genitori “disadattati mentali (ancora Nardò); delle minacce ad un giornalista che provocarono le dimissioni da consigliere dell’autore (Casarano). Ma anche, più di recente, del gruppo “Sei di Neviano se…” che raccoglie 800 euro e li consegna alla scuola per un progetto contro la dislessia o del salvataggio in extremis di un giovane che aveva annunciato il suicidio in rete (Alezio).

Ma quanto successo a Parabita ha elementi che vanno oltre lo sfogo senza remore di sorta contro un carabiniere che fa il suo dovere, nonostante che la Cassazione abbia equiparato internet ad un qualsiasi media e quindi sottoposto alle stesse leggi dall’ormai lontano 1 marzo 2016. La “vittima” in questo frangente è il figlio di un ergastolano del paese, particolare questo che si potrebbe anche tralasciare, essendo il servizio di controllo del territorio uno dei tanti, una routine periodica e diffusa, insomma normale. Se non fosse che proprio per le generalità del controllato hanno fatto più notizia – una brutta notizia – i “mi piace” e le frasi di solidarietà a chi è rimasto appiedato e che, per primo, sfoga su fb la sua rabbia dando il “la” ai post incriminati. Si scorrono le parole usate – minacce di morte, augurio di atroci sofferenze – e si resta colpiti. Poi però riaffiora il contesto in cui è maturato tutto ciò e qualcosa fornisce chiarimenti e conferme.

Ricordate quando è stato sciolto per infiltrazioni mafiose il Consiglio comunale parabitano? Quasi un anno fa. Il 17 febbraio il ministro Minniti firma il “tutti a casa”. Naturalmente, il provvedimento provoca clamore, come fosse caduto dal cielo, inopinatamente su Parabita. C’è chi non ricorda più l’operazione Coltura di 14 mesi prima; chi ha già rimosso gli arresti domiciliari all’ex vicesindaco e chi non ha mai saputo della commissione prefettizia che ha spulciato gli atti amministrativi del Comune per lunghi mesi. “Ma come! Non c’è neanche un avviso di garanzia e questi sciolgono un Consiglio comunale? E’ una manovra politica…”.

A leggere la corposa relazione che accompagna il decreto, a volerlo fare, non solo si rintracciano i diversi filoni che hanno messo insieme gli indagatori, ma anche la motivazione cardine che hanno portato a quella firma: si chiama “consenso sociale” intorno al gruppo criminale organizzato. E’ il livello di quel consenso che ha allarmato più di tutto; quell’adesione crescente di persone che volevano (e ottenevano) una casa, un lavoro, un prestito, un favore. Era diventato o stava diventando un “centro di  servizi” sempre aperto. In cambio voleva poco: il voto, E’ quella bomba che si è voluto disinnescare. Di cui i 23 “mi piace” di oggi sembrano essere – ci si augura almeno – gli ultimi riverberi.

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fernando d'aprileC’era una volta un orco, ovviamente mostruoso come vuole l’antica tradizione romana. Compariva invariabilmente – sarà stato un maleficio – non appena qualcuno accennava alla messa sotto protezione di un luogo, una serra, un tratto di costa, un sistema. Non appena si pronunciava quel sostantivo, eccolo ringhiare “E così non si potrà più muovere una pietra!”. La paura che diffondeva, non solo per le sue sembianze, più che spesso bloccava tutto e tutti. “E se davvero quel luogo da mettere al riparo dall’incuria diventava poi una riserva chiusa persino alle persone?”.

Non era molto tempo fa che alla parola “parco” c’era chi insorgeva e trovava alleati. Non erano solo speculatori, cementificatori senza scrupoli, abusanti seriali di beni pubblici. Erano anche persone che venivano attanagliate dalle più strambe paure. Accadde così anche quando nacque ufficialmente il parco naturale di Portoselvaggio di Nardò. La gestazione fu lunga e travagliata ma alla fine giunse la legge istitutiva: era il 1980. Quattro anni più tardi, proprio per le sue battaglie contro i violentatori dell’ambiente, veniva uccisa Renata Fonte.

Bisognerà aspettare gli anni 2000 per registrare un cambio di passo senza più allarmi interessati ma in una crescente consapevolezza. Non che fossero venuti meno i catastrofismi; semplicemente, costanti battaglie e mobilitazioni a difesa degli ecosistemi tipici e delicati alla lunga cominciavano a pagare. Ecco nel 2006 vedere la luce il parco Punta Pizzo e Isola di Sant’Andrea di Gallipoli. Dello stesso anno è il parco Costa d’Otranto – Leuca – Bosco di Tricase. Nel 2007 nasce il parco Litorale di Ugento. Dall’Adriatico allo Jonio si cerca di mettere sotto tutela i giacimenti d’incanti.

Succede anche altro. Senza fascicoli burocratici e senza passare da Bari, ecco animarsi dal basso il parco agricolo Paduli, nel cuore del Sud Salento tra Gallipoli e Otranto, tra Supersano, Maglie, Muro e Spongano, in tutto dieci Comuni che sottoscrivono un accordo con cuore e cervelli rivolti a quei cinquemila ettari di ulivi secolari, un tempo bosco di querce. I primi passi sono del 2003; poi nel 2011, c’è infine la “carta”: il protocollo d’intesa con la Regione che ne riconosce la validità in tema di sperimentazione contemplata dal Piano paesaggistico regionale.

Fino ai nostri giorni. A livello romano il governo accoglie la richiesta – in attesa da 11 anni – di un’Area marina protetta che va da Otranto alle Grotte di Castro. “E perché non fino a Tricase e Leuca?” è la domanda che arriva immediata dagli enti locali e dalle associazioni di queste due realtà e di altre (Andrano, Gagliano del Capo). Un emendamento alla Finanziaria avrebbe accolto questa richiesta. Ma, al di là di come finirà, il segnale arriva forte e chiaro. Come quello da Nardò, il cui Comune da anni cerca di entrare a pieno titolo nell’Area marina protetta di Porto Cesareo che arriva fino a Portoselvaggio. Anche lì ci sono i volani della bellezza e della redditività. Nel frattempo, le Scuole più attente ai cambiamenti culturali ed economici di questo territorio, varano indirizzi formativi collegati alla sostenibilità ambientale, alla gestione dei parchi, alle tutele delle biodiversità.

