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Vini Salentini

Damiano Calò, titolare "Rosa del Golfo" Alezio

Damiano Calò, titolare “Rosa del Golfo” Alezio

ALEZIO. Vini salentini ancora una volta protagonisti   in Italia. “Rosa del Golfo” di Alezio (nella foto il titolare Damiano Calò) e “Michele Calò & figli” di Tuglie sono state tra le dieci aziende che producono rosati da uve Negroamaro presenti lo scorso 13 ottobre alla manifestazione “Rosati d’Italia” promossa a Firenze dall’Enoclub Siena.

La Puglia è stata rappresentata da “DeGusto Salento”, la nuova associazione nata per promuovere le aziende del territorio. L’Enoclub Siena opera su tutto il territorio nazionale per la valorizzazione dei vitigni autoctoni, tra i quali un posto di diritto spetta alle due aziende di Alezio e Tuglie. L’evento si è svolto nell’arco dell’intera giornata presso il ristorante “I cinque sensi” di Firenze.

ALEZIO. Una giornata nella cantina Rosa del Golfo di Alezio: l’hanno trascorsa, e l’hanno “ripresa”, il noto blogger e ristoratore americano Frank Prisinzano e la sua troupe. Il documentario, realizzato nell’azienda vinicola di Damiano Calò, verrà trasmesso negli Stati Uniti col titolo “Puglia life style”.

Gli americani hanno visitato i vigneti dell’azienda aletina, poi in cantina hanno scoperto i segreti di vinificazione del Rosa del Golfo e del Bolina. In ultimo, il titolare Calò ha accompagnato Prisinzano e i suoi a Gallipoli, precisamente al mercato del pesce, dove gli statunitensi hanno intonato “New York, New York” insieme ai pescatori del posto. La giornata si è conclusa con una cena tipica presso il ristorante “Lu Ntingulettu” ad Alezio.

“È davvero un grande onore – ha affermato Damiano Calò – essere stati scelti per un’occasione così importante. Rosa del Golfo è presente da tanti anni in America, e partecipare a questo documentario è per noi un riconoscimento del lavoro svolto dalla nostra azienda”.

Ecco alcune foto delle riprese!

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vendemmia - deposito uve.JPG - FOTO MARIA ANGELA VETRUCCIO

MELISSANO. Giorni di grande fermento, in tutti i sensi, per la cantina cooperativa Unione agricola di Melissano, alle prese con la raccolta e la lavorazione delle uve del 2013. Negli scorsi giorni, tra l’altro, lo stabilimento di via Palermo è stato visitato anche da un gruppo di non vedenti, per una degustazione organizzata dal Gal “Serre salentine”, comprendente turisti provenienti da Roma e da Novara, che hanno apprezzato il frutto del lavoro degli addetti della coop, con una degustazione di vino, olio e prodotti tipici.

La vendemmia, intanto, procede a gonfie vele. Sinora, sono stati raccolti 10.300 quintali di Negramaro, Primitivo, Malvasia, Montepulciano. «Il vino che ci attendiamo sarà di ottima qualità – afferma il presidente dell’Unione, Rocco Milone – frutto del clima favorevole e del lavoro mirato dei viticoltori, dei soci conferitori, del capo cantiniere Luigi Spennato e di tutto lo staff. Siamo ansiosi di assaggiare il novello che sarà pronto per S. Martino ma bisogna andare cauti: il vino dev’essere curato con pazienza e amore». (foto di Maria Angela Vetruccio)

Tempo breve e allegro quello della vendemmia, lungo, “a rate” e impegnativo quello delle olive. Nei primi giorni di  settembre era tutta la famiglia, anche i bambini (la scuola iniziava a ottobre) a partecipare alla raccolta dell’uva e anche ai più piccoli si dava la possibilità di tagliare qualche”grappa” e di riemopire “nu panaru”. Era considerato di buon augurio, auspicio di abbondanza futura. Tutta la fatica per arrivare alla vendemmia veniva annegata in tini stracolmi di grappoli di negramaro e malvasia.

Un fatto era ed è certo, infatti: la vigna vuole lavoro e cura. “Vigna e pputeca su’ comu li piccinni: olene fissu ssistute”  o  “Varca, vigna e ortu, òlene l’ommu mortu” perchè  “Vigna, zzappala o face gramigna”, quindi cure continue. E ci vuole anche tempo per raccogliere i frutti, infatti “Lu vecchiu se chianta la vigna, e llu ggiovane la vindimia“. In conclusione “La campagna, li stai vicinu, te dae pane e tte dae vino; la campagna, li stai luntanu, nu tte dae né ua né cranu”.

