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mirko grimaldi

Mo te le stumpi, me mummunisciu, su tuttu nu caddhru, aggiu squajatu li sordi, le patatozze, mani nzidrisciate, rungula na moca, parantusa e de cianza, quantu na cocula, le scianucchie frantaddrate, lu palumbu ca ntosta lu pane, nde tratta tutti sozzi: provate voi a trovare in italiano sinonimi a queste epressioni, parole, con le stesse sfumature, richiami, significati reconditi. È il fascino – e il valore – del dialetto, a cui dapprima i Sud Sound System (primi anni ’90) e poi Mino De Santis (da un decennio almeno, ma come autore sconosciuto ai più data anch’egli fine anni ’90) hanno tolto il tappo. Da lingua da nascondere e dimenticare a idioma originale, inimitabile dei nativi salentini e dei loro tanti incroci con greci, romani, francesci, spagnoli… Materia da studiare, come la sta studiando il professore Mirko Grimaldi di Taviano, professore dell’Unisalento, direttore del Centro di ricerca interdisciplinare sul Linguaggio, Dialettologia italiana e una serie di altre specializzazioni. Già nella recente pubblicazione, a fine 2015, avrebbe voluto che l’editore gli concedesse lo spazio sufficiente per trattare, oltre ai Sss, anche il cantautore di Tuglie ma non è stato possibile per cui il suo “Lingua, canzoni e identità” si è fermato allo studio del linguaggio dei Sud. Per una maggiore espressività, un modo diverso di arrivare al pubblico e la forte esigenza di una propria identità, il dialetto è stato sempre più usato dagli autori fin dagli anni ’80: «Si vedano le canzoni della scuola genovese con De André, o di quella napoletana con il primo Pino Daniele e Eugenio Bennato, fino alla poesia neo-dialettale del lucano Albino Pierro (scomparso nel ’95 e candidato al Nobel per la letteratura, ndr)», rileva il prof. Grimaldi che nella presentazione dell’ultimo disco di De Santis “Petipitugna” nell’Oasi francesca di S. Simone di Sannicola ha svolto un breve ma efficace intervento in tema. «Il dialetto era una risorsa disponibile, anche se tutti i dati lo davano per spacciato – ricorda lo studioso – c’era anche la data di morte, fissata da un collega: il 2034. Ma le generazioni ultime hanno saputo scrollarsi di dosso la vergogna nell’usare quella lingua che sapeva di povertà ed ignoranza ed usarla per canzoni che sanno di ribellione e di voglia di cambiare le cose nel luogo in cui si vive. Parlo dei Sud, degli Almamegretta di Napoli, i Mau Mau di Torino, i Pitura fresca nel Veneto…». E Mino De Santis. «Lui fa una operazione interessante – dice Grimaldi – non ricorre ad una improvvisazione abbastanza facile, tutta ispirata alle canzoni da strada dei quartieri poveri con i ritmi incalzanti del rap e dell’hip hop, ma ricuce le tradizioni po- polari da un altro punto di vista, tra i Sud Sound System e le canzoni d’autore cui fa chiaramente pensare per tematiche, testi e stile. Lui usa il dialetto per tratteggiare in poche parole una realtà, le sue contraddizioni e limiti, uno stato d’animo, questo andare e tornare, i miti che crollano». Ne trarrà le conclusioni nel suo prossimo testo dal titolo “Chi non muore si rivede – ultime notizie sulle sorti del dialetti”, ma qualcosa è già fissato. Per esempio, nel differente sguardo tra Sss e De Santis: più coinvolti dalla protesta, dal dover andare via, dalla politica che non funziona i primi; più liricamente preso dai passaggi generazionali con cui fare i conti il secondo. “più scrupoloso nel recupero di vecchie parole, come lo stesso Petipi-tugna, lu sturtija, lu trinchiare…, come se dissodasse un terreno dato ormai per arido. De Santis italianizza molto meno dei Sss”. In un modo e nell’altro, il dialetto salentino rivive alla grande: «Eh sì, tutto ciò fa bene al dialetto, il recupero dell’uso orale, di proverbi, per esempio, anche arcaici, e la loro proiezione a un livello internazionale, come con i Sud in cui dialetto italiano e inglese compongono un modello che di inferiore non ha più nulla. E infatti l’uso del dialetto ha pervaso, oltre la musica, la pubblicità, la televisione, il cinema. E la sua fruizione ancora cresce», conclude Grimaldi, con una punta di polemica verso il suo collega presago di sventure.

