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Parabita – Risarcimento dei danni d’immagine ed una pioggia di azioni legali verso i responsabili dell’”ingiuria” che ha macchiato l’onore di Parabita. Comincia da qui il Cacciapaglia – ter: intanto le dimissioni annunciate in piazza alla fine non ci saranno. Il mandato dell’Amministrazione proseguirà fino alla sua scadenza naturale, nel 2020. «Lo Stato, decidendo di non impugnare la sentenza del Tar Lazio che ha smontato tutte le accuse della Prefettura di Lecce e del Ministero dell’Interno, ha sancito definitivamente la correttezza del nostro operato», ha chiarito il Primo cittadino nel corso di una conferenza stampa convocata per fare il punto sulla situazione politico-amministrativa della città.

Il sindaco Alfredo Cacciapaglia «Un segnale importante, che mi sprona a rimanere e continuare ad amministrare questo paese, cosa che fino ad oggi mi è stata impedita»: per Cacciapaglia è la fine di un incubo durato più di un anno. «Un’onta che ha travolto a pié pari città e amministratori, gettati in pasto all’infamante marchio di una mafiosità che invece – l’hanno detto a chiare lettere i giudici amministrativi – non esiste». La sentenza del Tar che ha cancellato lo scioglimento del Comune “per mafia” è diventata definitiva mercoledì scorso, quando sono scaduti i termini entro i quali l’Avvocatura dello Stato avrebbe potuto impugnare quanto deciso dai giudici amministrativi del Lazio. «Il passaggio in giudicato della sentenza non potrà cancellare la sofferenza patita dal sottoscritto, dagli altri amministratori e dalle nostre famiglie. I danni che abbiamo patito, noi e tutta la città, sono impagabili. Ma – ha affermato il Sindaco – chi a più livelli ha delle responsabilità in questa vicenda sarà ora chiamato a risponderne». Per questo il Comune di Parabita chiederà al Ministero dell’Interno il risarcimento dei danni d’immagine e di “mancate chance” seguiti allo scioglimento per infiltrazioni mafiose. E la rivincita è appena iniziata.

Parabita – Nessun ricorso al Consiglio di Stato da parte dell’Avvocatura dello Stato e per Parabita la questione dello scioglimento del Comune per presunte infiltrazioni malavitose può considerarsi ormai una pagina archiviata. «Non essendo stato proposto il ricorso d’appello dell’Avvocatura generale, deve ritenersi definitiva la sentenza del Tar Lazio che ha annullato il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Parabita per presunte infiltrazioni mafiose, reintegrando la piena legittimità e funzionalità dell’Amministrazione Cacciapaglia», rileva l’avvocato Pietro Quinto, insieme all’avvocato Luciano Ancora difensore degli amministratori comunali di Parabita.

Le motivazioni «Non mi sorprende la mancata proposizione dell’appello – dichiara l’avvocato Quinto – atteso che la sentenza del Tar Lazio è ampiamente motivata ed i principi di diritto in essa affermati costituiscono un precedente giurisprudenziale di fondamentale importanza per orientare le scelte, nella specifica materia, del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una volta documentato il passaggio in giudicato della sentenza del Tar vi saranno conseguenze dirette per tutti i Comuni del nostro territorio e dell’intera Regione. Assumono una valenza giuridica di particolare pregnanza i criteri che devono essere rispettati dall’autorità statale per decretare lo scioglimento di un Consiglio comunale: non è sufficiente un contesto ambientale e territoriale che registri la presenza di organizzazioni malavitose e neppure che all’interno dell’Ente locale vi sia qualche amministratore o dipendente che possa essere collegato ad ambienti malavitosi. Neppure è determinante l’accertamento di atti illegittimi, fisiologici nella vita di qualsivoglia amministrazione. Occorre la dimostrazione che gli amministratori (al plurale) dell’Ente siano in qualche modo assoggettati al condizionamento esterno dell’organizzazione malavitosa».

Torna il Consiglio comunale Venerdì 18 maggio, alle 12.30, è stato convocato intanto convocato un Consiglio comunale straordinario (il primo dal reinsediamento della Giunta Cacciapaglia): è prevista la surroga dell’assessore Sonia Cataldo appena dimessa da consigliere ma riconfermata in Giunta con le stesse deleghe precedenti (e la carica di vicesindaco): in maggioranza  approda in tal modo Gerardo Carrisi.