Come per gli altri lavori di campagna anche la cura della vigna era ritmata secondo il calendario dei santi. Si inizia con la Madonna dell’Annunziata: “Santa Nunziata, vigna pumpata”; “De la Nunziata, la vigna è mpampanata”; oppure “vigna parata”  e “A lla Nunziata, mmara alla vigna ca nu nè putata”. E siamo al 25 marzo. Poi è necessario fare attenzione alle piogge, difatti “Se chioe de San Bbarnabbà, l’uva janca se ne va; e se chioe de mmane a ssera, se ne va puru la nera”  La festa di S. Barnaba cade l’11 giugno. Il 1 luglio si ricorda S. Ester e per quel giorno “De Santa Esterina, la vigna è china”.  Ad agosto già è tempo di assaggiare la prima uva:”S. Lorenzu: vane a lla vigna e nfilate  am mnezu”  E si arriva così a settembre: “S. Michele, l’ua è comu lu mele”, dolce e pronta per essere tagliata.

In mezzo a questi santi si inserisce S. Maddalena, ma non per ricordare tappe della lavorazione della vigna o della maturazione dell’uva, ma esclusivamente per questione di rima: “De santa Matalena, vai a lla vigna e torni prena”; “Sciu a lla vigna e vvinne prena: era santa Matalena”

Alla vendemmia partecipano tutti, anche i parenti lontani che quando c’era da lavorare erano scomparsi. C’è tutta una serie di modi di dire che sottolineano questo comportamento. “Quannu zappi e quannu puti, nu cumparene niputi; quannu se mmatura l’ua, sciamu, zziu, a lla  vigna tua” oppure (la prima parte rimane identica “quannu è pronta malvasia, sciamu sciamo a dda la zzia”, ancora “quannu rrivi ca vindimi, lli niputi su’ lli primi” ; quannu rria lu vindimmiare, a cci zziu e a cci cumpare”. In conclusione, quindi:  “Quannu zzappi e quannu puti, nu ssi zziu pe’ lli niputi; quannu rria lu vendimiare, zziu zziu te senti chiamare”.

Barbara e Marta Mottura.

Tuglie. “Mottura” e “Alda”, importanti aziende di Tuglie,  protagoniste al Vinitaly 2012, la fiera dedicata a tutte le etichette vitivinicole del panorama internazionale, che si svolge a Verona.

“Mottura, vini del Salento” ha proposto un vero e proprio laboratorio del gusto, facendo degustare ai visitatori l’anteprima della nuova annata di “Le Pitre”: il Primitivo e il Negroamaro del Salento. Le due eccellenze enologiche proposte dalle cantine Mottura  sono state abbinate alle creazioni dei maestri dolciari dell’Alda, la famosa azienda che rivisita in chiave moderna l’arte pasticcera pugliese più tradizionale. Si va dalle proposte al cioccolato, come i “Ficolì” al vino cotto di Primitivo (cremino di fichi con puro fondente extra) alle “Amorene” (amarene candite in crosta di puro fondente), fino alla “Cotognata”, retaggio di una tradizione antica e sempre viva nella cultura dolciaria della Puglia e alle creazioni in pasta di mandorla, perfette da abbinare con il Moscato di Trani di Villa Mottura, prodotto esclusivamente con uve raccolte a mano quando sono leggermente surmature.

«Il progetto “Le Pitre” nasce nel 2005 e mira ad esaltare le potenzialità delle uve autoctone, ad ottimizzare il rapporto tra terreno e vigna e a migliorare la genetica con ricerche clonali – ha spiegato Barbara Mottura, titolare dell’azienda – Ogni vino nato da questo progetto è un’espressione unica del proprio territorio, ha la propria identità, storia e personalità, ma con uno spirito e uno scopo comune: insieme rappresentano il meglio del Salento e dei valori della nostra azienda». Questi vini della Tenuta “Le Pitre” vengono prodotti da vigneti di 60 anni, coltivati “ad alberello”, tecnica questa che consente una maggiore concentrazione di aromi e profumi nei grappoli. Vini speciali che hanno già ricevuto riconoscimenti dal mondo dell’enologia mondiale, come il Primitivo Igt “Rosso Salento” che ha vinto, di recente, la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy, il concorso enologico internazionale svoltosi a Berlino.

