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poesia salentina

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Simu Salentini. Voglia di dialetto, di far parlare nella primissima lingua, quella “te lu tata” anche i grandi poeti. Se Leopardi fosse stato salentino avrebbe sentito così il senso dell’infinito? Avrebbe definito parole poetiche anche “muntagnedda”(colle), sapale (siepe)? Certo anche nella versione del dialetto aletino la poesia del Leopardi conserva il suo fascino. Come non apprezzare, infatti, “e comu sentu u ientu/ca ruscia a ‘menzu ‘e chiante…”  Quel “rusciare” è proprio onomatopeico e fa sentire il passaggio del vento tra le piante e quindi il valore del tempo vivo e presente che è poi l’ancora che rende dolce il naufragare. L’autore è un docente e traduttore.

L’Infinito salentino

Sempre l’amai dhra muntagneddrha solitaria,

e stu sapale ca na bona parte

te dr’orizzonte luntanu te llea la vista.

Ma ci me ssettu e cuardu, mundi

senza fine te l’addrha vanda, e silenzi

ca nu ‘sù de sta terra, e na tranquillità completa

me ‘mmagginu ca ‘ncete, tantu ca quasi

me mintu paura. E comu sentu u ientu

ca ruscia a ‘menzu e chiante, dhru

silenzio senza fine lu confrontu

a quiddrhu: e pensu all’eternità

e a lu tiempu ca nun è chiui e a quiddru te moi

ca è ‘ncora viu e lu sienti. E cusì intra

st’immensità li pansieri mei se ‘ffucane:

e me piace cu me sprufundu intra stu mare.

 

Aldo Magagnino – Alezio

Simu Salentini. “Sta tuzzu cittu cittu a quista porta/ma nu’ riuescu cu la visciu ‘perta/e jeu scurnusu spettu a ‘na ripàta/ ḍḍa porta ci la visciu scarassàta”. Così recita il primo verso della prima poesia “Un poeta nell’ombra” che dà il titolo alla seconda raccolta di testi poetici di Cesare Giannelli, con la quale ha vinto la 14° edizione del concorso “Poesia in vernacolo”, organizzato dalla chiesa di San Lazzaro a Gallipoli.

Ma questo, cronologicamente, “è solo uno degli ultimi premi vinti”, ci fa sapere con un po’ di imbarazzo Cesare Giannelli, un uomo che nel corso della vita ha fatto diversi mestieri, ma ha sempre avuto una sola passione, la poesia, la voglia di scrivere, il bisogno di scrivere, la necessità di conservare e tramandare la tradizione della lingua dialettale. «Non mi piace – dice – mettermi in mostra, ecco perché il libro si intitola cos.; io mi rispecchio nella poesia “Un poeta nell’ombra».

Cos. Giannelli aspetta fuori dalla dimora della poesia il suo turno. In questo breve componimento non mancano le critiche a coloro che fanno abuso delle parole e lanciano messaggi vuoti di signifi cato e, infatti, si legge “E nc’è ci va’ cu ne rumpe li vacanti (alla Poesia)/ e inchene ‘nu piattu te parole,/senza ‘na croce t’oju e senza sale!”.

Qualche tempo fa, nel salone parrocchiale della chiesa di Sant’Antonio a Parabita, Cesare Giannelli (foto), insieme ad Aldo D’Antico e Mario Cala, che ha curato la copertina del libro, ha presentato quest’ultimo lavoro a una platea numerosa e visibilmente emozionata alla lettura di alcuni brani. Proprio D’Antico ha sottolineato la cura con cui le forme dialettali vengono riprese.

In questo libro sono contenute 50 poesie che testimoniano 11 anni di vita del poeta, vengono cantati diversi argomenti, dall’amore per la sua dolce metà che come un fuoco ha bisogno di ceppi robusti per ardere e non di paglia, alla fede religiosa, ai ricordi da bambino, ai legami forti con gli amici, come quello che lo legava a Rocco Cataldi, suo compagno di avventure poetiche.