Ci piace chiudere l’anno con questa speranza, che tanto coglie del senso profondo di queste festività. I nuovi occhi con cui guardiano l’essenza singolare ed unica ci rende più umani, più degni, più sensibili. Poiché la Natura ci è stata data in dono. Non in regalo.

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fernando d'aprile Ora che è passata la festa – giusta: logistica adeguata a compiti delicati e decisivi per il grado di vivibilità – possiamo tentare un bilancio del “padre delle due caserme” che, se non nella genesi datata 2003, quantomeno nella fase finale sembra essere stato decisivo nel superare gli ultimi ostacoli di una serie infinita. Ci riferiamo all’ormai famoso “Accordo per la sicurezza integrata e per lo sviluppo del territorio di Gallipoli” citato a piene mani nello sforzo generoso di farci sentire più protetti e quindi tranquilli. Il patto prefettizio tra Istituzioni, associazioni private e di categoria, società siglato nel maggio 2016 e subito eretto a modello  (un anno fa, il 16 novembre precisamente, anche il Consiglio comunale di Casarano – in piena emergenza criminalità – si era impegnato a farlo proprio ma ad oggi senza esiti), in 17 pagine enumera obiettivi, procedure, interventi con annesse risorse finanziarie. Altre quattro pagine sono piene di sigle di rappresentanze degli attori del settore turistico, sodalizi e società che hanno sottoscritto il tutto insieme a Governo, Regione, Provincia e Comune.

La prima verifica tra parole e fatti. Un primo dato s’impone all’attenzione da solo. Se, per dirla col ministro dell’Interno Marco Minniti, calabrese, “una fondamentale sfida sulla sicurezza si misura sulla capacità di controllo del territorio” insieme “una capacità di carattere investigativo”, chi l’ha notato il “congruo numero di rinforzi” durante l’estate? In quella precedente le forze di polizia furono rimpolpate con 27 agenti, quest’anno dovevano essere 19 ma in città ne sono arrivati nove.

I controlli che non controllano e che diminuiscono. Giriamo pagina. Contro il sovraffollamento degli alloggi sono giunte puntuali le previste ordinanze sindacali, come pure i controlli sugli affitti in nero. Prendendo in esame il contesto principe di simili problematiche – la Baia verde – si sono contate tre operazioni dei finanzieri nell’agosto ’16 e solo due quest’anno. I due fenomeni illegali sono in regresso o non si sta portando avanti il lavoro annunciato? Probabilmente sarebbe utile resettare in qualche modo la macchina burocratica per il controllo delle attività imprenditoriali e commerciali anti intrusione della criminalità nella buona economia. In Comune a Gallipoli periodicamente e pubblicamente estraggono e controllano comunicazioni di inizio attività, di passaggi di società e di quote societarie, cambi di gestione. La “prevenzione amministrativa” si fa come formalmente richiesto, solo che ad oggi non è merso neanche un caso – uno che sia uno – in cui ci sia un pur minimo sospetto di qualcosa che non quadra per cui si manda il fascicolo in Prefettura per le indagini antimafia. Nonostante lo strabiliante giro di denaro – in gran parte in nero  – tutto si sta svolgendo nella normalità? Sbagliano allora i magistrati Dda di Lecce e della Dna di Roma i quali invitano a non sottovalutare la penetrazione in attività economiche di gruppi mafiosi. “Si tratta di verifiche fondamentali – ha opportunamente ricordato il Prefetto pochi giorni fa – in un territorio che vive di turismo”. Ma la rete che si sta usando non trattiene neanche un pesce però.

Organici, ritardi e il nodo videosorveglianza. La “sicurezza integrata” deve vivere di scambi di informazioni – tra forze armate e polizia urbana, ad esempio – e da questo punto di vista dal Palazzo del governo di Lecce si assicurano porte aperte e sostegno ai gruppi interforze e agli amministratori locali. Le sinergie messe in risalto dal Sindaco Minerva diventano essenziali perché in grado di raddoppiare servizi, controlli, presidi. A maggior ragione se – sempre per fare un esempio – i poliziotti a Gallipoli erano una quarantina alcuni anni fa ed oggi sono 29. Poi ci sono i capitoli sulla videosorveglianza: il “Rating di legalità degli Enti locali” istituito con legge regionale del 2015, è  operativo? Da quella classifica dipenderebbero i fondi per istituire sistemi elettronici; se la Regione non agisce su questo terreno, lascia soli i Comuni.

Parcheggio nel porto, da esempio anti crimine a girone infernale. Passi in avanti, questo sì, sono stati fatti per dotare i locali d’intrattenimento e i lidi di defibrillatori. Per la verità, non tutti, rafforzando con ciò l’idea malevole secondo cui al tavolo dell’Accordo per la firma qualcuno ci è andato proprio pro forma. Ma nella colonna delle cose fatte c’è davvero poco altro – come l’elenco delle strutture ricettive registrate consultabile sul sito del Comune – non potendovi includere i vigili urbani in più per la stagione e le feste di fine anno, entrati in organico – tra lungaggini e ricorsi – a metà agosto. Trovando un centro urbano invaso letteralmente da automezzi, con i due nuovi parcheggi all’ingresso in città da Lecce desolatamente vuoti e orfani di navette (ma non le dovevano assicurare gli operatori turistici e le loro associazioni?). Il Comune, pressato dalla Prefettura, ha fatto fronte alle pressioni più o meno legittime di deregolamentare il parcheggio nel porto. Bene, ma il funzionamento è stato così precario e caotico da far rimpiangere – per la rabbia – il parcheggio abusivamente “protetto” dai “soldati” di un gruppo criminale organizzato destinatario di un fiume di denaro (fate voi il calcolo: 500 posti auto per 5-6 ore al giorno per almeno un euro ad ora). Poi c’erano le targhette identificative agli ingressi dei b&b, una casella di posta elettronica per segnalare anomalie…