Parabita – Il Tar “riabilita” l’Amministrazione comunale e il sindaco Alfredo Cacciapaglia annuncia il suo immediato ritorno ritorno a Palazzo di Città. La conferma arriva con un comunicato dello studio legale Quinto che ha seguito la vicenda legata al ricorso amministrativo presentato dagli amministratori dopo lo scioglimento del Consiglio comunale disposto il 17 febbraio per presunte infiltrazioni della malavita locale. «Per garantire la continuità amministrativa del Comune di Parabita, il sindaco Alfredo Cacciapaglia, con i componenti della Giunta, provvederanno domani mattina ad insediarsi a seguito della sentenza di reintegra del Tar del Lazio immediatamente esecutiva, in modo da garantire alla comunità cittadina la piena funzionalità dell’Amministrazione democraticamente eletta», si legge nella nota con la quale si da anche notizia della conferenza stampa preannunciata per le 12 presso la sede municipale.

La notizia della mossa di Cacciapaglia e dei suoi arriva al termine di una giornata convulsa, quella di oggi giovedì 22 marzo, dopo la pubblicazione della sentenza (decisa in Camera di consiglio già il 28 febbraio scorso) con la quale il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dagli amministratori all’epoca “estromessi”, dal sindaco Alfredo Cacciapaglia agli assessori Gianluigi Grasso, Biagio Coi e Sonia Cataldo, sino al presidente del Consiglio comunale Pierluigi Leopizzi e al consigliere Salvatore Tiziano Laterza. Si tratta di un pronunciamento eclatante e dalle conseguenze ancora tutte da valutare alla luce del prevedibile ricorso al Consiglio di Stato che il Ministero dell’Interno potrà presentare. Intanto i giudici amministrativi di primo grado (presidente Carmine Volpe, consiglieri Ivo Correale e Roberta Cicchese) hanno messo nero su bianco le loro motivazioni giungendo alla conclusione che le vicende penali legate all’operazione “Coltura”, condotta dai carabinieri nel dicembre del 2015, non hanno intaccato l’attività dell’Amministrazione comunale Cacciapaglia. Nella rete del blitz condotto all’alba del 16 dicembre 2015 (22 furono gli arresti) finì anche l’allora vicesindaco Giuseppe Provenzano, il più suffragato nelle elezioni di pochi mesi prima con 480 voti. L’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa costò il carcere (prima) e i domiciliari (poi) a Provenzano, costretto alle dimissioni. Fu poi la commissione d’indagine inviata in città dal Ministero a spulciare l’attività amministrativa per  capire se, e in che modo, la malavita locale avesse fatto breccia a Palazzo. Ne seguì, infine, lo scioglimento del Consiglio comunale con decreto del presidente della Repubblica del 17 febbraio 2017 con l’insediamento della commissione straordinaria che, da un hanno a questa parte, ha retto le sorti della città, composta da Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e Sebastiano Giangrande.

La sentenza del Tar “Proprio le vicende penali riguardanti il solo vicesindaco – si legge nelle 32 pagine della sentenza del Tar – relative a provvedimenti poi revocati nel gennaio 2017, testimoniavano che solo costui poteva considerarsi elemento di eventuale collegamento tra la malavita e l’amministrazione comunale e, quindi, la sua custodia cautelare sin dal 29 dicembre 2015 aveva già escluso la possibilità di interferire in tal senso”. Quindi, i giudici amministrativi affermano, in sintesi quattro principi: le vicende penali hanno riguardato il solo vicesindaco e per fatti precedenti le elezioni del 2015; lo stesso Provenzano è stato reintegrato in Giunta nell’ottobre del 2015, dopo le sue precedenti dimissioni, “con pressoché nulla capacità di inquinare l’operato dell’Amministrazione”; l’assessore coinvolto nelle indagini non risulta soggetto a provvedimento penale e il suo coinvolgimento è dovuto “solo a dichiarazioni di terzi, senza alcun elemento quantomeno indiziario che lo colleghi in maniera oggettiva a influenze del clan sul suo operato”; mancano, dunque, quegli elementi “concreti, univoci e rilevanti” che possano far pensare ad un’attività amministrativa “corrotta o compromessa”.

Il sindaco Cacciapaglia Su facebook il commento del Primo cittadino appena “reintegrato” nelle sue funzioni: «Ho combattuto questa battaglia inannzitutto per la mia famiglia e per la mia Comunità che ho sempre amato. Ora il mio pensiero va a quelli che continuano a soffrire, ai deboli, agli emarginati,ai poveri, alle vittime dell’ingiustizia e dell’arroganza, ai denigrati, agli esclusi a tutti quelli per i quali ne vale sempre la pena combattere. E vincere».

