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don QuintinoNARDÒ. Originale iniziativa dei giovani di Azione cattolica della diocesi di Nardò-Gallipoli per vivere la comunione fraterna anche in forma “virtuale”. Comunicando in rete, mediante “Whatsapp”, si aggiornano sui prossimi appuntamenti da qui a Pasqua: dove incontrarsi lo sapranno di volta in volta. Hanno iniziato già Mercoledì delle Ceneri (col loro assistente diocesano don Francesco Martignano, di Parabita e viceparroco a Tuglie) e domenica 5 con don Antonio Bruno (vicerettore del seminario minore). “E mi fondo con il cielo e con il fango” il nome del sito, quasi a delimitarne i confini: dal fango della terra all’immensità del cielo. È don Quintino Venneri (di Racale, rettore nel seminario diocesano di Nardò) a commentare l’iniziativa: «Fango non solo come sporcizia e dunque peccato, ma “fango e cielo” come due entità che si “confrontano” e poi alla fine si incontrano. L’uomo può fare esperienza di Dio – prosegue don Quintino – perché il cielo è molto più vicino all’umanità di quanto si possa pensare».

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Il Carnevale 2016 è alle nostre spalle con le sue sfilate di carri, gruppi mascherati, baldoria, trasgressioni. A ricordare che questa parentesi si è chiusa e se n’è aperta un’altra ci sono le caremme sulle terrazze, balconi, appese ai fili nei crocicchi. La Chiesa, da parte sua, con il Mercoledì delle ceneri ha introdotto un periodo di 40 giorni, la Quaresima, la cui cifra connotativa è, o meglio dovrebbe essere, la penitenza, il sacrificio, indispensabili a dare un senso a questo periodo di passaggio in attesa della Pasqua di Resurrezione. Quaranta giorni di purificazione, anticipati dall’imposizione di un pizzico di cenere sulla testa il mercoledì che apre il periodo penitenziale. In passato quando finiva il Carnevale, c’era l’abitudine di togliere dalle pentole tutti i segni di grasso, quelle di rame venivano lucidate e quelle di coccio, a volte, venivano rotte. Abitudini che sottolineavano l’importanza dei segni in un tempo, la Quaresima, periodo forte dell’anno con una carica di pathos superiore a quella del Natale.

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COMPAGNIA SANTU LUCA_canta Santu Lazzaru (foto 2011) galatoneGALATONE. Tamburelli, fisarmoniche e chitarre. Voci di uomini, donne e bambini all’unisono per l’unico saluto al paese: «bona sera a queste case e a tutti quanti l’abitanti». Inizia con queste parole il tradizionale canto del “Santu Lazzaru” che da anni anima la Quaresima in città. Quest’anno sono ben quattro i gruppi di cantori e musicisti che dopo le ore 20 percorreranno tutti i quartieri del paese: sono pronti a macinare strada carovane provenienti dalle parrocchie Santi Medici, Cappuccini, Sacro Cuore e chiesa Madre con la compagnia di “Santu Luca” (foto). Si busserà ad ogni porta alla ricerca di beni alimentari da destinare alle famiglie meno abbienti della città. La bellezza dell’evento risiede in un particolare: chi riceve la visita della carovana non può non unirsi ad i suoi cantori e musicisti.

GALLIPOLI. Al suono festoso delle campane, benedetta dal Padre spirituale e parroco della cattedrale, mons. Piero De Santis, in una chiesa gremita di fedeli ( i confratelli della “Purità”sono più di 500), è stata restituita al culto la statua della Madonna Desolata.
Realizzato nel XVIII secolo da autore ignoto, il simulacro è tornato al suo antico splendore per mano del valente restauratore di Alezio Valerio Giorgino. Cerimonia sobria, quella dell’11 nella chiesetta della “Purità”, come si addice in Quaresima. «Dire qualcosa noi, è ben poco: abbiamo preferito far parlare Lei, la Madonna Desolata, con la sua struggente bellezza e nella quale noi ci identifichiamo» così Mino Maggio, priore della Confraternita (foto).

