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xyella fastidiosa

Gli ultimi europei preoccupati sono venuti da Londra, il 15 ottobre scorso. Sono stati inviati dalla Bbc, storica e prestigiosa tv statale, a vedere come stanno le cose tra Gallipoli, Alezio, Racale, l’ex zona rossa di due anni fa. «Siamo venuti fin qui – ha detto Johnny Madge, intenditore di olio d’oliva e componente della troupe – perchè il problema Xylella è ormai di interesse mondiale ed anche perchè vede come protagonista uno dei maggiori paesi produttori di ottimo olio. Siamo molto dispiaciuti per i vostri oliveti e spero che tutto si risolva al meglio. Da troppi anni ho a che fare con l’olio e gli ulivi: vederli in queste condizioni mi fa stare male». Ad Alezio – dove in un uliveto con decine di ulivi infetti e quasi totalmente secchi, sono presenti anche alcuni innesti “a finestra” di Leccino che per ora sembrano resistere al batterio – c’erano anche il giornalista Thomas Jeap, insieme al produttore Martin Poyntz Roberts, insieme a Enzo Manni della cooperativa agricola Acli di Racale, al professor Giovanni Martelli, del Dipartimento Scienze del suolo, della pianta e degli alimenti, e al responsabile dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Centro nazionale delle ricerche di Bari, Donato Boscia, tavianese di adozione.
Come sottolineato dagli esperti, a cui si sono rivolti per la loro esperienza scientifica gli inviati della Bbc, la varietà Leccino non sarebbe   immune al batterio, ma molto più resistente rispetto all’Ogliarola e alla Cellina di Nardò. Oltre agli ulivi ed altre piante suscettibili di essere attaccate, si teme che la Xylella possa aver colpito l’alloro: sono infatti in corso alcuni studi per accertare quest’altro fronte di battaglia.

I due studiosi non si sono sottratti alle domande anche alle più dirette e scomode, dalle speranze cui si aggrappano gli olivicoltori quando vedono, a seguito di buone pratice, crescite rigogliose alle delusioni, trascorsa qualche settimana, col disseccamentoche si ripresenta. Alle contestazioni di “sedicenti ambientalisti: stanno creando problemi con i loro atteggiamenti sbagliati, sono molto aggressivi ed è impossibile stabilire un confronto”.  Credete che queste persone stiano favorendo la diffusione della malattia? «è proprio quello che sta accadendo. Purtroppo non saranno loro a pagare. Si stanno assumendo la responsabilità storica di un disastro ambientale, perchè blocchi l’unica carta che abbiamo in questo momento, per tentare di bloccare l’epidemia». Gli interventi in corso in questi giorni? «Non è garantito che funzioni ma è la sola carta che possiamo giocarci oggi. Chiamiamolo un onesto tentativo  per fare qualcosa contro la malattia». Se non viene controllata, quanto può diffondersi? «Teoricamente in tutta Italia, in tutto il bacino del Mediterraneo perchè presenta le condizioni favorevoli per la diffusione della Xylella».

Ecco una buona parte dell’intervista condotta dal giornalista della Bbc, la tv pubblica inglese, agli esperti prof. Martelli e dott. Boscia.

…Prof. Martelli: Se pensano che ci sia una cura non sono d’accordo, quindi questo è uno dei principali punti di confusione che sostengono questa opposizione.

Giornalista: Se c’è un minimo di speranza o qualcuno ti ha detto che i tuoi alberi possono tornare in vita allora ti aggrappi a quello, ma nel frattempo la malattia si diffonde.

Prof. Martelli: Sì. Sì, guarda quell’albero. È stato colpito, mostra dei segni di disseccamento dei rami. Forse un paio di mesi fa era completamente verde e uno potrebbe dire, “bene, sta riprendendosi, aspettiamo e vediamo che cosa succede”. Quindi questo è il problema, se poti l’albero, drasticamente, e poi gli dai il fertilizzante e l’acqua e lo curi per bene, metterà su una vegetazione lussureggiante in breve tempo e, guardando l’albero sei sicuro di aver risolto il problema. Poi, dopo un paio di settimane il problema si ripresenta, inizia il disseccamento e l’albero deperisce.