Federica Sabato

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VA AVANTI Michele Calò con i figli Giovanni e Fernando e i vini prpdotti in una recente foto. Dopo aver fatto il minatore in Francia, una volta tornato nel suo paese si è sposato e si è trasferito a Milano per diventare commerciante di vini. Con gli anni, la sua azienda è cresciuta fino ad affermarsi in un difficile settore

Tuglie. Michele Calò, uno dei più importanti protagonisti della viticoltura tugliese e salentina, è scomparso nei giorni scorsi lasciando un grande vuoto nei famigliari, ma anche nella “sua” Tuglie e nel mondo vinicolo italiano.

L’apprezzato vitivinicoltore  ha avuto una storia meravigliosa. Nel lontano 1954 fondò a Tuglie l’azienda vinicola che porta ancora oggi il suo nome. Ma il suo ingresso nel mondo lavorativo era avvenuto in Francia, poco più che ventenne, a fare come tanti altri il duro e massacrante lavoro di minatore, in quel periodo l’unico che permetteva però un buon salario. Dopo aver messo da parte il massimo che poteva, Michele Calò tornò a Tuglie, dove ad attenderlo c’era la sua fidanzata che sposò e portò con sé a Milano per diventare commerciante di vini.

Dopo la prima vendemmia del 1954 con la sua cantina, iniziò finalmente a vendere il vino prodotto dai vitigni della sua terra. Così la sua vita cambiò: quella che era una idea imprenditoriale, diventò un’attività redditizia ma anche molto impegnativa, caratterizzata da frenquentissimi tra il Settentrione ed il Meridione d’Italia.

Seguendo il suo spirito innovativo, intuitivo e appassionato,  decise che i prodotti della sua terra avevano bisogno di essere conosciuti come tali anche al di fuori di Tuglie, del Salento e della Puglia. Fu così che ad Arluno città lombarda dove la famiglia risiedeva da anni, iniziò la commercializzazione dei suoi prodotti riscuotendo subito un buon  successo per l’estrema qualità del prodotto. Con il passare degli anni i figli Fernando e Giovanni lo hanno affiancato nel lavoro aziendale, dividendosi i compiti e lanciando definitivamente il marchio “Michele Calò e Figli”. Con la sua scomparsa, l’apprezzato e stimato imprenditore ha lasciato un grande vuoto ma anche un forte   esempio di intuizione e determinazione, per i giovani ma non solo, nel raggiungere gli obiettivi più avanzati tenendo fermo l’attaccamento alla propria terra ed alle sue risorse.

Ora Michele Calò ha lasciato in buone mani la sua azienda di cui, come si legge nel sito internet www.michelecalo.it, Tuglie è stata e sarà il cuore: “A Tuglie piccolo centro agricolo adagiato ai piedi delle ultime propaggini delle Murge e patria di vini nobili e antichi, l’azienda vinicola ‘Michele Calò e figli’ ha il suo cuore produttivo. I loro vigneti, situati nelle posizioni più favorevoli, danno uve pregiate che vengono selezionate con cura e pressate ‘sofficemente’ per riceverne solo la parta migliore, così la qualità del vino risulta impagabile. E’ immensa la passione dedicata, l’amore profuso in questo mestiere così antico e pur così moderno”. E dell’amore profuso da Michele Calò il paese non se ne dimenticherà facilmente.

Giampiero Pisanello

Damiano Calò (Rosa del Golfo) e Giovanni e Fernando Calò (Michele Calò e fi gli)

Sannicola. Una iniziativa dedicata al vino rosato nella terra, il Salento, in cui è nato una settantina di ani fa? Si manifestano assensi e interesse, privati e pubblici, sulla idea-provocazione lanciata da “Piazzasalento”. Se la possono fare a Moniga del Garda, paese di 2.500 abitanti, il Comune e il consorzio di produttori del Chiaretto, perchè non pensare a qualcosa di simile anche qui, finalmente?

Damiano Calò della “Rosa del Golfo” di Alezio, che di recente ha acquisito cinque ettari di un vigneto storico a Sannicola, è stato uno dei relatori nell’ultima edizione (la quarta) di “Italia in Rosa”, “unico evento nazionale dedicato ai migliori vini rosati”, come affermano i promotori lombardi.

