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ville d’epoca salento

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Villa Caputo  - Sannicola

SANNICOLA. Oggi ultimo appuntamento, a partire dalle 17, con il “Festival Déco“. L’iniziativa che, per tutta l’estate, ha accompagnato i visitatori alla scoperta di ville storiche e giardini nel territorio di Nardò, Galatone e Alezio, questo pomeriggio propone un interessante percorso nel comune di Sannicola.

Si parte da piazza della Repubblica, punto di ritrovo per i partecipanti, e si prosegue in direzione di alcune antiche dimore: Villa Stajano, Villa Caputo, Villa Excelsa e Villa Bardoscia. Previsto anche un momento di degustazione di prodotti tipici, tra cui l’olio locale, presso la Cooperativa Olearia. Si raggiungerà, poi, la frazione di Chiesanuova dove, sul piazzale della chiesa dell’Immacolata, è allestito il mercatino “I giardini del vintage”.

La visita guidata, gratuita, è organizzata in collaborazione con l’Amministrazione comunale e s’inserisce negli appuntamenti di “Puglia open days”.

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La facciata del Palazzo Rovito dopo i restauri

Ugento. Capita spesso che pezzi di storia più o meno grandi giacciano per anni sotto i nostri occhi senza che nessuno si accorga della loro importanza, languendo nel degrado, risucchiati nella quotidianità e banalizzati dal contesto urbano moderno. A Ugento, è stato probabilmente questo il caso di palazzo Rovito.

Considerato da sempre uno dei più autorevoli edifici cittadini, sia per dimensioni che per pregio della sua fattura, si trova accanto al palazzo comunale, esattamente a metà strada tra l’ingresso del borgo antico e la contemporaneità di Piazza Porta San Nicola. Palazzo Rovito è un ensemble quasi unico nel suo genere, poiché il suo aspetto attuale è il risultato di varie stratificazioni di epoche e stili, avvicendatesi sin dai primordi della storia del paese.

Le prime testimonianze architettoniche sono databili tra il Trecento e il Quattrocento, un piccolo nucleo che subì, come tutta l’area, la distruzione ad opera dei turchi nel 1537. Raimondello Orsini del Balzo poi, e siamo già nel Seicento, decise di basare la costruzione della sua residenza sulle rovine lasciate dai turchi, costituendo per la maggior parte il Palazzo come lo conosciamo oggi, affidando la manifattura del tufo estratto dalle cave intorno al paese ad artigiani altamente specializzati. Il puzzle di aggiunte e revisioni continuò negli anni fino ai tempi più recenti, dal momento che ulteriori modifiche si avvicendarono fino all’Ottocento e nei primi anni dell’unità d’Italia.

Abbandonata la sua funzione di lussuosa residenza privata, palazzo Rovito ha poi ricoperto le più diverse funzioni, da studio medico fino a sede di esposizioni e mostre, fino all’oblio in cui cadde in attesa del restauro. Proprio durante i lavori che hanno restituito i due piani all’antico splendore, il palazzo ha riservato ancora delle inaspettate sorprese: si sono infatti scoperte cisterne e pozzi, dislivelli, scale nascoste e addirittura porte murate, eventi che hanno inevitabilmente allungato i tempi previsti per il termine delle operazioni. Finalmente completato e restituito alla cittadinanza con una cerimonia di inaugurazione il 16 dicembre scorso, palazzo Rovito si inserisce a pieno titolo tra le eccellenze del patrimonio architettonico che comprende i palazzi nobiliari di tutto il Salento, presentando evidenti affinità con lo stile che caratterizza le dimore storiche più apprezzate e conosciute del nostro territorio.

Lo storico immobile ora sta per riaprire i battenti: lo ha dichiarato il sindaco Lecci, spiegando i motivi dei ritardi

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La storica masseria Aragona messa in vendita (foto di Luigi Mighali)

Tuglie. Corre sul web l’appello per salvare masseria Aragona, tra i più antichi immobili ancora esistenti a Tuglie. La struttura sorge appena fuori il paese, sulla via per San Simone, e con l’annessa chiesa di San Girolamo risale infatti al 1696. I proprietari hanno deciso di metterla ufficialemente in vendita  avvalendosi di un’agenzia immobiliare.

