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PRESICCE. Le cronache di ogni giorno ci tempestano di storie di coppie che si concludono tragicamente. Ma c’è anche qualche storia diversa che merita di essere raccontata. Due ultraottantenni sono convolati a nozze con una cerimonia celebrata da don Francesco Cazzato nella chiesa parrocchiale di Presicce la mattina del 19 ottobre scorso. Giacomo Baglivo (84 anni) e Palmira Sergi (83 anni) hanno coronato il loro sogno d’amore con una cerimonia riservata a pochi intimi ma ricca di momenti di grande commozione.

«Eravamo fidanzati quando avevamo 20 anni – ha raccontato lui, un maresciallo dell’aviazione in pensione – e vivevamo nel pieno della gioventù convinti che niente e nessuno avrebbe potuto ostacolare il nostro amore. Ma nel 1950 io mi arruolai e la vita militare mi ha costretto a peregrinare nel mondo». Le strade dei due innamorati si separarono e così ognuno dei due si formò una famiglia, Giacomo a Padova e Palmira nel Salento. Ognuno dei due ha avuto due figli e quattro nipoti, ognuno dei due è rimasto vedovo. «A Palmira era già successo prima – ha raccontato lo sposo – a me è successo dopo e ho sentito il bisogno di ritrovare il mio primo amore».

La ricerca si è conclusa sull’altare della chiesa madre di Presicce, nella commozione generale dei presenti. «È stato lui a cercarmi»  ci ha tenuto a sottolineare Palmira, quasi a rivendicare un riscatto per la decisione presa da Giacomo oltre sessant’anni fa quando si arruolò. «La mia ricerca ha avuto inizio solo dopo la morte di mia moglie», ha sottolineato lo sposo, ad evidenziare la fedeltà e il rispetto di entrambi verso il primo partner.

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GALLIPOLI. Dopo un’estate all’insegna degli happy hours che tanto hanno fatto discutere, anche a settembre sulle spiagge di Gallipoli si  trascorrono “ore felici”, magari per ragioni di cuore. È successo sabato 14: qualcuno ha scelto uno dei lidi più rinomati per il pranzo di matrimonio, in luogo del classico ristorante, e in tanti, incuriositi, ne hanno immortalato l’allestimento. Non è la prima volta che due sposi optano per il rinfresco sul mare, un uso che sembra destinato a diffondersi sempre di più.

“Non faceva, nascendo, ancor paura/la figlia al padre, che ‘l tempo e la dote/non fuggien quinci e quindi la misura”. Quando nasceva una bambina,  cioè, c’era per la famiglia una preoccupazione in più per la dote da preparare e per la precoce età in cui ci si sposava. Questo al tempo di Dante  (i versi sono tratti dal canto XV del “Paradiso” dove si narra dell’incontro del poeta col suo avo Cacciaguida). Verrebbe da dire niente di nuovo sotto il sole, anche nel Duecento la sobrietà non era di casa. Ora però ci si preoccupa anche quando si viene scelti per fare da padrino/madrina per battesimo, cresima, matrimonio. Non c’è alcun limite né per il regalo né per la cerimonia sganciati come sono questi due aspetti dal senso profondo della celebrazione dei  sacramenti.

Non è in discussione il concetto di festa, anzi, la consapevolezza piena del significato profondo  di entrare a far parte della comunità ecclesiale (battesimo),  di essere fortificati nella fede (cresima), di testimoniare l’intima unione tra Cristo e la Chiesa (matrimonio) dovrebbe generare solo gioia. Quello che è in gioco è proprio la “misura” , la preoccupazione tutta esteriore di fare bella figura con parenti e amici, la scelta di padrini che spesso obbedisce non all’idea di “allargare la famiglia” ma  a criteri di “scalata sociale”. Succede così che i  padrini  accompagnano il percorso dei loro figliocci solo per un giorno, appunto, quello della cerimonia..

