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Specchia – Tre ore per ribadire davanti ai magistrati inquirenti la sua estraneità nell’omicidio di Noemi Durini, la 16enne di Specchia legata sentimentalmente a L. M. di Alessano, che ha compiuto i 18 anni i primi di dicembre in un carcere minorile in Sardegna. Ad essere interrogato è stato un meccanico di Patù, Fausto Nicolì, indagato per pornografia minorile, omicidio volontario aggravato, sfruttamento della prostituzione. E’ la seconda volta che il 48enne viene sottoposto a domande attinenti la scomparsa e la morte di Noemi tra il 3 e il 13 settembre nelle campagne tra Castrignano del Capo e Leuca. Lo ha indicato – mentre veniva sottoposto a perizia psichiatrica per essere dichiarato capace di intendere e di volere – colui che era il reo confesso del delitto con una lettera consegnata ad una guardia carceraria il 3 gennaio.

La sua denuncia ha fatto il suo corso ed ora si è registrato quest’altro confronto nel Palazzo di Giustizia di Lecce. All’uscita il meccanico ha rilasciato alcune dichiarazioni, sulla sua ribadita innocenza ma ha anche accennato ad un presunto piano per incastrarlo. Eh sì, loro pensavano che poichè conoscevo i due giovani, poichè ho qualche piccolo precedente… insomma ero il personaggio ideale da tirare in ballo, loro pensavano… Mo vediamo come andranno le cose per loro, per il padre…”. Il riferimento è al genitore del ragazzo, indicato come ideatore di questa mossa a sorpresa.

La battaglia legale, superato infaustamente il varco della perizia psichiatrica, insomma è in pieno svolgimento. Secondo L. M., l’uomo di Patù era con loro in auto il 3 settembre: in quell’occasione avrebbe consegnato la pistola con cui la ragazza avrebbe dovuto uccidere padre e madre del suo fidanzato, “nemici” in quanto osteggiavano il rapporto in tutti i modi. Poi però – sempre secondo il neo 18enne – la situazione si sarebbe surriscaldata e per la concitazione il meccanico avrebbe ferito mortalmente la giovane. Secondo l’autopsia. la ragazza venne dapprima picchiata e poi accoltellata al capo e al collo.

Specchia – Cosa ci sia oltre l’“atto dovuto”, forse, lo si potrà sapere a breve, intanto le indagini sull’omicidio di Noemi Durini segnano un altro colpo di scena. Il fidanzato L.M., finora reo confesso, ha puntato il dito nei confronti di un meccanico 48enne di Patù (F.N. le sue iniziali). Dello scorso 3 gennaio la lettera che il ragazzo (minorenne all’epoca dell’assassinio di Noemi) ha indirizzato ad un agente della polizia penitenziaria del carcere di Quartucciu (in provincia di Cagliari) dov’è detenuto da settembre. La lettera ha fatto il suo corso e per questo nel registro degli indagati è finito un altro uomo accusato non solo di omicidio ma anche di prostituzione minorile. Non si tratta di un nome “nuovo” (sarebbe un amico di Noemi) ma di certo una diversa (l’ennesima) ricostruzione di quanto accaduto in quelle ore del 3 settembre che portarono alla morte la 16enne di Specchia, ritrovata poi cadavere sotto un cumulo di pietre il 13 settembre nelle campagne tra Castrignano del Capo e Santa Maria di Leuca. A condurre le forze dell’ordine in quel fondo agricolo fu lo stesso L.M. che ora la perizia disposta dalla Procura ha accertato essere stato “pienamente capace di intendere” e di volere nelle circostanze che portarono al delitto.

