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operazione coltura

Parabita – Il Tar “riabilita” l’Amministrazione comunale e il sindaco Alfredo Cacciapaglia annuncia il suo immediato ritorno ritorno a Palazzo di Città. La conferma arriva con un comunicato dello studio legale Quinto che ha seguito la vicenda legata al ricorso amministrativo presentato dagli amministratori dopo lo scioglimento del Consiglio comunale disposto il 17 febbraio per presunte infiltrazioni della malavita locale. «Per garantire la continuità amministrativa del Comune di Parabita, il sindaco Alfredo Cacciapaglia, con i componenti della Giunta, provvederanno domani mattina ad insediarsi a seguito della sentenza di reintegra del Tar del Lazio immediatamente esecutiva, in modo da garantire alla comunità cittadina la piena funzionalità dell’Amministrazione democraticamente eletta», si legge nella nota con la quale si da anche notizia della conferenza stampa preannunciata per le 12 presso la sede municipale.

La notizia della mossa di Cacciapaglia e dei suoi arriva al termine di una giornata convulsa, quella di oggi giovedì 22 marzo, dopo la pubblicazione della sentenza (decisa in Camera di consiglio già il 28 febbraio scorso) con la quale il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dagli amministratori all’epoca “estromessi”, dal sindaco Alfredo Cacciapaglia agli assessori Gianluigi Grasso, Biagio Coi e Sonia Cataldo, sino al presidente del Consiglio comunale Pierluigi Leopizzi e al consigliere Salvatore Tiziano Laterza. Si tratta di un pronunciamento eclatante e dalle conseguenze ancora tutte da valutare alla luce del prevedibile ricorso al Consiglio di Stato che il Ministero dell’Interno potrà presentare. Intanto i giudici amministrativi di primo grado (presidente Carmine Volpe, consiglieri Ivo Correale e Roberta Cicchese) hanno messo nero su bianco le loro motivazioni giungendo alla conclusione che le vicende penali legate all’operazione “Coltura”, condotta dai carabinieri nel dicembre del 2015, non hanno intaccato l’attività dell’Amministrazione comunale Cacciapaglia. Nella rete del blitz condotto all’alba del 16 dicembre 2015 (22 furono gli arresti) finì anche l’allora vicesindaco Giuseppe Provenzano, il più suffragato nelle elezioni di pochi mesi prima con 480 voti. L’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa costò il carcere (prima) e i domiciliari (poi) a Provenzano, costretto alle dimissioni. Fu poi la commissione d’indagine inviata in città dal Ministero a spulciare l’attività amministrativa per  capire se, e in che modo, la malavita locale avesse fatto breccia a Palazzo. Ne seguì, infine, lo scioglimento del Consiglio comunale con decreto del presidente della Repubblica del 17 febbraio 2017 con l’insediamento della commissione straordinaria che, da un hanno a questa parte, ha retto le sorti della città, composta da Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e Sebastiano Giangrande.

La sentenza del Tar “Proprio le vicende penali riguardanti il solo vicesindaco – si legge nelle 32 pagine della sentenza del Tar – relative a provvedimenti poi revocati nel gennaio 2017, testimoniavano che solo costui poteva considerarsi elemento di eventuale collegamento tra la malavita e l’amministrazione comunale e, quindi, la sua custodia cautelare sin dal 29 dicembre 2015 aveva già escluso la possibilità di interferire in tal senso”. Quindi, i giudici amministrativi affermano, in sintesi quattro principi: le vicende penali hanno riguardato il solo vicesindaco e per fatti precedenti le elezioni del 2015; lo stesso Provenzano è stato reintegrato in Giunta nell’ottobre del 2015, dopo le sue precedenti dimissioni, “con pressoché nulla capacità di inquinare l’operato dell’Amministrazione”; l’assessore coinvolto nelle indagini non risulta soggetto a provvedimento penale e il suo coinvolgimento è dovuto “solo a dichiarazioni di terzi, senza alcun elemento quantomeno indiziario che lo colleghi in maniera oggettiva a influenze del clan sul suo operato”; mancano, dunque, quegli elementi “concreti, univoci e rilevanti” che possano far pensare ad un’attività amministrativa “corrotta o compromessa”.