Sono proprio i regali e le modalità della festa  che catalizzano l’attenzione molto di più  della necessità di approfondire  il senso profondo del sacramento che si va a ricevere. Questa “deformazione” dovrebbe preoccupare prima di tutto la comunità ecclesiale i cui rappresentanti, in verità, si sforzano e fanno di tutto per far passare un messaggio sobrio per quanto riguarda la festa, ma visti i risultati non sempre ci riescono.

Chi si ricorda o racconta i regali che ricevevano i bambini della prima comunione solo qualche decennio fa? Coroncine del rosario, libri di preghiera. La catenina d’oro o l’orologio erano per la cresima. I “compari d’anello” del matrimonio contribuivano con un dono utile per la casa. Dopo la cerimonia religiosa si tornava in casa e a parenti e amici si offriva un “rinfresco”, qualche dolcetto, un liquorino e la gioia di stare insieme e rinsaldare vecchie e nuove amicizie. Negli anni Settanta  con il boom economico comincia a cambiare tutto, scelta del ristorante più raffinato, pranzi pantagruelici e via di questo passo.  Ora qualcuno è costretto a farsi un mutuo per un pranzo di nozze e per tutto quello che la cerimonia richiede. In questi ultimi tempi, in realtà, complice la crisi che colpisce tutto, si notano segni di sobrietà. Come dire di necessità virtù.                                      

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MATRIMONIO A PRIMA VISTA E deciso subito, almeno da parte di Luca, 4 anni fa, in crociera appena vide per la prima volta Antonella

Gli zii, si sa, diventano pazzi per le nipotine. E quando lo sguardo della piccola Daisy, di due anni, ha incrociato quello dello zio chiedendogli un gelato al cioccolato in un’afosa giornata di fine giugno, lo zio non ha potuto fare altro che accontentarla. Così i due si sono allegramente recati al vicino bar e hanno preso il gelato che la bimba ha gustato impiastricciandosi tutto il faccino. Daisy quel giorno aveva una cosa importante da fare: portare all’altare le fedi nuziali per sua mamma e suo papà. «Abbiamo atteso apposta – conferma la sposa, Antonella Cuppone di 25 anni di Sannicola – per la cerimonia nuziale che la nostra bimba fosse abbastanza grande da portarci le fedi. Quando, al momento della benedizione degli anelli, don Piero ha chiesto dove fosse la damigella, siamo tutti stati colti dal panico, cercando la bambina in ogni angolo. Subito, per fortuna, è arrivata la notizia: era fuori, con lo zio, mangiava il gelato. Daisy sa già come ottenere le cose che vuole: ha preso da me».

La storia d’amore tra Antonella e Luca Codognotto, 35 anni di La Spezia, è nata quattro anni fa sulla nave da crociera Costa Serena, dove lui lavorava da molti anni come animatore. «Appena l’ ho conosciuta, ho sentito nell’anima che l’avrei sposata e le ho detto: «Tanto ti sposo». Se lei lo avesse voluto, sarei sbarcato subito, avrei mollato tutto e smesso di navigare. Non c’era ragionevolezza in questo, ma una certezza sentita nel cuore». Ma tanta irruenza e sentimenti espressi così chiaramente, suscitano nella ragazza timore e dubbi «Anche se con il cuore condividevo appieno i suoi sentimenti – conferma Antonella – temevo razionalmente che fosse uno di quei marinai che hanno una donna in ogni  porto, così gli davo degli appuntamenti, poi ci ripensavo e non andavo e poi il cuore mi riportava di nuovo da lui. Anche a mia madre disse subito di volermi sposare».

Il primo bacio tra i futuri sposi c’è l’ultimo giorno di crociera e lei finalmente gli lascia il numero di telefono «Mi ha portata sul ponte di prua – racconta la sposa – di notte, in mare aperto, in una scena tipo “Titanic”, non quando affonda, ovviamente, ma quando i protagonisti si baciano».

