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Gian-Luca-ArlottaGALLIPOLI. C’è stato un gallipolino tra i protagonisti della vicenda del Norman Atlantic, il traghetto partito dalla Grecia e diretto ad Ancona che prese fuoco durante il tragitto a fine dicembre scorso. È Gian Luca Arlotta (foto), capitano di Fregata in servizio per la Marina militare dal gennaio 1988 e con un brevetto di pilota di elicottero presso la United States Navy nel 1990. Di padre gallipolino, cresciuto ad Alezio, ha prestato servizio aereo per l’Aviazione navale e partecipato a molte missioni nazionali ed internazionali portando a casa diverse onoreficenze, tra cui una “medaglia di bronzo al valor di marina”per avere salvato una bambina in Albania.

Dell’episodio della Norman Atlantic, Gian Luca Arlotta ricorda: «Ho volato per tutta la notte e fino a tarda mattinata recuperando i passeggeri. L’operazione è stata condotta in condizioni limite, vento forte e turbolento, mare agitato, fumo e fiamme che uscivano dalla nave alla deriva, intense precipitazioni, condizioni che hanno reso estremamente difficili le operazioni di recupero. L’appoggio delle navi della Marina ha consentito agli equipaggi dell’aviazione navale di procedere velocemente ai recuperi e successivi trasbordi sulle navi militari». La voglia di aiutare il prossimo per Arlotta è sempre forte: «Voglio continuare a volare con l’Aviazione navale, rimanere Combact Ready, sempre pronto a partecipare a qualsiasi intervento necessario. Volare è la mia vita. Provate a tagliare le ali ad un uccellino! Ho volato in 25 anni per quasi 6mila ore sugli elicotteri, in tutti gli ambienti, e sono sempre pronto a rispondere a qualsiasi chiamata».

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3mv24608Spett.le redazione di Piazzasalento, vorrei rendervi partecipi, insieme alla comunità salentina di cui orgogliosamente faccio parte, dell’esperienza tragica e straordinaria che ho vissuto dal 28 dicembre 2014 al 2 gennaio 2015 e inerente al traghetto passeggeri Norman Atlantic andato in fiamme nella notte del 28 dicembre scorso al largo delle coste di Otranto.

Ho fatto parte dell’equipaggio del rimorchiatore Marietta Barretta che per primo è intervenuto sul luogo della tragedia e che ha da subito operato per lo spegnimento dell’incendio così da garantire il recupero dei passeggeri da parte degli elicotteri.

Ero di servizio di notte sul rimorchiatore di guardia nel porto di Brindisi e sarei dovuto smontare alle 8:00. Alle 5:45 circa arriva la chiamata di soccorso da parte della Capitaneria di porto di Brindisi per un nostro intervento immediato per incendio a bordo su nave a venti miglia a largo di Otranto. Nel giro di non più di 15 minuti eravamo con i motori in moto, ormeggi mollati e in direzione per l’uscita dal porto.Ancora ricordo il forte sibilo del vento e, una volta usciti dalle ostruzioni, il mare tempestoso di scirocco che scuoteva il rimorchiatore come fosse un guscio di noce. A bordo il finimondo: a causa del rollio del rimorchiatore si sentivano rumori di vetri in frantumi, porte che sbattevano in modo violento, tra cui una scardinata completamente, e qualsiasi oggetto non fissato saldamente cadeva sul pavimento e girovagava a seconda che le onde gigantesche che colpivano lo scafo lo facevano inclinare a dritta o a sinistra. Noi dell’equipaggio, però, pensavamo ad una sola cosa: arrivare quanto prima sul luogo del sinistro e salvare le persone che si trovavano a bordo della Norman Atlantic. Eravamo in una situazione difficilissima, ma eravamo consapevoli che a bordo del traghetto in fiamme sicuramente erano in pericolo di vita e quindi dovevamo andare avanti. Anche perchè al vhf ascoltavamo le conversazioni disperate tra il comandante del Norman ed altre unità navali presenti in zona. Il comandante parlava di incendi diffusi e fuori controllo al ponte 4 e 5 e che la situazione era gravissima con imminente pericolo di vita per tutte le persone a bordo.

Iniziò così il contatto radio tra noi ed il comandante Giacomazzi. Ci implorava di fare quanto prima e noi con i motori al massimo e le onde che sbattevano sulla prua facendo vibrare tutto lo scafo guardavamo l’orizzonte per avvistare quanto prima la nave. Infatti, poco dopo, iniziammo a distinguere la lunga scia orizzontale di fumo nero che si perdeva all’orizzonte e che segnalava la posizione esatta della nave. Arrivammo sul posto alle 11:00 circa e nel giro di 1 minuto fu azionato l’impianto principale antincendio denominato Fifi (fire fighting) che consiste in delle grandi pompe centrifughe collegate ai motori principali, le quali aspirano acqua dal mare. Questa, tramite due cannoncini controllati elettricamente, viene spruzzata a notevole distanza sui grossi incendi. Ed è proprio questo che abbiamo fatto, senza mai fermarci, fino a quando il fuoco fosse stato domato. Abbiamo così consentito agli elicotteri di avvicinarsi per recuperare tutte le persone a bordo. Un altro intervento da noi effettuato e che si è rivelato di fondamentale importanza per la riuscita del salvataggio è stato quello di poggiarsi con la propria prua sul mascone di prua della nave e spingere, così da girare la nave al vento ed evitare che il fumo potesse intossicare le persone a bordo.

Ho fatto del mio meglio, anche se ogni giorno penso a quelle povere persone che non ce l’hanno fatta. E mi domando: “se fossimo arrivati prima? Se il mare fosse stato più calmo? Avremmo potuto fare di più?” Non lo so. Di sicuro dopo aver trascorso cinque giorni senza aver mai mangiato, mai dormito e strapazzato dal mare, ma consapevole del fatto che grazie al nostro intervento tante persone si sono salvate, posso dire a gran voce di aver passato il capodanno più difficile, ma al tempo stesso più bello della mia vita.

Saluti,

Direttore di Macchina Roberto Fedele

Gallipoli   

Voce al Direttore

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...