L’avvocato Piero Quinto – “Giustizia è fatta” è, invece, il commento dell’avvocato Pietro Quinto che ha difeso, insieme a Luciano Ancora, gli ex amministratori nel ricorso davanti al Tar. La soddisfazione del legale è non solo professionale ma anche  “personale per il rapporto di colleganza e di amicizia con l’avvocato Alfredo Cacciapaglia”. Quinto sottolinea la rilevanza non solo giuridica ma “istituzionale” della sentenza del Tar perché “lo scioglimento del Consiglio Comunale è un atto straordinario che incide su una delle istituzioni fondamentali della Repubblica”. «In particolare, la difesa di Cacciapaglia ha dimostrato che le specifiche contestazioni su atti e vicende amministrative erano prive di fondamento perché non vi erano stati comportamenti omissivi e commissivi del Sindaco e degli amministratori censurabili in termini di legittimità amministrativa», conclude il legale il quale richiama il “ruolo di alta professionalità svolto dal Sindaco Cacciapaglia, professionista affermato, che esercita l’attività di avvocato, eletto ben 2 volte alla carica sindacale e nei confronti del quale alcun addebito era stato mai sollevato in qualsiasi sede. Era quindi evidente una contraddizione in termini perché in assenza di qualsivoglia contestazione nei confronti di un Sindaco autorevole non si poteva poi ritenere che quello stesso Sindaco potesse consentire anche involontariamente una qualche forma di inquinamento dell’attività amministrativa”.

 

 

 

Casarano – “I tristemente famosi sputi, contenenti gli stadi giovanili di Philaenus spumarius (volgarmente Sputacchina, ndr), sono ormai ben visibili sulla vegetazione spontanea al suolo. Nelle foto scattate pochi giorni fa in agro di Casarano sono ritratti, su una comune pianta spontanea come il crisantemo giallo (Glebionis coronaria), sputi contenenti neanidi di I e II età ovvero i primi due di cinque successivi stadi giovanili che precedono la comparsa degli adulti, questi ultimi in grado di volare e trasmettere il batterio su olivo e altre piante ospiti”: a richiamare l’attenzione sugli interventi che dal dicembre 2016 sono obbligatori per prevenire la crescita e la diffusione dell’insetto taxi della Xylella fastidiosa sono ormai in tanti (tra cui Infoxylella, da cui è tratto il brano precedente), ma nelle campagne si notano ancora ben poche arature e diserbi finalizzati a debellare le larve dell’insetto, favorito peraltro dalle temperature miti. “L’avvio della generazione 2018, con la schiusa delle uova e la comparsa delle neanidi di I età, è comunque risalente a qualche settimana addietro come risulta dal primo ritrovamento a Lecce e
Valenzano (Bari) il 6 febbraio scorso (nell’ambito del Progetto H2020 POnTE, Attività “Studio della biologia di Aphrophoridae in Puglia”)”, si aggiunge.

Arature e diserbi dall’1 marzo al 30 aprile per bloccare le larve In accordo alla deliberazione della Giunta regionale n. 1999 del 13 dicembre 2016, intitolata ”Aggiornamento delle Misure fitosanitarie per contrastare la diffusione della Xylella fastidiosa sul territorio regionale”, anche quest’anno persiste l’obbligo di controllo delle “popolazioni dei vettori allo stadio giovanile (foto scattata il 7 marzo) mediante lavorazioni meccaniche o altri metodi autorizzati in tutti i terreni pubblico/privati, agricoli/extra-agricoli ricadenti nelle aree demarcate “infetta”, “contenimento e cuscinetto”, “tampone”. Il periodo che può risultare determinante sul piano quantomeno del contenimento dell’infezione, va dall’1 marzo al 30 di aprile.

Controlli della Regione: in due mesi oltre 2mila ulivi infetti nella zona cuscinetto La Regione annuncia controlli e intanto resta sotto attacco per la lentezza con cui vanno avanti i ristori per gli agricoltori colpiti dal morbo; da qui un altro recente sollecito ai Comuni ancora inadempienti sul piano burocratico. Intanto però Intanto però gli agenti selezionati ed affiancati al Servizio fitosanitario regionale monitorano la zona cuscinetto ed i risultati non sono proprio incoraggianti. negli anni ’16-’17 gli alberi infatti individuati sono stati 893; dal 2 gennaio e fino ai primi di marzo le piante risultate positive sono state ben 2.251. Il totale degli ulivi da buttare giù al momento è di 2.986.