Lo sposo trova inquietante il paragone col Titanic avendo navigato per molti anni e avendo sofferto molto per la sorte dei colleghi sulla Costa Concordia, ma ora ha i piedi ben saldi per terra e lavora in albergo come receptionist «Di lei amo la forza e la perseveranza – aggiunge – ha fatto gli ultimi esami all’università col pancione e mi piace anche il suo essere un po’ brontolona, sebbene si fissi troppo a voler capire i motivi dei comportamenti delle persone: a volte le persone si comportano in maniera strana semplicemente perché sono strane». La sposa apprezza dello sposo proprio questo lato del carattere «Tanto io sono agitata – conferma – tanto lui è pacifico e rilassato e tutto gli scivola addosso. Mi dà un senso di pace e di tranquillità e, insieme, la capacità di affrontare qualsiasi problema senza preoccuparmi del mare in tempesta, ma sapendo bene cosa fare».

Maria Cristina Talà

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Gli sposi Emanuele e Claudia (foto di Giovanni Strusi)

Sannicola.E la sposa, a pochi minuti dall’inizio della cerimonia, lasciò lo sposo sull’altare e gli invitati nella navata, uscì da una porta laterale e dismise l’abito nuziale. Non perché ci avesse ripensato, ma perché c’era una  terza persona che aveva bisogno di lei: la piccola Aurora, di tre mesi, che aveva urgenza di mangiare «Mi ero domandata cosa avrei fatto se la piccola avesse reclamato la sua poppata proprio durante la cerimonia – afferma sorridente la sposa Claudia Conte – e non ho avuto dubbi: mi sarei occupata di lei e poi sarei tornata alla celebrazione». Così, dieci minuti dopo, ecco ricomparire la sposa e porsi accanto allo sposo. «Iniziamo bene!» ha affermato lui facendo sorridere la sposa, il parroco e tutti gli invitati. La cerimonia prevedeva anche il battesimo della piccola: «Aveva un meraviglioso vestitino in tulle rosa, tipo nuvoletta – dice Claudia –  ma col caldo, era il 23 agosto, le si stava irritando la pelle e così glielo ho tolto lasciandola solo con il pannolino e avvolgendola in un asciugamano bianco: l’ abbiamo battezzata così. Alla fine don Piero ha detto che una cerimonia così movimentata non l’ aveva mai ufficiata».

Il battesimo della piccola Aurora, dopo le nozze (foto di Giovanni Strusi)

La storia d’amore tra Emanuele Giorgino, 35 anni e Claudia Conte, 30 anni, entrambi di Sannicola, è singolare.  «La nostra è stata una storia travagliatissima – conferma la sposa – a riprova che il vero amore non teme il tempo né i fatti della vita: siamo stati fidanzati per circa un anno, quando io ne avevo 18. Eravamo innamoratissimi, ma le cose non andarono bene. Lui, avendo perso il padre in giovane età, era stato costretto a crescere prima del tempo. Allora lavorava in discoteca in un’agenzia di sicurezza ed era un uomo a tutti gli effetti, affascinantissimo, ma io mi sentivo una ragazzina, molto legata alla mia famiglia, avevo vincoli di orario (alle 10 dovevo essere a casa) e non ero pronta all’impegno che lui mi chiedeva. La relazione si interruppe e io partii per l’università. A Urbino ho studiato scienze motorie. Ho conosciuto altre persone, lui ha avuto una storia molto importante, sembrava che la vita ci stesse portando in direzioni opposte». Il sentimento che li aveva uniti, ragazzini, tuttavia non si era mai spezzato «Quando mi innamorai di lei la prima volta – conferma lo sposo – mi piaceva tutto, il carattere, il sorriso, tutto. Sebbene ci siamo allontanati per molti anni e ciascuno di noi ha vissuto la sua vita, ci ha sempre uniti qualcosa, un filo, che non si è mai spezzato».