«Parlando con gli organizzatori lì a Moniga – racconta Damiano Calò – ho avanzato l’idea di farne una iniziativa itinerante, magari limitando le partecipazioni alle tre-quattro zone vocate, il Garda, l’Abruzzo, il Salento e il Trentino. Si potrebbe lavorare in questa direzione, ma non da soli».

«Noi ce lo auguriamo, perchè il rosato è una bandiera di tipicità – afferma Fernando Calò della “Michele Calò e figli” di Tuglie – di rossi e bianchi ce ne sono tanti… Anche il Lagrein del Trentino o il Chiaretto  del Garda sono diversi dal nostro rosato. Ma loro sono molto forti commercialmente, si organizzano, si uniscono in consorzi, cosa che manca qui nel Salento. E se si farà una rassegna di qualità del rosato che sia di tutto il Salento, non di una zona».

Moniga del Garda è un paesino di 2.500 abitanti ma il Comune ha accanto un poderoso consorzio di produttori vitivinicoli. L’idea su cui lavorare può essere dunque questa?

Il più sollecito a rispondere è Daniele Ria, sindaco di Tuglie: «Solo negli ultimi anni il Salento ha cominciato ad investire a fondo nei vini di qualità, con risultati straordinari e riconoscimenti nelle più importanti rassegne vinicole. Tra la produzione di qualità un posto di riguardo lo merita il rosato, un tipo di vino che è molto apprezzato sui mercati internazionali.

L’idea quindi di dare  spazio ad iniziative promozionali locali che possano mettere in risalto un prodotto così importante ed apprezzato nel mondo e per il quale molti produttori salentini hanno investito enormi risorse per migliorarne la qualità, credo debba essere presa in seria considerazione dagli amministratori locali» conclude Ria.

La dedica lasciata da Luigi Veronelli sul coperchio di una botte. L’editorialista era un amico del padre di Damiano Calò, attuale proprietario della cantina, che lo ricorda entusiasta del loro vino; l’azienda intende investire sull’agriturismo

Sannicola. Una dedica autografa, sul coperchio di una botte, di Luigi Veronelli, l’editorialista dal cui pensiero hanno preso vita la valorizzazione dei prodotti agroalimentari tipici e caratteristici di un luogo, le denominazioni Comunali e quelle di Origine, il movimento Slow Food e i Presìdi del gusto, accoglie il visitatore nella cantina Rosa del Golfo.

Scritta ventuno anni fa con un semplice pennarello, emoziona gli appassionati e dice tutto di un lavoro di decenni, fatto con amore, dove l’odore della terra rossa si mescola al sapore di antico e di moderno. «Era un amico di mio padre – conferma Damiano Calò, proprietario dell’azienda  – lo ricordo avvolto in un mantello rosso. Venne più di una volta. Era entusiasta dei nostri metodi di produzione e del vino che ne risultava». Il mercato, pur tra mille difficoltà, ha dato ragione ai Calò: «Esportiamo in tutta Italia – continua – in Nord Europa e negli Stati Uniti soprattutto a New York, Chicago, Washington, Los Angeles e in Texas. Preferiscono Rosa del Golfo, rosato di negroamaro e malvasia nera.

Lo produciamo con uve provenienti da Alezio, Sannicola, Parabita, Campi Salentina e Veglie. In particolare tra Alezio e Sannicola abbiamo da poco acquistato cinque ettari in località “Le Chiuse”, detto così perché è circondato da un muro di cinta. Ne andiamo orgogliosi perché si tratta di un vitigno storico; acquistiamo le uve dal vecchio proprietario, il signor Napolitano, da oltre vent’anni e che lo ha coltivato egregiamente e con passione che ha deciso di vendere solo per l’età avanzata».

La cantina vanta anche il Primitivo, il Bolina bianco, il brut Rosè, uno spumante di negroamaro e chardonnay, e alcuni vini dai nomi particolari: «Il Quarantale è un rosso con una buona gradazione alcolica – prosegue Calò – che abbiamo chiamato così per ricordare i solchi tipici della vigna chiamati quarantali, il Portulano dal nome dei guardiani del porto e ricorda la vicinanza a Gallipoli e al mare la cui influenza migliora i vitigni e la qualità del vino e il Vigna Mazzì, rosato fatto esclusivamente con uve provenienti dalla località Mazzì, contrada agricola a sud di Alezio; Scaliere che è la parola dialettale che indica il lavoratore che per primo traccia il solco della vigna».

