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Vata SciurtiACQUARICA DEL CAPO.  Ad Acquarica l’attività di intrecciare il giunco palustre, paleddhru o meglio pileddhru, perché sottile come il pelo (pilu), storicamente ha rappresentato un’attività produttiva che ha visto tutte le donne esercitare questo antico mestiere, chi andando a lavorare a giornata e chi producendo nel tempo libero in casa. I prodotti finiti venivano venduti sulle spiagge della riviera romagnola in estate, ma anche esportate all’estero. Nel 1873 vennero esposte addirittura presso la Fiera mondiale di Vienna e successivamente varcarono anche l’oceano per essere commercializzate in America.
Ad incarnare più di ogni altra lo spirito artistico di questa produzione che ormai rischia di scomparire è stata Addolorata Olimpio (Vata Sciurti), che ha realizzato intessendo il giunco palustre un presepe bellissimo che si trova in una teca di vetro presso il Museo del Giunco a Palazzo Villani. Per la sua bravura “Vata Sciurti” ricevette la nomina a Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica.

Il Museo del Giunco di Acquarica non è aperto al pubblico tutti i giorni, ma si può visitare solo previa richiesta telefonica al Comune. Per ovviare alle difficoltà, il figlio della signora Olimpio, Salvatore Giulio, si è offerto di aprire il Museo su richiesta. Gli interessati perciò possono contattarlo telefonando allo 0833/ 722053. Un’occasione da non perdere per singoli visitatori, per i gruppi e le scolaresche.


 

Patrizio Siciliano

ACQUARICA DEL CAPO. Giacomo Arditi, nella celebre “Corografia fisica e storica di Terra d’Ontranto” del 1879-1885 celebrava Acquarica del Capo per la fiorente industria di sporte, cestini, fiscelle di giunco, detto volgarmente “pileddu” (pianta rigogliosa delle zone paludose di Ugento, Avetrana e Acaja). Un mestiere antico che si qualifica come attività sempre più rara, ma che può determinare forme di occupazione e di sviluppo dell’economia locale. Un esempio è il laboratorio di Patrizio Sicilano, il più giovane maestro artigiano della lavorazione del giunco di Acquarica del Capo.

«Dedicarmi a quest’attività – dice – è stato un processo naturale, infatti, la praticavano i miei genitori. Ma  è  anche una tradizione tipica di Acquarica del Capo, ed, io, credo molto nella necessità di mantenere in vita la cultura del territorio in cui vivo». E’ un’arte che si esprime nell’operosità creativa delle mani senza le contaminazioni della tecnologia come documentato nel film”Natura morta in giallo” realizzato dagli allievi del corso di cinematografia tenuto da Carlo Michele Schirinzi nel 2012, nell’ambito del progetto regionale “Bollenti Spiriti”, presentato al Torino film-Festival. In questa pellicola ritroviamo i volti degli ultimi artigiani di questo tempo: Patrizio Siciliano, il padre Cesare, la madre Francesca Luca, Salvatore Giulio, Luce Nataletti, Maria Verardo e Francesca Fiume.

Nel laboratorio Di Patrizio Siciliano si possono contemplare oggetti che ci riportano alla storia, alle abitudini e alle usanze del popolo salentino: i “panari”, i “cannizzi”,  le “sporte”. Questi “pezzi” di artigianato locale sono stati esposti lo scorso maggio nella quarta edizione della “Mostra mercato artigianato d’eccellenza” a Lecce, presso la chiesa di S. Francesco della Scarpa e  potranno essere  ammirati  nella “Sagra del grano” ad Acquarica del Capo nella location medievale della Masseria fortificata di Celsorizzo nei giorni 26-27-28 luglio.

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Davanti al numero impressionante di giovani disoccupati che aumentano sempre di più (nel Salento si parla di 210mila) la domanda che richiede una risposta precisa è quella che tocca il cuore del problema: di quale lavoratori il nostro territorio ha bisogno? Risposte chiare che servono per evitare percorsi che non solo non portano da nessuna parte, ma che possono togliere ai giovani, dopo una serie di delusioni, anche la possibilità di sperare di farcela prima o poi.

Qualche tempo fa la Provincia di Lecce, attraverso  sette Centri per l’impiego (Lecce, Gallipoli, Campi, Martano, Galatina, Nardò, Tricase) ha tracciato linee reali definendo le figure lavorative di cui ha bisogno il Salento. Ha fotografato, quindi, la realtà, e ha stilato una sorta di graduatoria: al primo posto sono gli artigiani le figure più richieste, al secondo si trovano i metalmeccanici, al terzo gli addetti al turismo.Si tratta di tre ambiti trainanti e, per quanto riguarda il terzo, in forte  espansione in particolare negli ultimi dieci anni. In generale, quindi, sono i tre citati prima gli ambiti in cui formare le figure professionali. Ogni Centro per l’impiego ha  “fotografato” la sua realtà con richieste specifiche. A Gallipoli, considerata la vocazione turistica del territorio, si richiedono cuochi, camerieri di sala, addetti alla reception con conoscenza delle lingue, ma anche magazzinieri, tecncici delle coltivazioni biologiche, disegnatori meccanici, manutentori di impianti fotovoltaici. Considerato l’aumento della popolazione anziana, sono molte le richieste di persone competenti per l’assistenza. Si recuperano anche i vecchi mestieri: ciabattini, arrotini, lavoratori della pietra leccese, della cartapesta, ricamatrici dalle mani sapienti.