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Nandu Popu e Mirko Grimaldi incontro in redazione 26-9-2011 (6)Sono 25 anni che i SSS inondano dei loro messaggi e della loro musica piazze anche lontane dove il dialetto salentino non è più una lingua “straniera”. Merito loro se la “prima lingua” quella “te lu tata” non è più considerata di serie B anche nel nostro Salento, ma è entrata, rinnovata, nel gergo dei giovani. In un pezzo pubblicato sul n. 2 scorso di Piazzasalento, il professore Mirko Grimaldi, docente di Linguistica all’Unisalento, originario di Taviano scriveva che il dialetto è “vivo nella realtà linguistica dei parlanti: fumetti, enigmistica, nomi di locali, trasmissioni radio, pubblicità in Tv, chat e sms, letteratura giovanile regionale”. Questa presenza significa che si domina in ugual misura italiano e dialetto adattati alle di- verse situazioni comunicative. E a proposito dei Sud Sound System aggiunge: «Insieme ad altri gruppi in Italia, i salentini Sud Sound System sono stati i primi che, in modo consapevole, nei primi anni Novanta hanno riallacciato legami con una tradizione e una cultura fondata sulla percezione della parola, e sulla sua relativa gestione: l’oralità che si stava perdendo. In una forma nuova è ritornata la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di una serie illimitata di esecuzioni individuali ricorrendo a una mistura efficacissima di codice basso (dialetto) e codice alto (italiano)».

I SSS festeggiano 25 anni di carriera sintetizzati in dieci album, compilation, migliaia di live tantissimi singoli e collaborazioni di successo, mille incontri in mille piazze. Attraverso la loro musica hanno veicolato la bellezza del Salento e la necessità che questa terra non sia contaminata. Tantissimi giovani si sono avvicinati alla musica seguendo il loro esempio e per merito loro la musica reggae è così diffusa. Il Tour, che festeggia le nozze d’argento con la musica, è già iniziato da Manduria toccherà anche Zurigo, Siracusa, Catania Londra, Wermelskirchen, Amsterdam (nella foto da sinistra il professore Mirko Grimaldi, il direttore di Piazzasalento Fernando D’Aprile e Nandu Popu in un incontro tenuto in redazione tre anni fa).

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Nandu Popu e Mirko Grimaldi incontro in redazione 26-9-2011 (6)

Incontro in redazione tra il prof. Mirko Grimandl (primo a sinistra) e Nando Popu con il direttore e la redattrice Maria Rosaria De Lumè.

Chi non muore si rivede… È il proverbio più adatto per sintetizzare la sorte toccata ai dialetti. C’è stato chi ha previsto che i dia- letti, agonizzanti, sarebbero scomparsi intorno al 2030. Non manca molto, ma intanto i dialetti dimostrano una vitalità e una dinamicità inaspettata: e soprattutto la capacità di essere sfruttati, insieme all’italiano, nei contesti più inaspettati e con i mezzi più imprevisti. È vivo nella realtà linguistica dei parlanti: fumetti, enigmistica, nomi di locali, trasmissioni radio, pubblicità in TV, CHAT e SMS (dove viene sfruttato per rendere più efficaci effetti come l’ironia o stati emotivi particolari), letteratura giovanile regionale sono intrisi di tratti dialettali. Ciò significa che ormai i parlanti dominano italiano e dialetto alla pari e li sfruttano a seconda delle esigenze della conversazione. Questo fatto è stato intuito sin da subito da un giornale a vocazione locale come Piazza Salento che ha saputo sapientemente bilanciare la propria scrittura e comunicazione fra la lingua standard e le esigenze del pubblico di riappropriarsi della propria cultura dialettale, senza cadere negli eccessi identitari che ultimamente ci vengono propinati. Di questo va dato merito al suo Direttore e a tutti i suoi collaboratori!