G: Ho letto che alcuni proprietari che hanno permesso l’abbattimento dei loro alberi sono stato insultati o addirittura aggrediti. È vero?

Prof. Martelli: Beh, queste persone che sono inclini ad utilizzare delle misure preventive, sono ostacolate da altri, in particolare da sedicenti ambientalisti. Ci sono numerosi gruppi che stanno creando molti problemi proprio a causa del loro atteggiamento sbagliato, ma sono pacifici, gridano, urlano ecc, sono molto aggressivi e non è possibile stabilire un confronto, non c’è nulla che si possa fare, è impossibile discutere, quindi ti urlano, ti insultano e puoi solo girarti e andartene.

G: Credi che queste persone stiano favorendo la diffusione della malattia?

Prof. Martelli: Certo, è proprio quello che sta accadendo. Purtroppo non saranno loro a pagare.

G: Vuoi dire che non saranno loro a subirne le conseguenze. Sarà qualcun altro a soffrire?

Prof. Martelli: Certo sarà qualcun altro a soffrire e le persone che stanno favorendo la diffusione della malattia, probabilmente non saranno loro a pagare.

G: Forse?

Prof. Martelli: No, non forse. Sicuramente. Nessuno di loro pagherà.

G: Sei proprio convinto che queste persone stiano facendo male e che stiano creando un disastro favorendo la diffusione della malattia.

Dott. Boscia: Assolutamente, è proprio così. Perché comportandosi così significa che qualcuno sta assumendosi la responsabilità di un disastro ambientale, perché così tu stai favorendo la diffusione e stai impedendo di giocare l’unica carta che abbiamo in questo momento per tentare di fermare l’epidemia.

G: Il vostro trattamento è l’unica carta per fermarla.

Dott. Boscia: Non è garantito che funzioni. Ma è la sola carta che possiamo giocarci al momento.

Prof. Martelli: Chiamiamolo un onesto tentativo per fare qualcosa contro la malattia.

G: Se non viene controllata, quanto può diffondersi?

E: Teoricamente in tutto il resto d’Italia.

Dott. Boscia: Direi in tutto il bacini del Mediterraneo.

G: Perché questo è l’ambiente dove la Xilella può sopravvivere.

Prof. Martelli: Sicuramente il Mediterraneo presenta le condizioni favorevoli per la diffusione della Xilella.

Dott. Boscia: Inoltre, qui crescono specie di piante che sono molto suscettibili a questo ceppo, gli ulivi.

G: Mi chiedo quale sia la via d’uscita, perché gli scienziati, il governo e l’Unione Europea dicono che è necessario farlo, dovete attuare il piano ma questo non sta avvenendo. Quindi qual è la soluzione?

Prof. Martelli: Credo che sia questione di tempo. Verrà il giorno e spero che arrivi presto, in cui questa follia cesserà. Sicuramente l’Unione Europea interverrà pesantemente e l’Italia sarà multata. Quindi, spero che alla fine il governo prenda posizione.

G: Ma se questo significa imporre questa decisione usando una maggiore forza, mandando i Carabinieri a proteggere le persone che tagliano gli alberi, beh, questo può funzionare ma potrebbe anche creare un’opposizione più forte sul terreno. Lo abbiamo già visto altrove …

Prof. Martelli: Beh, dipende da come la cosa viene portata avanti. Bisogna farlo in modo da non creare troppo disordine sociale. Credo che questo sia possibile. Un modo potrebbe essere di fare una campagna per spiegare alla gente, noi lo stiamo facendo a livello personale, noi due e altre persone, andiamo in giro a spiegare, ma deve essere fatto a livello istituzionale. Se fosse fatto a livello istituzionale, forse la gente comincerebbe a capire.