Sentenza: “i monumentali non si toccano anche se malati”. Ed è polemica A complicare la situazione, qualora ce ne fosse bisogno, è arrivata la sentenza del Tar Puglia che ha bloccato i tagli nella zona contenimento-cuscinetto di tutte le piante nel raggio di cento metri da quella malata, ritenendo il provvedimento regionale carente di motivazioni. I giudici amministrativi hanno comunque escluso dalle eradicazioni gli alberi “monumentali”. Dal Servizio fitosanitario regionale è stato ribadito che nelle zone interessate dagli abbattimenti non ci sono “monumentali”.  Critiche dal Consiglio nazionale olivicoltori: “Va bene la difesa strenua del paesaggio e di alberi che sono dei monumenti – hanno scritto in una nota – ma è più importante tutelare l’apparenza o privilegiare la sostanza, tra cui l’esistenza della olivicoltura nazionale?”.

Gallipoli – “Cercheremo di valer valere le nostre ragioni ricorrendo al Consiglio di Stato”. I titolari del Samsara non si arrendono di fronte alla recente sentenza del Tar che, di fatto, li costringe a rimuovere la struttura del noto lido sul litorale sud di Gallipoli. I giudici amministrativi hanno, infatti, respinto la richiesta di sospendere l’efficacia dell’ordinanza di smantellamento emessa dal Comune di Gallipoli in seguito alla sanzione comminata dalla Capitaneria di Porto.

Le tappe della vicenda – Una vicenda intricata e controversa in cui, di volta in volta, si aggiungono nuovi elementi di valutazione e discussione. Della Capitaneria la contestazione circa l’uso “improprio” della licenza balneare atteso che il suolo demaniale marittimo è stato utilizzato per attività di intrattenimento con i beach party; del Comune l’ordinanza di smantellamento quale conseguente “atto dovuto”; della Regione la conferma che l’ordinanza balneare  consente l’attività danzante in spiaggia “purché accessoria a quella di balneazione”; del Tribunale amministrativo la sentenza che chiarisce la legittimità delle feste in spiaggia “a patto che queste abbiano valore di accessorietà” nei limiti acustici imposti dall’articolo 3 della stessa ordinanza regionale. Da qui il ricorso respinto per due motivi: la mancanza del requisito di “accessorietà” poiché durante l’attività musicale la folla di fatto, secondo i giudici, impediva l’uso di una parte di bagnasciuga (e quindi la balneazione) ed il mancato rispetto delle imposizioni sui decibel. Proprio su questo secondo elemento in particolare i titolari del lido gallipolino non ci stanno. I rilievi della capitaneria si basano su alcune foto e su un video girato il 15 agosto 2017 in cui il Tar evidenzia il livello di emissioni sonore oltre il consentito e contesta il sovraffollamento, la rimozione di ombrelloni e lettini per far posto alla pista da ballo, la mancanza dei requisiti di sicurezza e l’apposizione della bandiera rossa che evidenzia l’impossibilità della balneazione.

I titolari – «È assurdo – commenta David Cicchella- che la sentenza secondo cui dovremmo smantellare e che conferma la revoca della licenza del lido si basi non su prove e rilievi scientifici effettuati in loco ma su un video e su alcune foto che mostrano un particolare momento e non una situazione protratta nel tempo. Proprio per questo non ci arrendiamo anche se ormai la stagione è compromessa».

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piazzasalento-n22-2-161Ci sono dei percorsi burocratico-legali che mal si conciliano con istanze umane di pari o superiore legittimità. Esigenze genitoriali, genuine, che s’infrangono davanti al muro di un articolo di legge che pure – se non rispettato – può aprire altre procedure burocratico-legali di evidenza giudiziaria. Come se ne esce? Un padre si è rivolto ai giudici amministrativi. Motivo? Non riusciva a farsi dare il compito di sua figlia – media da 10 e lode agli esami di terza media – per leggerlo, semplicemente, e magari farsi pervadere dal piacere di scorgere maturità, preparazione, sensibilità in quelle righe ormai inutili se non per gli archivi della scuola.

Per la legge – e per i dirigenti di quell’istituto comprensivo – non vi erano però le “motivazioni” previste dalla legge che governa il rilascio di copia di un atto amministrativo qual è un tema con annessa valutazione dei professori esaminatori. Un legale dell’Avvocatura dello Stato ha affiancato la scuola e si è costituito davanti al Tribunale amministrativo regionale, seconda sezione, di Lecce. Hanno perso perchè hanno trovato dei giudici che hanno intravisto nella richiesta del genitore un atto rientrante nei suoi doveri, cioè seguire da vicino i percorsi dei figli, e quindi prevalente sui codicilli che pure sono nati per preservare ambiti privati ad occhi indiscreti. Ma qui forse intrusioni estranee non ce n’erano; ci sono invece da pagare, adesso, da parte della scuola le spese legali come condanna, oltre alla autorizzazione alla lettura del compito della propria figlia.

Voce al Direttore

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...