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I quaranta giorni della Quaresima costituiscono il periodo più ricco di riti che diventano ancora più intensi nella Settimana Santa. Periodicamente all’interno e fuori della Chiesa si parla del valore delle tradizioni religiose a cui i cattolici restano indissolubilmente legati. Basta una volta l’anno partecipare alla processione del santo patrono, o del Venerdì santo, per ritenersi cattolico praticante? Quale il rapporto tra la fede e i riti?
In realtà la vita di cristiani si basa su due aspetti fondamentali: da una parte l’accettazione della figura, o meglio della persona di Cristo, così come ce la tramanda il Vangelo, e dall’altra i vari riti liturgici che si sono sviluppati e consolidati nel tempo. Può succedere, e non dovrebbe, che la fedeltà ai riti superi la fedeltà dovuta al Vangelo e a Cristo. Perché ciò non avvenga, ai riti bisogna dare un’anima che non si esaurisca nel breve termine del loro svolgimento, ma duri nel tempo, capace di “sopravvivere” anche in loro assenza. Solo così i riti non diventano “ladri che hanno rubato la memoria di Cristo” come scrive il teologo spagnolo Josè Maria Castillo. È innegabile, tuttavia, che abbiano un loro fascino, sollecitano con gli aspetti scenografici marcati anche il senso estetico. Come non ricordare l’influenza che hanno avuto in alcuni film del regista surrealista Luis Bunuel? E poiché un aspetto fondamentale del rito consiste nella conservazione e nella ripetizione, si capisce bene come ogni anno si rinnovi l’impegno perché tutto avvenga secondo tradizione.

In questo periodo sono le confraternite le custodi fedeli di riti secolari: Taranto e Gallipoli si contendono in questo campo un primato che le vede gemellate e non in competizione. La rievocazione e la memoria delle tappe della Passione di Cristo vengono rivissute nelle parrocchie ogni venerdi attraverso la pratica della Via crucis, che spesso esce dal chiuso delle chiese e si dispiega per le vie cittadine: le varie “stazioni” diventano  momento di riflessione, di preghiera e di coinvolgimento emotivo collettivo. Figura centrale è la Madonna Addolorata che introduce la settimana della Passione: a Gallipoli e a Maglie (dove c’è anche l’antica fiera dei campanelli) si celebra il venerdì prima del Venerdì Santo. Vestita di nero, anticipa il lutto per la morte del Figlio. Nella “città bella” si contano ben 13 Addolorate così distribuite: Oratorio di S. Luigi, di S. Giuseppe, del Rosario, dell’Immacolata, del Crocifisso, di S. Maria degli Angeli, delle Anime, di  S. Maria del Cassopo, la Desolata di S. Maria della Purità,  della Cattedrale e due (di cui una lignea) dell’oratorio del Carmine. Le “conta” in un bell’articolo Paolo Vincenti nel sito “Fondazione terra d’Otranto”.

Non c’è paese in cui la sera del Giovedì Santo non si visitino quelli che vengono definiti “i sepolcri” e che invece custodiscono il dono vivo dell’Eucarestia. Sempre molto curato l’allestimento, in passato anche con qualche esagerazione. Non è il caso di quello dei  Cappuccini  di Galatone (nella foto il repositorio dei frati di Andrea Miglietta). Anche qui resistono alcuni simboli: i piatti di grano bianco, fatto germogliare al buio e decorati con nastri rossi che adornano gli altari  arricchiti da fiori primaverili.
Il Venerdì santo è il giorno della messa “scerrata” e del  grande silenzio, interrotto in passato dal gracchiare delle trozzule, perché era bandito anche il suono delle campane. Il grande silenzio domina al passaggio della solenne processione, con i “misteri” e  le confraternite la cui presenza aggiunge solennità. (nella foto di Franco Mantegani la processione di Gallipoli).