Sicurezza, legalità, presenza dello Stato: costruire una percezione di tutt’altro segno. Insomma, c’è ancora molto da fare e da sperare, a questo punto e con parecchi mesi prima della prossima stagione estiva, che le due caserme nuove di zecca non rimangano semivuote, come da rischio paventato da un sindacalista dei poliziotti, e che l’evento ultimo sia realmente la prima tappa di un “percorso virtuoso che dimostri come anche dal Sud si possano creare buone pratiche”, per dirla con le parole del Sindaco Minerva. A patto che da adesso e con maggiore determinazione vada costruita giorno dopo giorno una difficile ma salutare percezione: quella che, dopo l’introduzione dell’Accordo, più di qualcosa funziona meglio, che lo Stato si vede, che i furbi pagano e che ai malviventi comincia a mancare l’acqua.

Ora, fate tutto il resto.

 

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fernando d'aprile

Nell’Ottobre rosa, il mese dedicato da qualche anno alla prevenzione del tumore al seno, si sono susseguite numerose iniziative soprattutto negli ultimi dieci giorni. Tra analisi, relazioni, corsi e convegni, sono stati lanciati dati più o meno aggiornati sull’andamento della malattia, considerata da più fonti in aumento per cause diverse.

Cifre diverse ma tutte “in crescita”. Da un corso-convegno a Lecce con senologi e chirurghi, si è appreso di una “Escalation dei tumori al seno in provincia di Lecce: 650 ogni anno” (“ogni anno” da quando? O si tratta dell’ultimo anno?). La Lilt (Lega per la lotta contri i tumori) si sofferma sui decessi: citando l’Istat, nel 1990 erano stati 115; 179 nel 2014: “L’allarmante crescita supera anche il dato nazionale” (ma nell’arco di tempo preso in esame, quanto ha inciso l’allungarsi naturale dell’età media della popolazione?). L’associazione “Angela Serra” per la ricerca sul cancro assegna la maglia nera al Salento nelle iniziative per contrastare i tumori alla mammella. Come si può notare, diversi sono anche i periodi presi in esame: il 2016, si presume, per i primi; il 2014 per i secondi; qualche anno prima per i terzi che si sono occupati di quante over 50enni sono state raggiunte dagli screening.

Quali sono i dati reali. Se sulla tendenza nefasta non sembrano esserci dubbi, pur con aspetti non considerati appieno, quali sono i numeri precisi? Quali gli andamenti accertati e ufficiali? Per fornire a tutti gli interessati un campo di battaglia completo su cui incidere e magari arrivare a smentire le stime secondo cui nel 2030 i cancri saranno la principale causa di morte (fonte World Cancer Research), erano nati i Registri tumori “necessari perché in nessuna struttura ospedaliera italiana, pubblica o privata, c’è l’obbligo di archiviare i dati relativi alla diagnosi e alla cura dei tumori – si legge nel sito generale, per poi “sorvegliare l’andamento della patologia oncologica” tramite la raccolta delle informazioni, la loro codifica ed archiviazione, fino a renderle disponibili per studi e ricerche. Tra le province d’Italia, quella di Lecce è arrivata al suo Registro tra le ultime; il primo report è datato 2003”. Nato tardi, il basilare strumento non ha neanche recuperato il tempo perso.

Di cinque anni fa le ultime elaborazioni ufficiali. Sul suo sito il Registro salentino indica tra le sue attività più recenti un convegno nazionale a Palermo del 2011 con un contributo su “Tendenze di alcuni indicatori di qualità di diagnosi e cura nei casi incidenti di carcinoma mammario nel Salento operati negli anni 2003-04 e 2010 presso l’Ospedale Vito Fazzi – Lecce”. I suoi lavori sono dunque datati, le raccolte di materiali sono arretrate di una cinquina di anni, a quanto è dato sapere. E se si chiede agli addetti ai lavori – che, sia chiaro, fanno il massimo con i mezzi anche finanziari a disposizione – riscontri ufficiali, sia pure non aggiornatissimi, rispondono ufficiosamente (perché ufficialmente temono esagerazioni “giornalistiche” che confondono piuttosto che chiarire) che i casi di tumori al seno annualmente sono poco sopra i 500. Sarà forse  una conseguenza di questa situazione, ma una discordanza si registra persino sulle liste di attesa per un esame mammografico: cinque mesi secondo il Tribunale dei diritti del malato regionale; quasi un anno secondo il dipartimento di Sanità della Regione. Salvo i casi urgenti: nell’Asl di Lecce lo si ottiene entro cinque giorni.

Al Sud scarsa disponibilità delle donne più a rischio per l’età. Va da sé che si sono altri aspetti che urgono: perché, ad esempio, per sottoporsi ad esami preventivi in uno dei distretti dell’Asl Lecce qualche anno fa sono state invitate 3.700 50-69enni (il 30% circa del totale), con adesioni che si sono fermate a 1.600 circa? Perché gli screening di prevenzione nel Nord e Centro Italia coinvolgono rispettivamente il 94 e l’86%, mentre nel Sud rispondono 40 donne su cento? Quali le cause di questo nettissimo divario, con conseguenze purtroppo ben immaginabili?

