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proverbi salentini

Madonna delle Petrose, edicola

I modi di dire dialettali  hanno una forte carica di spontaneità, sono istintivi,  ad effetto, cercano la reazione immediata. Battute rapide e stringenti, imprecazioni, immagini colorite per colpire subito l’interlocutore. Ci sono, però, due modi di dire che denotano un fondo di delicatezza, di rispetto e quasi di pudore.

“Mai per rinfacciu” e “Mai pe’ cabbu” intercalavano con grande frequenza il periodare salentino. Il primo veniva usato, e qualcuno la usa ancora, per sottolineare un favore che non ha trovato il dovuto riconoscimento.  “Mai pe’ rinfacciu, t’aggiu iutatu” oppure “Mai pe’ rinfacciu, t’aggiu fattu ‘nu ricalu”. Il “rinfacciu” a volte, coinvolgeva anche  la sfera della religiosità e della devozione verso la Madonna e santi. “Eppuru, mai pe’ rinfacciu, l’aggiu ditta ‘na missa; su sciuta alla nuvena, su sciuta e vvinuta te Pumpei”.  Come a dire ti ho rivolto preghiere, ho fatto qualche sacrificio, non per rinfacciarti niente, ma non mi hai ascoltato. Modi di dire che apparentemente non volevano rimproverare niente, ma che invece, di fatto, rinfacciavano il favore non ricambiato.

Altro modo di dire comune era “Mai pe’ cabbu”  che significa  farsi scherno di qualcosa o di qualcuno, scandalizzarsi per qualcosa. Cabbu o jabbu è il sostantivo che si rifà al verbo cabbare o jabbare, ingannare, frodare, deridere, mettere in ridicolo i difetti altrui. Ci si poteva “fare cabbu” di qualche difetto  o deformità fisica, cosa che era considerata più grave che bestemmiare. Non “farsi cabbu” di un difetto fisico non indicava soltanto compassione e umana partecipazione, era un modo per esorcizzare e tenere lontane le disgrazie. C’è da aggiungere che chi  aveva qualche difetto fisico veniva definito come  “segnato da Dio”, come se un dio adirato avesse voluto lasciare un segno perché altri ne traessero insegnamento.

Secondo la credenza popolare era vietato “farsi cabbu” perché prima o poi il rischio  della medesima disgrazia sarebbe stato dietro l’angolo. Infatti “Te lu cabbu nnu  ci mori, ma nci cappi”, e gli anziani non si stancavano di ripetere ai ragazzi  “Nu facitive cabbu te gnenti”, detto che trovava una amplificazione in  “Nu dire te quai nu passu, percé passi e te rumpi li musi”. Il cabbu era ritenuto più potente della stessa bestemmia, infatti “cabbu ‘ncoddha e castimata no”,  e  “castima quanto oi, ma cabbu mai”  perché   “Lu cabbu ccoje e rresta, la castimata scurlisce e cate”.

Astenersi, quindi, dal “farsi cabbu” anche perché  “Cabbu e rrogna an facce te torna”  e “Ci cabbu se face, cabbu se nnuce”. Un invito alla tolleranza nei confronti di chi aveva avuto la sfortuna di avere qualche guaio fisico o aveva dovuto sopportare una situazione spiacevole, ma anche quasi una espressione di autotutela scaramantica.

fulmine foto di franco mantegani

SIMU SALENTINI – I modi di dire popolari sono esempio di quella “concinnitas” latina, di quella brevità sintetica e sentenziosa che nel tempo ha trovato tanti cultori fino agli ultimi fruitori delle max 140 battute di Twitter. In poche parole sono racchiuse esperienze, tradizioni, abitudini di vita. Le moderne tecniche di comunicazione se da un lato sembravano emarginare la scrittura, dall’altro l’hanno diffusa maggiormente con i social network, tablet,  iPod. Che il bagaglio lessicale risulti invece impoverito è un altro discorso. Se possiamo usare un’immagine che renda bene l’idea, dobbiamo dire che l’ uso della  scrittura si è diffuso in senso orizzontale a svantaggio della direzione verticale  (approfondimento e scelte linguistiche appropriate).

L’uso del dialetto aggiunge ancora qualcosa in più alla naturale sintesi dei modi di dire. Così come avviene nelle imprecazioni che ora solo alcuni anziani continuano ad usare. Un tempo erano sulla bocca di tutti, ma non si trattava propriamente di augurare il male e le disgrazie perché “Lu male ca farai, se nu tte torna osci, te torna crai” e “Male d’autri , nu ssana lu tou”. Né d’altronde ci si poteva consolare delle disgrazie comuni, della serie “mal comune, mezzo gaudio” perché molto realisticamente “Male comune, ddifriscu de fessi”.

La prima regola, quando si era oggetto di pettegolezzi o peggio di calunnie, era lasciar perdere: “Se uno te mmalanga, nu parlare, fanne ca nu llu senti, e lassalu crepare” Se uno dice male, quindi, bisogna lasciarlo perdere. Né vale bestemmiare perché “Le castime su’ comu le foje, ci le simina, poi le coje” Prima o poi, infatti, le maledizioni tornano al mittente.

L’imprecazione più comune era “Ci cu tte cascia ‘na saietta” o “nu lampu” o “nu tronu”. A volte c’era la variante “Lampu tte zzicca” e la saietta veniva rafforzata “La sajetta e lu piezzu an capu”, cioè una disgrazia sull’altra. Ma “lampu” veniva anche intercalato per indicare meraviglia, stupore e indignazione. Diffusissima, a volte senza capire la gravità di quello che si augurava, era “Cu te cascia ‘na coccia” Non si trattava certamente di una goccia d’acqua, in pratica si augurava un colpo apoplettico che in passato si credeva causato da una goccia di sangue che dal cervello arrivava al cuore.

