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porto del canneto

Gallipoli – Un piccolo deposito occupato abusivamente è stato sequestrato dai militari della Capitaneria di porto di Gallipoli nei pressi del porticciolo del Canneto. Il manufatto, pari a circa 30 metri quadrati, era destinato in passato al deposito di attrezzi da pesca. La concessione demaniale è, però, risultata scaduta nel dicembre 2016 e per giunta intestata ad una persona ormai deceduta. L’immobile sarebbe, dunque, dovuto tornare nella disponibilità del Comune di Gallipoli mentre la Guardia Costiera ha constatato l’avvenuto subingresso abusivo da parte di qualcuno che ha pure provveduto a bloccare la porta d’ingresso con un lucchetto. Al fine di evitare il perpetrarsi del reato di occupazione abusiva, i militari hanno posto l’immobile sotto sequestro per consentirne la restituzione all’Autorità comunale quale organo deputato alla gestione del demanio marittimo.

GALLIPOLI. Le acque del Canneto di Gallipoli tornano a “respirare” dopo le prime operazioni di recupero dei rifiuti abbandonati sul fondale a cura della locale associazione subacquea di Protezione civile “Paolo Pinto”. Domenica 26 ottobre, dopo diverse settimane di lavoro per raccogliere negli appositi retini il materiale accumulato, è partita la bonifica della banchina del Canneto dove vengono ormeggiati i pescherecci. Alle operazioni, iniziate alle ore 8,30 e terminate alle 12,30, hanno partecipato anche i ragazzi della Protezione civile “Cb Cover” di Parabita con i colleghi di Muro Leccese, Zollino (“Avpc”), Corigliano D’Otranto, e Minervino di Lecce (Gruppo comunale). I lavori di recupero, effettuati con l’aiuto di un braccio meccanico fornito dalla ditta Navita e dalla ditta Econova messi a disposizione dal Comune di Gallipoli, sono poi stati sospesi a causa del fango che ha reso impossibile la prosecuzione delle operazioni.
Consistente il “bottino” nascosto nel fondale: dalle acque del porto sono emersi rifiuti di ogni genere, tra cui bottiglie di plastica e vetro, tute di plastica, scarpe, stivali, sbarre di legno e ferro, otto batterie, 65 copertoni, tubi di plastica, un tavolo, quattro secchi, barattoli di metallo, 20 nasse e chilometri di cime e reti ormai in disuso. Un’operazione piuttosto difficoltosa, quella portata avanti dalla “Paolo Pinto”, che probabilmente si protrarrà per diversi mesi data l’enorme quantità di materiale abbandonato.

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