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il caso della donna ruffanese

Ruffano – Lui è evidentemente un poco di buono, se è vero che con i dati della sua ormai ex compagna ha offerto in pasto a tutti i frequentatori di un social network foto di momenti intimi, scattate a suo tempo. Ma quella “impresa” dall’acre sapore di rappresaglia, è stata possibile grazie proprio a quella rete sociale, che ancora va per la maggiore. Per questo alla vittima di turno, mentre cerca di silenziare quelle pubblicazioni assolutamente non volute, è parso giusto chiamare a rispondere anche Facebook (di questo social si tratta) per l’insopportabile situazione in cui si è venuta a trovare: non si può vivere col timore costante che quel profilo fasullo ricompaia, scompaia per poi riapparire di nuovo, con la solita immaginabile scia di reazioni.

Sostituzione di persona, diffamazione aggravata via internet, pubblicazione di immagini oscene  L’uomo è di Pompei (il tribunale che si pronuncerà il 2 settembre prossimo è quello di Torre Annunziata), la vittima di Ruffano, la quale – ben due anni fa – credeva di aver messo il punto finale ad una vita di coppia sempre più pesantemente contrassegnata da violenze, comportamenti maniacali, possessivi. Così non è stato e a poco è servito  sapere che i capi d’accusa, da vagliare nel processo, non siano leggeri per il presunto aguzzino: sostituzione di persona, diffamazione aggravata via internet e pubblicazione di immagini oscene. La sentenza probabilmente arriverà fra cinque mesi ma intanto su Facebook è in agguato un eventuale ulteriore pubblico ludibrio, esposta alle beffe di una comunità peraltro molto vasta come è quella che fa capo alla creazione di Mark Zuckerberg (nella foto la copertina di Wired). L’avvocato della donna ha chiesto ai giudici di chiamare in causa proprio il giovane magnate, il capo riconosciuto di quella miniera di dollari che da qualche tempo a questa parte – proprio per casi come quello in svolgimento sulla direttrice Pompei-Ruffano – sta diventando anche una fonte di guai.

Un’altra grana per il social network nato per mettere in contatto amici e familiari La rivista statunitense “Wired” ha pubblicato in copertina la faccia del ceo (amministratore delegato) piena di cerotti e ferite causati dagli ultimi due anni di attività della sua creatura, in cui alla presa di coscienza dell’uso stravagante e tossico del social, hanno corrisposto tentativi di imbragare questo fiume in piena che rompe gli argini, tutti finiti pressoché nel nulla. Due anni terribili, li definisce l’inchiesta di “Wired” che ricorda le accuse a Facebook di aver agevolato l’elezione del presidente Usa Trump lasciando circolare una mare di “bufale” ed altri casi simili, con al centro la questione delle questioni: quanto influisce facebook sulla formazione delle opinioni. Anche se non era proprio nato per questo: l’obiettivo dichiarato di cui Mark Elliot  andava fiero fino a poco tempo fa era stato quello di mettere in contatto amici e familiari. Ma come si fa a tornare indietro? Come individuare e togliere di mezzo le notizie fasulle eppure credute vere da milioni e milioni di persone, come verificato da alcune ricerche negli Usa?

Tremila persone da assumere per controllare un fiume in piena Il fatto che Facebook abbia annunciato l’assunzione di tremila persone per verificare contenuti e la qualità delle informazioni e rimuovere quelli offensivi, penalmente rilevanti e falsi. è la prova – secondo l’avvocato che tutela gli interessi della donna – della inefficienza della struttura di questa rete social e della sua incontrollabilità (si calcola che ogni minuto vengono pubblicati 30 milioni di post da una platea – in calo – di 2 miliardi di utilizzatori). Ma non è soltanto un fatto di responsabilità pubbliche, di informazione drogata, del livello di una democrazia. In queste ultime settimane un altro tribunale, quello di Monaco di Baviera (Germania), ha citato il patron in una causa penale, mentre non si contano quelle a carattere risarcitorio ormai frequenti negli Usa. Messo in mezzo dai governi di Londra e Washington per l’affaire “Cambridge Analytica”, il numero uno di Facebook dovrà rispondere dell'”uso illecito a fini elettorali” dei dati riguardanti 50 milioni di utenti americani. Rischiare di perdere dalle mani. progressivamente, il geniale giocattolo e un bel po’ del voluminoso patrimonio messo da parte, non fa più dormire all’amministratore delegato sogni tranquilli. Proprio come quelli perduti dalla donna ruffanese, incappata nella rete senza neanche essere una iscritta vera.

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