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Gallipoli – C’è una Gallipoli sommersa custodita dal mare, finora parco di sorprese per pochi. Ma con l’aiuto di alcuni esperti e con la colalborazione di associazioni di sub si può cominciare a scoprire qualche meraviglia, una dopo l’altra. Immergendovi in località Punta Pizzo, a 15 metri di profondità, ci si può imbattere nella “Lira”, nave cisterna jugoslava sprofondata nel ‘97. Si può notare anche l’elica rivolta verso l’alto, essendosi lo scafo capovolto mentre si adagiava su una prateria di posidonia oceanica. All’esterno del porto commerciale sempre meno frequentato, a 12 metri di profondità, ecco individuato il “Frangi”, peschereccio affondato dopo lo scontro con uno yacht nel 2008. Tra i resti metallici, l’imbarcazione vede aggirarsi più pesce di quanto non ne mai abbia visto quando era in attività.

A un miglio dall’isola di Sant’Andrea, intorno al Rafo (oggi una secca ma ai tempi scoglio e attracco delle navi per entrare in città) se ne possono contare sette di bastimenti ottocenteschi, mandati a picco contemporaneamente da un forte vento di libeccio. Le loro merci (anfore, macine di frantoi) sono ora tutt’uno con la roccia. Quelli più intraprendenti che arriveranno a 6 miglia dalla città (un miglio da Santa Caterina di Nardò), scopriranno uno scenario testimone della seconda guerra mondiale. Lo prova la svastica nazista dello Junker Ju 88, aereo tedesco a 34 metri di profondità. Allo stesso livello, ma a 7,5 miglia (Torre Inserraglio, sempre marina di Nardò), si può ammirare il “Neuralia”, nave ospedaliera britannica utilizzata nello sbarco in Normandia, spezzato in due da una mina.

Dieci miglia a maestrale, c’è da rimanere a bocca aperta davanti al “Caterina Madre”, nave da guerra lunga 110 metri e inabissata a 70 metri di profondità da una esplosione che le provocò una falla a babordo. Oggi, racconta chi l’ha vista da vicino, spugne gialle lo ricoprono da prua fino al cannone di poppa. In questa straordinaria avventura si raccomanda di farsi guidare da subacquei tecnici, perché i siti elencati non sono pedagnati (messi in sicurezza) dalle istituzioni. C’è una Gallipoli sommersa custodita dal mare, ma che è pronta a “riemergere”.

Si ringraziano per le foto Drumia sub diving, Fabio Palumbo, Sergio Zollino, Salento da mare)

M.C.

La sede del neonato consorzio

Enrico Liguori ed Enzo Corciulo

Enrico Liguori ed Enzo Corciulo

GALLIPOLI. La marineria continua a calare, anno dopo anno: solo una decina di anni fa la flottiglia di pescherecci targati Gl erano un centinaio; un lustro fa erano scesi a 46 unità, fino ai 34 di adesso, fra demolizioni incentivate dall’Unione europea e colpi dalla riduzione del pescato e dai costi sempre e comunque elevati (circa 20mila euro ad anno). Sarà che le difficoltà aguzzano l’ingegno, fatto sta che è nato in città il consorzio di pescatori “Il mare di Gallipoli”, presidente Enrico Liguori. Ne fanno parte, per il momento, una cooperativa, un imprenditore e un commerciale (in tutto tre pescherecci e una barca “a circuizione”, cioè una lampara per il pesce azzurro) ma già è punto di riferimento di altri operatori della pesca, gallipolini e di fuori.