C’è da aggiungere che a volte le imprecazioni erano precedute da espressioni  che avevano il compito di mitigare la caduta successiva della coccia o della saietta. Si diceva, per esempio“Cu pozzi stare bbonu e mmai malatu” oppure “Pozzi stare sempre sanu”, ma subito sull’apparente augurio veniva poi a cadere l’inevitabile “saietta”.

gruppo di persone foto carusa.it

I modi di dire non sono mai astratti, ma  sono sempre espressione di modi di vita e dei  modi di fare. A questa regola non sfuggono le forme di gentilezza in dialetto salentino improntate spesso ad un esagerato sussiego, specchio di un tempo in cui le differenze sociali erano molto marcate, e chi chiedeva  manifestava anche verbalmente sottomissione e di conseguenza esagerata riconoscenza.  Caratteri molto evidenti se paragonati  alle (non) formule di cortesia ricorrenti di oggi.

Si parte dal saluto:“Salutare è crianza, rispunnere è dduvere” e ancora “Lu salutu è dde l’angili” e “Nu salutu nnu se neca a ciuveddi” anche se c’è  qualche distinguo “Secundu le persone, se dave lu bbongiornu”. Favorite le facce toste perché “Facce de cornu, trova bbongiornu”. Una punta di malizia poi a proposito del saluto dovuto a preti e monaci “Preiti e mmonici li saluti, e nne li manni de ddu su’ vvinuti”.

Preludio ad una domanda o ad una richiesta era: “Sempre pacandu, possu fare ‘na domanda?”, ma c’è anche chi orgogliosamente, e con la borsa piena,  riteneva che   “cu llu miu pacandu, nisciunu ringrazziandu”.  Altri approcci per chiedere un favore:   ”Nu te sia pe’ cumandu”  o “nu te dispiacire” (anticipando qualcosa di poco piacevole); ancora “Pe’ l’anima te li morti” sottintendendo il possibile acquisto di indulgenze da applicare all’anima dei defunti il cui ricordo era sempre molto presente come testimonia il modo di dire  “Salute a nnui e paradisu a iddu”

Una volta ricevuto il piacere, non ci si limitava a un “Crazzie tante” a cui, comunque, ci si schermiva rispondendo “An cielu”, ma i ringraziamenti venivano accentuati da auguri vari: “Salute cu aggi”, “Bonasorta e bona fortuna”, “Ddafriscu li morti”, “Recumeterna a li morti toi”, “Salute e furtuna”, oppure mutuato dallo spirito francescano un conclusivo “Pace e bbene  cu aggi”. Singolare il “Crazzie pe’ mmoi” che faceva presagire una ricompensa, un “disobbligu” lauto che sarebbe arrivato prima o poi. Ma intanto ci si doveva accontentare di quella velata promessa implicita nel “pe’ mmoi” che forse sarebbe stato “pe’ mmai”. C’è da dire che il “Crazzie” non sempre era sufficiente: “Lu crazzie nu ddà de mangiare”, “Cu lu crazzie nu sse inchie la mattra” “Lu crazzie nnu ssazzia”.

Basta ringraziare? Non sempre: “Ci ringrazzia, esse d’obblicu” cioè non era necessario il ricambiare, ma come avviene spesso nei modi di dire popolari, viene registrato anche l’opposto“Ci ringrazzia nu esse d’obblicu” e quindi prima o poi finiva col “bussare cu lli peti” perché le mani occupate dai regali.

Moglie, marito e figli, le tre “colonne” su cui si sosteneva il matrimonio; ogni “ampliamento”, se c’era, era ben occultato. Niente famiglie allargate, tutto  scorreva su binari abbastanza rigidi e se c’era flessibilità era tollerata e permessa solo nelle classi alte perché ai nobili, ai ricchi tutto era concesso anche andare contro il buon senso comune a cui invece erano obbligati tutti gli altri.

Su questo numero parliamo di figli, sempre attraverso i proverbi, con la raccomandazione che più volte abbiamo ripetuto: i proverbi non sono depositari di saggezza, ma indicatori di mentalità e bagaglio di tradizioni.

I figli erano sempre  ritenuti il necessario completamento del matrimonio. Anche in periodi difficili erano ben accetti : è vero che erano bocche da sfamare ma anche potenziali braccia da lavoro e speranza di ricchezza futura.

Non si possono certo scegliere: “Fijie e fiji, comu te li dave, te li piji”, ma era auspicabile una famiglia numerosa: “Fiji e cuperchi, nu ssu’ mai superchi”; “Fiji e bicchieri, nu bbastane mai”;”Fiji e turnisi, nu ssuntu mai troppi”.

D’altronde non era consigliabile avere un solo figlio  perché “Fiju sulu, fessa crisce” e “Fiju sulu e ncarizzatu, ddo’ fiate discrazziatu”; e ancora “Fiju uno, fiju nisciunu”. Ma come al solito c’è il proverbio che contraddice quello detto finora. Molti figli? Non è il caso perché :“Fiji muti, malannata sempre” , riferito, appunto all’aumento di  bocche da sfamare.

Particolare attenzione veniva prestata alla figlia, basta dire che veniva considerato un buon matrimonio quello che al primo parto era allietato dalla nascita della femmina: “La bbona mmaritata, face fimmana la prima fiata” e ancora “Ci bboni vicchizzi ole fare, de la fijia fimmana à ncignare”.

La predilezione per le figlia femmina veniva sottolinata dal rapporto con la nuora che non sempre era tranquillo: La nora nu te scarfa e nnu tte ndora: lu fiatu te la fija è quiddu ca te ripija”. Predilezione che si estendeva anche ai nipoti, ai figli della figlia femmina, naturalmente: “La fija te la fija tutta me mpija, tutta me mpija; la fija te la nora, num me fete e num me ndora”

I proverbi dicono la loro anche nel campo dell’educazione dei figli. Assodato il fatto  che “La pesciu arte è ccu crisci fiji”, allora bisogna prendere atto che “Ugnunu bbitua li fiji comu ole e ssape”. Con una raccomandazione comune, però: niente coccole, perché “Fijiu cocculatu”fiju malemparatu” e “Fiju troppu cuttentatu, nu rivesce custumatu”.

