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mohammed abdullah

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Nardò. Finito qui dopo essere stati in Sicilia, tra qualche giorno li  tocca ripartire per il Foggiano, il Metapontino, la Campania per poi risalire lo stivale fino a Saluzzo, per la raccolta dei kiwi. Finito lì, tornano a sud, in Sicilia, a piantare i pomodorini ciliegino nelle serre. E il giro ricomincia, più o meno nelle stesse condizioni subumane del campo di Nardò. Con loro si spostano anche quanti li riforniscono di cibo, con cucine improvvisate; di mezzi di trasporto; di medicinali per lenire i dolori o le ferite dalle risse che scoppiano tra i gruppi di diversa nazionalità (i tunisini chiamano “africani” i magrebini); di “piacere”, con donne che operano in casolari meno sporchi e abbandonati degli altri. E loro pagano 3-4 euro a pasto come tutto il resto, con trattenute direttamente sulla loro paga, già ridotta dal prelievo del caporale che gli ha trovato il lavoro.

Di come vengono trattati, sul lavoro, prima e dopo, come mangiano, dove dormono, come si lavano (se si possono lavare); chi li recluta e se hanno mai visto un contratto regolare o se hanno mai avuto coperture sanitarie per curarsi oggi si fa un gran parlare sui media, giornali e tv. Si va, oggi, a vedere i campi, a carpire qualche dichiarazione con commenti di sindacalisti e governanti: tutti, oggi, molto attenti e partecipi di un dramma che, secondo alcune stime, interesa 300mila lavoratori migranti agli ordini di un caporale, spesso della loro stessa etnia.

C’è voluto il sacrificio di Mohammed, 47enne sudanese, arrivato nel campo neretino la domenica e morto il giorno successivo mentre ancora lavorava, passato abbondantemente mezzogiorno, sotto un sole da 40° a raccogliere pomodori. Poi sono arrivati altri Mohammed, pelle chiara e non, ma tutti attori inconsapevoli della stessa tragedia: Paola, Maria, pugliesi; il tunisino Zakaria;  il rumeno Ioan, alle porte di Carmagnola in Piemonte, a piantare fagiolini sotto un telone di nylon prima che lo cogliesse l’infarto. Il giornale dei vescovi, ”Avvenire”, ha dedicato una pagina intera alla “schiavitù nei campi” il 13 agosto.

Sembra a tanti una scoperta clamorosa; la stessa città di San Gregorio ignora in gran parte l’accampamento di contrada Arene Serrazze, dove solo a fine luglio sono arrivate dal Comune 70 tende per trecento lavoratori; l’energia; l’acqua che, nonostante i pannelli solari, resta fredda; bagni e docce. Solo che il pozzo nero, calibrato per alcune decine di utenze, straripa spesso. Il centro sanitario di Emergency, che l’anno scorso curò 211 persone, quest’anno non ha potuto agire per una firma mancante in calce alla convenzione con la Regione. Una mano la danno Paolo e gli altri volontari della Caritas diretta da don Giampiero Fantastico di Nardò. Il progetto Presidio, finanziato dalla Conferenza episcopale, ha fornito una cinquantina di biciclette, coperte, materassi; molto probabilmente potrà essere attivo anche per i prossimi due anni. La cooperativa “Rinascita” dà un’altra mano; tra l’altro, grazie al loro contributo a settembre in Prefettura ci sarà una prima riunione. In vista della prossima stagione delle angurie e dei pomodori: arriverà, come sempre. E arriveranno i migranti braccianti, a centinaia, da fine maggio. Che nessuno gridi di nuovo alla “scoperta” o all’emergenza. I Mohammed potrebbero non sopportarlo più.

Voce al Direttore

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...