Il sindaco Cacciapaglia Su facebook il commento del Primo cittadino appena “reintegrato” nelle sue funzioni: «Ho combattuto questa battaglia inannzitutto per la mia famiglia e per la mia Comunità che ho sempre amato. Ora il mio pensiero va a quelli che continuano a soffrire, ai deboli, agli emarginati,ai poveri, alle vittime dell’ingiustizia e dell’arroganza, ai denigrati, agli esclusi a tutti quelli per i quali ne vale sempre la pena combattere. E vincere».

L’avvocato Piero Quinto – “Giustizia è fatta” è, invece, il commento dell’avvocato Pietro Quinto che ha difeso, insieme a Luciano Ancora, gli ex amministratori nel ricorso davanti al Tar. La soddisfazione del legale è non solo professionale ma anche  “personale per il rapporto di colleganza e di amicizia con l’avvocato Alfredo Cacciapaglia”. Quinto sottolinea la rilevanza non solo giuridica ma “istituzionale” della sentenza del Tar perché “lo scioglimento del Consiglio Comunale è un atto straordinario che incide su una delle istituzioni fondamentali della Repubblica”. «In particolare, la difesa di Cacciapaglia ha dimostrato che le specifiche contestazioni su atti e vicende amministrative erano prive di fondamento perché non vi erano stati comportamenti omissivi e commissivi del Sindaco e degli amministratori censurabili in termini di legittimità amministrativa», conclude il legale il quale richiama il “ruolo di alta professionalità svolto dal Sindaco Cacciapaglia, professionista affermato, che esercita l’attività di avvocato, eletto ben 2 volte alla carica sindacale e nei confronti del quale alcun addebito era stato mai sollevato in qualsiasi sede. Era quindi evidente una contraddizione in termini perché in assenza di qualsivoglia contestazione nei confronti di un Sindaco autorevole non si poteva poi ritenere che quello stesso Sindaco potesse consentire anche involontariamente una qualche forma di inquinamento dell’attività amministrativa”.

 

 

 

Parabita – C’è attesa in paese per conoscere l’esito della sentenza del Tar del Lazio chiamato ad esprimersi sul ricorso presentato dagli ex amministratori comunali, con il sindaco Alfredo Cacciapaglia, per lo scioglimento del Consiglio comunale parabitano. Mercoledì 28 febbraio i giudici amministrativi hanno discusso il caso e la sentenza sarà resa nota tra circa 20 giorni. Dal dispositivo del Tar Lazio dipendono, dunque, le sorti del provvedimento ministeriale che il 17 febbraio del 2017 portò al commissariamento della città e al conseguente scioglimento dell’Assise comunale quale conseguenza dell’operazione Coltura che portò all’arresto, tra gli altri, dell’allora vicesindaco Giuseppe Provenzano. Al momento sono trascorsi 12 dei 18 mesi previsti in origine dall’insediamento, con tutti i poteri spettanti al Sindaco, al Consiglio ed alla Giunta comunale, della Commissione straordinaria composta da Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e Sebastiano Giangrande. Con il ricorso presentato al Tar è stato chiesto di rivalutare la sussistenza di “circostanze e metodi mafiosi” additati nella vita amministrativa parabitana dalla relazione della Commissione d’indagine e del Prefetto di Lecce. “Abbiamo scritto molto – spiega l’avvocato Pietro Quinto parlando delle memorie difensive presentate – per contestare le informazioni contenute in quei dossier e contrapporre le nostre argomentazioni”. Tra i fatti contestati, l’assunzione di uomini vicini ai clan nella ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti, rilascio di alcuni permessi edilizi, assegnazione di case popolari, mancato sgombero di abitazioni occupate da persone che non ne avevano diritto.

Matino – Evade dai domiciliari e finisce in carcere. Le porte di Borgo San Nicola si sono aperte per il 55enne di Matino Vincenzo Costa, nome noto nella malavita locale già coinvolto in reati di stampo mafioso e di recente anche nell’operazione “Coltura” che, a Parabita e dintorni, ha sgominato il clan Giannelli. Costa era già sottoposto agli arresti domiciliari e l’aggravamento della pena nasce dall’allontanamento dalla propria residenza attestato dai carabinieri nel corso di un controllo lo scorso 10 dicembre. Ora dovrà rispondere anche del reato di evasione.