In conclusione, molti figli, pochi figli, il dibattito è aperto. Ma alla fine c’è un proverbio, secco, che non ammette aperture in nessun senso:  “Lu veduvu senza fiji tene la meju famija”. Così, senza mezzi termini, senza moglie e senza figli.

 

Simu Salentini. L’amore è tutto e il contrario di tutto e, considerata la varietà delle manifestazioni  forse è proprio questo il sentimento che si presta più facilmente di altri alle interpretazioni della cosiddetta saggezza popolare, cioè quella dei  proverbi. Spulciando tra le definizioni e i modi di dire diffusi tra la gente e spesso fissati in raccolte spesso frutto di anni di ricerca come quella realizzata da Nicola De Donno che raccoglie ben 16888 proverbi,  sembra che la caratteristica più comune dell’amore, naturalmente con le inevitabili sfumature, sia la cecità.

Si inizia con “L’amore ceca” e poi “ è ccecu de n’occhiu, nu dde tutti ddoi” ,  “ è ccecu de tutti ddoi l’occhi” “ è ccecu, e cceca cinca nferra”, “è ccecu, è nnu ccanusce errore”, “è ccecu , e vvite de luntanu” , “ è ccecu, ma vite”, “è cecu, ma vite cu llu core”. E andando avanti ci si convince che non solo è cieco, ma vola alto e non si lascia impigliare dalle viscosità terrene, dalle beghe quotidiane: “Amore nu gguarda errore, amore nu gguarda razza: corne o none, se la mbrazza” , “Amore nu gguarda ricchezza”,   “Comu mieru mbriaca, copre ogne ddifettu”.

Se c’è qualcuno ancora che pensa che  l’amore si possa misurare magari con il valore della dote o con il prestigio del potere, bene, si deve ricredere, perché i proverbi sono perentori: l’amore sfugge ad ogni misurazione  “Amore  nu sse mmisura a parmi”, “Nu sse pisa a lli rricali”.

E poi via con una serie di negazioni, quello che l’amore num bole:Nu ssente dulore, nu ssente prediche, num bole cunziji, num bole pinzieri, nun porta rispettu”. E in positivo?  “Ole fatti comu lu ciucciu mazzate”, con un termine di paragone che non è certo esaltante, ma rende praticamente l’idea.

Nel vasto repertorio non manca uno sguardo rivolto agli aspetti quotidiani, quelli realistici, fuori da ogni definizione idillica, l’altra faccia dell’amore che contempla anche la possibilità che il sentimento si esaurisca.  “Amore va e vvene”, perché “Amore de fimmana, sule de marzu, onda de mare, nu te fidare”.

Meglio gli amori vecchi o quelli nuovi?  Il vantaggio è dei vecchi considerati duraturi :“Amore nou va e vvene, amore vecchiu se mmantene” “L’amore vecchiu nnu face ruggine”, anche se si riconosce che poi in fondo ogni calcolo viene meno perché  “Amore dave sinnu, e sinnu lleva”.  Ogni considerazione poi cade davanti all’amara constatazione che “Amore nu bbasta, cu fferve la pignata”

Ed infine a proposito degli amori  che si concludono con un matrimonio “Amore ca se nzura, amore ca nu ddura”, ma non lo stiano a sentire Loretta e Antonio, i protagonisti  della storia che pubblichiamo accanto. Solo questione di rima.

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Donne che lavorano il tabacco

Simu Salentine. Il numero dei proverbi in dialetto che hanno come oggetto la donna è davvero impressionante tanto da suscitare una riflessione immediata. Perché tanta attenzione quasi puntigliosa su ogni aspetto che riguarda l’universo femminile, non riscontrabile per quello maschile? Potrebbe essere anche questo un tentativo di dominare e ingabbiare un elemento che sfugge ad ogni classificazione? Qualunque sia la risposta, la saggezza popolare ci offre un ventaglio variegato e colorito di massime che ci fanno rileggere periodi storici e tradizioni e riflettere sul percorso accidentato che le donne hanno fatto. Per cominciare vediamo i termini di paragone

La fimmana è comu…

La canna: “cu llu risu te futte e ccu llu chiantu te nganna”; la castagna: “de fore bbedda e dde intra macagna/ liscia de fore, e de intra mafagna”; la fame: “ttocca lla ccuntenti quannu ole idda”; la luna: “tene li quarti soi”; la menta: “cchiui la friculi e cchiui ndora”; la scarpa: “quannu te va’ comuda, s’à fatta vecchia”; lu fiuru: “nu ss’apre, se nu llu nnacqui”; lu trobbicu: “cchiù bbie e cchiù li tene site”.

La fimmana bedda

La bellezza viene ritenuta una dote prettamente femminile, una garanzia per trovare marito, anche se a volte non basta perché è necessario aggiungere altre qualità come la pulizia e la bontà. La bellezza femminile obbedisce ad alcuni canoni “Fimmana bbedda de natura, larga de piettu e stritta de cintura” ma anche “Fimmana bbedda, de piettu na rancatedda”, alla faccia delle quinte siliconate. Se una è bella davvero non ha nemmeno bisogno di trucchi, anzi “Fimmana bbedda de natura, cchiù ttrascurata va’, cchiu bedda pare”. E poi matrimonio assicurato: “Fimmana bedda, a casa nu rresta”; mai puaredda; nasce cu lla dota” E ancora “Fimmana bbedda e ppulita, senza dota se mmarita”. Ma attenzione perché: “Fimmana bbedda e ssenza ggiudizziu, è ccomu margherita a lle munnizze” e poi anche “Fimmana bbedda , superbiusa e ppacciaredda”

E le donne che non sono belle ma solo buone? Sono laboriose e valgono oro, si possono consolare.“Fimmana bona, nu stave mai tosta” e “Fimmana bbona, vale na curona”. Per le brutte non c’è scampo “Fimmana bbrutta, pe cquantu ngarbata, senza la dota nu sse troa spusata”.