La perizia e la “capacità di intendere e di volere” – Il ragazzo di Montesardo, secondo gli specialisti, “avrebbe compreso il disvalore e l’abnormità del gesto compiuto e proprio per tale ragione ha avuto la rapida e perseverante premura di allontanare da sé ogni sospetto. Cosi – concludono i periti – dopo la confessione ha più volte orientato gli interlocutori verso alterne versioni per quanto goffe, organizzate secondo rappresentazioni per lui giuridicamente più favorevoli”. Su di lui, al momento, pendono le accuse di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, occultamento di cadavere e porto di oggetti atti ad offendere. Lo scorso 2 dicembre i 18 anni in carcere per l’ex fidanzato (protagonista anche di atti di autolesionismo dietro le sbarre).

L’interrogatorio del meccanico – Il 29 gennaio prossimo, intanto, è già in calendario l’interrogatorio del 48enne di Patù. Il suo nome compare già nei primi interrogatori del 18enne di Montesardo, ma quale possa essere stato il suo ruolo nella vicenda è tutto da capire. Di certo, prima della ritrattazione di L.M., il suo nome non figurava nel registro degli indagati pur essendo stato più volte tirato in ballo dall’ex fidanzato. Secondo quanto accertato dall’autopsia, prima di essere uccisa Noemi venne picchiata, probabilmente a mani nude, e poi accoltellata al capo e al collo (la punta di un coltellino fu ritrovata nel suo cuoio capelluto).

Il cortometraggio –  “Se vi picchia non vi ama” è, il cortometraggio curato dal regista Cosimo Scialpi (di Gallipoli) ispirato alla vicenda che ha ancora oggi è al centro di molti reportage giornalistici nazionali. Le riprese sono già partite, tra Specchia, Gallipoli e Roma. Il lavoro andrà in onda prossimamente sui canali Sky.

MONTESARDO (ALESSANO). I carabinieri hanno fatto ritorno, nelle ultime ore, presso l’abitazione del 17enne reo confesso dell’omicidio di Noemi Durini, a Montesardo, per una nuova ispezione. Alla luce degli esiti dell’autopsia compita lo scorso martedì, gli inquirenti cercano il coltello utilizzato dal giovane (ora detenuto in Sardegna) per l’omicidio. Nell’appartamento si cerca la parte mancante dell’arma, visto che la punta è stata ritrovata nella nuca della 16enne di Specchia di cui ieri si sono celebrati i funerali. Questo agghiacciante particolare sarebbe stato rilevato dallo stesso 17enne nel corso dell’interrogatorio in cui aveva confessato il delitto. Il ragazzo ha poi affermato di aver nascosto il coltello in una zona di campagna, salvo non riuscire poi ad indicarla. Secondo la sua ricostruzione, il coltello in questione gli sarebbe stato fornito da Noemi, nel giorno della sua scomparsa e (a quanto pare) anche del suo omicidio, per mettere in atto l’esecuzione dei genitori del ragazzo.