Quando, tre anni fa, Claudia è rientrata da Urbino per lavorare come istruttrice di nuoto per  bambini, il fuoco si è riacceso. Dopo un anno di fidanzamento Emanuele già chiedeva a Claudia la convivenza. Qualche incertezza e sembrava che di nuovo la storia stesse per naufragare: «Ma ero fiducioso – conferma Emanuele – sapevo che avremmo superato ogni difficoltà». In effetti l’anno scorso in luglio i due innamorati sono andati a vivere insieme e ad agosto era già in arrivo Aurora. Il movimentato matrimonio – battesimo suggella l’amore. «La sera prima delle nozze – continua la sposa – Emanuele ha fatto cantare per me una serenata. Adoro le tradizioni e ci tenevo ad uscire da casa dei miei genitori al braccio di mio padre. La chiesa era decorata in un trionfo di rose beige con sfumature rosa come il  bouquet preparati da Zumummi e all’uscita ci  attendeva un Ape con due poltrone con cui abbiamo fatto il giro della piazza».

Maria Cristina Talà

Direttamente dal latino “mulier”, la mujere salentina è al centro di una vastissima e variegata gamma di detti popolari e luoghi comuni. Sempre con la dovuta precisazione che non si tratta di enunciazioni di verità assolute ma di un valido indicatore per cogliere le coordinate di un’epoca ormai passata quando i ritmi di vita più lenti permettevano di fissare, in una sintetica locuzione, comportamenti e valutazioni di “senso comune”. Il fatto poi che quello che si afferma in un proverbio trova la negazione in un altro non diminuisce la supposta “veridicità” anzi è la dimostrazione che la vita, come gli uomini, è varia e composita, da accettare in tutti i suoi aspetti, anche contraddittori.

Come deve essere allora una mujere? Accertato il fatto che “Bbona o fiacca, bedda o bbrutta, la mujere te la teni tutta”, è preferibile la ricchezza o la bellezza?  Meglio tutte e due le qualità. Anzi l’ideale è che una buona moglie ne abbia quattro, come recita un proverbio conosciuto in tutto il Salento: “Bedda, ricca, cu ffatica mutu e cu mangia picca”. Per il resto, se è vero che “A sta vita travajata, ci tene mujere bedda campa de ntrata” e che è “Meju na mujere bedda ca na mujere ricca”, è anche vero che la dote è una componente molto importante: “Mujere ricca, se nu nn’ai mutu, nn’ai picca”; “Meju na bbona dota, ca na bedda mujere”; e ancora “La dota è lu rispettu te la mujere”. Ma anche con una ricca dote non è che tutto sia rose e fiori: “Mujere ricca, su tuttu se zzicca”, e il marito corre il rischio di essere succube “Ci pija grande dota, la mujiere lu ota e lu sbota”.

Potere dei soldi, più o meno rimasto intatto nel tempo.  Il marito, però, restava sempre il capo della famiglia (“Guai a quella casa dove gallina canta e gallo tace”) e aveva dalla sua la possibilità di intervenire con le maniere forti per correggere alcuni comportamenti della moglie, poteva cioè usare le mani: “Mujere paccia, sànala cu la mazza” e “Mujeri, cani e ppurpi, senza vattuti nu suntu mai bboni”; e ancora “Mujere rispustiera, na abbona sonajera”; “A fiacca mujere, fave jentate e mazza a ppiacere”.

Da evitare alcuni tipi di donne ritenuti deleteri, come la “linguta”, la “nasitisa” ed infine la “pizziccusa”: Meju na mujere spinnata, ca na pizziccusa”; “Meju stare a lu desertu, ca cu na mujere linguta”; “Mujere nasitisa, te va’ stritta la camisa”.Per contrasto, invece:  “Mujere muta, matrimoniu perfettu”; “La bbona mujere nu vite e nnu sente”; “Fimmana esperta, bbona mujere”.

Infine, è bene che gli uomini facciano attenzione perché “Fortuna è na bbona mujere, ma chiù furtuna  cu rrumani zitu”. E se poi va a finire che la moglie ti tradisce? Scatta la vendetta: “Ci me rrubba la mujere, le la lassu pe’ dispettu”.