Le donne e il matrimonio

L’obiettivo delle donne, sempre secondo i detti popolari, è trovare un uomo e sposarsi perché “Fimmana nu maritata, fimmana male guardata”.  Il desiderio di accasarsi viene espresso da alcuni segnali: “La fimmana ca canta ole maritu, e ll’ommu ca passeggia è nnamuratu”, “Fimmana ca li spicchiane l’occhi, ole certu cu lla tocchi”, “Fimmana ca suspira ,allu lettu ole tte tira”. Non deve fare nemmeno la difficile perché “Fimmana ca sceje assai, se mmarita o tardu o mai”

Ma poi quando è mmaritata non è che le cose vadano sempre bene: è vero che “fimmana maritata de tutti è rispettata”, ma c’è anche da considerare che “fimmana mmaritata, ciuccia caricata” e che “fimmana mmaritata num po’stare scuciatata”.Insomma vita sempre difficile per le donne perché all’uomo non ne va bene una: “La fimmana ricca è uzziosa, la piccula è vvizziosa, la bedda è vanitosa, la bbrutta è ffastidiosa”.

Fimmene e…

Dalla singola donna all’intera categoria in un crescendo di generalizzazione che, comunque è proprio una caratteristica dei proverbi. Colpisce l’accostamento delle donne agli animali, ma non c’è da meravigliarsi se sono state considerate anche senza anima. Anche i proverbi, quindi, a testimonianza di quanto sia stato difficile passare da fimmine a donne. Per questo leggendoli si sorride, ma  si riflette:“Fimmine, cavaddi, sciochi e sservitori, rruvinane li signori”;“Fimmine, ciucci e nnoci, olene manu tosta”;“Fimmine e caddine, o tutte piettu o tutte anche”;“Fimmine e caddine, se essene se perdene”;“Fimmine e ccalendari, dopo n’annu, se cangianu”; “Fimmine e ciucci, lu bastone li ndirizza”; “Fimmine fiche verdi, se rrimoddane ttantannule”;“Fimmine e mmiluni, unu ogne ccentu su’ bboni”.

Simu salentini. La festa della Candelora era una delle feste più legate al mondo contadino in un periodo in cui le previsioni meteo erano affidate ai tramonti rossi di sera e alle feste dei santi  come nel caso della patrona di Gallipoli “S. Agata de Catania vene cu lu sciroccu e se ne va cu lla tramuntana”.

Parliamo della Candelora che si celebra il 2 febbraio, esattamente 40 giorni dopo il Natale. La chiesa cattolica ricorda il  rito della purificazione della Vergine Maria. Secondo la legge degli ebrei la donna che aveva dato alla luce un maschio veniva considerata impura e per quaranta giorni non poteva uscire di casa e partecipare ai riti. Al termine di questo periodo avveniva la presentazione al tempio del bambino. Così fece la Madonna con Gesù. Il rito prevedeva l’accensione delle candele (il fuoco è considerato simbolo di purificazione), uso che dall’Oriente è passato in Occidente  e che viene rinnovato anche ai nostri giorni. Vengono benedette le candele che poi sono distribuite ai fedeli. In passato si accendevano in caso di temporali, o di malattie, o se in casa c’era uno in fin di vita.

Sempre nei decenni scorsi si dava molta importanza alle condizioni meteo del giorno della Candelora, se era brutto tempo si aspettava una bella primavera , e quindi anche l’inverso: “Candilora trubba, mese chiaru/ma se lo sai ben cuntare/nc’è nu beddhu quarantale/poi rispunne u vecchiu de ‘ntra lu saccu/e dice ca face friddu finu a Santu Marcu”. Cioè fino al 25 aprile.

Pura illusione, quindi, quella che la primavera è alle porte perché il freddo può continuare fino ad aprile inoltrato. Un altro detto rafforza il precedente: “A lli ddoi è la Candilora: o ca nivica o ca chiova; ma se bbonu tiempu fa, la  nvernata se ne va (ma se sai bene cuntare, nc’è mm’autru quarantale).E ancora “Candilora, lu state intra e llu jernu fora” La sensazione che si va verso la bella stagione è data anche dalla constatazione che le giornate sono diventate più lunghe “De Natale a lla Candilora, la sciurnata se llonga de n’ora”.

Se anche piove, bisogna stare attenti alla qualità della pioggia:“De la Candilora se chiove acqua minuta, la nvernata se n’è ssuta”, l’acqua minuta è quella sottile, quella di primavera che fa bene alla terra.

Candelora chiara o trubba che sia, è davvero l’ultima festa del periodo natalizio: “Ausative, camasce, ca le feste su’ passate; ma nc’è nn’autra festicciola, ca se chiama la Candilora”. Dopo anche i giorni del carnevale finiranno presto e ci saranno i quaranta lunghi giorni della Quaresima che la chiesa cattolica impronta al sacrificio e alla penitenza.

Nel Salento il 2 febbraio  si tengono due fiere importanti che richiamano gente da tutto il territorio: a Martano e a Specchia. Qui si conserva anche un’antica usanza: viene  tolto il Bambino dal presepe e custodito per l’anno successivo. Di solito il rito del bacio del Bambino avviene con l’Epifania, a Specchia è la Candelora, la presentazione di Gesù al tempio che chiude il periodo natalizio. A Martano la fiera è preminentemente di prodotti agricoli: si vendono animali, soprattutto cavalli, e i compratori arrivano anche dalle  regioni vicine.

Simu Salentini.  La saggezza popolare dei proverbi salentini non ha dubbi: “L’amore cumincia cu llu cantu, e mmore cu llu chiantu”, e per maggior precisione: “L’amore comincia cu ssoni e ccu canti, e spiccia cu ttrumenti e chianti”. Poche parole per sintetizzare l’atmosfera magica dell’innamoramento e la delusione e il dolore per la fine della storia.

