Tonio Ingrosso per Matino e la sua gente

Simu Salentini.  Perché si parla e si scrive in dialetto?  A questa domanda Tonio Inngrosso, poeta e scrittore di commedie sempre in dialetto matinese, dà al telefono la stessa risposta che si trova nella poesia di apertura di “Relicue”:

An menzu a ‘stu cuntare te signuri/ca,lardusu,à mmurbatu ‘stu paese,/jeu rispicannu vàu palore ntiche;/palore scafazzate jeu riccoju, muddiche te tialettu matinese/morsi te core te li nanni mei./E ìnchiu quistu tiempu ca me rresta/azzannu ‘ste relicue  ‘ntra ‘stu foju/sicuru ca cuntare te lun tata/ritorna vìu tecapu n’adda fiata”.

Oppure in una nota  ad una sua raccolta di 5 commedie dialettali: “Scrivo per la felicità di trasmettere agli altri il mio universo interiore ed in dialetto perché il dialetto è la lingua della mia gente; idioma spontaneo e genuino, unico elemento sopravvissuto all’antica civiltà contadina del Salento con il quale si può dare voce ad un mondo scomparso se si vuole recuperare quei valori tanto cari ai nostri padri…”

È un ritorno alla lingua dei “nanni”, non sterile, chiuso nella ricerca linguistica di termini puri, ma pulsante perché dice: «dietro al dialetto ci sono dei valori che sarebbe bene ritornassero». Se non fosse convinto di questo  l’uso del dialetto sarebbe solo una esercitazione accademica. Quanto poi alla possibilità che con il ritorno al dialetto possano ritornare quei punti di riferimento che complessivamente definiamo come “valori”, nessuno può dare né risposte né certezze. Lo si vede anche dalle diverse posizioni che questo giornale documenta da quando abbiamo iniziato, ormai da qualche mese, a puntare l’attenzione sul dialetto e sulle tradizioni che connotano il nostro essere salentini.

La produzione di Tonio Ingrosso dà la possibilità di una immersione totale sia nella lingua, sia nella cultura salentina.

Il suo è un dialetto che volgarmente chiamerremmo “stretto”  con termini che è difficile incontrare in quello quotidiano e tanto meno nell’italiano dialettizzato che hanno imparato i giovani “senza maestri” perché autodidatti. Nessuno, infatti, ha insegnato loro il dialetto, né i genitori né la scuola.

Termini come patulini, maccaturu, uccalu, tuttuncotu, ditteriu, paddi, mantagnata risultano quasi incomprensibili ai più, anche a quelli di una certa età e non solo ai ragazzi. E oltre la lingua le abitudini, le storie, la religiosità della nostra gente.

Quello che è importante sottolineare di questo prolifico scrittore matinese è la forza tenace che lo lega alla terra, di cui avverte, novello Pascoli, le vibrazioni e i messaggi; una fede che si trasforma in pietas sulle tragedie umane  e in speranza certa di una vita che non termina con la morte. Sembra una costante il tema della vita nell’aldilà, affrontato, a volte,  nelle commedie con toni legge.

Ingrosso è ora in pensione, fino a sette anni fa ha ricoperto il ruolo di ispettore di igiene dell’Asl.

Ha scritto tanto, sin dalla metà degli anni Sessanta: otto commedie, undici raccolte di poesie. Ora dedica gran parte del suo tempo all’associazione “Autori matinesi”, nata quattro anni fa che promuove poesie a tradizioni del paese e cura la pubblicazione di miscellanee e di testi di autori locali. Una miscellanea sarà presentata proprio il 10 dicembre prossimo. È questo un modo “attivo” di fare cultura.

A quando il nuovo libro?  «Ce l’ho in mente, – dice – e sarà di cunti» naturalmente in dialetto matinese.

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