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Nella stessa viuzza di Gallipoli la richiesta di fi danzamento e, dopo 6 anni, quella di matrimonio

Simu Salentini. Nella splendida cornice della cattedrale di Sant’Agata nel centro storico, resa ancora più sontuosa con l’addobbo floreale della “Fioreria del corso” di Gallipoli, ha preso forma il sogno d’amore di Adina Congedo della “Città Bella” e Federico Troisi di Racale. Dicono sì proprio a Gallipoli che aveva visto il loro amore: Federico, serio e compunto e Adina, accompagnata dal padre vistosamente emozionato, fasciata in un abito, creato da “Emozioni Sposa” di Melissano, che ne esalta la mediterranea bellezza.

«Nello stesso luogo, una strada di Gallipoli, e con le stesse parole – racconta la sposa – Federico mi ha chiesto di fidanzarci e, sei anni dopo, di sposarci, aggiungendo questa volta “per sempre”». Una storia d’amore, la loro, vissuta sempre circondati dagli amici: «Abbiamo entrambi un carattere molto socievole – conferma Federico – e non ci siamo mai isolati dal gruppo, anzi entrambi trovavamo l’idea spaventosa: Adina ha un carattere meraviglioso e sempre sorridente, anche se spesso è testarda, fa sempre delle buffe scenette. Vivere queste gioie con gli amici ne amplifica il divertimento».

Da parte loro anche gli amici confermano questa tendenza a fare gruppo «Con Federico – racconta il testimone di nozze Andrea Contaldi – ci conosciamo sin dalla prima elementare e abbiamo vissuto insieme l’adolescenza. Abbiamo conosciuto Adina e la sorella Emanuela grazie ad un amico comune e subito sono rimasto colpito dalla sua bellezza e dal suo sorriso, così ho cercato di corteggiarla, ma è stato il mio amico Federico che ha rubato il suo cuore».

La confessione di Andrea continua: «All’inizio ero geloso di entrambi, anche perché avevo paura di perdere l’amicizia di lui, per me molto importante, ma poi nel gruppo abbiamo costruito una grande e solida amicizia, tant’è che sono divenuto testimone di nozze e del loro amore. Tutte le sere avviene un episodio divertente. Durante la cerimonia di nozze, nella sontuosa Villa Hollivood di Ruffano, quattro amici si sono vestiti da donna e io e lo sposo ne siamo rimasti vittime».

Quanto è forte il legame di gruppo lo testimoniano tutti gli amici: «Conosco Federico e Adina da meno tempo – aggiunge Stefano Falconieri di Racale – ma da loro e da tutto il gruppo degli amici ho imparato il valore dell’amicizia che si manifesta come fratellanza e come forza per affrontare le avversità della vita».

Sempre tanti amici intorno ma tutto questo non ha reso meno intenso né meno romantico il rapporto amoroso. Come i momenti importanti dell’innamoramento e del fidanzamento: «Tra noi non c’è stato bisogno di molte parole – aggiunge la sposa – ma quando Federico mi rivelò i suoi sentimenti, rimasi dubbiosa: pensavo che saremmo rimasti amici per sempre. La mattina successiva venne a prendermi e, durante una passeggiata lungo il mare, ci fidanzammo. Mi chiese di sposarlo la sera della mia laurea: mentre cenavamo da soli al “Costa Brada”, spuntò la scatolina con l’anello».

Maria Cristina Talà

Scene di un ricevimento di nozze a metà degli anni Cinquanta. Un vassoio colmo di dolcetti della sposa viene fatto passare tra gli invitati. (Foto dalla pagina Facebook "Storica Sannicola")

Simu Salentini. I gesti erano quasi furtivi e velocissimi: con il palmo della mano ben aperta si arraffavano quanti più dolcetti o confetti era possibile, poi si mettevano subito nella borsetta che veniva chiusa accuratamente. Una volta tornate a casa (il femminile è d’obbligo perché questa abitudine era quasi esclusivamente delle donne)  quei dolcetti e quei confetti avrebbero fatto la gioia dei bambini o degli anziani impossibilitati a partecipare all’evento.

Scene di un “ricevimento” dopo le nozze del secolo scorso prima che arrivasse il boom economico degli anni Sessanta, l’agiatezza diffusa,  il mito del benessere da sottolineare nelle cerimonie ufficiali. Prima di tutte, quella del matrimonio che sanciva non solo l’unione affettiva di due persone, ma anche l’incontro economico di due famiglie.

