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pomodori italiani

Nardò – “La terribile verità sulla tua lattina di pomodori italiani”: l’allarmante titolo con cui il giornale inglese “The Guardian” fa da autorevole sponda alla notizia delle indagini promosse da una Procura italiana sui temi del caporalato e dello sfruttamento. L’inchiesta parte dalla morte di Abdullah Mohammed  nelle campagne dell’Arneo e arriva a tirare in ballo per la prima volta le aziende della grande distribuzione, parte fondamentale della filiera che genera lo sfruttamento, in questo caso “Mutti” e “Cirio”. Nell’inchiesta affidata al pubblico ministero Paola Guglielmi sulla morte del bracciante 47enne che due anni fa finì la propria vita in un campo di pomodori fra Nardò e Porto Cesareo, ci sono il “responsabile di fatto” dell’azienda che ha reclutato il lavoratore, G. M. (assolto peraltro in  primo grado del processo Sabr), la moglie R. D. R., titolare formale, e l’”intermediario” sudanese. Nel ricostruire il percorso che i pomodori raccolti in condizioni estreme di lavoro compiono prima di arrivare sulle tavole di tutto il mondo, la procuratrice ha accertato che da questi campi di Puglia partono i prodotti messi sul mercato dalla grande distribuzione: “Nessuna responsabilità penale”, ha tenuto a precisare il magistrato. Ma sulla complessa questione sono intervenuti in tanti per testimoniare in ultima analisi l’assoluta necessità di un codice etico per le aziende, a tutti i livelli. “La battaglia per una legge sulla certificazione etica la portiamo avanti da molto tempo, oggi i fatti ci danno ragione” ha commentato Yvan Sagnet, il sindacalista africano che nel 2011 si fece portavoce della protesta degli immigrati sfruttati a Boncuri e che oggi guida il comitato “No Cap” (no al caporalato), facendo luce sulle vicende di padronato e sfruttamento di tutta Italia.

“Sosteniamo dall’inizio della nostra avventura quanto oggi balza davanti agli occhi di tutti – ed esistevano già da tempo reportage e inchieste sulla questione. Crediamo giusto – precisa la presidente Rosa Vaglio di ‘Diritti a Sud’– che anche ai datori di lavoro e alle catene di distribuzione sia riconosciuta la responsabilità penale in queste dinamiche, non basta dirsi non informati su quanto accadeva presso i propri fornitori soltanto a posteriori”. A proposito di grande distribuzione, il sodalizio ha intrapreso da tempo un percorso nella rete “FuoriMercato” che con esperienze da tutta Italia, mira alla vendita dei prodotti tramite canali alternativi, come botteghe equo-solidali e mercatini a chilometro zero. Proprio in questi giorni sono stati con la loro salsa “Sfruttazero” a Trento (per la terza volta) alla fiera “Fa’ la cosa giusta”, mentre nei mesi scorsi si sono resi protagonisti di una scelta difficile: “Abbiamo ricevuto un’offerta per l’acquisto di tutta la nostra produzione da parte di una grossa catena di supermercati – fanno sapere – ma per coerenza, proprio perché consapevoli di questo meccanismo, abbiamo rifiutato”.

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