Ma quando c’è, inutile trovare sotterfugi, l’amore non può essere tenuto nascosto: “Amore, dulori e ddenari, nu sse ponnu scunnire”, così come :“Amore e tossa nu se potene scunnire”; e ancora più realisticamente: “Amore e pasuli olene sfogu”. Ci sono dei segni esterni, l’uomo innamorato si riconosce: “Lu nnamuratu se canusce all’occhiu, e lu mortu de fame a llu spannicchiu”

Ma cos’è quest’amore? È difficile dare una definizione precisa, per valutarlo bisogna riferirsi ai comportamenti. Non si può, infatti, né  comprare né misurare: “Amore nnu sse ccatta a lla chiazza” né  “se misura a parmi, né se pisa a li ricali”.Inoltre: “Nnu guarda ricchezza” ;“Nnu ccura né ragione né mmisura”; “Nnu ssente dulore”; “Nnu ssente prediche, num bole cunziji, num bole pinzieri”.  E addirittura: “Nnu guarda razza, corne o none, se la mbrazza”. In conclusione l’amore non si ferma alle parole, va al sodo: “Ole fatti comu lu ciucciu mazzate” .

Difficile, quindi, la definizione dell’amore che nei proverbi non dà spazio alla retorica e ad accenti sdolcinati e di maniera. C’è però un elemento che lo connota: è cieco: “L’amore è ccecu, e cceca cinca nferra”; “ Ccecu, e nnu ccanusce errore”; “Ccecu, e vite te luntanu”; “Ccecu, ma vite cu llu core”. Non si è d’accordo, però, sul grado della cecità: “L’amore è ccecu de n’occhiu, nu dde tutti ddoi”; ma  c’è anche “L’amore è ccecu de tutti ddoi l’occhi” e  per questo “L’amore copre ogne ddifettu”.

Una cosa è certa: quando c’è l’amore deve essere corrisposto, una traduzione in saggezza popolare dell’aulico verso dantesco “Amor ch’a nullo amato amar perdona”.  E infatti:  “Ama ci t’ama, e cci nu t’ama, lassalu”; “Rispunni a cci te chiama ,ci no, chianca am piettu”. D’altra parte: “Amare ci nu tt’ama, è amore persu”; “è paccìa”. Se infatti “Amore chiama amore” , “Quannu chiama, nu llu fare spetta”; “Amore quannu tuzza, aprili”. Se l’innamorata è restia , comunque non c’è scampo perché “Ma poi l’amore troa le vie”

Basta affidarsi al sentimento, abbandonarsi al richiamo dell’amore? Non sempre, perché “Amare e nnu amare, dipende de lu raggiunare”; anche se è certo che “L’amore cchiù ama e menu canusce”, e “L’amore dave sinnu e sinnu lleva”. Deve venire dal profondo del cuore perché  “L’amore can nu vvene de lu core, è comu na minescia senza sale”; “Comu na sciurnata senza sule”. Comunque sia “Amore nu bbasta, cu ferve la pignata” .                                

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Simu Salentini. Fine di gennaio, veniva la merla e portava il freddo. “Alli giurni te la merla/ scelu, brina e nive/ porta sciannaru intra  a lu panaru”. (Nei giorni della merla/ gelo, brina e neve/ porta gennaio nel suo paniere). È un antico proverbio riferito al freddo intenso che imperversava negli ultimi tre giorni del mese di gennaio: 29, 30 e 31.

Un altro proverbio, sempre di marca salentina, di una Taviano che non c’è più, recita poeticamente così: “Na coccia t’acqua te nive/ alli giurni te la merla/ se face na piccula perla”. ( Una goccia d’acqua gelata/ nei giorni della merla/ diventa una piccola perla).

Un altro proverbio recitava così: “ Quannu pe’ la merla/ nnfrizzuli/ minti nu crossu a lu focalire”. (Quando nei giorni della merla/ muori per il freddo/ accendi un grosso ceppo nel focolare).

Era il tempo dei camini. I paesi del profondo Sud si riconoscevano dai comignoli fumanti. La sera, tutti a casa, riuniti intorno al camino. I più piccoli mangiavano pane col pomodoro, i grandi, invece, inzuppavano il pane nel  “cauteddhu” (minestra di peperoncini, cipolla, pomodori secchi conditi con olio). E mentre la fiamma ondeggiava nel camino, alta e ampia, la nonna raccontava, ai figli e ai nipoti, la favola della merla: «Durante un inverno mite di tanti secoli fa una merla bianca, che doveva far nascere i suoi piccoli e gradiva un po’ di freddo, se la prese con il mese di gennaio, deridendolo. Allora Giove chiamò i venti più freddi e fece pure nevicare. La merla gradiva il freddo ma non fino a quel punto. Allora per far nascere meglio i suoi piccoli si mise accanto ad un camino fumante. Il fumo annerì a tal punto le piume dei merli che da allora sono nere come il carbone».

I merli, dunque, avevano cambiato aspetto: avevano perso il candore del bianco ed erano neri per la cattiveria dimostrata dalla merla nei confronti di gennaio. Da allora gli ultimi tre giorni del mese sono i “giorni della merla”, i giorni più freddi dell’anno.

Oggi si va avanti senza proverbi. I camini, in molte case, sono spenti e la magia della tradizione è svanita come il fumo, diventando buia e nera.

RP

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Due sonetti, anonimi, ci riportano indietro di tre secoli, all’atmosfera festosa che la notte della vigilia animava le strade, svegliando chi era già andato a letto, e al racconto della Natività. Il tema viene trattato con toni prettamente popolari: S. Giuseppe diventa familiarmente”lu Peppu”, la grazia che viene chiesta nel primo componimento è quella di diventare da ciucciu un dottore, figura, in quel tempo di sicuro riferimento.

L’ambito linguistico è quello prettamente leccese e dei centri a nord del capoluogo .

I due sonetti sono tratti da “Il Natale nelle poesie dialettali salentine 1700-1995” a cura di Cesare De Carlo e Teresa Romano, Piero Manni editore,1995.

Cazza! ‘ce diaulu aiti? Sta redati

Cazza! ‘ce diaulu aiti? Sta redati

comu tanti demoni de lu ‘nfiernu!

deciti ‘ce ‘bu pighia, malecriati?

ci a ncapu cu be batta lu pepiernu!