Il nodo dei nodi va sciolto per togliere terreno al male. Ma qui si vuole porre al centro quel che pare essere e non da oggi il nodo dei nodi, che potrebbe mettere pure un freno a quanti – fosse pure col miglior intento possibile – danno numeri e fanno analisi senza avere un quadro generale certo e verificato. Su argomenti come questi non deve essere più consentito passare di allarme in allarme, aumentando decibel di volta in volta come se servissero a qualcosa. Si renda pienamente operativo il Registro tumori di Lecce e provincia. Si diano certezze scientifiche. Si tolga spazio alla conoscenza “percepita” che isola le interessate, le allontana dalle indagini tempestive e, in tanti casi, le consegna al male.

 

 

 

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fernando d'aprileLe immagini che scorrono e scorreranno sugli schermi fino a sera tardi ed in parte anche domani, sono le ultime che hanno il sapore di noi, del nostro montante interesse, delle paure, della rabbia, dello sgomento man mano che spaginavamo il piccolo libro della vita di una ragazza che ancora non sapeva chi essere, come tanti altri adolescenti.
La densa umanità ancora presente in una comunità ha semplicemente accompagnato la bara, attonita e in silenzio, rispettosa del volere della famiglia più colpita e senza appello. Il corteo funebre con tanto bianco intorno ha fatto il suo inevitabile corso, tra una folla di domande perse nell’aria.

Uomini, donne, giovani e anziani, istituzioni civili e religiose fra qualche ora lasceranno il campo per intero alla battaglia giudiziaria che è già cominciata e che approderà ad una verità, quella giudiziaria, a volte tanto lontana da quella reale. Chiare abbastanza le strategie. A difesa del reo confesso omicida, 17 anni ed una mentalità di aspirante adulto cresciuto male, sono stati chiamati noti avvocati penalisti della provincia; facendo da esperti il loro mestiere, hanno parlato di un pentito, che forse non era “presente a se stesso” al momento dell’uccisione; per stabilire ciò, hanno annunciato la richiesta di una perizia psichiatrica. A curare in sede legale la famiglia di Noemi, arriverà da Roma una famosa loro collega; in una dichiarazione ha puntato il dito contro l’autorità giudiziaria da cui non sono venuti gli interventi richiesti.

A meno di svolte nelle indagini, l’attenzione scemerà come accade sempre. Anche quella dei media – televisivi, di carta, sulla rete – che seguirà ancora una volta la parabola discendente dopo il clamore, le grida, i particolari pruriginosi, secondo quella malsana tendenza per cui la pancia ha più ragioni del cuore e del cervello, magari anche pr mettere insieme più copie, più clic.. Un mio maestro, una trentina di anni fa, ci invitava ad “aprire la pancia alle bambole”, a non fermarci a contemplare le apparenze per poi descriverle. Con parole più gentili, don Tonino Bello amava contrapporre “il gusto dello scavo alla tentazione della superficialità”. Vale per i giornalisti ma, a ben pensare, vale per tutti coloro che hanno rispetto vero, profondo di se stessi.

“Riprendiamoci il tempo della riflessione”: l’invito della psicologa Beatrice Sances (pubblicato qui) adesso potrebbe trovare spazio. A partire dai necessari centri di assistenza a chi si trova invaso da tali incontrollabili pulsioni. Le donne hanno fatto un loro percorso, per vincere alla fine la barriera della denuncia delle violenze, anche in famiglia; hanno trovato servizi specifici e case protette; sono arrivate nuove leggi in loro aiuto. Per gli aggressori, in gran parte uomini-padrone, solo le mura del carcere, finora. È possibile offrire loro un approdo diverso, aprire una porta a chi non vuole fare quella fine? Che vuole essere aiutato in tempo, magari ai primi sintomi?

Forse si farà qualcosa. E la logica della sopraffazione tra generi e della morte (“o io o lei”) troverà ambiti sempre più ristretti e sempre meno ben disposti. Troveranno così – chissà quando ma di sicuro avverrà – altre strade anche le coppie di giovanissimi, oggi sballottolate tra le onde dei “grandi” come novelli migranti, stritolate tra una famiglia che non li ama e un’altra che non li vuole. Loro sì che faranno in tempo ad avere un futuro, oggi negato a troppi.

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fernando d'aprileDa luglio il vostro giornale andrà più in là, per diventare una “piazza” grande – in prospettiva – quanto il Sud Salento. Abbandoniamo perciò la vecchia, cara (e costosa) carta per metterci tutti insieme – Editore in testa – ad utilizzare in pieno le tecnologie a disposizione, quelle che rendono più facili e rapidi i collegamenti, gli scambi, le risposte. E invece di ogni 14 giorni, ci potremo incontrare sul vostro computer e sui telefonini ogni giorno, ogni ora del giorno. Con la disponibilità e il rispetto soliti. Le vostre indicazioni (i dati sul sito e sulla rete) ci spingono a percorrere sentieri nuovi con l’obiettivo alto di mettere insieme il bisogno di informazione col bisogno di comunità. Oltre le relazioni futili, i frantumati rapporti col quotidiano, le private inclinazioni, le pulsioni intime di cui ci nutrono in ogni istante i media sociali. La trasformazione è sotto i nostri occhi, tumultuosa, rischiosa anche per l’assenza di filtri professionali, ma è ormai tale da mutare comunque il modo di comunicare e di vivere degli esseri umani. La civiltà ed il progresso sono transitati nei millenni dalla selce dei Sumeri al silicio dei chip del computer: non approfittarne non ha senso. In fondo, questo passaggio è in qualche misura anche un ritorno alle origini, al giornale che arrivava nelle vostre case, col vantaggio – rispetto a sei anni e mezzo fa – che adesso ci conoscete. Col nuovo mezzo Piazzasalento sarà più presente, diretta, a portata di mano. Basta un click.