La morte dei dialetti, si diceva. Proprio quelli della mia generazione, nati a metà degli anni ‘60, che dovevano celebrare i funerali del dialetto (vissuto come un marchio d’ignoranza, una colpa da espiare se si voleva fare strada nella vita), sono stati coloro che, inosservati, si sono fatti promotori del recupero dei dialetti innestandolo in forme nuove. Nel nostro caso, insieme ad altri gruppi in Italia, i salentini Sud Sound System sono stati i primi che, in modo consapevole, nei primi anni ‘90 hanno riallacciato legami con una tradizione e una cultura fondata sulla percezione della parola, e sulla sua relativa gestione: l’oralità che si stava perdendo. In una forma nuova è ritornata la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di
una serie illimitata di esecuzioni individuali ricorrendo a una mistura efficacissima di codice basso (dialetto) e codice (alto) italiano. Come ho avuto modo di scrivere in diversi lavori, i dialetti possono essere assimilati a un fenomeno carsico: sembrano scomparire, ma poi riemergono con più forza dove non ce li aspettiamo. Che cosa li rende così resistenti? Forse il fatto, che al contrario dell’italiano non sono mai stati irreggimentati in una grammatica scritta e quando i parlanti percepiscono che la lingua insegnata a scuola non può più offrire risorse espressive ricorrono al dialetto, adattabile, modulabile a piacimento. Purtroppo non tutti i fenomeni legati al recupero delle tradizioni dialettali hanno avuto l’effetto dell’operazione dei Sud Sound System. Penso alla Notte della Taranta che doveva ricontestualizzare e inventare nuove politiche delle tradizioni: fare marketing del territorio. La realtà è sotto gli occhi di tutti: l’evento culturale più importante per il territorio salentino è ridotto a esercizi di (ri)arrangiamento e contaminazione di generi. Il tutto si esaurisce nella dimensione spettacolare di massa: senza che la massa si possa riappropriare delle proprie radici, di una realtà in cui lingua, dialetto e identità erano un tutt’uno. In un sistema Salento che fagocita tutto in quel puerile autocompiacimento che da secoli ci fa stare immobili sulla soglia di casa con la coppola in testa e lo sguardo fisso nel vuoto ad aspettare che qualcosa accada anche l’esperienza della Notte della Taranta è rimasta vittima del suo stesso morso.

Fossimo solo riusciti a far capire alle giovanissime generazioni che il morso della taranta non era reale, ma che in quel simbolo, in quel rito, in quella musica i nostri antenati cercavano disperatamene una via di scampo da una condizione umana miserrima, sarebbe stato un bel modo per sovvertire l’eterno stato di lucida immobilità che faceva dire a Bodini di noi salentini: […] Solo noi / viviamo come dati insolubili che non maturano. / Siamo nati dicendo “a priori” nel fondo delle case, senza confessare / la sorpresa in un pianto nuovo / e ci è destino rimpiangere / fin le cose che abbiamo / qui, vicino a noi, come se fossero / miglia e miglia remote […].

Professore di Linguistica, originario di Taviano, e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare del linguaggio

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Nandu Popu e Mirko Grimaldi incontro in redazione 26-9-2011 (4)Si cominciò con una semplice constatazione: i giovani sui social usano il loro gergo infarcito di parole dialettali. Il dialetto allora non è “la lingua della vergogna”, non è rimasto custodito nei libri di pochi e appassionati cultori, è ancora vivo. E cantato. Proprio dal successo delle canzoni dei Sud Sound System (da cui abbiamo mutuato il titolo della pagina “Simu salentini”) è partita una riflessione che continua ancora, caratterizzata da incontri importanti presso la nostra redazione come quello di Nandu Popu e Mirko Grimaldi, docente di Linguistica generale presso l’Unisalento (foto). Dal luglio 2011, mese in cui ha avuto inizio l’appuntamento con “Simu”, il dialetto ci ha accompagnati nella scoperta di tradizioni locali ormai dimenticate, proverbi, poesie, racconti.
Anche le quattro edizioni del concorso “Ti amo… ditelo in rima” in occasione della festa di S. Valentino, ha registrato un’ampia partecipazione di poeti dialettali che sono risultati addirittura vincitori. Non citiamo i numerosi poeti che hanno trovato spazio sulle nostre pagine per non fare torto a nessuno, ma sono davvero in tanti. Come anche numerosi sono i vocabolari del dialetto salentino di cui abbiamo parlato diffusamente nelle nostre pagine.

