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INDAGINI A TUTTO CAMPO Bruno Colitti. I carabinieri della locale stazione insieme ai colleghi della compagnia di Casarano hanno messo in moto una complessa serie di indagini per cercare di risalire agli autori del fatto

Ugento.  Uno sparo nella notte interrompe la tranquillità del centro del paese e di una famiglia, quella dell’imprenditore edile Bruno Colitti.

La sera del 24 aprile l’uomo, 56 anni, si trovava nella sua abitazione di via Mandorle insieme alla sua famiglia quando, intorno alle 23.15, ha udito chiaramente il colpo e si è precipitato in strada. Qui ha capito immediatamente di essere stato vittima di un’intimidazione: sul portone dell’abitazione e, forse, anche sulla carrozzeria della sua auto, i segni dei pallini di un fucile calibro 12.

Il 56enne si è rivolto immediatamente ai carabinieri. Da parte degli investigatori c’è ancora il massimo riserbo, ma non è escluso che nei prossimi giorni ci possano essere sviluppi. Quello che appare certo, al momento, è che chi ha sparato ha dovuto avvicinarsi all’abitazione a piedi, poiché l’abitazione di Colitti si trova in un vicolo cieco.

Colitti già in passato era stato vittima di atti intimidatori. Nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 2009, infatti, l’ingresso della sua abitazione estiva di Torre San Giovanni fu incendiato. Colitti, molto conosciuto in paese per la sua attività di imprenditore edile, nel 2006 si autodenunciò affermando che nella discarica di località “Burgesi» erano stati sepolte diverse quantità di rifiuti pericolosi provenienti dalla Campania e dal Nord Italia.

L’azienda di Colitti fu ingaggiata per il noleggio di mezzi d’opera e per la fornitura di materiale dalla Serveco di Montemesola (Taranto), a sua volta subappaltatrice di parte dei lavori di bonifica della discarica affidati alla Imperfoglia di Pescara. Alla denuncia di Colitti seguirono delle indagini che si conclusero, il 25 marzo del 2010, con l’archiviazione: dagli scavi effettuati in discarica, infatti, per la Procura non emerse nulla di rilevante a carico dell’azienda.

Racale. Confisca definitiva dei beni di Dario De Carlo, 47 anni (foto), pregiudicato, nei cui confronti nel 2005 fu eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per reati di usura ed estorsione nell’ambito dell’operazione “Fenerator”. Attualmente è libero per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

Il valore dei beni confiscati dagli uomini della Direzione investigativa antimafia di Lecce, coordinati  e diretti dal colonnello Francesco Mazzotta, ammonta a 700mila euro. Ne fanno parte immobili nei paesi di Racale e Alliste: nel primo una villa in località “Pariti Novo” e un suolo edificatorio, nel secondo, in località marina Capilungo, una villa in via Cosimo De Giorgi.

Confiscati anche una Merceds classe A, conti correnti  e depositi bancari. Alla base del provvedimento definitivo emanato dai giudici della Corte d’Appello (presidente Giacomo Conte) la “manifesta sproporzione” tra i beni posseduti dal De Carlo e il reddito dichiarato. Dalle indagni condotte presso l’anagrafe tributaria, la Camera di commercio e l’Inps, è venuto fuori che De Carlo dichiarava redditi bassissimi, anche pari a zero, in netta contraddizione con acquisti di auto, conti correnti e libretti di risparmio. Gli inquirenti sono giunti alla conclusione  che De Carlo è vissuto per molti anni con proventi derivati dall’usura.

Gallipoli. Se parlerà (o se continuerà a parlare) sarà il primo vero pentito gallipolino di un certo livello; ce ne fu un altro, anni addietro, ma ben poca cosa rispetto a questo caso e il pentimento di suo fratello Marco è durato lo spazio di un mattino.

I cronisti che hanno seguito le ultime udienze del processo per l’uccisione del boss Salvatore Padovano, non si sono lasciati sfuggire particolari che potevano ad altri occhi sembrare secondari: Giuseppe Barba, 41 anni, è arrivato nell’aula bunker senza manette; accanto a lui solo agenti in borghese; ha atteso il suo turno per l’interrogatorio nella stessa stanza dove già c’era un collaboratore di giustizia brindisino chiamato a deporre.