Sofia Marsano

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Sannicola. In una emozionante serata nel centro culturale di via Oberdan è stato presentato, nelle scorse settimane, “Mani amiche”, raccolta di poesie di Rosa Mezzi (foto), 85enne signora di Sannicola.

«Quando Rosa mi ha informato del suo progetto, segretamente sognato da lunghi anni,  ho letto nei suoi occhi il desiderio di vederlo realizzato. Le parole le aveva ordinate in versi su pochi fogli bianchi che teneva arrotolati nella mano destra e li agitava stringendoli nervosamente. Racconta un presente, il suo, dai colori opachi, tra le cui pieghe si insinua un futuro che lentamente, ma inesorabilmente le impedirà di donarsi con le medesime amorevoli cure con le quali oggi si dona» – ha affermato nel corso della serata il maestro Franco Ventura.

La raccolta di poesie è stata presentata dalla Parrocchia di Santa Maria delle Grazie e dall’amministrazione comunale. I giovani dell’azione cattolica, Chiara Calò, Melissa Donno e Federico Raccioppi hanno, poi, interpretato alcune liriche appassionando il numeroso pubblico. Ada Sansone ha coordinato gli interventi del sindaco Giuseppe Nocera e del parroco don Piero Malodrottu.

Un meraviglioso filmato dedicato alla raccolta è stato realizzato da Salvatore Stamerra. «Pur se fragili, Rosa conserva fiduciosa quelle schegge di speranza alle quali ha sempre creduto: “hanno visto galleggiare/ vele bianche di speranza / i miei occhi mai stanchi / di salutare nuove albe dorate”», ha concluso  Ventura rileggendo alcuni versi della poetessa.  Il libro, corredato da belle fotografie, comprende 15 componimenti dedicati, tra gli altri, “A mio figlio” e “A mia madre”.

Simu Salentini. “Rosa fresca aulentissima…”, inizia così il “contrasto” più famoso della poesia dialettale salentina (dialogo in rima vivace, botta e risposta tra l’innamorato che corteggia e la donna apparentemente ritrosa che cede davanti alla richiesta di matrimonio) attribuito a Cielo o Ciullo  d’Alcamo, o dal camo (flauto), o come è emerso ultimamente “dal Capo”, chiaramente quello di Leuca.

Chiunque sia  questo poeta giullare e qualunque sia il paese del Sud da cui proviene (la lingua usata non ammette ipotesi che vanno al di là del dialetto siculo-calabro-pugliese-salentino, così come c’è certezza del periodo storico che è quello di Federico II), un genere di poesia d’amore, popolare come l’argomento che tratta, inizia proprio con l’abusatissimo paragone  (in seguito) tra la donna amata e la regina dei fiori.

Successivamente saranno cantate tante donne, Beatrice, Laura, Angelica, donne angelo e donne tentatrici, nella letteratura alta e in quella popolare. Non per niente l’amore in tutte le sue sfumature  appare nella maggior parte delle produzioni poetiche.

E nella poesia dialettale salentina? Come viene cantato l’amore in dialetto?

C’è una prima annotazione da fare: l’amore è strettamente legato ai luoghi. C’è una specie di pudore dei sentimenti sicché l’amore c’è, ma è collegato ai luoghi cari del paese, al lavoro e alla casa della donna, al ricordo di eventi (feste paesane) che hanno facilitato gli incontri. Sono tanti gli esempi in cui la ragazza amata appare intenta a tessere, a cucire, sulla soglia di casa (era difficile valicare il limatare), dietro le finestre.

Se jeu tenissi l’ale pe bbulare/su la fenesscia toa sempre me stìa/e ‘na canzune duce t’ia cantare/malencòneca comu l’arma mia./Me nd’enìa te la sira ulandu ulandu/e stia cu tie fenca alla matina/ intru ‘llu suennu me sentii cantandu/e facìa cu te ddìsceti, Rusina” (Giuesppe De Dominicis, Capitano Black). Oppure l’amore è  legato alla nostalgia del paese e della casa come in “Spettame”  di Erminio Caputo: “Aggiu turnare, aggiu turnare a casa/m’aggiu straccatu de zzingarisciare/cu stendu manu e bau ccugghiendu jentu/ Aspettame sull’urtimu scalune/cu te pozzu uardare a controluce/e po’ cu bieni mmeru a mie liggera/comun a nuula candida de mmace”.