Cosa c’è nei progetti: «Creeremo un gruppo aziendale – dice – una nuova società gestirà i vigneti, ma oltre che di viticoltura si ragionerà anche di agriturismo, quello vero: vita di campagna dove i turisti parteciperanno alla vendemmia e alle fasi di lavorazione, faremo didattica e di tutela del territorio».

Maria Cristina Talà

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Il caso del Rosato, nato nel Salento nel ‘43 e festeggiato da qualche anno in riva al lago di Garda era stato segnalato dai figli di Michele Calò, casa vinicola di Tuglie.

Al perchè la terra originaria di quel vino non lo abbia mai messo al centro di attenzioni simili, avanzato da questa “piazza” bella affollata di gente attenta, arriva la risposta di un altro Calò, Damiano, figlio del compianto Mino, dell’azienda vitivinicola di Alezio.

Il giovane imprenditore, tra i relatori nell’ultima edizione di “Italia in Rosa”, si farà portavoce di una proposta, già avanzata verbalmente agli ideatori bresciani, di delocalizzare la rassegna dei rosati, selezionando le partecipazioni magari riservandole ad aziende delle quattro zone produttrici riconosciute: il Salento, l’Abruzzo, il Trentino e il Garda.

Noi ci stiamo, sperando che pure altri soggetti, istituzionali e privati, spingano nella stessa direzione. Anche questo fa un giornale, nella sua incessante opera di tessitura di rapporti, contatti, legami tra le persone attive e reattive di un territorio; stimola a muoversi verso nuove mete, senza accontentarsi di quel che si è e si ha in quel momento. Anche questo è un giornale.

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Un vigneto in zona Pizzo, Gallipoli

Simu Salentini.I Greci consideravano il vino come pharmakon, un farmaco, una medicina sia perché gli attribuivano alcuni poteri soprannaturali (pensavano che la vite fosse un dono degli dei caduto dal cielo) sia per le capacità inebrianti che facevano dimenticare momentaneamente tutti i mali.

Quando i farmaci da banco non c’erano ancora come si curavano il raffreddore e la tosse? Con una tazza di vino caldo. Con l’aggiunta spesso di altri ingredienti: una buccia di arancia, fichi secchi, mandorle intere, un goccio di cognac, un cucchiaio di buon miele. Si lasciava bollire il tutto per tre minuti e poi bisognava bere quanto più caldo possibile a rischio di scottarsi la bocca. Poi si andava a letto, e la mattina si stava meglio. Funzionava, dicono, oppure il segreto consisteva semplicemente nel crederci.

Ancora più efficace la cura contro i raffreddori, la tosse e le bronchiti, se al vino cautu si abbinava anche l’oiu cautu. Si procedeva in questo modo: si riscaldava sulla fiamma di una candela un cucchiaio d’olio e con questo si ungeva il petto e la schiena, anche qua quanto più caldo possibile e sopportabile.

Niente paura se al raffreddore e la tosse si aggiungeva il mal d’orecchi. A questo punto entravano in funzione i cosiddetti cannulicchi piccoli coni di cartoncino: si infilava la punta nell’orecchio e per pochi secondi si bruciavano alla base.

Antichi attrezzi per la vinifi cazione nel Museo del vino a Parabita

Simu Salentini. Fa bene o male il vino trattato col gesso? Se lo chiedevano addirittura nel Settecento in un libretto che è stato portato alla luce  dall’ex direttore della biblioteca comunale di Manduria, Gregorio Contessa, che  lo ha segnalato a Donato Valli, già rettore dell’Università del Salento, storico  e critico letterario.

Valli ne ha fatto una godibilissima monografia dal titolo “Una disputa settecentesca tra scienza gioco e dialetto. Storia dellu mieru cunzatu cu lu gissu. Storia del vino acconciato col gesso”, stampata nel dicembre 2006 presso Sprint s.r.l. di Maglie per conto dell’Università degli Studi di Lecce,

Si tratta di un libretto diviso in tre parti distintamente numerate: un Ragionamento, un Dialogo  e la  terza che qui  interessa perché è una stampita (“una composizione strumentale di accompagnamento di un testo poetico destinata alla recitazione in presenza di un pubblico di ascoltatori”, come la definisce Valli) di 461 settenari sdruccioli  in dialetto salentino dal titolo  “Storia de lu mieru cunzatu cullu gissu, pusta a museca e cantata da Lazzaru, Totaru e messere Fedocco, alle vinti quattru de Decembre, giurnu de le pittule, 1713″.