Il grido d’allarme è stato lanciato su Facebook da Luigi Mighali che ha diffuso la notizia appena si è accorto dell’affissione del cartello “vendesi” sul muro (puntellato) dell’immobile. «In questo periodo – afferma Mighali – ci stiamo mangiando le mani per aver perso, anni addietro, un simbolo tugliese quale la famosa distilleria di Ambrogio Piccioli, venduta a privati e successivamente demolita per far luogo ad alcuni palazzi. Ora è mia intenzione fare qualcosa per salvare masseria Aragona». Nel corso degli anni anche l’Amministrazione comunale si è data da fare per cercare di salvare il podere.

«Già il 12 gennaio del 2007 – afferma il sindaco Daniele Ria – mandammo una lettera alla Soprintendenza di Lecce affinché, dopo un sopralluogo, si potesse porre un vincolo all’antica struttura. Fino al 2011 non c’è stata, però, alcuna risposta da parte dell’ente e, per questo, abbiamo anche riscritto sollecitando una risposta. In via ufficiosa abbiamo avuto conferma che è impossibile realizzare un sopralluogo perché l’immobile è di proprietà privata, infatti appartiene agli eredi Valentini».

Sempre anni addietro, su indicazione del Comune, l’Agenzia del Territorio aveva condotto uno studio valutando l’immobile  462.000 euro. «Una cifra molto difficile da reperire per le casse comunali che ci ha, quindi, impedito din tentare l’acquisto. L’altro problema che abbiamo incontrato – continua il primo cittadino – è riuscire a contattare tutti gli eredi titolari della struttura, perché sono molti e difficili da rintracciare. Da parte nostra abbiamo comunque messo tutto l’impegno per salvare questa struttura e consegnarla alla città».

Masseria Aragona deve il suo nome a Giuseppe Antonio Aragona, ovvero al suo proprietario del Settecento originario di Gallipoli. Dal lui prese il nome  anche tutta la contrada intorno al podere denominata, in dialetto tugliese, ‘Rraona (ovvero Aragona).

Gianpiero Pisanello

Palazzo De Lorenzi e i lavori bloccati

Casarano. Immobile da demolire e responsabile del settore Urbanistica del Comune rinviato a giudizio. In questo senso si è pronunciato il Tribunale di Lecce che con una recente sentenza ha definito l’annosa questione del cantiere aperto nel 2003 in piazza Garibaldi, proprio accanto a palazzo De Lorenzi, una delle struttura baronali più imponenti dell’intero Salento.

A causa dei lavori di scavo attigui (poi sequestrati), realizzati dall’“Unione cooperativa di consumo”, all’epoca dei fatti il “Castello” della città (risalente al Seicento) venne definito ad “imminente pericolo di crollo” dall’ingegner Giuseppe Tarantino, incaricato dal giudice della sezione distaccata del Tribunale di Casarano (nell’ambito di altro giudizio civile), di effettuare un sopralluogo, con carattere d’urgenza, nel cantiere aperto.

Per questo quello che viene a giusta ragione considerato tra uno tra i gioielli architettonici della città, e per questo sottoposto a vincolo dalla Sovrintendenza alle belle arti ed ai beni architettonici, venne puntellato ed i lavori nel cantiere furono sospesi. Lo scavo in questione, tra l’altro, neppure era previsto nel progetto originario redatto dall’architetto Osvaldo Costa e dai geometri Antonio Pedone e Donato Valente.

L’“Unione cooperativa di consumo” era stata, infatti, autorizzata, con concessione edilizia numero 154 del 2003, ad eseguire soltanto un intervento di ristrutturazione sulla vecchia costruzione già esistente tra via Vittorio Emanuele e piazza Garibaldi. Ciò che esisteva venne, invece, demolito del tutto con l’aggiunta dello scavo (previsto, invece, solo al centro dell’area) a ridosso dell’imponente torre dell’antico palazzo alta circa 20 metri. Oltre a Carrozzo, è stato rinviato a giudizio anche Antonio Pedone, presidente della cooperativa che gestisce in città una farmacia.

L’allora responsabile dell’Urbanistica comunale, secondo l’accusa, in concorso con Pedone avrebbe autorizzato, con una proroga del 5 novembre 2008, “il proseguo dei lavori di ristrutturazione in difetto dei presupposti per il rilascio dell’originaria concessione”. In sostanza, dopo una prima sospensione dei lavori, seguita al sequestro da parte dei vigili urbani, lo stesso architetto comunale avrebbe rilasciato una concessione in sanatoria illegittima.