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CASARANO. C’è già la richiesta per la convocazione di un Consiglio comunale, aperto e monotematico, e l’impegno ad organizzare una serie di incontri sul tema della legalità. Ad attivarsi, subito dopo l’omicidio di Augustino Potenza, è il comitato spontaneo “Casarano Libera” che già lo scorso anno scese in piazza per manifestare contro l’escalation di fatti criminosi che coinvolse la città. «Ora è ancora peggio», fanno sapere i promotori consapevoli di aver forse abbassato la guardia.  «I gravissimi episodi di violenza e illegalità che si sono verificati negli ultimi giorni meritano una seria e profonda riflessione, ma soprattutto richiedono una presa di posizione netta e decisa. Nel maggio 2015, in occasione di una serie di atti intimidatori rivolti contro alcuni nostri concittadini, organizzammo una marcia civica allo scopo di gridare il nostro fermo “No” ad ogni forma di criminalità», fanno sapere dal comitato (attivo con il gruppo face book “Casara Libera”). La memoria non può, tra l’altro, non andare anche ad alcuni manifesti fatti affigere, giusto alla vigilia di quella marcia civica, dinanzi alle scuole e al portone d’ingresso della sede municipale, con i quali si affermava (in maniera anonima e senza mezzi termini), l’inutilità di manifestare contro “una cosa che non esiste”, facendo esplicito riferimento alla mafia. «Quanto è accaduto negli ultimi giorni – continua la nota del comitato civico – è la dimostrazione che le cose non stanno esattamente così, se è vero, come ha affermato il procuratore Cataldo Motta, che l’efferato delitto dello scorso mercoledì ha “violato la pax mafiosa”. Dopo la partecipatissima marcia civica, il Comitato non si è più riunito, nell’errata convinzione che forse non ce ne fosse bisogno e nella vana illusione che la marcia sarebbe stata un messaggio di per sé sufficiente a sensibilizzare la popolazione e ad allertare l’Amministrazione comunale, invece è ripiombato, purtroppo, il silenzio e i fatti passati sono caduti nell’oblio di una finta quiete.  Oggi, ci rendiamo conto dell’errore di valutazione e torniamo ad essere quello che siamo stati in occasione della marcia: sentinelle di legalità». Questa volta non ci sarà alcuna marcia ma varie iniziative. La prima, in ordine di tempo, la richiesta al presidente del Consiglio comunale ed al Sindaco di convocazione urgente di un Consiglio comunale monotematico aperto sull’emergenza criminalità a Casarano, alla presenza del Prefetto e dei referenti istituzionali provinciali, regionali e nazionali, oltre ad una serie di incontri, eventi, manifestazioni, allo scopo di sensibilizzare la cittadinanza alle tematiche inerenti la legalità e la partecipazione attiva, secondo un calendario che sarà reso noto nei prossimi giorni. «Francamente ci saremmo aspettati una forte reazione da parte dell’Amministrazione comunale e delle forze politiche, ma, salvo qualche rara eccezione, nulla di tutto ciò si è verificato. Questo ci lascia perplessi e, soprattutto, fortemente preoccupati» concludono i promotori.

 

CASARANO. A 48 ore dal brutale assassinio di Augustino Potenza, si conoscono altri particolari di quanto accaduto nel posteggio vicino al centro commerciale di via Vanoni, intorno alle 18, mentre s’infittiscono – anziché diradarsi – le domande, una più inquietante dell’altra. Una sola arma, il micidiale Kalashnikov. Una quindicina di colpi sparati; almeno sei nel bersaglio dei sicari. Il viso sfigurato e la parte del torace sinistro mentre era seduto nella nuovissima Audi 6000 con targa straniera. Bossoli anche ad alcuni metri di distanza dall’auto, come se l’arrivo della potente moto fuoristrada avesse messo in allarme la vittima. Di conseguenza, deve essere stata alta la possibilità che qualche colpo potesse finire altrove, in un contesto con numerose persone in circolazione. Ma chi ha agito sicuramente non si è posto il problema. Lo scenario scelto – tale da assicurare un rimbombo stordente in tutta la città e oltre – non è stato casuale di sicuro. Si voleva il massimo di clamore, perché i segnali, come la raffica del Kalasnikov, dovevano arrivare con certezza a chi deve intendere dentro l’opaco mondo della criminalità organizzata che non perdona sgarbi o presenze autonome. “La pax mafiosa è stata violata”: la frase del procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia, Cataldo Motta, fa pensare. E mette in minoranza coloro che si dicono pronti a giurare che Potenza aveva da almeno due anni, dalla fine cioè dei guai giudiziaria relativi all’uccisione della famiglia Toma a fine anni ’90, era affaccendato in affari del tutto legali: un marchio di scarpe, un altro di prodotti tipici salentini, l’attività di broker finanziario e altri interessi imprenditoriali, dagli stabilimenti balneari alla gestione dei rifiuti. Se una “pace” viene meno in un certo ambiente , si fa notare, è perché uno dei contraenti non è stato ai patti. Patti di che tipo? Potenza aveva ancora le mani nella cocaina, come quando fu beccato dagli investigatori specializzati dei carabinieri nelle campagne tra Matino e Alezio? Era il 23 ottobre del 2006 quando gli trovarono addosso 130mila euro in contanti e due chili di cocaina. In pochi invece credono in città alla “vendetta” consumata da coloro che furono colpiti dagli ammazzamenti a catena per volontà del boss brindisino Emilio Di Emidio, di cui Potenza si diceva fosse il braccio armato. Ma comunque la si veda, non si va oltre le ipotesi. Per il momento. Più concreti gli effetti: il Comitato per la sicurezza si è riunito ieri mattina in Prefettura ed è stato deciso di incrementare la presenza delle forze dell’ordine nella zona del Casaranese, come richiesto dallo stesso Sindaco Gianni Stefano, Dura ormai da un po’ di tempo una sorda ed inquietante fibrillazione, con una escalation impressionante che qualcuno fa risalire all’attentato alla casa del’ex Sindaco Remigio Venuti nel maggio 2015. Quando la Casarano civile scese in piazza con un corteo con tanti giovani, comparvero in città manifestini anonimi che la contrastavano; uno di questi fu appiccicato sul portone del Municipio. E poi le rapine, i furti, gli spari notturni che portano paura e disorientamento. L’autopsia nelle prossime ore dirà qualcos’altro (quanti i colpi hanno raggiunto l’uomo 42enne) e sulla dinamica. Resta lo sfregio mafioso che i due sicari in moto hanno voluto imprimere a fuoco: le pallottole in faccia. Che negli ambienti mafiosi, appunto, è il massimo.