Nandu Popu e Mirko Grimaldi incontro in redazione 26-9-2011 (4)

In redazione Nandu Popu e Mirko Grimaldi

matrimonio famiglai surano ratanoGALLIPOLI. Tutto iniziò col n. 14 del 28 luglio-3 agosto del 2011 di “Piazzasalento. Scegliemmo come logo di “Simu salentini” i Sud Sound System  che nelle loro canzoni in dialetto esaltano non solo la  “prima lingua” quella che si imparava sulle ginocchia dei genitori, ma i valori che questa veicola. “Se me senti parlare dialettu/se capisce de dhu ete ca egnu/ Su lu terrone de lu Salentu/intra stu stile me rappresentu/ Me portu cu mie tanti anni de storia/na tradizione ca dura de tantu”.
Proprio al dialetto, in questi cento numeri sono dedicati numerosissimi articoli: proverbi e modi di dire, poesie, filastrocche, teatro in vernacolo, canzoni. Spazio anche alla discussione e al confronto sul suo uso con una lunga intervista al professore Mirko Grimaldi dell’Unisalento e Nandu Popu dei SSS (8). Da una parte la tesi del più grande poeta in dialetto salentino, Nicola De Donno, che afferma che “bisogna tornare ai dialetti non sull’ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero storico di valori comuni”, e dall’altra padre Giovan Battista Mancarella che in un’intervista (11) sosteneva “è una lingua da museo”.

Hanno trovato posto in queste pagine tra i tanti poeti locali: Rocco Cataldi (6) di Parabita, Orazio Testarotta (10) di Taviano, Tonio Ingrosso (12) di Matino; il Natale attraverso i poeti salentini in dialetto ha occupato il numero 13. Tutti gli appuntamenti più importanti nel corso dell’anno sono  stati riletti attraverso le tradizioni locali: Santi patroni (15), i giochi (16), il Carnevale (18 e 42 ), la festa della donna (19), la Quaresima (43), i riti della Settimana santa (20), le Tavole di S. Giuseppe (45), la vendemmia (34), la cucina salentina nelle varie stagioni (51). Poi gli agnomi, i modi di dire salentini (60), le imprecazioni (61).


Fino ad aprile del 2012 a “Simu” sono state dedicate due pagine, col n 21 lo spazio viene ridotto a una non perché diminuisce l’attenzione verso i contenuti, ma perché si aggiungono nuove “piazze”. Dal n.22 fino al 32 l’attenzione è rivolta al matrimonio e le tradizioni del secolo scorso (riti della presentazione della dote, festa del fidanzamento, cerimonia del matrimonio) si contrappongono alle storie di matrimoni contemporanei.
È dell’estate 2013 l’iniziativa di regalare i racconti di scrittori salentini, alcuni affermati anche fuori dall’ambito provinciale, altri esordienti. Dal 53 al 58 sono stati pubblicati i racconti di Giuseppe Cristaldi, Antonio Errico,Vittoria Coppola, Gabriele Marra, Melanton (Antonio Mele), Fernando Congedo e Antonio Pagliara. L’esperienza viene ripetuta nell’estate successiva: dal n. 79 all’ 82 vengono pubblicati, sempre ad agosto i racconti di Melanton, Cristaldi, Errico e Sofia Schito.