L’amore, come da copione, anche nelle poesie in dialetto salentino fa piangere e disperare ma sfogliando qua e là le raccolte dei poeti non mancano componimenti di insolita leggerezza come nella “Dichiarazione d’amore” di William Fiorentino “Ni scrissi: ‘Rosa t’amo follemente/pur se d’altri sei l’amore ardente/e sapendo che non ti potrò avere/disperato mi sono messo a bere’/.E pensare ca ieu era astemiu/E mm’è tuccato stu bellu premiu/,ma mbriacandume aggiu ppuratu/ ca me piace la Rosa e… lu Rosatu”.

Ricchissima la  tradizione orale in cui l’amore viene raccontato al limite del bozzetto. Tramandati di bocca in bocca sono stati raccolti numerosi testi, privi del nome dell’autore e collocabili nei vari paesi dalle particolarità del dialetto. Vi domina il tono leggero, la battuta che rende accettabile anche l’amore contrastato, i paragoni con gli oggetti di uso quotidiano, con i frutti più dolci. ma anche con quelli più duri, come le mandorle e addirittura le “pastiddhe”.

Nella poesia d’amore popolare basta comunque poco all’innamorato per essere felice. Certo i baci sono desiderati, rubati, fuori dalla curiosità della gente, ma può bastare anche “l’occhiu rizzu” per toccare il cielo: “Ieu nnu tegnu gelusia/,Ntonia, cara beddha mia/de ci è riccu, ci è cuntentu/de ci mancia ogne mumentu/de ci balla, canta, sona/de ci mancia robba bona/ma de tie cilusu assai/. Se me dai ddoi beddhi vasi/se me faci musi e nasi/se me vasi su cuntentu/e se nnu me tai turmentu/stau cuntentu e nnu me stizzu/se me faci l’occhiu rizzu” . (testo raccolto nella zona adriatica).

Come dire, basta davvero poco per essere felici.

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Antonio Colizzi di Parabita

Simu Salentini. Non sempre il  Natale è stato la fiera della vanità come è diventato negli ultimi decenni né era annunciato con gli addobbi natalizi già intorno ai primi di novembre. C’erano dei tempi  precisi da rispettare  e i segni  conservavano per intero il loro valore. Per i più giovani è preistoria.

Ma forse vale ancora la pena tuffarsi  nella poesia dei poeti salentini non solo perché si colgono atmosfere natalizie scomparse  ma anche perché i loro componimenti costituiscono una documentazione di quello che accadeva nel periodo della festa  più attesa dell’anno.

Il Natale era preparato dalla novena della Madonna Immacolata  (digiuno nella vigilia e suono della pastorale)  e di S.Lucia con il rito del fuoco che in alcuni paesi si moltiplicava in decine di falò (focareddhe).

Nelle case non mancava  quello del focalire, il ceppo nel camino: “Lu focu se vitia ardire/pe lla casa se spandia lu tepore/ssattata nnanti u focalire/ a famija ttaccata te l’amore” e ancora: “A nonna vecchiareddhra/cu lli cchiali rrapazzava/alla napute vagnunceddha/ i culacchi ne cuntava” (“Aria te Natale” di Antonio Colizzi, Parabita) . Il 16 dicembre, inizio della novena, al buio, prima dell’alba, movimento nelle strade: “Sentu a mmienzu  ‘lla via  la ggente/ ssuta te la nuvena te Natale” (“Sta rria Natale”, Salvatore Imperiale, Neviano ).