Siamo quindi alla vigilia di Natale, giorno in cui anche allora si facevano le pittule.   Si incontrano due popolani, Totaro a Lazzaru che hanno voglia di bere del buon vino ma hanno dei dubbi riguardo al metodo di trattarlo col gesso. La gessatura del vino era  un’operazione che consisteva nell’aggiunta al mosto in fermentazione di piccole quantità di gesso, solfato di calcio, che reagendo, sviluppava acido tartarico che aumentava l’acidità del liquido. In estrema sintesi lo scopo della gessatura era quello di rallentare il processo della fermentazione  facilitando nel contempo l’eliminazione di sostanze in sospensione. Il vino risultava, quindi, più limpido e brillante.

I due popolani chiedono aiuto al sapiente di turno, messere Fedocco, medico e fisico, intriso della nuova scienza settecentesca, espressione dei nuovi Lumi.

Naturalmente i due popolani usano il dialetto salentino, Fedocco un italiano aulico, con qualche frase in latino e con riferimenti a uomini di scienza  conosciuti. È la prima volta che il dialetto affronta un argomento di natura scientifica, di natura alta, specialistica..

Nella stampita si scontrano due modi di pensare: la cautela e la diffidenza  dell’uomo comune  verso il nuovo che approda alla caricatura dello scienziato pedante, e la sicurezza di chi sa perché ha studiato e ha fiducia nella scienza. Oltre, naturalmente a due modi di esprimersi, quello dei popolani che faticano a usare e capire un linguaggio di tipo letterario, e quello dello scienziato, astratto ed elitario.

Si faceva  strada il nuovo? A fatica. In quel periodo, infatti, a dominare era ancora l’ Arcadia, l’accademia.

Anche a Lecce.Agli inizi del secolo c’erano due accademie in città, quella dei trasformati, fondata nel 1558,  e quella degli Spioni  fondata nel 1683, vicina agli interessi scientifici. È in questo contesto che bisogna inserire questo importante documento, formalmente anonimo  in cui si intravede, comunque, già il nuovo.

Ma entriamo nel vivo della colorita disputa.  Totaro invita Lazzaro a bere e questo accetta anche se non si sente troppo bene. Inoltre ha dei dubbi sul vino trattato col gesso che fa male  perché “ca quandu lu persiecuti/stu mieru diabbolecu/li cannaliri t’uscanu/le gharze te russiscenu/la lingua face spingule/li cchiali te dderlampanuu/le labre ncodd’e scoddanu” (quando vai dietro a questo vino diabolico, la gola ti brucia,le gote ti arrossiscono, la lingua ti formicola, gli occhi ti lampeggiano e le labbra s’incollano e scollano). Totaro, che appare più come uomo di mondo,  pensa che siano tutte delle chiacchiere (“te ndanu ditte chiaccare”) perché quel vino lo vendono, gli orci sono strapieni e quindi c’è chi lo beve.

Lazzaro sostiene che il miglior medico è il malato, quindi non vuole rischiare e a nulla valgono le argomentazioni di Totaro: lui lo beve e non si è mai sentito male, se il vino fosse nocivo produrrebbe a tutti gli stessi effetti. “Su sciotte quiste, Lazzaru”, brodaglia leggera che non può far male.

In ogni caso, meglio affidarsi a chi  sa. Si  appella, quindi,  al giudizio di un medico “gressu quantu nu cofanu/russu comu nu gambaru/derittu comi fusulu/tisu comu nu ciriu/ommene de sperenzia/Se no lu sai, saccilu/è fisicu e gerruggecu” (grosso quanto un cofano, rosso come un gambero, dritto come una candela,uomo d’esperienza.Se non lo sai, sappilo, è fisico e cerusico) E qui Totaro chiede a messere Fedocco di convincere Lazzaru (“stu taccaru”, questo tanghero,  che il vino trattato col gesso assolutamente non fa male.

Il dotto medico comincia a parlare con un linguaggio aulico, cosa che fa perdere subito la pazienza a Lazzaru “Nui no mbulimu predeca/striani de giustizzia/Lu gissu ci sta mintenu/tutti quiddi ci conzanu/intra lu mieru,potese/vivere senza scrupulu?/O si o no, e furniscila”(Non vogliamo una predica, noi che siamo estranei al codice. Il gesso che stanno mettendo dentro il vino tutti quelli che l’acconciano, si può bere senza scrupolo? O sì, o no, e piantala).