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fernando d'aprileAndavano in tanti dal boss ma non per motivi loschi. Andavano per chiedere consigli, quasi fosse uno che risolve problemi spiccioli, di giornata e non. Prima che lo ammazzassero per i conti che non tornavano. Augustino Potenza era davvero un punto di riferimento sociale importante e riconosciuto. Che facesse altro quantomeno lo si intuiva, ma alla gente comune afflitta da grane poco importava. “U Braccinu” come lo chiamavano i suoi complici poi ex, era prodigo di indicazioni fornite col tono del fratello maggiore, di uno che ne ha viste tante e quindi ne sa. Ad altri livelli. Potenza era intervenuto anche per mettere pace, dopo le cinque pistolettate esplose contro una discoteca di Gallipoli un pieno agosto dell’anno scorso. Era un’autorità nel suo campo. Prima della raffica che ha spianato la strada al suo alleato trasformatosi in carnefice, Tommaso Montedoro. A capo della criminalità organizzata del Sud Salento ora c’è lui. Indiscusso numero uno dell’ottobre scorso, Montedoro era agli arresti domiciliari in Liguria ma con una incredibile libertà di movimento da e per il Salento in occasione di processi che lo riguardavano. Che il nuovo boss abbia le stesse “qualità” dello scomparso non pare. Lo dicono ampi passaggi dell’ordinanza (106 pagine) con cui la Procura ha decapitato questa banda. Anche lui però si preoccupa di non alienarsi il consenso sociale seppur tacito. Decreta l’ultima sentenza di morte da eseguire e si raccomanda ai sicari: “Uccidetelo e fatelo sparire: una lupara bianca, è più leggera…”. Sono arrivati prima i carabinieri. E la nostra resistenza quando?

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fernando d'aprileIl 28 giugno si saprà se la decisione cautelare della Corte dei conti di Bari nei confronti di nove ex amministratori e due dirigenti comunali di Melissano si tradurrà in un blocco vero e proprio di loro beni per un totale di oltre un milione e mezzo. Resta il fatto che il provvedimento preso è il primo in Puglia, costituisce un precedente rilevante, è un ammonimento volutamente severo e clamoroso. Sulle reali condizioni economico-finanziarie dei Comuni nostrani devono aver acquisito elementi tali quei magistrati da tirare il freno a mano. Ciò che si bisbiglia in occasioni informali e non è notorio: anche quegli Enti che sembrano a posto hanno scheletri negli armadi, conti contraffatti, cifre in entrata gonfiate quanto basta per poter rendere gestibili gli interventi “essenziali” in uscita. “Tanto, chi controlla?” è la considerazione corrente in ambienti patologici. Già, chi controlla in tempo utile e sul posto? Fino al 1997 c’erano i Coreco (discusse sezioni provinciali dei comitati regionali di controllo, con personale politico e tecnico). Poi il ministro Bassanini li cancellò senza sostituirli con altro. Restavano i Segretari comunali di nomina prefettizia e “indipendenti” rispetto all’Amministrazione comunale, ma di riforma in riforma sono caduti al rango di personale “a chiamata” su diretta scelta dei Sindaci, a molti dei quali non piacciono i dipendenti che dicono no. Cosa è rimasto? Eppure c’è da scommettere che quando, fra non molto, i casi Melissano cominceranno a germogliare, ci sarà pure chi si meraviglierà.

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fernando d'aprileProbabilmente non arriveranno tutti quelli che hanno cliccato su uno dei siti più famosi in tema di viaggi e vacanze. Ma il dato resta: tra le prime dieci località italiane, quella che fa più gola per la prossima stagione targata 2017 è Gallipoli. Segue al sesto posto Polignano a Mare e all’ottavo Lecce, per dire che la Puglia si piazza bene. Gallipoli tira anche per un concorso bandito dalla famosissima bevanda internazionale dalla formula ancora segreta. Tra le mete inserite nella categoria Italia Teen de “In viaggio con…” riecco Gallipoli, in compagnia di Riccione, Terracina, Cefalù, Palinuro. Chi vince la gara che chiude a fine settembre, si godrà il soggiorno con partenza entro il 15 dicembre. Non c’è che dire: il marchio si è affermato, gode ancora buona salute, attira tanti che ci guardano, ci annusano, ci desiderano, oltre problemi, insufficienze, ritardi che noi più di tutti conosciamo. Vero è che la notorietà al tempo di internet non è neanche tanto difficile da conquistare, nel bene e nel male. Più impegnativo rispondere alle attese. Allora, che siano tanti i nuovi arrivi ma che almeno altrettanti siano i ritorni.

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fernando d'aprileIl nuovo piano ospedaliero è legge della Regione Puglia; si basa su quanto dettato dalle leggi di stabilità del Governo per gli anni 2016 e 2017. È stato pensato, discusso, valutato in sedi istituzionali e pubbliche, così almeno è stato assicurato dagli autori politici e tecnici. La norma che lo contiene è stata emanata e presentata dal presidente-assessore Michele Emiliano come il massimo e il meglio che si potesse fare tra lacci e lacciuoli. Poi bastano i “buoni rapporti personali” tra due consiglieri comunali di Casarano – che reclama pari dignità con Gallipoli – e per il numero uno di Bari la legge diventa rivedibile. Da tempo l’Unione europea ha messo nel mirino gli scarichi in mare, la mancanza di reti fognarie e lo stallo nelle scelte operative di Nardò e Porto Cesareo. Per scongiurare costosissime infrazioni comunitarie, si sono sottoscritte due intese in due anni con Regione, Autorità idrica, Acquedotto e Comuni per poi essere bellamente stracciate. Assessore e funzionari del settore sostengono a parole e per iscritto che non ci sono alternative – al momento – allo scarico a mare delle acque depurate. Ma anche qui bastano i “buoni rapporti personali” vantati a ragione dal Sindaco neretino per ottenere un’altra bozza tecnica con “scarichi a mare zero”. Firmato: Regione, Acquedotto, Autorità idrica. Che dire? Delle due l’una: o si fanno leggi e regolamenti senza pensarci bene prima, non basati su criteri di funzionalità ed economicità chiari e imparziali, oppure è sufficiente (come nella tanto vituperata vecchia politica) una dose di “buoni rapporti personali” e si ottiene ciò che si vuole. Anche se leggi, norme, direttive e logiche non lo consentono. Dura lex, sed lex, si diceva un tempo. Appunto, un tempo, in alcuni periodi, quando anche i rapporti tra persone si piegavano al raggiungimento del bene comune e la politica aveva il coraggio delle sue scelte. Adesso si va dove c’è il consenso, quale che sia, magari urlato e grossolano: troppo alta è la paura di perderlo, troppo bassa la considerazione verso i cittadini pensanti. E smarriti.