 Intanto in famiglia la sera ferveva l’attività per la costruzione del presepe con materiale semplice, quello che offriva il convento: “Taule, giornali e coddha te farina,/tutti i vagnoni all’opera impegnati,/prima la crotta te tanta paja china,/strate e castelli cu l’ovatta ‘mbiancati”(“Ddru presepiu “ di  Fernanda Quarta, Racale). O come canta Agostino Cataldi di Gallipoli: “Aggiu fattu nu Brasepiu/ca è cosa te nnamuri/su na banca, mmienzu casa/cu la crita e cu li suri/Aggiu misu li pasturi/Ciucci, vacche e pecureddhe/;nu massaru, nu furnaru/e nu macu de le steddhe”

Infine arrivava la notte della vigilia con l’impazienza dei bambini: “Mamma, nù boju cu’ dormu stanotte/me piace cu sciocu cu manciu e cu’ risciu/me piace cu manciu frittelle e ricotte/percè osci è natu lu fiju de Diu” (anonimo del Novecento). C’era anche un altro motivo per cui non si voleva dormire: si credeva che gli animali parlassero e la curiosità spingeva i bambini a stare svegli: “Piccinnu miu, la notte de Natale,/propriu all’ura ca Cristu sta nascia,/descorrere se sente ogne animale”/Nannama, benettanima, decia/ieu, pe curiosità, l’annu passatu/ intra la stadha mia stiesi mpustatu.(Giuseppe De Dominicis, capitano Black, Cavallino)

In attesa della cena e della messa di mezzanotte, grandi e piccini giocavano a tombola: “Ottantaquattro… sidici… quaranta…/ ognuno warda, ttentu, le cartelle./Ci ppunta,ruzzulandu; e cci se vanta/ci a bbintu fae rrustute o caramelle”. Ma ecco che    “Li piatti su’ già pronti, nc’è de tuttu:/tumacchiu, rapecaule delessate,/pasta alla pizzaiola o cu lu struttu/poi pittule e ffucazza de patate/Nc’è baccalà suffrittu; e marangiane/cu lu tiaulicchiu e cu le ulie salate./Nc’è mieru buenu e nuci. Poi banane,/spuredde, purcedduzzi e ncarteddate. (“ La tombulata”, Pino Leucci, Lecce).

Le pittule erano già state temperate la mattina presto “Intra nu limmu commutu e panzutu/nci minte la farina cu llu sale/la nzura cu llaautu nnacetutu/la mpasta, poi, cu acqua naturale”. (“La pittula” di Antonietta De Masi Calamo, Minervino)

Non mancavano, anche nelle famiglie povere i piatti tradizione “pe ddiuzzione”: “La mamma pe ddiuzzione n’ia ccunzatu/lunghettu, vermiceddi, pesce frittu/cu la muddica, rape, pigni e ppittule”. (“La notte de Natale”, Nicola G De Donno, Maglie).

E ovunque gli odori del Natale, nelle case, nelle strade: “ ndoru te pittule, pigni ca rrustane/te purciadduzzi e dde cartaddate;/già cu lli troni vagnuni sta nzurtane/le carusedde ca s’ane nnutate. (“Natale, na fiata”, Salvatore Imperiale).

Simu Salentini.  Perché si parla e si scrive in dialetto?  A questa domanda Tonio Inngrosso, poeta e scrittore di commedie sempre in dialetto matinese, dà al telefono la stessa risposta che si trova nella poesia di apertura di “Relicue”:

An menzu a ‘stu cuntare te signuri/ca,lardusu,à mmurbatu ‘stu paese,/jeu rispicannu vàu palore ntiche;/palore scafazzate jeu riccoju, muddiche te tialettu matinese/morsi te core te li nanni mei./E ìnchiu quistu tiempu ca me rresta/azzannu ‘ste relicue  ‘ntra ‘stu foju/sicuru ca cuntare te lun tata/ritorna vìu tecapu n’adda fiata”.