 

Me pariti demoni scatenati;

nunc’ède nù bergogna e mancu scuernu!

Sta durmia, ci puzzee’essera scannati…

‘C’è bruttu cu ‘te ‘disceti lu jernu!

 

La tigna mo me rattu pe’ dispiettu…

‘Ce luce ci sta ‘bisciu! Lu Signore

è ‘benutu intra a nui de pargulettu..

 

Mutame ste cerveddre, Sarvatore;

fane (tuttu te tie, Mamminu, aspettu)

cu dientu de ciucciu nu duttore.

Sunettu. Natale

«Sciamu! – lu Peppu disse – e nu’ pensare!

De’ suddeti la legge puru è quista.

Allu mundu spenture imu ‘pruare,

e cussine lu Celu osce s’acquista».

 

Se mise, lu purieddu, a camenare,

e b’era d’ogne cosa idda spruista;

la entre soa se ntise ruddulare;

de l’uecchi ni manca’ quasi la vista.

 

La Madonna allu Peppu sou decia:

«Peppu, lu lassu moi subra quist’antu…».

Peppu…nu ‘sippe cchiui ‘ce sta facia.

 

Lu menau fra la paghia; e poi nu cantu

«Gloria allu Diu de’ celi» se sentia,

e lu Peppu pe ‘priesciu sburrau a’ chiantu.

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Simu Salentini. Numerosi i proverbi che sottolinenano credenze e tradizioni del periodo natalizio.

Natale a llu limmatare, Pasca a lla cantune, se oi chinu lu cistune

Natale, la sciurnata pare

Natale siccu, massaru riccu

Natale ssuttu e Ppasca muttulosa, massara pumposa

Natale ssuttu e Ppasca muttulosa,  se oi vvegna la nnata crazziosa; Natale lucente e Ppasca scurente, se oi cu vvegna bbona la simente

Natale ssuttu e Ppasca muddata, se oi vviti la villana mpupazzata

Natale cu li oi, Pasca a ddu oi, ma meju cu ll toi

Ci nu ddisciuna la viscija  de Natale,o ca è tturchiu, o ca è ccane

De Natale se mmutane le furnare

De la strina, se mmuta la ricina; de la Bbifania, se mmuta la signuria; de Pasca e dde Natale, se mmutane le furnare

De Natale a lla Candilora, la sciurnata se llonga de n’ora

De Natale a Ssantu Stefanu, quantu mangi e ddiggerisci

De Natale, lu jernu pare

Dopu Natale, friddu e fame

Fenca a Natale, né friddu, né fame; de Natale a nnanti, tremane li capasuni ca stannu vacanti

Fenca a Natale, né friddu, né fame; de Natale a nnanti tremane li nfanti

 Fenca a Natale, né friddu, né fame; de Natale am poi, tremane le corne de li joi

La notte de Natale, an grecu parla ogne animale

La notte de Natale, ole sazziu ogne animale.

La notte de Natale, pace an terra universale

Pane nu ffaticatu, nu ddura de Natale a ssantu Stefanu

Quannu vene de sabbutu Natale, mpignate lu mantieddu e ccatta pane

Sutta Natale, capituni ài recalare

Te la bbinchi ffaci pittule, ma Natale nu vvene

La viscjia de Natale, rape, pittule e baccalà

La viscjia de Natale, ttocca bbinchi ogne animale

Zampogna e cclarinu, Natale vicinu

(La maggior parte dei proverbi sono tratti da: Nicola G. De Donno, “Dizionario dei proverbi salentini” Congedo 1995).

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Simu Salentini. Natale è preparato da tappe che sono ben radicate nella tradizione salentina:  San Nicola, il 6 dicembre, S. Lucia il 13, e la Madonna Immacolata l’8. Riti religiosi (novena, processione) si alternano ad antiche consuetudini come il digiuno alla vigilia dell’Immacolata e le prime pittule. Per S. Lucia, poi le fiere con la vendita dei pupi del presepe.

A lli sei, santu Nicola, a lli ottu, santa Maria; a lli tridici santa Lucia; a lli vinticinque, lu Missia

Ci simmana cranu te santa Lucia, mala miessi li rria

De la Mmaculata a ssanta Lucia, nc’è picca via

De la Mmaculata, la cellina è mmaturata

De la Mmaculata, mmar’a lla fava ca nu nn’è nata

De santa Lucia  a lla strina, lu ggiurnu crisce nu pete de caddina

De santa Lucia a Nnatale, nu scinne e nn sale

De santa Lucia a Nnatale, quantu ncofani e ffaci pane

De santa Lucia a Nnatale, tridici giurni n’ave

De santa Lucia llunghisca la dia quantu l’occhiu de la addina mia

Nedda nedda nedda, a ll’occhi mei me pare bedda; a cci bedda nu lli pare, santa Lucia llu pozza cecare 

Nia nia nia, quantu è bedda la fija mia; a cci bedda nu lli pare, santa Lucia llu pozza cecare

Quannu teni santa Lucia, tutti te circondane

Santa Lucia  de Erchie , fanne cecare le vecchie;le caruse lassale stare, ca s’annu mmaritare

Santa Lucia, la cchiù curta dia

Santa Lucia, la nuttata cchiù llonga ca nci sia

Santa Lucia lleva a lla notte e mmina a lla dia

Mmaculata, sole trasutu, ddasciuno furnuto

Te la Mmaculata, la cascia è maturata 

Te la Mmaculata, la prima pittulata,

(La maggior parte dei proverbi sono tratti da: Nicola G.De Donno, Dizionario dei proverbi salentini, Congedo,1995.

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“De Santa Riparata l’ulia s’à nnirvacata”

Simu Salentini. È già iniziato il lavoro negli uliveti che farà arrivare sulle nostre tavole l’oro liquido giallo, profumato di olive appena spremute. E come sempre la saggezza popolare dei proverbi ci accompagna in questo percorso.

L’oiu te ulia lu male porta via

Quannu nc’è oju e sale tutta l’erba ete comu pane.