La Quaresima è anche il periodo in cui si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. In questo contesto rientra il rito del  Santu Lazzaru o Lazzarenu, diffuso  nei paesi dell’arco ionico: Melissano, Aradeo, Sannicola, Tuglie, Casarano e nella Grecìa salentina: sulle note di un antico canto si raccolgono aiuti per i più bisognosi. In passato i gruppi del Santu Lazzaru andavano di masseria in masseria e i doni che ricevevano erano uova e qualche animale da cortile.
Nelle case, intanto, ci si prepara a festeggiare la Pasqua nell’attesa del rogo delle caremme e delle campane della Resurrezione: nel menu non mancherà l’agnello (di carne e di pasta di mandorla)  e per la gioia dei bambini le cuddhure con l’uovo sodo a forma di corolla o di pupa.

santu lazzaru febbraio 2013 giorgio plati (2)MATINO. Per il quinto anno consecutivo l’associazione artistico-culturale “Arco della Pietà” ripropone la carovana del “Santu Lazzaru”, una tra le più antiche tradizioni legate al periodo della Quaresima. Il gruppo dell’associazione matinese percorrerà, tra febbraio e marzo, i quartieri della città in compagnia di musicisti e cantori popolari intonando la litania caratteristica del “Santu Lazzaru”. Fedelissima da cinque anni la mascotte del gruppo, l’asinello Pippo, che anche quest’anno non mancherà nell’accompagnare la carovana nella sua missione. Oltre all’aspetto storico e religioso, infatti, la manifestazione assume un carattere benefico. Come nelle passate  edizioni saranno raccolti oboli volontari e generi alimentari da destinare ad alcune famiglie bisognose della città.
Ecco il calendario della manifestazione: dopo la partenza del 19 febbraio dalla zona Bosco e Peppiceddhu si prosegue il 24 presso la zona 167; il 3 e il 17 marzo si farà tappa, invece, in zona Sacro Cuore, il 10 zona centro e Matino vecchia e per concludere il 24 marzo si tornerà in zona Bosco e contrada Carizzolo. Per tutte le tappe la Protezione civile “Angels” si occuperà di garantire la sicurezza del percorso. Tutti gli appuntamenti avranno inizio alle ore 19.

CAREMMA

Appese ai balconi, sulle terrazze, agli incroci stradali, davanti all’uscio di casa, come questa nella foto ripresa a Tuglie, le “caremme” hanno le medesime caratteristiche: aria severa, una conocchia per filare, un’arancia su cui sono infilzate quattro penne di gallina, una per ogni settimana di Quaresima. Le penne, col passare dei giorni, vengono sfilate e alla povera caremma non resterà che essere bruciata nel fuoco, segno di purificazione e di vita che rinasce

Ultima settimana di Carnevale, ultimi giorni per mettere a punto feste, sfilate di carri, veglioni, rappresentazioni teatrali. Si esagera un po’? A Carnevale si può, tanto “Debbitu de Carnuvale, se paca de caremma”. Lo spirito di trasgressione che nel passato era fortissimo, con il tempo si è diluito nel mare magnum dell’omologazione. C’è bisogno di aspettare Carnevale per trasgredire o per mangiare i cibi che lo identificavano? No certamente, può essere Carnevale tutto l’anno. Resistono i riti che, pur avendo perso la carica originale, continuano ad attrarre e a venire usati per potenziare l’attrattiva turistica.  I carri allegorici sono diventati sempre più sofisticati, più ricercati e meno “spontanei”, le maschere tradizionali preferite un tempo da bambini e adulti sono state sostituite da quelle suggerite dai cartoni animati e dall’attualità.

Mentre passa anche il Carnevale 2015, all’orizzonte appaiono le prime “Caremme” a ricordare che con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima. Il nome evoca un periodo di 40 giorni di penitenza, di digiuno e astinenza, un periodo di passaggio che porterà alla Pasqua di Resurrezione. Un termine evocativo, perché delle antiche abitudini è rimasto davvero ben poco. Con il mercoledì delle Ceneri, in cui la Chiesa con l’imposizione di un pizzico di cenere sul capo invita al sacrificio, iniziava un lungo periodo di penitenza, digiuno e di astinenza. Digiuno tutti i venerdì  e astinenza per tutto il periodo non solo dalla carne ma anche dai prodotti degli animali, come uova e formaggio. Che si mangiava allora? Prevalentemente legumi, verdura, pasta fatta i casa. Tutto sommato i prodotti che la dieta medierranea ha scoperto e rivalutato come cibi della salute. Nelle masserie le uova venivano conservate per essere utilizzate per le “cuddure” e consumate, lessate, nel giorno di Pasquetta.