L’ambizione principale – per “meritarsi” quel marchio di prestigio internazionale – è quella di tracciare il pesce pescato e di assicurare al cliente finale genuinità e sicurezza alimentare. Se ne occuperà un soggetto terzo, la Facoltà di Biologia dell’Univeristà di Bari, che controllerà sia l’andamento e la lavorazione sulle barche sia i successivi passaggi, fino al consumatore, cioè l’intera filiera. «Puntiamo ad un prodotto pregiato, garantito, con una selezione rigorosa e rispettosa delle indicazioni dell’Europa (riferimento alla larghezza delle maglie della rete, ndr)», dice Enzo Corciulo, un passato nelle marinerie di S. Benedetto del Tronto e  Porto S. Giorgio. Aggiunge il presidente Enrico Liguori: «Contiamo nella collaborazione di tutti, stiamo cercando di dare una prospettiva a questo settore ed evitare la crisi: una pesca più sostenbile è più remunerativa. Il marchio sarà sinonimo di garanzia anche per i ristoratori».
Più nell’immediato, il consorzio punta ad arrivare, attraverso abbattitori adeguati, ad imbustare e marchiare il pesce in un’ora. Inoltre, dal punto di sbarco, dichiarato come da legge, all’utente il pesce non passerà più da intermediari: sarà vendita diretta all’ingrosso e al banco, insomma saraghi a chilometri zero. Si sta studiando l’ipotesi di svolgere le aste di vendita on line. Come si colloca il consorzio con il mercato ittico all’ingrosso che dovrebbe avviarsi in via Lecce? «Pronti a trovare forme di collaborazione – risponde Corciulo – per alcuni aspetti si possono sviluppare sinergie utili».

pescatori_gallipolimassimo esposito sel gallipoliGALLIPOLI. Un settore sempre più imbrigliato nelle maglie della crisi. E per pescatori, ma soprattutto membri di equipaggi e marinai dei pescherecci della flotta ancorata sul molo del porto di Gallipoli, si prospettano tempi sempre meno propizi. Le opportunità di lavoro, già soffocate dal caro gasolio, le norme comunitarie sempre più restrittive, la riduzione del pescato e il calo delle vendite, potrebbero ancor più colare a picco dopo l’annuncio di alcuni armatori locali di dismettere i loro motopescherecci. Una circostanza che interesserebbe almeno dodici unità di pesca della marineria gallipolina e che rischia di ripercuotersi su almeno una quarantina di famiglie legate all’attività della pesca a bordo di quelle imbarcazioni. Gli armatori di dodici pescherecci hanno infatti presentato richiesta alle autorità competenti per demolire i loro motopesca, usufruendo in tal modo, come ristoro, dei relativi incentivi elargiti dell’Unione europea. Una decisione drastica ma motivata dalla crisi del comparto che impedisce agli armatori di mantenere ancora a galla l’impresa della pesca.

In tal modo la flotta della marineria di Gallipoli rischia di impoverirsi sempre più di uomini e mezzi. Già nel corso degli ultimi anni si è passati da circa 100 agli attuali 46 pescherecci in attività. E che ora, con i dodici per i quali è stata comunicata la volontà di procedere alla demolizione, si arriverebbe a veder ormeggiati in banchina solo 34 pescherecci. Il tutto con le evidenti ricadute sui livelli occupazionali della filiera e anche sulle attività economiche dell’indotto.

Un allarme reale del quale si è fatto interprete anche il circolo di Sel, con il segretario Massimo Esposito (a sinistra), che ha avuto un incontro con alcuni rappresentanti della marineria. «Abbiamo incontrato nei giorni scorsi alcuni rappresentanti della marineria – dice Esposito – e da quanto abbiamo appreso tutto il comparto versa in una situazione a dir poco disastrosa, in particolar per le figure dei marinai parte da sempre più debole e bistrattata». A tal proposito è partita anche una richiesta indirizzata al sindaco Errico per l’istituzione di un tavolo tecnico permanente nel quale far confluire, oltre all’Amministrazione comunale, anche i rappresentanti degli armatori, delle cooperative ittiche, dei marinai, la capitaneria di porto, guardia di finanza e dell’ispettorato del lavoro. Richiesta che ha già trovato la disponibilità del primo cittadino che convocherà a breve un incontro.

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