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fernando d'aprileSono trascorsi quattro anni da quando si sono avuti i primi sentori che qualcosa non andava per il verso giusto: gli ulivi erano malati, di certo, ma nessuno ancora sapeva se si trattava di malanni ciclici o di qualcos’altro. Poi lo scenario si è faticosamente chiarito, piano piano, con le difficoltà, i sospetti, le incredulità ormai note. Ma a cosa è servito conoscere da tanto tempo i connotati dell’assassino silenzioso e micidiale del nostro antico bosco olivetato? Si pensi alla gente comune e, in particolare, agli agricoltori. Quale campagna d’informazione è stata quantomeno tentata dalle Istituzioni, Regione in prima fila? Quale mobilitazione capillare è stata varata? Quale grado di consapevolezza della minaccia e delle necessarie cose da fare si è raggiunto? Su giornali e tv locali di questi giorni si legge l’ennesima puntata di una pervicace quanto incongrua carenza di comunicazione: “Buone pratiche disertate – Così la Xylella avanza”. Arare, potare e ripulire dalle erbacce entro aprile doveva essere da tanto l’impegno rigoroso e periodico per i coltivatori, per stroncare sul nascere l’insetto- taxi che diffonde il contagio. Invece sporadici erano e sporadici e isolati sono rimasti le note, i comunicati e i richiami a chi doveva fare pulizia. Si è così dato al batterio – che ringrazia – un altro anno di campo libero. Noi chi dobbiamo ringraziare?

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0 1200

fernando d'aprileBelli, bravi, geniali. Furbi, anche. Magari in parte è vero. Ma ogni tanto è salutare andare oltre l’autocompiacimento e vedere come ci vedono gli altri in tema di luogo privilegiato per le vacanze. In pratica, concretamente. L’ex premier fiorentino ha sibilato che le Isole Baleari (Spagna) hanno più turisti della Puglia. Questioni congressuali, conti aperti con Emiliano. Il dato c’è però (il 13° posto tra le venti regioni in fatto di arrivi stranieri) ma più che indicare una defaillance, testimonia – lo dicono gli operatori – un dato non disprezzabile. Piccolo, marginale, quasi pittoresco in certi luoghi, che non muove di molto il fatturato. Ma positivo. Lo dicono coloro che i turisti vedono arrivare in ogni periodo dell’anno, e ripartire, magari dopo aver lasciato detto cosa li ha delusi. I collegamenti in primo luogo: senza auto da Brindisi in giù come ci si sposta? La metropolitana di superficie targata Fse ha compiuto 40 anni e ancora è di carta. Dipendiamo da una compagnia aerea che se trovasse conveniente operare altrove, ci lascerebbe col culo per terra. Prevalgono ancora il lavoro individuale e la programmazione mese dopo mese; non ci sono pacchetti di offerte attraenti per l’estero… Ma se nonostante questo e altro ancora, si cresce nel mondo, cosa potremmo fare senza lacci emostatici, compresi quelli autoctoni, naturalmente, che ci fanno sentire unici oltre ogni limite (e non è vero, detto fra noi)

 

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fernando d'aprileC’è questa volta un’attualità più grande e più profonda della nostra contenuta nel giornale di carta e sul sito. Della vicenda di Fabiano, il dj Fabo, ci sono girate in testa tante cose, per lo più timori, paure, terrori. E se mi ci trovassi io in quelle condizioni? Come potrei scegliere di andarmene? Sarebbe la cosa più giusta? O solo quella più misericordiosa? E se, cosa ancora più terribile, toccasse a un mio familiare? Risposte zero. Il mistero della vita e della morte: la vita la viviamo e pensiamo di conoscerla e dominarla, ma la morte… Leggi e rileggi per andare oltre l’effimero, l’istinto, lo sfogo e ti ritrovi al punto di partenza. Troppo grandi quegli interrogativi, parecchi aspetti rimandano ad altre questioni complesse, eccessivi gli intrecci tra carne dolorante e spirito anelante. Alla fine una frase mi è rimasta impressa e mi ha detto più di tutto il resto, mi ha fatto chiudere un circuito che stava diventando una spirale. Invece di un rabbioso “vaffanculo” a tutti noi che non lo abbiamo saputo salvare, capire o quantomeno lenire le sue sofferenze, un uomo che sta per andarsene, perché così ha deciso Fabo, ha rivolto un ultimo pensiero proprio a noi indifferenti fino a ieri, da cosciente membro di una umanità il cui senso di appartenenza ha conservato in un mare di tormenti. “Non guidate senza cinture di sicurezza”, ci ha detto. Un’affettuosa raccomandazione intrisa d’amore. Grazie fratello Fabo, grazie per aver fino alla fine pensato pure a noi.