Messer Fedocco comincia a spiegare che il gesso, se bevuto non fa male, se mangiato sì,  e spiega tutti i processi chimici citando anche Galieno, ma tutte le dotte argomentazioni non convincono Lazzaro perché “nu saccu de cucumberi/sepo’ mintere a rrisecu/no la vita de l’emmeni” (Si può mettere a rischio un sacco di cetrioli, non la vita degli uomini).

A nulla valgono le argomentazioni del dotto medico che si avvale anche di citazioni in latino e alla fine anche Totaro, che all’inizio sembrava più disposto ad accettare le argomentazioni del sapiente sbotta “Decivi buenu, Lazzaru,/ca non è troppo prattecu./È tiempu persu, sciammunde./Parla de cvauce e cinnere/e lu gissu va ttrovalu”(Dicevi bene, Lazzaro, che non è troppo pratico. È tempo perso andiamocene. Parla di calce e di cenere; e il gesso va a trovarlo)

Invita così l’amico ad andare a bere per rinfrescarsi ma  il vino, dice Lazzaro, deve essere “simprece/comu lu fice mammasa,/ca gissu intra lu stomacu/varda la parasaula” (puro come lo fece sua mamma, perché gesso dentro lo stomaco vede vicino il veleno). A questo punto non c’è più spazio per convincere i due popolani. È inutile che messer Fedocco  parli di un “vino innocentissimo”, i due per berlo vorrebbero addirittura una licenza scritta, insomma una certificazione.

In conclusione, per  Totaro e Lazzaru, che la vigilia di Natale vogliono farsi un bicchiere di quello buono, il vino trattato col gesso è utile e fa bene esclusivamente  a quelli che lo vendono.

Meglio lasciar perdere con un ultimo invito messer Fedocco: “So’ messere, cuvernate!/quandu te minti a dicere,/no dicere sperboseti” (Signor messere, guardati la salute! Quando ti metti a predicare, non dire spropositi).                             

Simu Salentini.  Il rosso, per il vino, non è un semplice colore. Il riferimento immediato è al sangue, veicolo di vita, con tutti i valori che sono collegati: fuoco, forza, calore, passione. D’altronde la vite era considerata sacra  nelle varie culture e religioni. Nella Bibbia  è il simbolo del regno dei cieli, la vite, il tralcio, la vigna sono immagini consuete nel Nuovo Testamento. L’origine della vite  si perde nella notte dei tempi, nella preistoria. Come anche l’arte di fare il vino.

Lo storico Senofonte (430/425-355 a.C. circa) racconta che le tribù dei Carduchi che abitavano le terre tra l’Armenia e la Siria consevavano il vino in cisterne intonacate. In Iran è stato trovato un vaso che aveva contenuto vino ben 5500 anni fa. In tutto il mediterraneo si coltivava la vite anche se il vino veniva allungato con l’acqua perché troppo forte.

Il culto degli dei del vino, in Grecia Dioniso e a Roma Bacco, era molto seguito. A Roma alle donne era vietato berlo, tanto che era concesso agli uomini di controllare con un bacio se avevano bevuto (lex osculi). Nel consumo del vino dominava l’aspetto conviviale, ma Alceo, poeta lirico greco del VII-VI sec.a.C. invitava a bere senza aspettare le lampade perché “c’è un dito di giorno”. Cosi Archiloco, così Anacreonte, poeti greci. A Roma è Orazio il poeta del vino “mesci e filtra il vino e non pensare al domani”, il presupposto del carpe diem.

Il sud d’Italia è stata la terra d’elezione della vite la cui coltivazione si alterna a quella dell’ulivo. Fredda e lunga nelle tramontane invernali  la raccolta delle olive, festosa e breve la vendemmia. Soprattutto nelle campagne era il vino a scandire le tappe importanti della vita.

Si diventava compari davanti ad un bicchiere di vino, si sancivano patti, si concordavano matrimoni. A questo proposito Giulietta Livraghi Verdesca Zain scrive che  i due consuoceri si offrivano reciprocamente un bicchiere di vino onorandosi “cu nna mbiuta e nu brindisi “Mieru, sangu ti la terra,mbiu a sanitate oscia. La cuntentezza ti lu osce cu mbessa ti nchianata e mai ti scisa, erde di masciu, ndacquatu ti lu celu” Vino, sangue della terra, bevo alla salute vostra. (La contentezza di oggi sia sempre in aumento e mai in diminuzione, sia verde di maggio, innaffiato dal cielo).