operazione-Coltura-16.12.15PARABITA. Ad un anno e due mesi dall’operazione “Coltura”, che permise ai carabinieri del Ros di Lecce di smantellare un sodalizio dedito allo spaccio di droga e alle estorsioni, giunge ora l’ufficialità dello scioglimento del Consiglio comunale di Parabita, su decisione del Consiglio dei ministri, “per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata”. Nella rete cadde anche l’allora vicesindaco Giuseppe Provenzano, a lungo detenuto in carcere prima di ottenere i domiciliari. «A norma dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Parabita (LE) e la proroga dello scioglimento del Consiglio comunale di Mazzarà Sant’Andrea (ME) e dell’affidamento della gestione dell’ente ad una commissione straordinaria»: questo lo stralcio ufficiale del provvedimento adottato oggi e reso noto nel comunicato stampa n. 13 del Consiglio dei Ministri. Prima delle dimissioni di Provenzano, fu lo stesso Sindaco Cacciapaglia a revocare le deleghe conferite al suo allora vice. A Parabita giunse pure la Commissione prefettizia di accesso agli atti amministrativi con il compito di vagliare gli atti amministrativi e verificare gli allora ipotizzati “condizionamenti”. IlPrimo cittadino Alfredo Cacciapaglia commenta: «In attesa di leggere il provvedimento,  prendo atto che si tratta di una decisione dura e delicata per il nostro paese.  Sono sempre stato un tutore della legalità e della trasparenza. Questa decisione chiede giustizia in difesa della mia comunità che non merita assolutamente un marchio del genere».

 

operazione-Coltura-16.12.15PARABITAAd un anno e due mesi dall’operazione “Coltura”, che permise ai carabinieri del Ros di Lecce di smantellare un sodalizio dedito allo spaccio di droga e alle estorsioni, giunge ora l’ufficialità dello scioglimento del Consiglio comunale di Parabita, su decisione del Consiglio dei ministri, “per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata”. Nella rete cadde anche l’allora vicesindaco Giuseppe Provenzano, a lungo detenuto in carcere prima di ottenere i domiciliari. «A norma dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata del Consiglio comunale di Parabita (LE) e la proroga dello scioglimento del Consiglio comunale di Mazzarà Sant’Andrea (ME) e dell’affidamento della gestione dell’ente ad una commissione straordinaria»: questo lo stralcio ufficiale del provvedimento adottato oggi e reso noto nel comunicato stampa n. 13 del Consiglio dei Ministri. Prima delle dimissioni di Provenzano, fu lo stesso Sindaco Cacciapaglia a revocare le deleghe conferite al suo allora vice. A Parabita giunse pure la Commissione prefettizia di accesso agli atti amministrativi con il compito di vagliare gli atti amministrativi e verificare gli allora ipotizzati “condizionamenti”.

 

IN EVIDENZA. Diciannove condannati per un totale di 185 anni e due assoluzioni; la pubblica accusa aveva chiesto pene per 200 anni. Si conclude così un altro importante processo col primo grado di giudizio che conferma il reato di associazione di stampo mafioso, aggravante non da poco. L’operazione da cui è scaturito tutto quanto è l’ormai nota “Coltura” a Parabita e dintorni, ed ha nel mirino il clan Giannelli. Al 32enne Marco Antonio Giannelli, figlio del capo Luigi attualmente in carcere, sono stati inflitti 20 anni . Sedici a Besar Kurtalija, di nazionalità albanese e residente a Parabita; 14 anni a Vincenzo Costa di Matino; altrettanti a Orazio Mercuri di Parabita; 12 anni e due mesi a Mauro Ungaro di Taurisano; 12 anni a Fernando Mercuri di Parabita; stessa pena a Giovani Picciolo di Parabita; undici anni a Matteo Toma di Parabita; dieci anni a Cristiano Cera di Ugento; otto anni e 4 mesi a Leonardo Donadei di Parabita. Questi gli altri condannati: otto anni a Pasquale Aluisi di Parabita, a Claudio Donadei e a Donato Mercuri tutti parabitani. Tra gli altri condannati Antonio e Antonio Luigi Fattizzo di Parabita (sette anni) e un anno ad Adriano Giannelli di Parabita. Assolti Marco Seclì di Parabita e Alessandro Prete di Casarano.