CASARANO. Terrore in serata a Casarano nell’area parcheggio del centro commerciale Ipermac dove è stato freddato da diversi proiettili Augustino Potenza, 42enne in libertà vigilata. A sparargli sono stati due killer arrivati in moto e poi dileguatisi. Sul corpo anche evidenti segni di aggressione. Potenza era nato a Stoccarda ma risiedeva a Casarano e per anni è stato un latitante della sacra corona unita.

 

GALLIPOLI. Tragedia familiare in via Giovanbattista Vico, nel rione di Lido San Giovanni mercoledì 11 novembre intorno alle 17. Un uomo di 75 anni, Sebastiano Sabato, dirigente scolastico in pensione, rimasto vedovo una decina di giorni fa, ha ceduto alla disperazione. Al culmine dell’ennesimo scontro col figlio, disabile psichico, ha preso la pistola ed ha sparato. I proiettili dell’arma, una Beretta calibro 7,65 detenuta legalmente, hanno raggiunto il 39enne  Antonio al torace uccidendolo all’istante. È stato lo stesso genitore a chiamare i carabinieri che sono giunti sul posto insieme all’ambulanza del servizio 118. I medici hanno potuto solo constatare che non c’era più nulla da fare. La recente scomparsa della moglie, Giovanna Petrucci, sembra aver rotto un già provato equilibrio familiare, in cui la malattia del figlio aveva pesato non poco. I suoi genitori avevano deciso di accudirlo in casa, anche se tale scelta era diventata sempre più onerosa e sfiancante. La scomparsa della moglie aveva fatto gravare la situazione interamente sulle spalle del padre. Fino al terribile collasso finale.