A oju e cranu , nu sparagna denaru

Acqua d’acustu, oju e mmustu

Acqua d’acustu, oju, lardu e mmustu

Acqua d’acustu, oju mele e mmustu

Acqua te masciu mieru e oju

L’amore  è ccomu l’oju de la lampa, ca ardennu se cunzuma

Ci tene oju, se cconza la nzalata

De oju mercante, oru e ccuntante

La fimmana è ffina cchiui de l’oju

Li guai su’ macchie d’oju ca se llargane

La lampa senza oju, se stuta

Mercante d’oju, mercante d’oru

Nobbiltà senza portafoju, è commu lampiune senza oju

Oju de lampa, de ogni mmale scampa

Sutta  Natale, l’oju a llu mercante  e lle ulìe alle sciave

Senza l’oju, a cce serve lu stuppinu?

Pecureddu de nu mese, oju de n’annu, fimmana de quindici

Quandu lu càulu è ttostu, l’oju ca minti è ppersu

Quandu lu malatu campa, nu ss’ia spicciatu l’oju a lla lampa

Ronzu, minti capu, sinò te cconzu, minti oju e ssale, ca le còfane stannu a ffare

Se lu primu de maggiu è cchiaru, l’oju de la nnata nu esse maru

Se lu primu de maggiu è scuru,l’oju de la nnata puru

Se oi pporti nnanzi la casa, pane mprusciunatu, oju rancidu e mmieru spuntatu

De santa Riparata, l’ulia s’à nnirvicata

Fica e ulia,ccòjila dia pe ddia, se oi nne cacci la fatìa

La mazza, l’ulìa l’ammazza

(I proverbi sono tratti da: Nicola G.De Donno, Dizionario dei proverbi salentini, Congedo,1995.

Un vigneto in zona Pizzo, Gallipoli

Simu Salentini. Novembre si apre con tutti i santi e l’invito è quello di riguardarsi “Te tutti li santi cappottu e quanti”. Se non si è provveduto, le numerose fiere autunnali offrono quanto serve per affrontare autunno e inverno: capi di vestiario, ma anche legumi, frutta secca, attrezzi per la campagna. Si dice anche: “Te tutti li santi, ci sta rretu  passa nnanti”, a indicare che in quel giorno vengono ricordati proprio tutti, anche i santi che non trovano posto nel calendario.

Un saluto, il 2 novembre,  a quelli che non sono più con noi  “Bonasera a tutti ui/siti stati comu nui/imu essere comu a bbui/bonasera a tutti ui”. Nel giorno dedicato al ricordo dei morti in alcuni paesi si usava  aprire le “capase” e mangiare i fichi secchi con le mandorle, profumate di alloro.

Il vino nuovo è alle porte, ma prima di S. Martino c’è S. Leonardo, il 6 novembre, che richiama il contadino al suo lavoro: “Te San Linardu chianta le fae ca è tardu”

Poi S. Martino, l’11 novembre che si “dilata” fino al 12, come a Taviano: “Te San Martinieddhu minti alle utti lu spinieddhu”.

Si spera che il vino sia buono perché “Quandu lu vinu è bbonu, lu vindi puru senza frasca” senza cioè mettere un segno di riconoscimento all’ingresso della “puteca”, un ramo di alloro o di mirto.

E se non è buono quello di quest’anno c’è sempre quello della scorsa stagione perché “Vinu te ddoi anni, oju te n’annu, pane te ‘nu giurnu e ou te n’ora”. È una caratteristica dei proverbi e dei detti popolari, considerati fonte di saggezza, quella di non escludersi a vicenda, ma di sommarsi l’uno all’altro rispondendo così alle esigenze variegate di chi li usa per avvalorare il proprio punto di vista.

Se il vino è pronto, gli ulivi sono carichi di promesse perché l’oliva sugli alberi così dice: “Su signura te ertu palazzu/ verde suntu e niura me fazzu/casciu an terra e nu me scrafazzu/ vau alla chiesia e luce fazzu”. E ancora:”L’ulia chiù pende, chiù rende”. Non poteva essere altrimenti, visto che l’ulivo è considerato una pianta sacra, per il mito legato a Minerva e per i cattolici perché credono che un cavo tronco d’ulivo abbia dato riparo alla sacra famiglia inseguita dai soldatio di Erode. “Aprite ulia e scundi Maria”. In ogni caso, vite e ulivo sono resi “sacri” dal lavoro e dal sudore di tanti agricoltori salentini.

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Simu SalentiniIeri erano ‘Mbru-‘Mbru (uno a cui piaceva il vino), Fuma (uno facilmente portato all’ira, ad accendersi),  Moi -moi (dal latino mox, subito, la rassicurazione di un ritardatario), Mintifocu  (un provocatore di liti), Gattuniuru (un menagramo),  Settemenne (seno prosperoso) le ‘ngiurie familiari e personali in circolazione nei paesi, oltre quelle – qui già citate – che etichettavano intere comunità. Ma oggi, tra i ragazzi, che tipo di soprannomi circolano? Sono ancora di uso frequente?

Basta fare un giro su facebook o su qualsiasi altro social network per avere la risposta. Oggi come ieri non c’è cattiveria, semmai una quantità variabile di voglia di prendere in giro benevolmente. Per cui un ragazzo che balbetta lievemente diventa ‘Nciarfy, con un tocco di irrinunciabile inglesismo; il figlio del becchino è Schiatty (da schiattamorti), Jacopo si trasforma in Jacobus, perchè ha un’auto di otto posti; ricordando Ace Ventura, il film sull’acchiappanimali, ecco l’italianizzato Eis, anche per via del cognome che richiama il film. Babu (un tipo un po’ imbambolato) ha radici più popolari, a differenza dell’ultracontemporaneo Screech, appioppato ad un particolare dj.

Taulone fa pensare ad un ragazzo piuttosto rigido nei movimenti, forse per timidezza, mentre Berty sta per “tipo dispettoso come una bertuccia”, una scimmia cioè. Fa pensare al soprannome Cicerone Merlo, per via del grosso naso. Fino ad un simpatico Ferdinudo, un Ferdinando che non indossa mai magliette.

