Dolci, confetti e la sposa

Scene di un ricevimento di nozze a metà degli anni Cinquanta. Un vassoio colmo di dolcetti della sposa viene fatto passare tra gli invitati. (Foto dalla pagina Facebook "Storica Sannicola")

Simu Salentini. I gesti erano quasi furtivi e velocissimi: con il palmo della mano ben aperta si arraffavano quanti più dolcetti o confetti era possibile, poi si mettevano subito nella borsetta che veniva chiusa accuratamente. Una volta tornate a casa (il femminile è d’obbligo perché questa abitudine era quasi esclusivamente delle donne)  quei dolcetti e quei confetti avrebbero fatto la gioia dei bambini o degli anziani impossibilitati a partecipare all’evento.

Scene di un “ricevimento” dopo le nozze del secolo scorso prima che arrivasse il boom economico degli anni Sessanta, l’agiatezza diffusa,  il mito del benessere da sottolineare nelle cerimonie ufficiali. Prima di tutte, quella del matrimonio che sanciva non solo l’unione affettiva di due persone, ma anche l’incontro economico di due famiglie.

Le condizioni generali presentavano una omogeneità di fondo, si usciva fuori da anni difficili di guerra, di lutti, si ricostruivano piano piano le famiglie e i beni. La sobrietà non era una scelta snob, ma una necessità. Chi poteva non rinunciava al pranzo di nozze che era riservato però agli stretti familiari, e  gli animali del cortile ne avevano paura perché galline, conigli, tacchini finivano inevitabilmente sulla tavola. Si iniziava a volte con i piatti forti, panini con la mortadella (il pane bianco era per le grandi occasioni perché ogni giorno c’era quello  d’orzo, e le friselle), uova bollite venivano sgusciate in quantità e si accompagnavano al pane e a un bicchiere di vino, pezzetti di carne al sugo, polpette fritte.  Al ricevimento allargato, invece, si invitavano i parenti, i compari, i vicini di casa. Si iniziava con il caffè,  si passava poi ai dolci e ai liquori, i rosoli,  il bianco, il verde, il rosso e il giallo. Uno pensa che da qualche parte nella casa fosse allestito un buffet e che ognuno vi si accostasse per servirsi liberamente. Non era così.

Gli invitati prendevano posto sulle sedie che erano sistemate tutte intorno al perimetro della stanza, in attesa che “passassero i cumplimenti”, cioè i liquori serviti in minuscoli bicchieri e la “cupeta” cioè quei dolcetti che si fanno ancora oggi e che hanno conservato il nome di “dolcetti della sposa”, pasta di mandorla con in cima frutta candita, rivestiti da una glassa di zucchero. Prima di accomodarsi gli invitati avevano consegnato il regalo agli sposi, una busta con un biglietto di auguri e le lire che era stato  possibile stralciare dal bilancio familiare. Spumante e torta?  Solo più tardi quando i panini cominciarono a essere sostituiti da piccoli pezzi di focaccia, da arancini di riso, poi accanto ai dolcetti della sposa furono servite le paste secche.Quando le case cominciarono a diventare strette si affittavano oratori o locali adiacenti alle chiese dove venivano celebrati i matrimoni. Un massimo di tre ore e il ricevimento aveva termine. Dai ricevimenti degli anni 2000, dai pranzi luculliani e raffinati, un abisso lungo appena 50 anni.

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