G: L’altra cosa che potrebbe aiutare la gente a capire è riuscire a far vedere che la malattia potrebbe diffondersi su un’area molto più vasta, creando un disastro molto più vasto. La gente potrebbe dire, “no questi alberi non si riprenderanno, mi sono sbagliato”.

Prof. Martelli: A quel punto purtroppo potrebbe essere troppo tardi. Forse non troppo tardi, ma sicuramente tardi.

G: Questi sono innesti?

Prof. Martelli: Sì, perché potrebbe aiutarci a capire meglio.

G: Il futuro di questi alberi nel cuore della zona infetta è quindi piuttosto nero. C’è qualche studio scientifico su come combattere la malattia?

Dott. Boscia: Beh, c’è un’esperienza interessante che il proprietario di questo uliveto sta facendo. Si è reso conto che ci sono varietà di ulivi che mostrano una certa resistenza alla malattia, al batterio. Tra questi, la varietà più promettente sembra essere il “leccino”. Questo è un esemplare di cento anni di una varietà molto sensibile, detta “ogliarola” e come possiamo vedere è ormai completamente compromessa, non produce più.

G: È un albero imponente, altro tre metri e con un tronco dal diametro di un metro, con molti rami secchi ..

Dott. Boscia: Sì, non c’è rimasto quasi più nulla sull’albero. Ma su alberi di questo tipo, che hanno un enorme apparato radicale, per molto tempo continuano a crescere dei polloni dalla base.

G: Come questo?

Dott. Boscia: E quello che alcuni fanno è selezionare uno di questi polloni per tentare di ricostruire l’albero. Ma questo non funziona a lungo, perché, come vediamo, i polloni continuano a crescere per un po’ e poi cominciano a mostrare i segni della malattia, come possiamo già vedere nei polloni di questa ogliarola.

G: Sì, a prima vista sembra in buona salute, ma se si osserva con attenzione si vede che le punte delle foglie stanno già seccando.

Dott. Boscia: Quindi il declino è già iniziato. Quello che ha fatto il proprietario di questo terreno è stato realizzare innesti di leccino su due polloni, sui due lati opposti dell’albero, utilizzando quindi un cultivar che sembra resistente. E, confrontando questi innesti con gli altri polloni, si vede come la chioma sia perfetta. Non c’è alcuna traccia di sintomi della malattia.

G: Giusto per spiegare a chi non è esperto di giardinaggio, quando si fa un innesto, si prende un pezzetto di questo leccino, che è resistente, e si mette su quest’altro albero. Come funziona l’innesto?

Dott. Boscia: Come ho già detto prima il leccino è resistente, non è immune, ma si comporta molto meglio dell’ogliarola. Quindi ha la possibilità di sopravvivere alla malattia. Noi stiamo osservando quest’esperimento con interesse e curiosità ma è ancora troppo presto per trarre delle conclusioni.

G: OK. Qual è il vantaggio di fare un innesto di leccino invece di piantare direttamente un leccino?

Dott. Boscia: Dal punto di vista dell’economia, sarebbe meglio piantare un nuovo leccino, ma in casi come questi, dove c’è un numero limitato di alberi che hanno un forte valore affettivo per la famiglia, perché si tratta di alberi piantati dai genitori o dai nonni, il valore che questi alberi rappresentano in questa piccola azienda è molto superiore al valore economico. È un tentativo di salvare questi alberi, in un certo senso.

G: Quindi innestare una varietà resistente su un albero ormai indebolito, da l’idea di avere ancora lo stesso albero di famiglia, è un legame affettivo per il proprietario?

Dott. Boscia: Questo bisognerebbe chiederlo al proprietario. Giovanni vuole farti vedere qualcosa.

Prof. Martelli: Questi sono innesti che non hanno preso, ma in altri casi hanno preso.

G: Quindi si lascia uscire qualche pollone  e poi si fa l’innesto.

Prof. Martelli: L’idea è quella di innestare una varietà resistente su un vecchio tronco, in modo da avere una nuova chioma, prodotta dalla varietà resistente, il leccino, su un vecchio tronco, salvando, in questo modo il grande albero. Questo è ciò che hanno pensato di fare. Se funzionerà o meno, non lo sappiamo ancora, bisognerà aspettare.