Le condizioni generali presentavano una omogeneità di fondo, si usciva fuori da anni difficili di guerra, di lutti, si ricostruivano piano piano le famiglie e i beni. La sobrietà non era una scelta snob, ma una necessità. Chi poteva non rinunciava al pranzo di nozze che era riservato però agli stretti familiari, e  gli animali del cortile ne avevano paura perché galline, conigli, tacchini finivano inevitabilmente sulla tavola. Si iniziava a volte con i piatti forti, panini con la mortadella (il pane bianco era per le grandi occasioni perché ogni giorno c’era quello  d’orzo, e le friselle), uova bollite venivano sgusciate in quantità e si accompagnavano al pane e a un bicchiere di vino, pezzetti di carne al sugo, polpette fritte.  Al ricevimento allargato, invece, si invitavano i parenti, i compari, i vicini di casa. Si iniziava con il caffè,  si passava poi ai dolci e ai liquori, i rosoli,  il bianco, il verde, il rosso e il giallo. Uno pensa che da qualche parte nella casa fosse allestito un buffet e che ognuno vi si accostasse per servirsi liberamente. Non era così.

Gli invitati prendevano posto sulle sedie che erano sistemate tutte intorno al perimetro della stanza, in attesa che “passassero i cumplimenti”, cioè i liquori serviti in minuscoli bicchieri e la “cupeta” cioè quei dolcetti che si fanno ancora oggi e che hanno conservato il nome di “dolcetti della sposa”, pasta di mandorla con in cima frutta candita, rivestiti da una glassa di zucchero. Prima di accomodarsi gli invitati avevano consegnato il regalo agli sposi, una busta con un biglietto di auguri e le lire che era stato  possibile stralciare dal bilancio familiare. Spumante e torta?  Solo più tardi quando i panini cominciarono a essere sostituiti da piccoli pezzi di focaccia, da arancini di riso, poi accanto ai dolcetti della sposa furono servite le paste secche.Quando le case cominciarono a diventare strette si affittavano oratori o locali adiacenti alle chiese dove venivano celebrati i matrimoni. Un massimo di tre ore e il ricevimento aveva termine. Dai ricevimenti degli anni 2000, dai pranzi luculliani e raffinati, un abisso lungo appena 50 anni.

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Sannicola, Loretta e Antonio sposi dopo 15 anni di fidanzamento

Simu Salentini. Lei splendida e dal sorriso travolgente in un abito della maison Calignano di Nardò, lui alto e raffinato, visibilmente emozionato, fa un figurone nell’abito Dolce e Gabbana. Attendono sulle scale della chiesa matrice, l’arrivo del sacerdote.

«Di solito è la sposa a farsi attendere – racconta gioiosamente Loretta Simone, la sposa – e io, che sono nota per i miei ritardi, ero stata precettata da tutti i parenti ad essere in orario: mai sposa fu puntuale come me. È stato don Salvatore a tenerci sulle spine». Don Salvatore Leopizzi è stato parroco della chiesa madre di Sannicola per molti anni e da poco è stato trasferito «Non poteva che essere lui – aggiunge Antonio Venturelli, lo sposo – a celebrare il nostro matrimonio, poiché ha visto nascere la nostra storia d’amore quando, 15 anni fa, ragazzini, frequentavamo la parrocchia. Ero fiducioso: non sarebbe mancato, ma una certa ansia mi ha colpito in quella mezz’ora in cui lo abbiamo atteso».