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PARABITA. In attesa delle prime sentenze del tribunale di Lecce sull’operazione “Colturaˮ (per 21 imputati sono stati chiesti oltre 200 anni di detenzione), l’Amministrazione comunale guidata da Alfredo Cacciapaglia intende “affermare e ribadire la cultura e lo spirito della legalità e della lotta alla mafiaˮ. Da ciò il via libera ad un legale per tutelare l’immagine della città dall’accanimento mediatico e da illazioni politiche. L’esplicito riferimento è all’operazione antimafia dei carabinieri del Ros di Lecce che lo scorso dicembre portò all’arresto dell’ex vicesindaco Giuseppe Provenzano la cui posizione verrà vagliata dal tribunale con il più lungo rito ordinario. In conseguenza dell’operazione dei Ros, in città è pure giunta la commissione prefettizia di accesso agli atti amministrativi, le cui indagini “potranno offrire l’opportunità di fare chiarezza e fugare ogni dubbio su eventuali supposte influenze malavitose all’interno dell’Enteˮ, come scritto in delibera. Un contesto, questo, che ha però elevato la soglia dell’attenzione mediatica sul Comune, balzato sulle cronache dei giornali e sui processi sommari dei social network. «La diffusione di notizie non fondate o frutto di mere ipotesi costituisce un danno per tutta la collettività – si legge nell’atto del primo settembre scorso –  fornendo una distorta ed alterata immagine della realtà cittadina, con indubbio pregiudizio sia per tutti gli operatori economici che per ogni onesto comune cittadino». Parabita non è un paese mafioso, dice in sostanza la Giunta, e chi dice il contrario, in assenza di riscontri fattivi che spettano solo alle autorità giudiziarie, deve assumersene le conseguenze.

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Sopra l'alba del blitz del 16 dicembre con i carabinieri in piazza Umberto I

Sopra l’alba del blitz del 16 dicembre con i carabinieri in piazza Umberto I

PARABITA. «Quando si dice che la mafia non esiste si dice una cosa imprecisa. Piuttosto ha cambiato attitudini e propende più per il controllo del territorio e dell’economia con metodi meno eclatanti». È del procuratore antimafia Antonio De Donno l’analisi del “salto di qualità” che i clan del malaffare avrebbero compiuto, negli ultimi anni, nel basso Salento. Una drammatica conferma è arrivata dall’operazione “Coltura” che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di 22 persone e dato sostanza al ricambio generazionale in atto per il controllo del traffico di droga e armi e per attività di estorsione e corruzione. Il “sistema”, così come definito dal Prefetto di Lecce Claudio Palomba, era talmente radicato da far si che imprenditori, commercianti e cittadini si rivolgessero direttamente ad uomini del clan per chiedere protezione. E tutto questo anche con la complicità degli uomini al posto giusto su cui poter sempre contare, da ricambiare, magari, con il sostegno elettorale. Tra i nomi “eccellenti” quello dell’ex vicesindaco Giuseppe Provenzano, il più suffragato (con 480 voti) alle ultime amministrative.

Quanto mai fosco appare il quadro dipinto dalle indagini che hanno ricostruito la piramide del crimine locale con al vertice Marco Antonio Giannelli, ritenuto dagli inquirenti l’“erede” a tutti gli effetti del padre Luigi, il boss condannato all’ergastolo per l’omicidio di Paola Rizzello e di sua figlia Angelica Pirtoli. E proprio quell’efferata doppia esecuzione del 20 marzo 1991 ritorna nelle intercettazioni dei due boss che vorrebbero dare una lezione a don Angelo Corvo, l’ex parroco della Matrice (oggi a Galatone) che con insistenza continuava a chiedere giustizia per quel truce fatto di sangue e che contribuì, e non poco, all’arresto dei mandanti (dopo quello dell’esecutore Biagio Toma), ovvero lo stesso Luigi Giannelli e la moglie Anna De Matteis. Alla piccola Angelica venne poi intitolato il parco confiscato alla mafia (e sito sulla provinciale per Alezio). «Lo scenario che abbiamo di fronte racconta di contiguità tra amministro tiri ed esponenti della “sacra corona unita”. Mi auguro si tratti di casi isolati ma di certo sconcertano le dichiarazioni raccolte durante l’attività investigativa e che fanno intuire la maggiore vicinanza al territorio di queste organizzazioni criminali rispetto alla Stato” ha affermato il Prefetto Palomba che, alla luce di quanto emerso dall’operazione “Coltura”, ha posto Parabita tra le situazioni da verificare con particolare attenzione.

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...