Della Quaresima si coglie prima di tutto il senso della penitenza e del sacrificio, ma nel numero 40 è implicita l’attesa, il passaggio, un premio che ripagherà dei sacrifici. Il 40 è frequente sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento.  Quaranta giorni durò il diluvio, 40 anni il viaggio del popolo eletto dall’Egitto verso la terra promessa, Mosè stette 40 giorni sul Sinai prima di ricevere la legge, Gesù dopo il battesimo si ritirò per lo stesso periodo nel deserto, dal Natale alla Candelora (2 febbraio) ci sono 40 giorni, dalla Resurrezione all’Ascensione ancora il medesimo numero di giorni. Periodo di passaggio, di silenzio, di sacrifici, di attesa. C’è  anche chi sottolinea che sono 40 le settimane di gestazione per la nascita di un bambino. Le norme rigide che regolavano i giorni della Quaresima col tempo sono state mitigate dalla Chiesa: digiuno e astinenza solo il mercoledì delle Ceneri e Venerdì santo. Ogni venerdì c’è la pratica della Via crucis in alcuni centri. E le “caremme” filano il tempo scandendo il passaggio delle settimane.

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cuddura
Tempo di Quaresima, tempo di antiche e spettacolari tradizioni, che, riprese dal passato, ritornano in tutti i paesi del Basso Salento. Il Giovedì santo si visitano nelle  chiese gli altari della Reposizione (i Sepolcri), dove non possono mancare, fra le altre cose, i piatti di grano bianco, fatto germogliare su un fondo di ovatta o di canapa grezza e al buio, per evitare il processo di fotosintesi clorofilliana ed acquisire un colore latteo. Quest’antica usanza ricorda l’ultima cena di Gesù con gli Apostoli, ma anche il miracolo della Morte e della Resurrezione: i piatti contenenti i germogli del grano, anche di lenticchie ed altri legumi, vengono decorati con nastri rossi e disposti artisticamente sugli altari. La Quaresima è tempo di silenzio: il lutto per la morte di Cristo è così intenso che è bandito ogni suono.

Un tempo, dovevano essere silenziosi i campanelli delle case,  le sonagliere dei cavalli, perfino le campane delle chiese, che venivano legate. Al loro posto, per chiamare a raccolta i fedeli, dal Giovedì santo al mezzogiorno del Sabato, risuonavano le ”trozzule” o “trenule”, antichissimi arnesi costituiti da un pezzo di legno, su cui era montata una ruota dentata che, poggiandosi su una linguetta mobile, ad ogni movimento rotatorio, produceva un suono gracchiante, simile a quello di una rana: è lo stesso stridulo suono che ancora oggi rompe il silenzio delle solenni processioni del Venerdì Santo. Passano gli anni, ma l’uso delle trozzule resiste: in alcuni paesi, ad esempio Maglie e Parabita, si era soliti iniziare la processione  roteando questi strumenti; in altri, come Gallipoli al loro gracchiare seguono lo squillo di una tromba e il rullo di un tamburo.

In altri ancora (Grecìa salentina) le trozzule vengono usate anche per provocare “lu Terremotu”, antichissima usanza praticata in chiesa dai fedeli per esprimere il loro dolore nella notte tra il Venerdì e il Sabato santo. Fra le tradizioni pasquali salentine ha un posto d’onore la “cuddhura”(foto). Dal greco kolliura (tarallo), può essere dolce o salata, intrecciata o no, con una o più uova sode  al  centro o tutt’intorno e, di solito, viene consumata il giorno di Pasquetta. Le cuddure hanno forme varie, in base alle quali assumono nomi diversi. Quelle più diffuse sono:  la “pupa”, che i ragazzi regalano alla fidanzata;  il galletto, che le ragazze donano al fidanzato; il paniere, che contiene, oltre l’uovo sodo, della frutta scolpita con la pasta di pane e che si offre per augurare prosperità, e poi il cuore, la stella, l’angioletto e tante altre ancora, dettate dalla fantasia della massaia che le realizza.

Gabriella Gnoni

Voce al Direttore

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L'ecotassa, per quelle comunità che non avessero raggiunto le soglie minime indicate nella raccolta differenziata dei rifiuti prodotti in casa, era fissata a partire...