Col n. 59 ha inizio una nuova rubrica “Le strade raccontano”, un modo per parlare della storia dei paesi attraverso lo sviluppo e i cambiamenti che le strade hanno subito e le persone o gli eventi a cui sono dedicate. Un tentativo di fare uno stradario tutto salentino e di fornire ai giovani briciole di conoscenza del passato del loro paese. Non mancano gli espliciti riferimenti alla storia attraverso recensioni di libri (guerra di Russia (67), i  trucidati alle  Fosse ardeatine (72), la Liberazione “al femminile” (74) i Caduti di Taviano  nella Grande guerra (88). Hanno trovato spazio i vincitori delle quattro edizioni del concorso di poesia “Ti amo… ditelo in rima” e dal dicembre 2013 al n 64 debutta “Il Caffè”, questa piccola piazza nella Piazza, che si apre il venerdì successivo all’uscita del giornale per recepire commenti e indicazioni.
Piazza affollata la nostra, ma non recintata, è  piazza aperta e seguita anche dai salentini che abitano al Nord e che continuano a riconoscersi nelle nostre tradizioni. Come l’associazione dei salentini a Verona che ha festeggiato lo scorso anno il decimo anniversario della costituzione e che ha trovato ospitalità su queste pagine. Come i numerosi libri recensiti nella rubrica “Leggere è un piacere” che  intessono reti tra quanti amano leggere e scrivere. “Simu salentini” sì, e anche per questo cittadini del mondo e nel mondo.

Simu Salentini. Tutto è cominciato da questa dichiarazione: “Confesso di essermi commosso: abbiamo aspettato vent’anni per leggere  uno tra i più belli articoli mai fatti sul nostro lavoro, ma ne è valsa la pena. Bu ringraziamu de core e autru e tantu a tutti quanti ui!“. Firmato: Fernando Nandu Popu Blasi, che ha messo su facebook l’intervista del linguista Mirko Grimaldi “Sangue nuovo per il dialetto malato cronico“, comparso su questo giornale.

Leggi l’articolo | Guarda la galleria fotografrica

Abbiamo così messo di fronte, in redazione,  lo studioso e lo “studiato” che non si erano mai incontrati. Entusiasti entrambi, ne è nato un dialogo serrato di oltre due ore e mezzo di cui possiamo offrirvi una galleria fotografica ed un video. Sono venute fuori analisi varie, idee, spunti che potrebbero avere ben presto risposte (i Sud Sound System stanno per entrare in studio per un nuovo album).

Simu Salentini. Tutto è cominciato da questa dichiarazione: “Confesso di essermi commosso: abbiamo aspettato vent’anni per leggere  uno tra i più belli articoli mai fatti sul nostro lavoro, ma ne è valsa la pena. Bu ringraziamu de core e autru e tantu a tutti quanti ui!“. Firmato: Fernando Nandu Popu Blasi, che ha messo su facebook l’intervista del linguista Mirko Grimaldi “Sangue nuovo per il dialetto malato cronico“, comparso su questo giornale.

Leggi l’articolo | Guarda il video dell’incontro

Abbiamo così messo di fronte, in redazione,  lo studioso e lo “studiato” che non si erano mai incontrati. Entusiasti entrambi, ne è nato un dialogo serrato di oltre due ore e mezzo di cui possiamo offrirvi una galleria fotografica ed un video. Sono venute fuori analisi varie, idee, spunti che potrebbero avere ben presto risposte (i Sud Sound System stanno per entrare in studio per un nuovo album).

Stiamo lavorando all’ottava uscita di “Simu Salentini” e al numero 21 del giornale. Troverete degli estratti dal lungo incontro che si è tenuto in redazione tra Nandu Popu dei Sud Sound System e Mirko Grimaldi, docente di linguistica all’Università del Salento, studioso dell’operazione culturale fatta dai SSS.

Presto troverete on line anche il servizio video e la galleria di foto realizzati durante l’incontro.

E nui, cci facimu crai? Mandiamo in stampa il giornale!

Ci incontriamo giovedì!

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I Sud Sound System in uno scatto di Flavio&Frank

Simu Salentini. I Sud Sound System sono ormai i più  popolari “ambasciatori” della parlata  salentina, intrecciata con la musica popolare giamaicana, l’altro capo del globo. Come è stato possibile questo originale rapporto: ne parliamo con Mirko Grimaldi, originario di Taviano, professore associato di Linguistica generale e Psicologia del linguaggio  all’Università del Salento e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare sul Linguaggio finanziato dall’Unione europea.