Le  putee o le puteche  erano il luogo dove i contadini si riposavano dopo una giornata di lavoro davanti a un mezzuquintu rosso e  giocando a tressette.

Il vino veniva versato nei bicchieri dagli uccali o ursuli  che ancora oggi si usano con funzione prevalentemente decorativa. Ma durante i lavori in campagna si beveva direttamente dall’ursulu, ma non dal becco, ma dal lato vicino al manico. E qualche contadino faceva partecipi del vino anche le bestie mescolandone un po’ nel pastone.

C’era anche chi si divertiva a offrire da bere nella “rizzola a segreto”, conosciuta anche con il nome di “Bevi se puoi” o “Inganna contadino”. È una brocca con il collo traforato per cui non si può versare il vino nei bicchieri né si può bere direttamente. Un esemplare  datato 1750 è custodito nel museo Castromediano di Lecce.

Ecco come viene dscritto da Carlo Dell’Aquila: “Si può bere attraverso un boccaglio posto sul labbro superiore del vaso, a volte da individuare tra tanti simili: uno solo di essi è forato e permette il passaggio del vino, aspirandolo da un condotto nascosto  che attraversa l’ansa della brocchetta”. Ma non basta individuare il boccaglio, c’è un altro segreto che non sveliamo per non togliere il gusto della  sorpresa e della scoperta.

Le antiche botti delle Cantine di Matino

Matino. Uno scenario ricco di storia che affiora dalle enormi botti, ormai solo in esposizione, per la bellezza degli occhi e il ricordo di alcuni, contrapposte alle più moderne tecnologie per la lavorazione dell’uva.

È ciò che si vede andando a visitare le Cantine del Matino e scoprendo il loro passato che diventa ancor più affascinante se raccontato dalla voce del presidente, l’ingegnere Ettore De Luca. Alle spalle più di un secolo di vita e tanta storia e storie da raccontare. Era il 1899, quando  fu istituito l’allora consorzio tra produttori agricoli di Matino, che oltre al vino trattava anche tabacco orientale, grano e un piccolissimo sistema di credito agrario che nel 1900, fu vitale per molte famiglie. Una forte crisi, infatti, colpì gli agricoltori, la causa fu un parassita, la filossera, che faceva morire le piante colpendone la base.

Nel 1940 il primo importante cambiamento: «Achille Starace, nativo di Sannicola e allora segretario del Fascio, decise che tutti consorzi dovessero confluire nell’associazione consorzi agrari nazionali – racconta il presidente – questa cantina rischiava di essere assorbita, senonché in una notte fu cambiata la ragione sociale e si riuscì a salvarla trasformandola in cooperativa».

La parte del credito fu scorporata e denominata banca agricola di Matino, madre dell’attuale banca popolare pugliese. Da allora la cooperativa a Matino è divenuta un’istituzione e la qualità delle uve Negroamaro, Malvasia nera e Sangiovese, raccolte dai vigneti di Parabita, Alezio, Taviano, Casarano, Melissano, Tuglie e Gallipoli, ha dato origine ad un vino che, nel 1971, si è pregiato del marchio doc.

Certo, oggi i metodi di lavorazione sono in parte cambiati, è rimasta in vita la “vecchia” pesatrice, le “carolle” esterne nelle quali viene scaricata l’uva all’arrivo, ma fiero il presidente De Luca espone le ultime innovazioni, volte alla salvaguardia del prodotto: «È cambiato che oggi utilizziamo strumenti e metodi più all’avanguardia, ad esempio, per non disperdere i profumi del vino, la fermentazione avviene al chiuso e a freddo, così come a freddo avviene tutta la lavorazione sino al momento prima dell’imbottigliamento».

Per un vino con un bagaglio culturale così importante, anche l’aspetto della bottiglia è importante e si carica di significato. È  lo stesso presidente De Luca, amante della sua cantina e storico per passione, ad associare ad ogni nuova bottiglia una parte di storia.

Nascono così i doc Arcovecchio, nella versione rosso e rosato e Marchesi del Tufo, dalla malvasia nera Terre dei Borboni, e ancora Poseidon, ottenuto dalle uve chardonnay e pinot blanc, bianco ed elegante omaggio al mare del Salento.

Circa 20 varietà e se non sono doc, hanno comunque la garanzia del marchio igt (indicazione geografica protetta).

Maria Antonietta Quintana

Voce al Direttore

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