Di più: “U dannatu”, soprannome di battaglia assai poco rassicurante di Giuseppe Barba, braccio operativo del racket in città e altrove, non ha preso  posto nelle celle di sicurezza già occupate da Rosario Padovano, fratello di Salvatore e presunto mandante dell’omicidio e da Giorgio Pianoforte (in due distinte), nè in quell’altra con  Mino Cavalera, Fabio Della Ducata e Massimiliano Scialpi. Barba si è seduto in aula accanto al suo avvocato difensore. Altro particolare: quando il suo legale ancora non c’era per un ritardo, il presidente del Tribunale, Roberto Tanisi, ha chiesto al legale di Padovano di assumerne il patroconio temporaneamente, in modo da cominciare l’udienza, sentendosi rispondere dall’avvocato: «Non intendo difendere Giuseppe Barba».

Quando poi è arrivato il suo turno, il “dichiarante” Barba (secondo la terminologia tecnica in uso e che precede quella di collaboratore di giustizia, cioè pentito) si è sentito così incoraggiare dal pubblico ministero Valeria Mignone: «Non mollare, chi la dura la vince, tosto!».

Una delle finestre del locale dalle quali sono fuoriuscite le fiamme

Gallipoli. Anche se gli inquirenti non dicono nulla, il pensiero di  tanti corre verso un’unica direzione: il racket delle estorsioni, di casa a Gallipoli e pienamente operante dal 2007 al 2010 come proverebbero le approfondite inchieste chiuse con rinvii a giudizio di esponenti di primo piano della mala locale.

Il boato notturno di qualche tempo fa, con fiamme alte e violente, non solo ha svegliato di colpo un pezzo del borgo nei pressi di piazza Carducci, ma anche le preoccupazioni di tanti cittadini, ammutoliti davanti alla facciata annerita di un palazzo novecentesco che ospitava un esclusivo ristorante, il “I’m”.

E’ andato tutto in fumo a causa del combustibile conenuto in due grosse taniche rinvenute all’interno.

Nessun dubbio, neppure uffcialmente dunque, sull’origine dolosa e volontaria dell’incendio. Chi lo abbia appiccato e perchè resta invece ancora da scoprire.

I vigili del fuoco hanno dovuto lavorare molto prima di riuscire a spegnere completamente l’incendio, per poi transennare l’ampio marciapiede prospiciente il corso per effettuare le verifiche di rito anche sulla stabilità dell’edificio.  Si calcola un danno di diverse centinaia migliaia di euro.

I rilievi sono stati fatti dalla polizia gallipolina, diretta dal vicequestore Emilio Pellerano, ma al momento non si sbilancia nessuno circa i probabili  retroscena e moventi.

Scosso il proprietario, Graziano Verardi, 34enne del posto, molto conosciuto in città in quanto ex titolare di una rivenditoria di tabacchi e ricevitoria “La dea bendata”.

Alla polizia l’uomo ha dichiarato di non aver mai ricevuto minacce di estorisione e di non essere assicurato. Il locale era dotato di una sola videocamera di sorveglianza, posizionata all’esterno, però mai entrata in funzione.Questo rende un po’ più difficili le indagini. Gli inquirenti stanno visionando tutti i filmati registrati dalle telecamere presenti sul corso.

La presidente dell’associazione antiraket e il consigliere Rainò

Taviano. Racket e usura: una piaga sociale, ma qualcosa nel Salento ora si muove a sostegno degli imprenditori che sono quelli maggiormente colpiti. Va detto che il problema, di vasta rilevanza economica e sociale, si è aggravato negli ultimi tempi e sempre più spesso assistiamo a fatti di cronaca riguardanti pizzo, usura, tangenti che hanno finito con il mettere in ginocchio piccole o grandi realtà imprenditoriali e commerciali.

Si corre ai ripari: ora gli imprenditori in stato di crisi per questi fatti non saranno più lasciati soli ma si cercherà di offrire loro una solida base di solidarietà e di assistenza per evitare una preoccupante emarginazione dal tessuto sociale.