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Casarano. Le scarpe non hanno segreti per Antonio Parrotto, 45enne casaranese titolare dell’omonimo laboratorio nel quale “disegna” il prodotto finale direttamente sui piedi dei clienti. E comunque, ci tiene a precisare Parrotto, un conto è fare scarpe su misura, un’altro è fare ogni tipo di scarpa su misura.

Antonio Parrotto

Per realizzare un paio di scarpe occorrono in media 25-30 ore di lavoro, con 220 operazioni da effettuare su ogni singola calzatura. L’intero processo parte dalle misure del piede. Ogni scarpa, quindi, è perfettamente conformata all’anatomia del piede. Il loro costo parte dai 350 euro per salire anche in modo esponenziale, nel caso di un prodotto particolarmente ricercato e realizzato con pelli pregiate.

Parrotto è nel settore della calzatura dal 1982, dall’età di 15 anni. Oggi ha clienti in Svizzera, Germania ed in tutta Italia. «Ho voluto restare a Casarano – spiega Parrotto – anche a costo di partire penalizzato. Quest’attività, in una grande città, avrebbe avuto ben altra fortuna. Ma sono contento così. Non c’è nulla di più ripagante di un cliente che vede soddisfatte tutte le sue richieste, dopo essere giunto da me scoraggiato dal mercato e con la convinzione di non riuscire a trovare ciò che fa al suo caso».

La scarpa più grande mai realizzata da Parrotto? Una 56, ovviamente per un uomo. Per donna, invece, si è fermato “solo” ad un 45; una taglia praticamente introvabile per il gentil sesso che spesso deve, per questo, ripiegare su scarpe da uomo dicendo addio a tacchi, moda ed eleganza.

Alberto Nutricati

Giovannino De Masi (al centro) circondato dai suoi “discipuli” Oronzo Endemione, detto “Ronzino” (a sinistra) e Giovanni De Micheli

Casarano. Ha appeso al chiodo pettine e rasoio e dopo oltre 45 anni di onorato lavoro è andato in pensione. Da inizio anno è, infatti, a riposo Giovannino De Masi, titolare dello storico salone da barba di via Dante, punto di riferimento per diverse generazioni di casaranesi.

Da lui sono passate varie personalità cittadine (dai senatori Francesco Ferrari e Salvatore De Matteis al notaio Italo Aromolo) ma anche molti calciatori degli anni d’oro della Virtus (dai fratelli Pedone a capitan Gigi Vento sino ai più recenti Passoni, Francioso e Miccoli).

«Posso dire di aver servito tutti, indistintamente, con la stessa umiltà e disponibilità perché questo mestiere è nel mio dna» afferma il neo pensionato.
L’importante traguardo raggiunto è stato onorato con una festa a sorpresa organizzata da parenti e amici proprio all’interno del salone, e proprio nel primo giorno di pensionamento.

Accanto a lui anche alcuni suoi “discipuli”, ovvero i ragazzi di bottega che un tempo erano soliti frequentare gli artigiani per apprendere il mestiere. «Imparavano l’arte e l’educazione ma da ultimo ci è stato impedito di dar seguito a questa bella tradizione, che aveva un’importante funzione sociale, per i troppi lacci imposti dalla legge» afferma con amarezza Giovannino (solo per l’anagrafe Ippazio).

Accanto a lui nel giorno della festa proprio due suoi allievi, Oronzo Endemione (detto Ronzino) e Giovanni De Micheli, oggi affermati parrucchieri. «Negli ultimi tempi ho tenuto aperto il salone solo per l’orgoglio che mi impediva di chiudere. Non avevo il coraggio – continua Giovannino – di girare la chiave, ma le tasse e i vari adempimenti imposti dalla legge ormai soffocano gli artigiani. Alla fine ho detto basta anche perché, in tutti questi anni, credo di aver lavorato abbastanza».

L’arte la apprende dal maestro Alfredo Manganaro, all’età di appena sei anni, per non lasciarla mai, neppure durante il servizio militare, a Falconara. «Dal mio maestro ho appreso l’importanza di questo mestiere, che rappresenta un vero e proprio servizio. La bottega era in via Roma, quando nel centro c’erano decine di saloni, all’epoca veri e propri centri di aggregazione, frequentati anche da quanti volevano solo fare due chiacchere la sera». Il salone di via Dante viene aperto nell’agosto del 1966. «All’inizio ero in affitto ma lo acquistai nel 1988 ed ho sempre lavorato lì» conclude Giovannino.

Voce al Direttore

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...