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foto di Antonio Spagnolo

NARDÒ. Mogol è tornato nel Salento di nuovo e, di nuovo, ha fatto casa a Nardò. La sedicesima edizione del “Premio Battisti per il sociale”, tradizionale evento di inizio settembre per omaggiare il compianto cantautore di Poggio Bustone, ha messo a segno il colpaccio, ospitando sul palco di piazza Salandra, Giulio Rapetti Mogol, l’autore dei testi di tantissime indimenticabili canzoni di Lucio Battisti. Insieme a lui, sul palco si sono esibiti, la giovane cantautrice Irene Fornaciari, “non solo figlia di Zucchero” ma anche una delle voci più raffinate e promettenti del panorama musicale italiano, e Franco Simone, il cantautore salentino (di Acquarica del Capo) che nella sua quarantennale carriera ha esportato la poesia del Salento in tutto il mondo.
Cinquemila persone; uno incontro condito da buona musica, racconti e ricordi; risonanza in giornali e tv nazionali: un successo che porta le firme di Maurizio Leuzzi (direttore organizzativo), dell’associazione “Lucio Battisti”, di Tommaso Zuccaro (direttore artistico), col  patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nardò. L’attesissima partecipazione del mitico Mogol, autentica leggenda vivente della musica italiana, si è tramutata in un convinto abbraccio ideale dal palco di Nardò a tutto il Salento. rilanciando in particolare alcune estati degli anni ‘70 trascorse – anche insieme a Lucio – nella villa davanti al mare di Torre Squillace.

Esiste ancora quella villa, immersa nei pini, in contrada “Scianuli”, e rappresenta un “luogo sacro” per la musica italiana, intorno al quale ruota una leggenda raccontata per decenni e ora tornata ad essere storia. Qui i due mostri sacri della musica italiana hanno trascorso le vacanze estive tra il 1971 e il 1974, componendo alcune tra le più belle canzoni del loro sconfinato e preziosissimo repertorio. Lì sono stati concepiti capolavori come “La canzone del sole”.
È una caratteristica villa in stile mediterraneo, bianca e con porticato ad archi, costruita sul finire degli anni ’50; 300 metri quadri e tremila di pineta. Probabilmente, una delle pochissime case regolari, a fronte delle migliaia di villette abusive che dalla metà degli anni ’70 avrebbero poi invaso la zona. Gli attuali proprietari – i tre fratelli leccesi Anna, Wanda ed Ennio Ruberti – vogliono trasformare la villa e l’area intorno in una sorta di “parco letterario”, con una piccola struttura ricettiva. Un luogo che può comunicare e far rivivere ai visitatori le sensazioni che hanno ispirato Mogol e Lucio Battisti.  Una porta verso la leggenda.

Mogol ha ricordato la sua permanenza in quella casa, una storia d’amore, a tratti anche dolorosa. «Ho vissuto tre o quattro anni in questa villa che avevo acquistato, una delle pochissime costruzioni allora esistenti a Torre Squillace, una zona bellissima e incontaminata. Lucio venne a stare con me una sola estate. Ero completamente conquistato da questa terra: avevo trovato la casa della mia vita. Ci sarei rimasto per sempre. Tenevo in ordine la casa e pulita la spiaggia, – continua Mogol – avevo fatto mettere anche dei paletti con delle catenelle su alcuni sentieri per impedire che i bagnanti arrivassero a parcheggiare le loro auto sulla sabbia, praticamente sul mare. Mi ricordo che i contadini che vivevano da quelle parti dicevano, un po’ infastiditi: “Don Giuliu ha ncatinatu lu mare” (“Don Giulio ha incatenato il mare”, dice in perfetto dialetto, ndr). Ma lo avevo fatto per proteggere quella bellezza».
Poi, nel ’74 la decisione di vendere quella dimora da sogno.  Qualcosa aveva spezzato l’incantesimo: «Era successo che, nel giro di un anno, quella villetta era stata circondata, aggredita, da bruttissime case, dei cubi di cemento, che venivano costruiti abusivamente nel giro di una notte. Quel posto  non c’era più, distrutto da disordine, abusivismo selvaggio e cumuli di spazzatura. Protestai, andai a parlare anche col procuratore, ma ormai era tutto cambiato. Me ne dovetti andare con grande dolore».

Si emoziona Mogol, quando parla della bellezza della natura e dell’assoluta necessità di preservarla. Il re Mida della canzone italiana ha un antico animo ambientalista: «Molto spesso nelle mie canzoni – dice – ho parlato di ecologia. L’ho fatto non perché era di moda, non per ragioni politiche, ma perchè ho provato dolore nel vedere il mare cambiare colore». Quel mare, una volta trasparente, era diventato “mare nero”. «Se io avessi potere in questo paese – conclude Mogol – abbatterei tutte le brutture esistenti lungo le coste, dando magari la possibilità ai proprietari di ricostruire in altri luoghi e sempre con grande attenzione a cosa e come si costruisce. Devo dire che mi dispiace che il mondo che ho vissuto io non lo possano vivere i miei figli e i miei nipoti». Forse servirebbe ancora oggi al Salento un maestro come “Don Giulio”, l’uomo arrivato dal Nord che voleva incatenare il mare salentino. Per salvarlo.

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