Lo sparatore, originario di Taviano e noto a Felline (Alliste) dove aveva diretto la Media per alcuni anni, dopo un lungo interrogatorio alla presenza del magistrato di turno, è agli arresti domiciliari. In casa, al momento del litigio tra il padre e il figlio (gli scontri tra i due sarebbero stati piuttosto frequenti dopo la scomparsa della madre avvenuta il 27 ottobre scorso), c’era anche la sorella maggiore. Il morto, ex funzionario di banca a Milano, laureato in Economia all’Università Bocconi, da tempo soffriva di disturbi psichici che qualche volta sfociavano in violenze. Uno di questi episodi si sarebbe verificato ai danni della madre, pochi giorni prima del suo decesso. Forse è stata questa la goccia che ha poi fatto traboccare il vaso: l’anziano genitore infatti si era recato in via Giambattista Vico armato di pistola, l’arma che ha poi usato sparando tre colpi, due dei quali hanno raggiunto il figlio.

cosimo mele copiaMATINO. Dopo oltre tre anni di speranze soffocate nel dolore, per i familiari e gli amici di Ivan Regoli (al centro nelle foto) resta solo il conforto del ricordo. In seguito alle ultime vicende che hanno dato un volto all’omicida del ragazzo scomparso il 12 settembre del 2011, e poi ritrovato cadavere all’interno di un pozzo lo scorso primo agosto, gli amici di Regoli hanno realizzato una pagina Facebook: «Un bel pensiero per farlo ricordare», come scritto dai promotori. Sul suo profilo (con oltre 200 “mi piace”), foto, brani musicali e ricordi del 29enne ucciso nel giorno della sua “scomparsa” dal cugino di secondo grado Cosimo Mele (sopra a sinistra). Mentre era sul punto di fuggire via lontano, secondo quanto sospettato dagli investigatori, il 35enne è stato arrestato dai carabinieri lo scorso 13 marzo a L’Aquila, dove si era rifugiato dopo il “fatto” lavorando come carpentiere.

Malgrado la prima confessione del 21 febbraio, per i carabinieri c’è stata la necessità di valutare l’attendibilità della sua dichiarazione, poi confermata anche in seguito all’arresto. Secondo quanto affermato da Mele, l’omicidio sarebbe scaturito al termine di un litigio, “senza alcuna volontà”,  anche se la Procura ipotizza un’azione premeditata. Il reo-confesso avrebbe condotto Regoli in contrada Sant’Anastasia, dov’è il pozzo all’interno del quale sono stati ritrovati i resti umani poi attribuiti allo scomparso, per chiedergli conto di alcuni furti e danneggiamenti verificatisi nelle sue proprietà. Ad un primo schiaffo avrebbero fatto seguito alcuni colpi in testa, l’ultimo con un grosso tubo metallico.
Sospetti su Mele vennero subito avanzati anche dalla madre di Regoli, la signora Antonia Rizzo (foto) che dopo il ritrovamento dei resti si recò dai carabinieri per segnalare i suoi dubbi.

antonio mele - assassine ivan regoli - matinoMATINO. Cadono gli ultimi veli sul mistero dell’omicidio di Ivan Regoli, il 29enne di Matino scomparso il 12 settembre del 2011 e ritrovato cadavere all’interno di un pozzo lo scorso primo agosto. A confessare l’omicidio è stato Cosimo Mele, cugino di secondo grado 35enne di Regoli: questa mattina l’arresto anche se la drammatica confessione risale allo scorso 21 febbraio quando Mele ha raccontato agli investigatori la sua verità. Le manette sono scattate a L’Aquila, dove l’uomo si era rifugiato subito dopo la “scomparsa – omicidio” del cugino: dopo la confessione era sotto stretto controllo dei carabinieri i quali, in alcune conversazioni intercettate, hanno colto l’intenzione di fuggire. Indagato per omicidio anche Antonio Coltura, zio di Mele.

Secondo l’arrestato, l’omicidio sarebbe scaturito al termine dell’ennesimo litigio anche se la Procura ipotizza un’azione premeditata. Quel pomeriggio di fine estate del 2011 Regoli si allontanò da casa della madre senza una meta precisa: avrebbe, però, incontrato Mele spostandosi, insieme, verso il podere in contrada Sant’Anastasia, di proprietà della madre di quest’ultimo. La lite sarebbe nata dalle accuse rivolte da Mele a Regoli in seguito al verificarsi di piccoli furti e danneggiamenti alle sue proprietà. Secondo quanto confessato, ad un primo schiaffo avrebbe fatto seguito un colpo in testa con una livella ed altri, questi ultimi fatali, con un grosso tubo metallico. Dopo l’omicidio l’occultamento di cadavere: i resti di Regoli, appena pochi giorni fa attribuiti al giovane dalla perizia medico legale, vennero ritrovati nel pozzo, del tutto casualmente,  dal successivo proprietario del fondo. Il funerale di Ivan Regoli è stato celebrato questo pomeriggio.