La sentenza del Tribunale di Lecce è stata pronunciata dal giudice Giovanni Gallo al termine del rito abbreviato richiesto nei confronti di Antonio Pedone mentre l’architetto Andrea Carrozzo verrà giudicato con il rito ordinario. Tra l’altro il giudice ha condannato Pedone a due mesi di reclusione (con pena sospesa) e a 6mila euro di multa per violazione delle norme edilizie. Pedone è stato, invece, assolto dal reato di abuso d’ufficio.

Nel giudizio era costituita anche Maria Isabella De Lorenzi, tra i proprietari del palazzo omonimo.

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Palazzo dei Veneziani;

Parabita. Vendesi. Così un annuncio immobiliare on line liquida uno dei palazzi più antichi della storia parabitana, probabile lascito dei primi nuclei abitativi della città. Palazzo dei Veneziani, così chiamato perché nel ‘700 era proprietà dei veneti Bellisario che in onore della Serenissima posero nel cortile un’edicola votiva con S. Marco, suo santo patrono, è una struttura di chiara derivazione cinquecentesca, sita in via Padre Serafino.

I parabitani la ricordano anche perché fino ad una trentina d’anni fa, nei locali a pianterreno, c’era il tabacchino della signora Michela Liguori e, accanto, il bar di Ugo Marrocco. Prima ancora, nel 1872 una “bottega lorda”, per la vendita di derrate alimentari, e fino agli anni ’20-‘30, un albergo, tenuto da una certa signora Rita, meglio nota come “ ‘a Rita te l’albergu”.

In pochi sanno, invece, che all’interno ci sono bellissime sale voltate a stella o a botte, o una balconata coperta, abbellita da grandi arcate a tutto sesto che si affacciano in una loggetta interna. Pare anche che nei sotterranei ci fossero state delle cripte di origine basiliana, delle quali però non si ha documentazione o certezza. Di sicuro, inestimabile è il valore storico dell’immobile, oggi valutato 250mila euro, e di tutto il vico che si sviluppa ai suoi piedi, dove sono ancora visibili casette e costruzioni di antichissima origine.

C’è da augurarsi dunque che, anche in assenza di specifiche tutele, gli eventuali acquirenti ne sappiano preservare l’importanza artistica, nonostante lo stato di decadimento in cui versa oggi. Nella lista delle dimore storiche in vendita, poi, figura da tempo anche un altro tesoro cittadino.

Storico per la data di costruzione, risalente in parte al 1300, e per la leggenda ad esso legata, che ha destato la curiosità di molti studiosi. Di Palazzo Arditi, meglio conosciuto come Palazzo del Diavolo per la riproduzione della “faccia del diavolo” su una testata d’angolo del balcone, si dice che all’epoca della costruzione, nel momento in cui si dovevano unire i due bracci della balconata, questi crollavano misteriosamente, anche se puntellati. La cosa si susseguì per ben tre volte, finchè il capo-mastro che la giudicò “opera tu tiaulu” non fece riprodurre per questo un’effigie diabolica sotto la mensola dell’angolo, per invocarne protezione. Da allora il balcone è rimasto intatto, e nonostante i suoi 400 anni non presenta particolari crepe. Il primo piano con sette camere, quattro vani e, appunto, il balcone, è in vendita per 300mila euro.

Daniela Palma

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UNA VILLA LIBERTY. Villa Luisa, oggetto di un progetto anti obesità ora dichiarato revocato

Tuglie. “Con 21 voti favorevoli, quattro contrati e un astenuto, il Consiglio provinciale si è espresso sulla decadenza della concessione rilasciata alla società Villa Luisa srl per la ristrutturazione, l’ampliamento e la successiva gestione del complresso Villa Luisa a Tuglie, di proprietà provinciale, con conseguente risoluzione del contratto e dei successivi atti aggiuntivi, in ragione dell’accertato riscontro di ierregolarità/negligenze gravemente  pregiudizievoli per la gestione delle opere”: cinque righe di un comunicato ufficiale della Provincia di Lecce, presieduta per colmo d’ironia dal tugliese Antonio Gabellone, mette fine a quella che doveva essere la favola bella di un’antico costruzione sul fianco della collina di Tuglie, circondata da un  grande spazio verde e dai tanti sguardi dei passati che dal paese salgono a Montegrappa.

