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ilaria lia

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Salento
Al tavolino in un angolo del bar guarda senza parlare le immagini trasmesse in tv. Sono quelle che passano quotidianamente, ormai, sugli sbarchi di clandestini sulle nostre coste. Nabil, 27 anni, osserva e pensa alla sua esperienza, alla traversata che dalla Grecia lo ha portato sulle coste salentine. Si sente fortunato, almeno lui è riuscito a salvarsi. In un altro tavolo c’è un anziano che commenta, è stato una vita in Svizzera, ha lavorato tanto, ma lì lo hanno trattato bene perché si è saputo comportare, ha rispettato le regole, mentre “questi che sbarcano….”.

Nabil è un ragazzo pakistano che abita a Presicce da qualche mese. Ogni tanto ci pensa alla sua storia, ma non ha nessuno a cui raccontarla. Non parla bene l’italiano, si esprime più facilmente in inglese. La sua storia assomiglia tristemente a molte altre. Ha lasciato il Pakistan dopo gli studi, nel 2006, è partito per raggiungere l’Europa, scappando dalla guerra, in cerca di una condizione migliore. Il suo primo approdo è stata la Grecia, dove è rimasto per circa otto anni. Qui lavorava con un suo fratello, poi, spinto dalla curiosità e dalla volontà di trovare una condizione migliore ha deciso di venire in Italia. È arrivato da clandestino, pagando il suo biglietto oltre 2mila euro e affrontando un viaggio lunghissimo e altrettanto duro. Mare in tempesta, stivato con gli altri 200 passeggeri, a pregare che tutto finisse per il meglio. Una volta messo piede in Italia ha tirato un sospiro di sollievo. E poi è rimasto in balia della legge italiana. È stato trattenuto per un po’ di tempo ad Otranto, poi è stato spostato in una struttura d’accoglienza a Salve. Poco tempo dopo ha trovato lavoro a Presicce, in un’azienda agricola. Tanta era la voglia di lavorare e di essere indipendente che per raggiungere il posto di lavoro percorreva la strada da Salve a Presicce a piedi. All’andata e al ritorno, ogni giorno.

Fino a quando è venuto a saperlo il suo datore e commosso non gli ha trovato un appoggio, in una zona periferica di Presicce. Una sistemazione precaria, ma almeno più vicina. Pensava di aver finito il suo girovagare e invece, per rinnovare i documenti, ha dovuto nuovamente andare via: prima a Bari poi a Foggia dove è rimasto per un anno, e alla fine, una volta libero, è voluto ritornare a Presicce, dall’unica persona che ricordava gli fosse stata vicina. Il titolare dell’azienda agricola, una mattina se l’è ritrovato davanti la porta e non ha avuto il coraggio di dirgli di no. Anche se in quel periodo i lavori in campagna erano ridotti, lo ha ripreso di nuovo con sé.
A Presicce, dai dati forniti dall’ufficio anagrafe del Comune, risiedono 166 immigrati. Tra le comunità più numerose ci sono gli albanesi, poi quella romena; la comunità marocchina è in aumento, così come quella bulgara.Tutti bene o male hanno trovato un occupazione. La maggior parte va in campagna, le donne romene e bulgare lavorano come badanti, i cinesi hanno un negozio e i marocchini sono per lo più venditori. Il lavoro è il complice del loro destino, sia quando manca che quando c’è: succede, in alcune comunità in particolar modo, che il lavoratore arrivato per primo si sente in diritto di dettar legge, di gestire in qualche modo il flusso. E così, a volte alcuni di loro con delle scuse sono costretti a lasciare il paese, perché per loro non c’è spazio. Chi viene dall’est, poi, non fa mai la spesa nei supermercati italiani: ogni settimana arriva un tir dai loro paesi per rifornirli di cibo e tutto ciò che serve. Non sono molti i presiccesi che conoscono queste realtà parallele. Un’indifferenza che in alcuni casi, e in alcuni luoghi che si vorrebbero immuni da pregiudizi, come la scuola e i bambini, si sfocia in qualcosa di più subdolo. Il processo di integrazione, a parte per pochi casi, non si è sviluppato. In generale, la principale causa di emarginazione, è la lingua. Per chi non conosce l’italiano è molto difficile interagire e dunque sentirsi parte del paese. Questo non fa altro che rendere il terreno fertile per i pregiudizi. Gli immigrati cercano di imparare la nuova lingua come possono, guardando la tv, ascoltando la radio. Provando a parlare con le persone del posto, che però, quando va bene, si rivolgono quasi sempre in dialetto. Nelle manifestazioni pubbliche, organizzate dalle varie associazioni, non ci vanno, gli stranieri fanno gruppo a sé, la loro presenza è tollerata, ma spesso fa paura.

Così come fa paura affittare loro un appartamento. L’idea che una casa possa essere abitata da molti più inquilini di quanti permessi fa scoraggiare i proprietari. Così come succedeva in passato quando gli stranieri erano gli italiani.
Nabil, finita la giornata lavorativa va nel bar, dove aspetta i suoi connazionali. Ogni tanto torna a Presicce Irfan, ora trasferitosi per lavoro a Seclì. Qui lavora in una fabbrica di abbigliamento. È contento per quello che fa, ma una volta finita la sua giornata lavorativa la solitudine lo assale. Non ha nessuno con cui stare, nessuno con cui parlare, le persone lo guardano sempre con sospetto. E allora torna a casa e aspetta i giorni in cui viene a Presicce per incontrare gli amici. Tra loro scherzano, si scambiano video sul cellulare, strumento utilissimo per mantenersi in contatto con la famiglia d’origine. I ragazzi rimangono quasi indifferenti agli altri avventori del bar, cha passano davanti senza salutare; rimangono per qualche ora poi vanno via, tornano nel locale dove dormono, senza un bagno vero e proprio, senza tante altre comodità.
Nabil, intanto, pensieroso continua a guardare le immagini in tv. Vorrebbe trovare una ragazza italiana con la quale sposarsi e di rimanere in Italia. E trascorre così, un’altra sera, come tante altre, seduto al tavolino del bar.

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...