 

diego alfieriNARDÒ. Per via del rito abbreviato scelto dalle parti, si è già concluso il processo ad una coppia di amanti – di Nardò lui, di Galatina lei, sposata con un neretino di origini sarde – finita nel sangue il 2 giugno del 2012. La passione tra il barista Diego Alfieri, 32 anni, e Katia Valiani, 37, era esplosa qualche anno prima ma soltanto poco prima dell’omicidio il marito Gianpiero Murinu l’aveva scoperta.
Era stata la galatonese ad avvertire Diego Alfieri che il suo consorte era al corrente del legame; la stessa donna aveva portato nel bar dove lavorava l’amante una pistola calibro 7,65 perchè si difendesse nel caso il coniuge avesse tentato atti violenti nei suoi confronti. Murinu aveva in effetti chiesto e ottenuto un incontro a tre, nei pressi della propria abitazione. Secondo la ricostruzione processuale, durante il teso confronto in auto Murinu si sarebbe chinato a prendere qualcosa sotto il proprio sedile. Temendo che fosse un’arma, Alfieri aveva fatto fuoco quattro volte, uccidendolo sul colpo. L’uccisore è stato condannato per omicidio volontario aggravato da futili motivi. I giudici non hanno quindi creduto alla sua tesi difensiva.

taurisano

TAURISANO. Un colpo di pistola per lei, fatale. Subito dopo un altro colpo, stavolta per se stesso. Si è consumato così, mentre non si è ancora spenta l’eco di un analogo fatto avvenuto a Massa Carrara, in via San Donato un altro caso di separazione coniugale, tanto contrastata e inaccettabile da diventare una tragedia familiare. Francesco Capone, 46 anni, e Erika Ciurlia, 43enne, lasciano soli, smarriti e dilaniati tre figli, di 25, 18 e 9 anni ed un paese attonito per lo scoppio di una violenza così irrimediabile.

Sono stati i vicini a chiamare i carabinieri di Casarano, il commissariato locale e i sanitari del “118” che hanno trovato i due corpi ormai esanimi nell’auto parcheggiata in garage della casa di famiglia, di via San Donato, nella zona del paese vicina a via Casarano. Sembra che l’uomo, che non si rassegnava alla fine del matrimonio ed alla separazione che durava da circa due mesi, sia giunto sul posto non appena la moglie è tornata a casa. E’ entrato in auto e, molto probabilmente dopo una discussione subito diventata accesa –  ha dato sfogo ai suoi istinti peggiori: ha tirato fuori la pistola ed ha fatto fuoco.

Prima della crisi, nessuno in paese pare si fosse minimamente accorto dei problemi incombenti sui coniugi, lui commerciante di auto usate, lei collaboratrice domestica. La Procura della Repubblica di Lecce è intervenuta: forse sarà disposto l’autopsia sui due corpi, anche se non sembra ci siano molti dubbi sulla dinamica dell’omicidio-suicidio. Indagini sono in corso per stabilire la provenienza dell’arma.


Casarano. É stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione, con l’accusa di omicidio colposo, Antonio Sergio Filograna, l’amministratore delegato della Filanto spa ritenuto responsabile della morte dell’operaio Luca Muscella (foto accanto). Lo ha stabilito il giudice del Tribunale di Casarano accogliendo in pieno la richiesta del Pubblico ministero.