Oppure in una nota  ad una sua raccolta di 5 commedie dialettali: “Scrivo per la felicità di trasmettere agli altri il mio universo interiore ed in dialetto perché il dialetto è la lingua della mia gente; idioma spontaneo e genuino, unico elemento sopravvissuto all’antica civiltà contadina del Salento con il quale si può dare voce ad un mondo scomparso se si vuole recuperare quei valori tanto cari ai nostri padri…”

È un ritorno alla lingua dei “nanni”, non sterile, chiuso nella ricerca linguistica di termini puri, ma pulsante perché dice: «dietro al dialetto ci sono dei valori che sarebbe bene ritornassero». Se non fosse convinto di questo  l’uso del dialetto sarebbe solo una esercitazione accademica. Quanto poi alla possibilità che con il ritorno al dialetto possano ritornare quei punti di riferimento che complessivamente definiamo come “valori”, nessuno può dare né risposte né certezze. Lo si vede anche dalle diverse posizioni che questo giornale documenta da quando abbiamo iniziato, ormai da qualche mese, a puntare l’attenzione sul dialetto e sulle tradizioni che connotano il nostro essere salentini.

La produzione di Tonio Ingrosso dà la possibilità di una immersione totale sia nella lingua, sia nella cultura salentina.

Il suo è un dialetto che volgarmente chiamerremmo “stretto”  con termini che è difficile incontrare in quello quotidiano e tanto meno nell’italiano dialettizzato che hanno imparato i giovani “senza maestri” perché autodidatti. Nessuno, infatti, ha insegnato loro il dialetto, né i genitori né la scuola.

Termini come patulini, maccaturu, uccalu, tuttuncotu, ditteriu, paddi, mantagnata risultano quasi incomprensibili ai più, anche a quelli di una certa età e non solo ai ragazzi. E oltre la lingua le abitudini, le storie, la religiosità della nostra gente.

Quello che è importante sottolineare di questo prolifico scrittore matinese è la forza tenace che lo lega alla terra, di cui avverte, novello Pascoli, le vibrazioni e i messaggi; una fede che si trasforma in pietas sulle tragedie umane  e in speranza certa di una vita che non termina con la morte. Sembra una costante il tema della vita nell’aldilà, affrontato, a volte,  nelle commedie con toni legge.

Ingrosso è ora in pensione, fino a sette anni fa ha ricoperto il ruolo di ispettore di igiene dell’Asl.

Ha scritto tanto, sin dalla metà degli anni Sessanta: otto commedie, undici raccolte di poesie. Ora dedica gran parte del suo tempo all’associazione “Autori matinesi”, nata quattro anni fa che promuove poesie a tradizioni del paese e cura la pubblicazione di miscellanee e di testi di autori locali. Una miscellanea sarà presentata proprio il 10 dicembre prossimo. È questo un modo “attivo” di fare cultura.

A quando il nuovo libro?  «Ce l’ho in mente, – dice – e sarà di cunti» naturalmente in dialetto matinese.

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La casa natale del poeta tavianese Orazio Testarotta

Simu Salentini. Dialetto che passione. A Taviano, il dialetto salentino è di casa e lo testimonia un nutrito drappello di poeti anche in questo primo scorcio del terzo millennio.  Ma Taviano è soprattutto la patria del poeta satirico dialettale Orazio Testarotta (alias Oronzo Miggiano) (1870  1964), autore di una vasta produzione di liriche in dialetto salentino.

Apparteneva ad una famiglia tra le maggiori a Taviano. Borghese di provincia non amò molto gli studi regolari e fu un autodidatta convinto. Ha attraversato parte dell’800 e più della metà del ‘900 cogliendone tutti i mutamenti politici e sociali su cui ha esercitato il proprio giudizio morale. Di sé amava dire: “Sono un poeta satirico e critico onesto; odiato, si capisce, dai soli disonesti”. Aveva un acuto spirito di osservazione. In lui, per dirla con le parole del critico Osvaldo Giannì, “c’è tutto l’umorismo tipico della gente del Sud”.

Alla figura di Testarotta bisogna aggiungere due contributi per la valorizzazione del dialetto. Uno è il “Vocabolario salentino della lingua tavianese dialettale antica”, scritto e pubblicato dall’artista e scrittore  tavianese, Giuliano D’Elena, per le edizioni Aesse nel 1987, 1455 pagine ,frutto di un lavoro appassionato.

