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omicidio di salvatore padovano

Gallipoli. Versare in contanti 100mila euro – sia pure al funzionario giudiziario incaricato di eseguire il sequestro preventivo sui beni del boss di turno – non è cosa proprio normale. Così, quello che voleva essere un tentativo di coprire un buco contabile-finanziario altrimenti inspiegabile e relativo alle attività di una pescheria di famiglia, è diventato la spia per ulteriori indagini e ispezioni che hanno fatto venir fuori altro denaro contante, e pure tanto: 155mila euro chiusi in cassaforte, in casa di un cugino dei Padovano, Giorgio Pianoforte, oggi sotto processo perché accusato di aver preso parte all’assassinio di Salvatore su ordine di Rosario, i fratelli Padovano appunto.

I magistrati nel dicembre scorso hanno deciso il sequestro anticipato delle fortune del fratello omicida e dei suoi parenti. La Direzione distrettuale antimafia è infatti da tempo convinta che a Gallipoli (come a Parabita, Matino, Galatina, Monteroni…) il cordone degli affari sia passato dai padri malviventi e ormai in galera, a figli, mogli, e familiari più o meno stretti. Da qui il blocco dei beni prima ancora della fine dei processi, per evitare che le eventuali condanne trovino i frutti delle attività criminali ormai volatilizzati.

A Pianoforte, così come alla madre dei Padovano, alla moglie ed ai figli di Salvatore ed allo stesso Rosario sono stati “congelati” tutti i beni  a loro riconducibili. La convalida di questa decisione è attesa per il 6 febbraio prossimo, mentre va avanti il processo per l’agguato mortale del fratello contro il fratello, con il killer siciliano reo confesso e con Pianoforte che avrebbe indotto Salvatore, che aveva scritto un libro di poesie come segnale di pentimento, ad uscire dalla pescheria di famiglia per andare incontro all’esecuzione già decisa per questioni legate alla spartizione del potere. Era il 6 settembre del 2008.

Gallipoli. Vigili del fuoco e poliziotti del commissariato avevano escluso la matrice dolosa di quell’incendio notturno, così uguale eppure così tremendamente diverso da altri. Gli ultimi accadimenti danno invece un’altra visione: il furgone Renault Kangoo, che ha preso fuoco in via Galatone intorno alle 3 di venerdì 24 febbraio, ha lasciato intravvedere tra le lamerie annerite se non una firma, quantomeno una ragione.

E se il “dichiarante” Giuseppe Barba (foto), collaboratore anche se ancora non ufficiale dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, riprende la parola nell’aula bunker dove si tiene il processo per l’omicidio di Salvatore Padovano, una ragione c’è. E’ una ragione a cui tutti all’indomani del rogo avevano pensato, in effetti. Perchè l’automezzo, anche se intestato ad una nipote, è usato dal padre di Barba, Mario, che è genitore anche di Marco, l’altro figlio pentito per poco e poi rientrato nel clan di Rosario Padovano, il mandante dell’ammazzamento di Salvatore, suo fratello.

«Porterò avanti la mia collaborazione con la Procura fino alla fine», ha detto Giuseppe Barba, passato da “santa” (nella gerarchia del gruppo cirminale) ad aspirante  pentito, anche se i magistrati ancora non si fidano di lui  (infatti non ha alcun programma di protezione).

Colui che potrebbe essere il primo pentito in riva allo Jonio, che ha già ricevuto una pesante lettera di minacce rivolte ai suoi familiari,  non crede al corto circuito e l’ha voluto far sapere a tutti.  Come non ci hanno creduto fin dal primo momento i parenti di casa Barba: «Vigliacchi, sono dei vigliacchi», hanno detto quando ancora nell’aria c’era l’odore acre di gomma e vernici bruciate. «Anche senza furgone la vita va avanti», aveva dichiarato ai cronisti la madre dell’intestataria del mezzo, come per ribadire che l’intimidazione – almeno questa volta, almeno ufficialmente ed apparentemente – non ha prodotto effetti.

Gli inquirenti restano comunque preoccupati. Mario Barba sembra che da qualche tempo trovi difficoltà nell’acquisto di prodotti ittici da rivendere: c’è anche questo a far pensare ad una “rete” di relazioni tra clan e alcuni settori della città ancora ben salda.

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