Da “santa” a pentito?

Gallipoli. Se parlerà (o se continuerà a parlare) sarà il primo vero pentito gallipolino di un certo livello; ce ne fu un altro, anni addietro, ma ben poca cosa rispetto a questo caso e il pentimento di suo fratello Marco è durato lo spazio di un mattino.

I cronisti che hanno seguito le ultime udienze del processo per l’uccisione del boss Salvatore Padovano, non si sono lasciati sfuggire particolari che potevano ad altri occhi sembrare secondari: Giuseppe Barba, 41 anni, è arrivato nell’aula bunker senza manette; accanto a lui solo agenti in borghese; ha atteso il suo turno per l’interrogatorio nella stessa stanza dove già c’era un collaboratore di giustizia brindisino chiamato a deporre.

Di più: “U dannatu”, soprannome di battaglia assai poco rassicurante di Giuseppe Barba, braccio operativo del racket in città e altrove, non ha preso  posto nelle celle di sicurezza già occupate da Rosario Padovano, fratello di Salvatore e presunto mandante dell’omicidio e da Giorgio Pianoforte (in due distinte), nè in quell’altra con  Mino Cavalera, Fabio Della Ducata e Massimiliano Scialpi. Barba si è seduto in aula accanto al suo avvocato difensore. Altro particolare: quando il suo legale ancora non c’era per un ritardo, il presidente del Tribunale, Roberto Tanisi, ha chiesto al legale di Padovano di assumerne il patroconio temporaneamente, in modo da cominciare l’udienza, sentendosi rispondere dall’avvocato: «Non intendo difendere Giuseppe Barba».

Quando poi è arrivato il suo turno, il “dichiarante” Barba (secondo la terminologia tecnica in uso e che precede quella di collaboratore di giustizia, cioè pentito) si è sentito così incoraggiare dal pubblico ministero Valeria Mignone: «Non mollare, chi la dura la vince, tosto!».

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