«Si tratta di un rapporto complesso che ancora non è stato indagato in tutte le sue sfaccettature. Bisogna ricordare che fra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 molti studiosi si avvicendavano al capezzale dei dialetti, discutendo di diagnosi e terapie efficaci per una malattia ormai cronica, e altri si preparavano a celebrarne degnamente i funerali. I SSS (e altri gruppi del panorama Hip-hop italiano come i torinesi Mau Mau, i napoletani Almanegretta, i veneti Pitura Freska, ecc.), inosservati, fanno una operazione importante: innestano il dialetto in uno stile musicale nuovo, compiendo una piccola rivoluzione. Il fatto è rilevante perché i SSS fanno parte di quella generazione, nata più o meno nella metà degli anni ’60, che doveva rappresentare la tomba dei dialetti. Il dialetto era vissuto come una colpa da espiare, un marchio negativo da cancellare: chi voleva farsi strada nella vita doveva imparare l’italiano».

Si può parlare di uno o più dialetti salentini?

«Il dialetto salentino, o meglio, i dialetti salentini, parlati nella parte meridionale della provincia di Taranto e nelle provincie di Brindisi e Lecce condividono alcune caratteristiche comuni derivate dal particolare sviluppo che ha avuto il latino parlato in queste zone. Si tratta di peculiarità che caratterizzano soprattutto le vocali accentate (che qui sono 5 e non 7 come l’italiano) e in parte le consonanti. Le stesse caratteristiche sono condivise dai dialetti calabresi centro-meridionali e dai dialetti siciliani. Certo, ci sono poi delle variazioni da zona a zona ma che, sostanzialmente, non intaccano questa unità di fondo».

I loro temi in questi 20 anni.

«I SSS, che hanno fatto una operazione di recupero e rilancio del dialetto in modo consapevole, hanno anche mantenuto, mi pare, un legame profondo con la musica popolare, fondata anch’essa sulla percezione e improvvisazione della parola parlata. Tuttavia le tematiche di una parte della musica popolare erano spesso caratterizzate da uno spirito di rassegnazione che con i SSS diventa di denuncia e riscatto, non solo generazionale ma di una un intero territorio. Questa operazione è stata fatta utilizzando non il codice alto della lingua italiana, ma il codice basso del dialetto. In una forma nuova ritorna la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di una serie illimitata di esecuzioni individuali. Con l’impiego di un dialetto che sostanzialmente appare ‘integro’ vengono introdotte tematiche completamente nuove: politica, problematiche sociali varie, rivendicazioni giovanili, confronto generazionale, ecc».

Quanto i SSS hanno cambiato la cultura musicale salentina?

«La questione va affrontata in modo complessivo. Mentre i SSS introducevano l’Hip-hop nel Salento e lo esportavano nel mondo (e non è una esagerazione) altri gruppi lavoravano al recupero e al rilancio della musica popolare: questi due mondi non erano isolati, ma in continuo contatto. C’è stato a un certo punto un intreccio virtuoso di stimoli e di scambi di esperienze che hanno portato a una influenza reciproca, credo. La musica popolare rivisita e reinterpretata in modo nuovo ha avuto benefici dall’operazione dei SSS e viceversa: l’Hip-hop dei SSS non si è mai sostanzialmente staccato dalla proprie radici. Devo però dire che in un sistema Salento che fagocita tutto in quel puerile autocompiacimento che da secoli ci fa stare immobili sulla soglia di casa con la coppola in testa e lo sguardo fisso nel vuoto ad aspettare che qualcosa accada, l’operazione dei SSS non è stata compresa appieno e non è stata sfruttata adeguatamente, così come non è stata sfruttata in modo adeguato l’iniziativa della Notte della Taranta. Si sono diffuse le retoriche dell’origine e dell’identità, mentre questi fenomeni non sono stati inquadrati in un sistema virtuoso che avrebbe dovuto portare a una vera rinascita del Salento».

 

Voce al Direttore

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