L’altro è da ascrivere alla sezione “Cultura” del “Circolo Amici dello Sport” di Taviano che, per omaggiare la memoria del suo poeta-concittadino, ha organizzato ben tre concorsi di poesia dialettale salentina intitolati, appunto, “Premio Orazio Testarotta”, nel 1975, nel 1976 e nel 1983, dando alla pubblicazione due interessanti antologie di poesie in vernacolo: “Proposta”, editrice Salentina, Galatina, Aprile 1978 e “L’Incontro” Editrice Graphosette, Taviano, Aprile 1984.

Vediamo, infine, chi sono gli autori tavianesi più rappresentativi. Giuseppe Sabatino Chetta è nato a Taviano il 14 luglio 1912 ed è morto il 6 agosto 1999. La sua vena poetica era istantanea, gli veniva al momento, come un vulcano. Era, la sua, un’ironia compiaciuta e stracittadina. Non ha mai pubblicato versi.

Adamo Massaro nato ad Ortona (Chieti) il 1° marzo 1931 ma da sempre residente a Taviano. È un poeta d’occasione e spesso, in piazza, ama declamare in pubblico, qualche suo verso che sa di ironia moraleggiante come quei cantastorie che prendono in giro la nuova società tecnologica.

Netta Bruno è stata maestra elementare dal 1965 al 1998. Nelle sue liriche c’è tutta la sua nostalgia per il mondo passato. Le sue sono amare constatazioni venate di un pessimismo assai diffuso. Durante le sue lezioni non disdegnava raccontare fatti e aneddoti in dialetto che poi traduceva in italiano.

Francesca Lezzi ha un inizio poetico in lingua italiana, salvo poi ricredersi e versificare in vernacolo. Fa un uso piuttosto personalizzato del dialetto componendo versi dove prevalgono l’amore per la sua famiglia e per i tempi passati.

Antonio Lecci con i suoi versi spesso lugubri ed ermetici, di sapore vagamente pessimistico, spazia da temi attinti alla fantasia a motivi intimistici che hanno albergato nel suo animo. Roberto Leopizzi ha un fondo screziato di pessimismo che tende a posizionarlo in un mondo tutto suo, dove i colori si stemperano nel ricordo dei suoi cari.La malinconia si fa pianto interiore. Non mancano, tuttavia, momenti dove l’intimismo sparisce per lasciare libero spazio alla sua vena satirica e affabulatrice.

Infine Stefano Ria, insegnante di Economia aziendale negli istituti superiori e libero professionista. I suoi versi sono squillanti e veraci, vanno subito al concetto versificato sì che il lettore si compiace e sorride o riflette a seconda del caso. Satira e ironia vanno a braccetto nella  tessitura vernacolare.

Rocco Pasca

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Parabita. Scenografo e docente di “Teoria e applicazioni di geometria descrittiva e rilievo architettonico” per professione, poeta per vocazione. Giuseppe Greco, che per molti anni ha firmato con lo pseudonimo Josè Amaz Greco, continua a meritarsi il successo per le sue prose, esclusivamente composte nel dialetto della sua Parabita, confermandosi erede del compianto poeta del “sud contadino” Rocco Cataldi.

Nell’elenco dei premi ricevuti si è aggiunta la segnalazione dello scorso mese di giugno a Cascia, nell’ambito di “Santa Rita e San Benedetto”, recital di poesie e saggi, dove si è confrontato con scrittori provenienti da tutt’Italia, vincendo il terzo premio, nella sezione poesia in vernacolo, per la composizione “Poisia a Ssanta Rita”.

Greco è delegato regionale dell’associazione nazionale poeti e scrittori dialettali. Tra le sue vittorie, si notano: il “Città di Bari” (1999); “Poesia dialettale d’Italia” Senigallia (2000); “Torre Pendente” Pisa (2002); “Madre Teresa Sorella Acqua” Assisi (2003); “Citurno” Spoleto (2007); ed il “Massimo D’Azeglio” Barletta (2010). Nel 2005 per la poesia “Marisciu te Natale” nel 2005 è stato conferito a Roma il diploma di Dottore Honoris Causa dell’Università degli studi “Ruggero II”.

Greco ha pubblicato anche il volume “Traini te maravije, misteri te culori e tanti jaggi”, edito nel 2008.

Voce al Direttore

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...