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0 1115

fernando d'aprileC’erano una volta i postini. Col farmacista e il parroco, sapevano tutto di tutti. Storie d’amore e di addii, missive con destinatari dello schermo; genitori con figli lontani e in crisi; solleciti e ingiunzioni imbarazzanti. Tutto capivano da una semplice frequenza, da un prolungato silenzio, da ritorni gravidi di attese. Poi arrivò l’era della comunicazione che più non si può: dal caffè o dal bagno, dal divano o in autobus, si parla con chi vuoi tu, si ride, ci si scambia foto e pure insulti. Non c’è più bisogno di francobolli né di buste per far arrivare a destinazione uno scritto tramite clic. È il progresso inarrestabile, che scioglie le lingue (anche quelle che non hanno nulla da dire) e annulla le competenze. Poi scopri che l’e mail non ha ucciso lettere e raccomandate, che infatti giacciono (come accaduto nel mese scorso) a tonnellate nei magazzini postali; che i postini sono sempre pochi, zampettano da un paese all’altro ogni tre-quattro settimane, non sanno più niente di nessuno. Smarriti cercatori di recapiti inesistenti. “Guardi qui, via Bellini numero 1034… ma come faccio se neanche i diretti interessati segnalano l’errore?”. E noi come facciamo a ricevere gli auguri di Natale a dicembre e non a Pasqua?

fernando d'aprileQuando Michele Pantaleone, amico di Sciascia, scrisse “Il sasso in bocca” il bersaglio era alto e in parte lontano. In quel 1970 il libro si muoveva su scenari che tracciavano invisibili ponti tra mafia isolana e italo americana, ai tempi di Mattei e delle famiglie Genovese e Anastasia. Ma il linguaggio dei protagonisti, componenti di quelle organizzazioni, era misteriosamente esplicito. Uno degli ammazzati fu trovato con una pala di fico d’india al posto del portafoglio: aveva preso soldi che non doveva toccare. Chi invece aveva “parlato”, eccolo con un sasso a sformargli la bocca. A quelle pagine, diventate animate in un film documentario un anno dopo con la prima opera di denuncia della mafia, fanno pensare le modalità di quest’ultimo ammazzamento a Gallipoli. Stessa crudeltà, stessa omertà, stessi agghiaccianti messaggi: lo sfregio al cadavere sfigurato con l’acido e sepolto in un bidone, quasi a significare uno sgarro che non andava fatto secondo un codice che non conosce appello. “Dobbiamo lasciarci ferire da quanto accaduto”, dice un sacerdote di Gallipoli. Per ripartire e recuperare la nostra normalità. Che non è e non sarà mai la loro.

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0 1411

fernando d'aprileCon qualche ritardo di comprensione, qualche giro a vuoto e qualche costoso diversivo, sembra finalmente dichiarata la guerra alla Xylella fastidiosa, nostra inquilina dall’ottobre 2013, da quando l’intuizione venne ad un paio di studiosi chiamati nelle campagna tra Gallipoli, Taviano, Racale, Alliste, nelle zone Li Sauli, Bailé, Rao. Non si trattava di lebbra degli ulivi, era ben altro e mai visto prima, avevano detto subito i  contadini.

Per un periodo un po’ troppo lungo hanno tenuto banco le risse e le polemiche, tutti contro tutti e tutti contro la Scienza, lo Stato e i loro rappresentanti. A prescindere. Poi si è voltato pagina. In modo radicale. A cominciare dall’Europa che ha messo sul piatto quasi 14 milioni per due progetti di ricerca con scienziati da tutto il mondo e, in entrambi i casi, coordinati dagli studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche di Bari, accomunati nelle peggiori tesi complottiste in sede locale.

Allora, tutti a casa? Ci pensano loro? No. Siamo dell’avviso che il senso critico vada tenuto acceso sempre, che l’attenzione democratica sia vitale, che chi si trova in prima linea debba sentire non il fiato sul collo quanto la vigile attesa di una via d’uscita. Affinché, ad esempio, non scatti un qualche assalto a soldi pubblici destinati a trovare soluzioni quantomeno nel contenere il contagio: i bandi sono pubblici, le graduatorie pure… Ma basta?

        

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0 1404

fernando d'aprileC’è chi sta invecchiando portandosi dietro interrogativi che si trascinano, senza perdere un grammo del loro carico potenzialmente esplosivo, ormai di lustro in lustro. Ma a Burgesi, tra Ugento e Acquarica, che diavolo c’è sepolto? I collegamenti fra un omicidio rimasto impenetrabile e i movimenti intorno a quella discarica sono fantasie di cospiratori patentati o ipotesi verosimili? Perchè quelle tracce di arsenico e altri metalli pesanti nell’acqua intorno ad un’altra discarica, quella di Castellino tra Nardò e Galatone, dismessa oltre dieci anni fa? Perchè il distretto di Casarano è tra i più colpiti da neoplasie? Perché in questi e in altri casi sparsi in provincia, s’inter- viene o si fa finta di intervenire solo in situazioni d’emergenza, reale e mediatica? Sopra a tutto: dobbiamo ancora meravigliarci dei picchi massimi di malattie tumorali registrati da una trentina d’anni in questa parte di Puglia, se abbiamo insepolti simili inquietanti sarcofaghi? Tutte queste persone che vivono circondate da dubbi, con sospetti che corrodono l’anima, che temono per sé e per gli altri, hanno tutte le carte in regola – in quanto esseri viventi – per sapere, senza ulteriori rinvii e sotterfugi, come stanno le cose. Il diritto ad essere informati si trasforma in questi casi in un obbligo: lo avverta chi detiene notizie, dati, riscontri, prove, potere. C’è di mezzo la salute degli attuali e dei futuri abitanti di questa terra. Non ci pare un fatto trascurabile.