Una storia d’amore estremamente romantica, nata tanti anni fa tra le note del coro della chiesa e le serate con gli amici dell’oratorio. «Avevo 15 anni – prosegue Antonio – lei ne aveva 17, all’inizio mi era persino antipatica, ma poi è successo qualcosa che non so spiegare. Suo fratello era fidanzato con mia sorella, per cui ci vedevamo spesso e avevamo in comune l’amore sfrenato per la musica. Avevo paura che mi rifiutasse, così ne ho parlato con suo fratello Dino, che mi ha sconsigliato: infatti era convinto che Loretta non mi avrebbe voluto, per la differenza di età. Tuttavia ho deciso di farmi avanti, perché la paura di essere rifiutato non era niente rispetto a quella di non fare nulla e perderla». Così Antonio, saputo che la ragazza ama gli Articolo 31, le compra l’ultimo cd dei cantanti e quando si vedono nell’oratorio, glielo fa trovare sul giubbotto. «Quando ho trovato il cd non ho capito nulla: né che era per me, né che era l’inizio di un corteggiamento. Tutti avevano capito tutto, tranne io, cosicché me lo hanno dovuto spiegare».

Così è iniziata una storia d’amore che è durata 15 anni, coronata dal matrimonio. «Mi sono reso conto – prosegue Antonio – nel corso degli anni, che voglio passare con Loretta la mia vita, ma non si poteva pensare a metter su famiglia senza una sistemazione economica. Così ho studiato con enorme impegno per partecipare al concorso per vigili del fuoco. Appena ho saputo che l’avevo superato, anche se non sapevo ancora quando e per dove sarei partito, le ho chiesto di sposarmi. Non avendo idea di come fare una cosa del genere, confesso di essermi ispirato ai film d’amore». Infatti la richiesta è stata da manuale: «Eravamo in un ristorante – aggiunge la sposa – e, durante la cena, lui ha tirato fuori l’anello. Ero assolutamente emozionata, e non avevo alcun dubbio: avrei accettato in qualsiasi modo me lo avesse chiesto, ma lui è stato perfetto»

La festa ha avuto inizio nella Tenuta “Mascarini” a Carmiano ed è durata a lungo perché gli sposi non hanno smesso di festeggiare per tutta la notte con gli amici e i parenti in un appartamento sino alle 4 del mattino.

Maria Cristina Talà

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Una suggestiva immagine di Villa Capozza

Casarano. Cinque matrimoni e due cresime. È già in piena attività “Villa Capozza”, il resort e sala ricevimenti ricavato da un’ex dimora nobiliare di campagna inaugurato il 10 luglio scorso.

Un gioiello architettonico, singolare connubio tra tipico stile salentino e gusto mitteleuropeo, recuperato in modo totale e idealmente consegnato ai casaranesi molto legati al “villino dei Capozza”. E lo hanno dimostrato la sera dell’inaugurazione quando circa 3.000 persone hanno raccolto l’invito della proprietà della struttura e hanno visitato con entusiasmo la villa, rivivendo i momenti e i periodi di vita legati al “villino”.

«È stato molto emozionante – commenta Agnese De Donatis, proprietaria e wedding planner del resort – perché non si è trattato solo di una normale cerimonia di inaugurazione. Ognuno partecipava emotivamente perché riviveva i ricordi della propria infanzia o della propria adolescenza».

I lavori di recupero della struttura, acquistata nel 2008 in condizioni pietose, sono durati oltre un anno e hanno avuto un filo conduttore preciso: recuperare finché è possibile i materiali originali.
Villa Capozza ha riguadagnato un meritatissimo posto tra le architetture storiche di Terra d’Otranto, grazie al meticoloso recupero delle strutture e dei fregi, al sapiente reintegro di decori, mobilio e complementi d’arredo, al gusto maniacale per le rifiniture.

Il nucleo originario del “villino” era costituito da una grande masseria, di proprietà della nobile famiglia De Donatis, costruita verso la fine del ‘700. L’immobile passò alla famiglia Capozza perché costituiva una parte della dote di Francesca De Donatis quando andò in sposa a Luigi Capozza.

Fu proprio Luigi Capozza a rinnovare l’antica dimora secondo le esigenze e il gusto del suo tempo. Il villino fu venduto nel 1989 («in perfette condizioni», come tengono a precisare i Capozza) a una società che voleva trasformarla in un albergo di lusso. La società, però, fallì e dal fallimento fu acquistata dall’avvocato Antonio Manco.
Il resto è cronaca di questi giorni.

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