Risalgono a oltre cinque anni fa gli annunci  clamorosi di un progetto di una società privata che avrebbe riportato la villa all’antico splendore, sottraendola ad un abbandono ormai troppo lungo di cui porta già gravi segni.

Nell’immobile in stile liberty, una volta ristrutturato  ed ampliato, avrebbe dovuto trovare posto  un centro residenziale per l’educazione alimentare e motoria di bambini ed adolescenti a rischio obesità.

L’obiettivo fu presentato  con testimonial d’eccezione, del calibro di Adriano Panatta tennista, il ginnasta Yuri Chechi, il calciatore Bruno Conti e il pallavolista Andrea Licchetta.  Era il marzo 2005. Poi piano piano si sono andate perdendo le tracce della Villa Luisa srl, che pure aveva impegnato svariate centinaia di migliaia di euro per il progetto iniziale. Intorno a quella prospettiva si era aggregato anche un pool di finanziatori, con istituti di credito che aveno dato la propria disponibilità   al project financing messo in piedi dalla società.

Quando però una banca era venuta meno,  si era creato una specie di smottamento  per cui i finanziamenti disponibili si erano andati via via assottigliando.  Si era così arrivati al blocco dei lavori di ristrutturazione, intanto iniziati,  fino al mancato pagamento degli oneri di urbanizzazione al Comune di Tuglie.

Peccato,  perchè  nel frattempo,  nel 2008 esattamente, la srl aveva visto nascere un accordo tra Asl di Lecce, Provincia e Ministero della Salute, con l’appoggio convinto della federazione medici pediatri. Il protocollo inseriva Villa Luisa nel programma “Guadagnare salute, rendere facili le scelte salutari”. Tutto sfumato.

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Villa Caputo

Sannicola. Decine di occhi incuriositi hanno contemplato le bellezze architettoniche delle ville storiche di Sannicola, messe in mostra martedì 2 agosto dal “Festival Decò” manifestazione organizzata dall’associazione Fluxus di Nardò, dal Servizio civile e dall’amministrazione comunale di Sannicola.

Le orecchie tese hanno ascoltato la spiegazione dell’esperto di storia locale Luigi Bidetti. La visita è iniziata con Villa Caputo, costruita nei primi del ‘900 su committenza del farmacista Luigi Caputo, padre di otto figli e marito di Concetta Zippo di Gallipoli.
Il cognato Salvatore Zippo, fotografo, ha realizzato la ricca collezione di scatti che, conservata dalla famiglia, permette di ricostruire la storia degli inizi del secolo scorso. Una scalinata monumentale al centro della facciata principale, conduce alla loggia d’ingresso caratterizzata da tre archi. Le decorazioni scultoree sono di stile arabesco. Le due teste scolpite nell’arco centrale della loggia rappresentano i due figli maggiori del dottore Caputo.

Si prosegue ed ecco Villa Starace, che oggi ospita un ristorante. «Questa villa fu portata in dote da Francesca Vetromile – spiega l’esperto – nel suo matrimonio con Luigi Starace, ricco mercante discendente da Vincenzo che nel 1870 era titolare di una delle case commerciali più conosciute di Gallipoli, console di Russia e dei Paesi Bassi. Quando vi soggiornava Achille Starace, gerarca fascista, si formavano lunghe file di persone provenienti da tutto il Salento, per incontrarlo e chiedere favori. Memorabile per il concorso di gente e di autorità fu il ritorno a casa del 1938, quando era all’apice della sua carriera politica».
I giardini sono caratterizzati da piante monumentali e rare.

Infine la Villa Pasca Raymondo, attualmente il delizioso albergo Villa Donna Isabella, che sormonta maestosa una collina. All’interno colpiscono il salone di rappresentanza, con un’ampia e rara volta a padiglione e il meraviglioso giardino d’inverno. «Isabella Pasca Raimondo – illustra Bidetti – era l’ultima discendente della famiglia Raimondo di Gallipoli che tra il ‘600 e l’800 vantò numerosi sindaci della città e che gestì la dogana. In seguito la villa fu denominata villa Raheli da Aurelio Lembo–Raheli, marito di Isabella che ne acquistò la proprietà».

Maria Cristina Talà

Voce al Direttore

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