I fatti risalgono al 22 dicembre del 2007 quando l’allora 33enne dipendente della Tecnosuole srl (una delle ditte del gruppo), cadde al suolo dalla copertura dì un capannone della Filanto nel corso di un intervento sull’impianto elettrico. Lasciò la giovane moglie e due figli di pochi anni. Malgrado gli immediati soccorsi, fatali risultarono il trauma cranico e le varie fratture riportate.

Secondo l’accusa, sulla base di quanto accertato dai carabinieri e dagli ispettori del lavoro, il solaio era stato realizzato con materiale non “sufficentemente resistente e in assenza delle idonee attrezzature di sicurezza”.

La difesa di Filograna Junior  ha, invece, fatto leva sul fatto che il rispetto delle condizioni di sicurezza all’interno del deposito fossero state delegate ad altri.

L’accaduto scosse l’intera comunità cittadina, e non solo, con Muscella divenuto simbolo di una campagna contro gli infortuni sul lavoro promossa dalla “Cooperativa Paz” di Lecce.

Dopo aver invocato l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”, il collegio difensivo di Filograna ha già fatto sapere che intende impugnare la sentenza di primo grado davanti ai giudici d’Appello al fine di ottenere l’assoluzione.

Melissano. C’era malessere negli ultimi tempi? Era gelosa lei o lui? Lei pensava davvero di andarsene come farebbero pensare le valigie pronte? Sono domande che si sono posti quanti conoscevano Mario Manco (accanto) e Memet Fitnet (a destra) sulle pagine di tutti i giornali nei giorni scorsi  per l’omicidio di lui, compiuto, e il suicidio di lei, tentato. A sentire le testimonianze dei vicini tutto sembrava andare più o meno bene tra la coppia, tranne negli ultimi tempi  qualche malumore di Memet che tutti in paese chiamano Maria Antonietta. Cose passeggere, si pensava, passeranno col tempo. Mario, 72 anni, autotrasportatore in pensione, che tutti descrivono affabile, aveva sposato Maria Antonietta, 62 anni, di Tirana, in seconde nozze. Delle prime, con una donna francese, aveva avuto due figlie, ambedue sposate.

Matrimonio sereno, raccontano in paese, anche se le non buone condizioni di salute di Mario, che aveva bisogno dell’ossigeno per alcune ore al giorno. Poi un contenitore per la raccolta differenziata e una bombola di ossigeno non ritirati e il sospetto che in quella casa di via Boito, improvvisamente silenziosa, fosse accaduto qualcosa. L’intervento di un nipote e di un amico, e quindi la macabra scoperta: per Mario colpito con un coltello da cucina al petto e alla testa, niente da fare; per la donna  che aveva rivolto la medesima arma contro di sé, la corsa in ospedale a Casarano, l’intervento chirurgico, l’attesa. Anche per capire che cosa è avvenuto, quali dinamiche sono esplose da spingere la donna all’insano gesto. L’autopsia ha stabilito che Mario è morto per le cinque coltellate al petto, una letale. La donna è ora indagata per omicidio volontario.

Nei giorni successivi alla tragedia sono emersi rancori e fobie profonde; la moglie temeva di essere cacciata, ossessionata dai parenti di lui che non l’avrebbero mai accettata; i familiari dell’uomo, a loro volta, impauriti dai suoi atteggiamenti possessivi e finanzo minacciosi. Manca la sua versione davanti agli inquirenti, la versione di Memet Fitnet, Maria Antonietta, 62 anni, albanese di Tirana, moglie (un tempo felice) di Mario.

 

Ospedale di Casarano. Foto Emiliano Picciolo

Matino. Si complica, ed assume contorni imprevisti, il processo per la morte del 68enne di Matino Giorgio Romano. Le dichiarazioni spontanee rese di  recente, nell’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Lecce, dal (finora) unico imputato Gianluca Caputo, oltre ad intricare la “matassa” processuale,  gettano ombre lunghe su una situazione familiare a dir poco difficile.

