Un bicchiere e torna il coraggio

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Simu Salentini.  Il rosso, per il vino, non è un semplice colore. Il riferimento immediato è al sangue, veicolo di vita, con tutti i valori che sono collegati: fuoco, forza, calore, passione. D’altronde la vite era considerata sacra  nelle varie culture e religioni. Nella Bibbia  è il simbolo del regno dei cieli, la vite, il tralcio, la vigna sono immagini consuete nel Nuovo Testamento. L’origine della vite  si perde nella notte dei tempi, nella preistoria. Come anche l’arte di fare il vino.

Lo storico Senofonte (430/425-355 a.C. circa) racconta che le tribù dei Carduchi che abitavano le terre tra l’Armenia e la Siria consevavano il vino in cisterne intonacate. In Iran è stato trovato un vaso che aveva contenuto vino ben 5500 anni fa. In tutto il mediterraneo si coltivava la vite anche se il vino veniva allungato con l’acqua perché troppo forte.

Il culto degli dei del vino, in Grecia Dioniso e a Roma Bacco, era molto seguito. A Roma alle donne era vietato berlo, tanto che era concesso agli uomini di controllare con un bacio se avevano bevuto (lex osculi). Nel consumo del vino dominava l’aspetto conviviale, ma Alceo, poeta lirico greco del VII-VI sec.a.C. invitava a bere senza aspettare le lampade perché “c’è un dito di giorno”. Cosi Archiloco, così Anacreonte, poeti greci. A Roma è Orazio il poeta del vino “mesci e filtra il vino e non pensare al domani”, il presupposto del carpe diem.

Il sud d’Italia è stata la terra d’elezione della vite la cui coltivazione si alterna a quella dell’ulivo. Fredda e lunga nelle tramontane invernali  la raccolta delle olive, festosa e breve la vendemmia. Soprattutto nelle campagne era il vino a scandire le tappe importanti della vita.

Si diventava compari davanti ad un bicchiere di vino, si sancivano patti, si concordavano matrimoni. A questo proposito Giulietta Livraghi Verdesca Zain scrive che  i due consuoceri si offrivano reciprocamente un bicchiere di vino onorandosi “cu nna mbiuta e nu brindisi “Mieru, sangu ti la terra,mbiu a sanitate oscia. La cuntentezza ti lu osce cu mbessa ti nchianata e mai ti scisa, erde di masciu, ndacquatu ti lu celu” Vino, sangue della terra, bevo alla salute vostra. (La contentezza di oggi sia sempre in aumento e mai in diminuzione, sia verde di maggio, innaffiato dal cielo).

Le  putee o le puteche  erano il luogo dove i contadini si riposavano dopo una giornata di lavoro davanti a un mezzuquintu rosso e  giocando a tressette.

Il vino veniva versato nei bicchieri dagli uccali o ursuli  che ancora oggi si usano con funzione prevalentemente decorativa. Ma durante i lavori in campagna si beveva direttamente dall’ursulu, ma non dal becco, ma dal lato vicino al manico. E qualche contadino faceva partecipi del vino anche le bestie mescolandone un po’ nel pastone.

C’era anche chi si divertiva a offrire da bere nella “rizzola a segreto”, conosciuta anche con il nome di “Bevi se puoi” o “Inganna contadino”. È una brocca con il collo traforato per cui non si può versare il vino nei bicchieri né si può bere direttamente. Un esemplare  datato 1750 è custodito nel museo Castromediano di Lecce.

Ecco come viene dscritto da Carlo Dell’Aquila: “Si può bere attraverso un boccaglio posto sul labbro superiore del vaso, a volte da individuare tra tanti simili: uno solo di essi è forato e permette il passaggio del vino, aspirandolo da un condotto nascosto  che attraversa l’ansa della brocchetta”. Ma non basta individuare il boccaglio, c’è un altro segreto che non sveliamo per non togliere il gusto della  sorpresa e della scoperta.

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