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Simu SalentiniCi siamo ormai abituati a chiedere alla tv o al computer che tempo farà domani. Riusciamo anche a sapere in linea di massima quale tempo ci sarà per i successivi cinque giorni, quale vento spirerà, come saranno i mari.

In passato, non potendo usufruire di questi mezzi , si guardava il cielo, addirittura si “sentiva” il proprio corpo: quando aumentavano i dolori o ci si sentiva giù, non si poteva sbagliare, tempo di scirocco. Al contrario quando si preparava un bel tempo di tramontana.

I proverbi non facevano che registrare queste “competenze” acquisite sul campo o ereditate dalla saggezza dei nonni. Sono tantissimi i proverbi meteo, qui riportiamo una scelta in relazione alla direzione dei quattro venti più importanti.

 

Vento di scirocco

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, parti cu bbona vintura

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, tiempu ca nu ddura

Sciroccu chiaru e tramuntana trubba e buttana vecchia, lu Signore cu nne guarda

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, camina certu, ca la via è ssicura

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, corpi de mare nnu ire paura

 Lu sciroccu è la manta de lu poveru

Sciroccu muttulusu, li malati li face patire e lli sani nu lli face durmire

Se lu sciroccu rite, fessa ci lu crite

Diu cu ne guarda te tramuntana chiuvire e te sciroccu nivicare

Muntagne chiare, sciroccu a mare

Sciroccu chiuei chiuei e tramuntana chiangi chiangi

 

Vento di tramontana

La tramuntana è ssignurina: s’ausa tardu e sse curca mprima

Tramuntana: la sira scinne e la mmane nchiana

La tramuntana nu ddura na simana

Tramuntana, o ttre ggiurni o na settimana

Tramuntana, tutto me sana; sciroccu, tuttu me doju a ddu me toccu

La tramuntana è signura

La tramuntana lu core te sana

Ci ncete niuru a tramuntana, se vvicina la buriana.

Tramuntana ete carusa zzita: se curca mprima e sse ausa tardu

La tramuntana dura 3 giurni: nasce pasce  e more

 

Vento di ponente

Punente la tramuntana si sente

Punente, fitente

Punente fitente; e cce ss’à ddire de la tramuntana, dda fija de bbuttana?

Punente russu, o acqua, o troni, o frusciu

Punente, cacciatore nnu pija gnenti

Lu punente te scitta lu dente

Punente, serpente; punentale, corpi de margiale

 

Vento di levante

Levante, bbirbante

Levante chiaru e tramuntana scura, vane su ll’aria e nnu nn’ire paura

Levante e llevantina, ttre ggiurni e na quindicina

Levante inche lu vacante

 Levantina, la mattra stescia china.

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 Simu Salentini. Da “tuttu… ete poesia” , raccolta di poesie in vernacolo matinese, di Fernando Romano di Matino, introduzione di Rocco Cataldi,  tipolitografia Martignano, Parabita, 1988.

Vinu,vin

vinu vinellu,

o sinti duce

oppuru frizzante,

cu ttie ncorpu,

‘u core meu canta.

 

Cu éggi te ‘ frasca

o te lu vitusìa,

cu ttie oiu bbrindu

a ‘sta cumpagnia.

 

A tutti ‘sti cristiani

a cquai presenti,

l’amici,li cumpari

e li parenti.

 

A ccinca stàie tisu,

e puru a quiddhi ssettati,

salute a issi

e cinca l’àie ‘nvitati.

 

Mo’, ca ‘stu brindisi

l’hannu tutti cratitu,

brindamu alla salute

te la zzita e de lu zzitu.

 

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Simu Salentini. Numerosi i proverbi, che li si voglia o no considerare frutto di saggezza popolare, con oggetto il vino. Con varie sfumature lu vinu o lu mieru accompagnano la vita dell’uomo.

A lle ote vale cchiùi la fezza de lu fiaccu vinu.

A ttiempu de guerra, bbivi a mmatinu, se perdi lu fiascu, nu ài persu lu vinu.

Acqua cunturba viscere, vinu cunforta stommicu.

Bbivitore finu, prima l’acqua e ppoi lu vinu.

Cinca sape de latinu, lassa l’acqua e vva’ a llu vinu.

Comu ficera a Mmatinu, ca lassara l’acqua e ppijara lu vinu.

Cucina senza sale, dispenza senza pane, cantina senza vinu,  num balene nu carrinu.

De San Crispinu se ssaggia lu vinu.

Finucchiu, vinu senza llu scucchiu.

Guardate de ci nu bbive vinu, e dde fimmana ca parla latinu.

Intra lu vinu se fannu l’amici,i ntra lu chiantu se provane.

Meju vinu malidittu, cca acqua santa.

Mercante de vinu, mercante mischinu.

Lu mulu sutta lu trainu,bbive acqua e pporta vinu.

Nu ddumannare a llu locandieri, se lu vinu è bbonu.

Pane friscu, vinu vecchiu, mujere ggiovine.

Lu pannu a llu culore e llu vinu a llu sapore.

Lu vinu  a ll’occhi piace, li denti li pulizza, e la ventre la sana.

Vinu bbattezzatu, diaulu ddiventa.

Vinu maru, tenilu caru.

Ou te caddhrina e vinu te cantina su la meju medicina.

Ci vive mieru campa cent’anni.

Lu mieru bonu ete lu bastone te li vecchi.

Bivìti lu mieru cautu ca mbe passa la tosse

Lu mieru face ballare li vecchi.

Mare, viti e fuci, taverna, viti e trasi.

Nu bonu bivitore te vinu, prima prova l’acqua e poi lu vinu.

Meju puzzare te mieru ca te oiu santu.

Voce al Direttore

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Ci siamo. Puntuale come ogni anno, il balletto delle cifre è qui tra noi: quanti ne mancano all’appello? “Almeno il 40%”. “Macché! Siamo al...