Se l’ipotesi del genitore che si autoaccusa per scagionare un figlio (vedi Avetrana) viene considerata plausibile, la situazione contraria, cioè quella di un figlio che accusa la madre, decisamente meno. Tanto, però, è accaduto nel processo per l’omicidio Romano dove il giovane Caputo, nel corso di un intervento spontaneo, ha ribaltato sulla madre l’accusa di aver provocato, seppur indirettamente, la morte dell’uomo reo di aver “offeso” la famiglia.

«A colpire Giorgio è stata mia madre, con il tacco della scarpa. Lo ha colpito in testa ed io, per non incolparla, me ne sono assunto la responsabilità». Queste le parole del 21enne accusato di omicidio preterintenzionale per aver (almeno così si è sempre creduto) colpito al capo l’anziano compaesano dopo un litigio davanti ad un bar di Matino.

Il fatto sarebbe accaduto nel marzo del 2009 mentre Romano sarebbe morto dopo un mese di degenza, dapprima al “Ferrari” di Casarano e poi al “Fazzi” di Lecce, per le conseguenze di quello “screzio”.

Perché Caputo abbia deciso di raccontare la sua verità dopo tre anni è difficile dirlo. Ancor meno è chiaro perché lo abbia fatto nel corso di un’udienza considerata interlocutoria, svoltasi, infatti, in un’aula praticamente deserta. Quel che è certo è che il ragazzo, per via di un forte stato depressivo, da circa un anno è ricoverato in una struttura di Gallipoli e che il consulente della Corte d’Assise, dopo una perizia psichiatrica, lo ha considerato “imputabile e consapevole della gravità del fatto”, seppur con una “capacità di intendere e di volere scemata”.

Il colpo di scena ha comunque costretto il presidente della Corte, Roberto Tanisi, a fissare una nuova udienza (il 12 aprile) nella quale riascoltare i quattro testimoni, tra i quali due carabinieri ed un assistente sociale, ai quali Caputo avrebbe raccontato, sin da subito, che a colpire l’uomo sarebbe stata la madre.

Il diverbio, secondo il pubblico ministero fatale al pensionato, sarebbe scaturito dalle accuse rivolte da quest’ultimo al padre di Gianluca che era in carcere.

Per l’eventuale apertura di un nuovo fascicolo a carico della donna occorrerà, però, attendere la conclusione del processo che vede come imputato Caputo che è difeso dall’avvocato Antonio Romano, anche lui di Matino.

Taurisano. Lo scorso anno, il 3  febbraio, veniva uccisa Marcella Rizzello di Taurisano ma abitante a Civita Castellana in provincia di Viterbo, durante un tentativo di rapina. Per un bottino di appena 100 euro, una vecchia macchina fotografica, qualche oggetto di poco conto. Alla rapina era presente anche la piccola Giada di 14 mesi.

A colpirla sarebbero stati Mariola Henrycka Mictha  e Giorgio De Vito, napoletano, all’epoca suo compagno che è ritenuto l’esecutore materiale, topo d’appartamento con alle spalle diverse condanne per furto.

La donna polacca con rito abbreviato è stata condannata a 18 anni di reclusione per concorso a omicidio aggravato. Ora i suoi avvocati difensori hanno presentato ai giudici una certificazione che documenta che la Mictha quel giorno era nell’ambulatorio di ortopedia dell’ospedale della Garbatella di Roma  per un controllo. Quindi non poteva essere a Civita Catellana.

Il caso così si riapre anche per un altro elemento venuto fuori nel corso di una delle ultime udienze. La madre di Marcella, Lucia Prastaro ha testimoniato che il cane della figlia, un pastore tedesco, “aggressivo ma non pericoloso” abbaiva proprio a tutti, anche a lei. Il giorno della rapina non aveva abbaiato.

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