L’ancora di salvezza arriva dal sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, che ha rilanciato nel Salento lo sportello comunale contro racket  e usura. Lo sportello, per ora, è ubicato solo a Lecce in via Francesco De Simone, 20 (zona Borgo Pace) con tel. 0832.682681; fax 0832.682675; cell. 339.7597808. Email: antiracketsalento@ libero.it. A breve ne sarà aperto un altro a Gallipoli per essere ancora più vicini e partecipi ai problemi degli imprenditori del basso Salento. Dal sottosegretario Alfredo Mantovano è arrivato l’invito, agli operatori commerciali e agli  imprenditori in genere,  che si trovino o si sono trovati ad essere vittime di fenomeni estorsivi o di prestito fuorilegge, a denunciare gli abusi subiti in silenzio.

Anche a Taviano l’iniziativa di sensibilizzazione è stata illustrata alla presenza del sindaco Carlo Portaccio, del presidente della IV commissione consiliare, Salvatore Rainò, e di numerosi imprenditori e professionisti della consulenza alle imprese.

Ha tenuto una relazione la presidente dell’associazione Antiracket del Salento, Maria Antonietta Gualtieri che nel corso del dibattito ha sottolineato gli aspetti più spinosi di queste vicende. «I migliori alleati della criminalità – ha detto la Gualtieri – sono, purtroppo la paura e il senso di vergogna che generalmente provano le vittime di racket e di usura. L’impegno profuso dall’associazionismo va proprio nella direzione di creare contenitori discreti che sappiano proteggere coloro che hanno il coraggio di farsi avanti. Invito perciò tutti gli operatori commerciali a rivolgersi ai nostri sportelli in quanto li affiancheremo in tutte le fasi fino al rientro nell’economia legale».

Qualcosa si muove anche a livello di finanziamenti bancari. All’inizio di questo autunno, infatti, con grande soddisfazione dei banchieri, è stato modificato il meccanismo che, ogni tre mesi, determina il tasso oltre il quale vi è usura. Se prima vi era usura quando si superava il tasso medio più la metà, ora, invece, non bisogna superare un quarto del tasso medio più quattro punti percentuali.

Rocco Pasca

Si susseguono segnali inquietanti della malavita locale. Sempre di più sono usate le armi a scopo intimidatorio: sta ritornando il racket

Taviano. Presa di mira in pieno giorno la  concessionaria di automobili “Marvello Cars” di Antonio Marvello, alla periferia di Taviano. L’ora scelta per agire è quanto meno inusuale, subito dopo pranzo, in pieno sole, con il rischio, quindi, di essere scoperti. I malviventi hanno usato una pistola a tamburo perché sul posto non sono stati trovati bossoli.

Quando i gestori sono tornati per l’apertura pomeridiana hanno avuto la sorpresa di vedere la vetrina colpita da quattro colpi di pistola. Hanno subito chiamato i carabinieri  della compagnia di Casarano che stanno conducendo le indagini. Ancora non è trapelato niente sul movente, i gestori non avrebbero ricevuto richieste estorsive né risulta che abbiano cattivi rapporti con qualcuno.

La pista da seguire è quella del pizzo? Ci sono solo ipotesi non avvalorate da alcuna certezza.

Di certo si tratta di un segnale allarmante la cui ripetizione rende lo scenario di certo preoccupante. Nel corso dell’estate, infatti,  si sono susseguiti diversi episodi in cui sono state impiegate armi da sparo. Atti intimidatori, rapine presso gli uffici postali, distributori di carburanti, supermercati. E infine questo episodio allarmante a Taviano.

Dall’altra parte abbiamo il controllo attento delle forze dell’ordine che vigilano sul territorio. E a proposito di armi alcuni giorni fa i carabinieri di Gallipoli hanno trovato in una zona periferica nel corso di una perlustrazione nelle campagne e nei casolari una pistola clandestina, cioè non censita, di produzione spagnola con tre colpi già esplosi. Si tratta di una calibro 22, in buono stato di conservazione, lubrificata e perfettamente funzionante. Anche questo un segnale preoccupante.

Voce al Direttore

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Ora che è passata la festa – giusta: logistica adeguata a compiti delicati e decisivi per il grado di vivibilità – possiamo tentare...