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fernando d'aprileSembra virare decisamente sul rosso il colore di queste festività religiose e laiche. E non è esattamente il rosso del caminetto acceso o della tovaglia nella stanza da pranzo. È quello dei bagliori che si levano di notte, alti e fumosi, al posto delle auto che bruciano, o fulminei, come lo scoppio di un proiettile. È il rosso degli “avvertimenti” preventivi o successivi ad un diniego, poco importa. Ha il sapore di questo tipo di rosso anche il silenzio di coloro che sanno e tacciono. Troppo recenti e persistenti certi episodi per poter portare altrove, indenni, i lieti pensieri e i sorrisi. Gli affari criminosi non conoscono il calendario e non è più tanto vero che la mafia uccide solo d’estate, almeno non qui, e tutta Casarano lo sa. C’è la fila di Sindaci dietro la porta del Prefetto a Lecce: Nardò da ultimo, oppresso dal sospetto di un racket ramificato; prima Gallipoli, dai fiumi di denaro oscuri, e poco fa Casarano. Da più parti si chiedono poliziotti e carabinieri (oggetto del lancio di bombe carta a Gallipoli…), telecamere e controlli. Questo è il contesto da cui vorremmo almeno per alcuni giorni uscire, per occuparci di cose più lievi. Persino di querelle inesauribili: è giusto o no dire ai bambini che Babbo Natale non esiste? È una favola e come tutte le favole ha un suo messaggio, valori terapeutici, educativi, psicologici; fa sognare; insomma, aiuta. Esattamente come quella che ci raccontiamo noi, quando mettiamo le ali e pensiamo veramente che un mondo migliore è possibile. Non è una favola pure quella?

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fernando d'aprileIl 26 ottobre la prima mortale raffica. Il 28 novembre la seconda, gravemente invalidante. E una cappa tossica è calata su Casarano e non solo, essendo intuibili i collegamenti tra gruppi criminali salentini, dal capoluogo a Taurisano e Ugento, da Monteroni a Gallipoli. Le associazioni di stampo mafioso era da quasi otto anni che non arrivavano a scontri così definitivi. Non che dopo fossero spariti: governavano lo stesso tutti i traffici illeciti immaginabili; evidentemente avevano trovato la convenienza giusta per tutti loro. Finché è durato. Poi sono tornate le armi e gli agguati per cercare un nuovo equilibrio fra le parti. Ed è tornata una frase che, all’insaputa di chi la pronuncia, fa più paura degli ammazzamenti. “Beh, finché si ammazzano tra di loro…”. C’è chi punta su di uno scontro finale, con loro tutti morti. I fatti dicono che non sarà così, che non ci sono scorciatoie. Per tornare a respirare aria pura bisognerebbe intanto ammettere che questi picchi di crudeltà sono solo la parte visibile di una massa oscura agisce e prospera sotto i nostri occhi. Sì, i nostri. Che spesso trovano la convenienza di girarsi dall’altra parte. Ma ci sono, per fortuna. focolai e nuclei di lotta ai ladri di futuro: si organizzano, reagiscono, controllano, pretendono alle Istituzioni che facciano fino in fondo il loro dovere. Ora e qui. Hanno capito che se si sgonfia la massa sparisce il picco. Non viceversa.

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fernando d'aprileA volte basta sollevare lo sguardo oltre la siepe dei pregiudizi, dei campanili e delle convenienze immediate. Se lo si fa, si possono intravvedere traguardi di qualità e onori al coraggio. Ma lo si deve fare al momento giusto, una volta ben compresa la posta in gioco. Se è la salute delle persone, le cure le migliori possibili, questo sacrificio varrebbe proprio la pena di farlo. Nell’autunno 2012, giusto quattro anni fa, questo giornale riprendeva e rilanciava una idea degli anni Ottanta, quando ancora non mordeva la crisi delle finanze pubbliche. In presenza dell’ennesimo piano per tagliare ospedali, dicemmo: perchè non accorpare il meglio del “Sacro Cuore” e del “Ferrari”? L’idea, sostenuta da più parti, aveva conquistato anche l’allora dg dell’Asl, Mellone. Gallipoli, allora, in apparente svantaggio nelle previsioni, l’accolse; Casarano che in quelle bozze sembrava previlegiata, tacque. E il direttore generale ammonì, alla fine di tre ore di parole: “Ma voi pensate che due ospedali possono esistere a distanza di 15 km?”. No, non possono esistere. Oggi siamo allo stringere con un nuovo piano e con esigenze di ridurre i costi aumentate. Ed ecco Casarano – che prevede declassamenti imminenti – rilanciare l’ipotesi degli ospedali riuniti. Indovinate un po’ chi, oggi, fa orecchie da mercante? Gallipoli, naturalmente. Mentre il tempo sta scadendo.

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fernando d'aprileCi sono parole che si logorano per l’uso intensivo che si fa di esse. A furia di pronunciarle, perdono qualsiasi potenza evocativa; non dicono più niente, alla fine. Anche le parole vanno perciò lasciate per un po’ a riposo, prima che smarriscano del tutto la “voce”. Che cosa evoca la parola “destagionalizzare”? “Il problema più grave del turismo in Europa è la sua elevata concentrazione in alta stagione”, si legge in un documento della Commissione Cee del 1991. Cosa esprime oggi quella stessa parola? “Non deve più esistere”, esclama un imprenditore (pag. 4), il quale contrappone una formula linguistico-economico nuova: “Abbiamo un’unica grande stagione da far vivere”. Come dargli torto? C’è nel Salento una settimana, un mese, una stagione completamente vuota di richiami, eventi, manifestazioni interessanti? Non solo, ma sono a disposizione strumenti (vedasi “InPuglia365”) che favoriscono chi ha altre idee, nuovi sogni. “Aperti tutto l’anno”, quale slogan più attraente in un momento in cui il marchio Salento viene riconosciuto dappertutto? Per il mare, il cibo, gli sport, l’ambiente, la cultura… E lasciamo il tema e la parola “destagionalizzazione” a convegni per distratti e amanti di fonemi aridi e frusti, indicatori di realtà chiuse, stantie, marginali, insomma sensazioni e sentimenti del passato. Siamo questi? Non lo crediamo. Nonostante questa parola ancora a piede libero.

Voce al Direttore

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Una buona fetta dell'impegnativa torta chiamata turismi (balneare, religioso, culturale, giovanile, ambientale, crocieristico...) è stata riservata l'altra sera a Gallipoli, durante un'assemblea plenaria, al...