G: Il leccino, quindi, sembra resiste, sapete che ha la malattia ma la tollera. Per quanto tempo potrà tollerarla. Mi viene in mente che in Inghilterra c’è una malattia degli olmi, ormai molto comune, e ormai tutti gli olmi vivono circa quindici anni e poi muoiono. Mi chiedo se, non voglio sembrare troppo deprimente, se anche qui potrebbe verificarsi qualcosa di simile?

Prof. Martelli: In teoria questo non dovrebbe succedere, perché abbiamo leccini di diverse età, alcuni hanno circa sessanta o settanta anni e stanno molto bene. Quindi credo che questi alberi continueranno a crescere bene. Potrei dire di esserne assolutamente certo.

Dott. Boscia: Vorrei aggiungere che adesso stiamo parlando, stiamo discutendo del leccino perché è già presente, possiamo osservarlo sul campo. Ma per noi è importante, più del leccino, l’indicazione che ci viene dal leccino, che all’interno della biodiversità degli ulivi possano esserci diversi cultivar che potrebbero essere resistenti o addirittura immuni.

G: Ci sono molte varietà di alberi di ulivo.

Dott. Boscia: Si ci sono molte varietà, forse la classificazione nazionale ne prevede più di mille, forse millecinquecento. Qui osserviamo il comportamento di otto o dieci cultivar, e già da questo abbiamo delle prove interessanti di diversa sensibilità alla malattia. Quindi se possiamo già osservare interessanti esempi di resistenza in soli dieci cultivar, allora possiamo sperare che su millecinquecento cultivar ci sia un significativo numero di diversi cultivar che siano resistenti o addirittura immuni.

G: Quindi pianterete un migliaio di diverse varietà tra gli alberi infetti per vedere quali sopravvivono?

Dott. Boscia: Beh, noi stiamo tentando, penso che tutta la comunità degli olivicoltori del Mediterraneo abbia bisogno di sapere nel più breve tempo possibile se ci siano e quali siano i cultivar siano resistenti. Al momento il problema è del Salento, ma non sappiamo fin dove potrà diffondersi questo problema. Per cui penso che sia estremamente importante per chiunque pianti un uliveto, sapere se ci sono e quali siano i cultivar resistenti. Per questo stiamo tentando di spiegare a vari livelli, anche a livello politico quest’idea e la necessità di sostenere al più presto un programma di screening di questo materiale. Qualcosa si sta già muovendo, stiamo già portando avanti un piccolo programma sostenuto dall’EFSA. Ora stiamo aumentando questo numero di cultivar all’interno del programma HORIZON 2020. Ancora un numero limitato di cultivar, ma speriamo che presto il Ministero dell’Agricoltura possa sostenere un programma per estendere il numero di cultivar da studiare.

Prof. Martelli: credo che sia importante analizzare le altre varietà, perché il leccino, secondo me non è quello più promettente e ci sono invece delle fantastiche varietà che sono specifiche di quest’area che finiranno con l’andare perdute, forse sono già andate perdute. Il panorama dei diversi aromi che ora stiamo scoprendo è già stato ridotto. È un po’ come dire, va bene, non abbiamo più il Cabernet Sauvignon. E non è solo qualcosa che riguarda i coltivatori di ulivi, è qualcosa che appartiene al patrimonio dell’umanità che viene perduto.

Trovare una varietà immune, se fosse possibile, sarebbe importante, perché potremo cercare di trasferire questa immunità ad altre varietà, un giorno. Ci vorrà molto tempo, forse vent’anni, ma si tratta di cose che vanno concepite nell’ambito di un programma di lungo termine. Anche la ricerca del genoplasma resistente potrebbe durare non meno di 10-15 anni, purtroppo.

Ha collaborato Nicolas Pisanello. Traduzione dall’inglese a cura del prof. Aldo Magagnino

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