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vocabolario dei dialetti salentini

La copertina del “Vocabolario dei dialetti salentini”, e nel riquadro il prof. Gerald Rohlfs

In principio c’era Gerald Rohlfs e il suo “Vocabolario dei dialetti salentini”, Congedo editore. Era il 1975 e con il Vocabolario furono fissate le indagini linguistiche condotte in 140 paesi di cui 102 nella provincia di Lecce, 22 in quela di Taranto e 16 di Brindisi. Era il tentativo concreto di passare dall’oralità alla scrittura,  a fissare in un testo la lingua dialettale perché rimanesse custodita. Ma non certo morta e seppellita  tra le pagine, punto di riferimento, invece, per quanti in seguito si sono cimentati in un identico lavoro. Proprio  negli ultimi decenni degli anni Settanta si moltiplicavano gli studi sul dialetto, cominciò a diffondersi la passione per la raccolta di canti, cunti, tradizioni in quella lingua che intanto, passando di bocca in bocca, si evolveva, perdendo  comunque pezzi per strada e acquistandone di nuovi, nati dalla creatività dei più giovani. Innumerevoli  e qualificati gli inviti a riflettere sulla “prima lingua”, quella che si imparava sulle ginocchia dei genitori.  Nicola De Donno sosteneva che “bisogna tornare ai dialetti e non, come è ovvio, sull’ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero storico di valori comuni”. Donato Valli nell’introduzione dell’antologia “Comu se tice amore” 100 poesie in dialetto salentino (2001) scriveva: “Il dialetto è catena troppo forte che lega identità di sentimenti, unifomità di immagini, trasmissione di topoi, continuità e contiguità di linguaggio, pur nelle singolarità delle esperienze” E se i giovanissimi non usano il dialetto, continuava, questo non è sintomo di grava malattia, perché al dialetto si torna in età matura “quando le memorie pesano sull’animo”.

Un fatto è certo: contrariamente a tutte le apocalittiche previsioni che davano per estinto il dialetto con la scolarizzazone di massa e con l’omologazione linguistica, quello salentino ha preso piede negli ultimi anni, complice soprattutto la Rete e i social network. Avrà ragione anche padre Giovan Battista Mancarella che con Paola Parlangeli e Pietro Salamac ha curato “Dizionario dialettale del Salento (Grifo ediore) quando dice  dice che i giovani devono conoscere il dialetto e quello che c’era dietro l’uso della lingua ma “non si torna indietro; vi si accostano con curiosità, ma non saranno mai spinti a servirsi di questa lingua”.

Intanto continuano le indagini anche nell’ottica di una “democrazia linguistica”. Un dialetto per ogni area salentina, anzi per il singolo centro. Al “Vocabolario dei dialetti salentini” del 1976 (Congedo editore) sono seguiti: “Dizionario del dialetto leccese” e il “Glossario ” di Antonio Garrisi (Capone 1990); ” Vocabolario salentino della lingua tavianese dialettale antica”(1987) di Giuliano D’Elena di Taviano;  “Il dialetto di Sannicola e le tradizioni popolari” di Leonardo Nocera (2011), di Sannicola,  “Vocabolario del dialetto di Galatone”(2014) di Rosanna Bove di Galatone e Antonio Romano di Parabita. mentre è da poco scomparso l’avvocato Emilio Rubino di Nardò, anche lui studioso del dialetto della sua città. Da citare ancora il “Vocabolario storico dei dialetti salentini” curato da Marcello Aprile,Valentina Sambati ed Enrico Martina, e “Il dialetto salentino come si parlava a Scorrano” di Giuseppe Presicce.

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