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guglielmo cataldi

Nardò – Conferimento della Cittadinanza onoraria domani, venerdì 21 settembre, a Cataldo Motta (foto), fino a poco tempo fa a capo della Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Il Comune di Nardò ha organizzato la cerimonia in onore del magistrato simbolo della lotta alla mafia nel Salento con una riunione straordinaria del Consiglio comunale prevista per le 17. Alle 18,30 il programma prevede all’interno della villa comunale (il giardino botanico annesso al castello) un incontro per ripercorrere a più voci il lungo percorso personale e professionale del dottor Motta.

Il programma della cerimonia Sono previsti gli interventi del Sindaco Giuseppe Mellone, il procuratore aggiunto presso la Procura di Lecce Elsa Valeria Mignone, il procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Lecce Guglielmo Cataldi, gli assessori della Regione Puglia Loredana Capone e Salvatore Ruggeri, altri magistrati e rappresentanti delle istituzioni locali e delle forze dell’ordine.

Cataldo Motta è entrato in magistratura nel 1971 e ha sempre svolto funzioni di pubblico ministero, prima quale sostituto procuratore presso la Procura di Piacenza e poi dal 1974 a Lecce, dove è stato dal 2000 procuratore aggiunto e dal 2008 procuratore. Ha diretto la Direzione distrettuale antimafia (della quale è stato componente fin dalla sua istituzione) per poi andare in pensione dal 31 dicembre scorso. Il magistrato è stato il primo, alla fine degli anni Ottanta, a identificare l’associazione criminale di tipo mafioso denominata Sacra corona unita, avviando un procedimento penale a carico di oltre trecento persone e sostenendo l’accusa nel maxiprocesso concluso con la condanna di quasi tutti gli imputati e il riconoscimento del carattere mafioso della Scu. Ha avviato e diretto le indagini per gli omicidi commessi nell’ambito della cosiddetta “Quarta mafia” in provincia di Lecce negli anni tra il 1987 e il 1992 e ha partecipato poi ai relativi processi. Ha svolto indagini per omicidi di carattere mafioso anche nelle province di Taranto e Brindisi e ha diretto le indagini, particolarmente complesse, sul grave attentato stragista commesso a Brindisi il 19 maggio 2012 alla Scuola “Morvillo Falcone”. Ha al suo attivo anche le indagini sui rapporti tra criminalità organizzata dell’Est europeo e quella italiana nei settori del traffico di esseri umani, della tratta delle donne da avviare alla prostituzione e dei traffici di armi e stupefacenti.

Un magistrato che ha fatto scuola Il dottor Motta, da cui discendono professionalmente numerosi magistrati inquirenti che si vanno distinguendo per rigore ed efficacia, oggi tiene seminari universitari in procedura penale, incontri nei licei e in altre scuole, corsi di formazione e aggiornamento professionale, cicli di conversazioni agli uditori giudiziari in tirocinio ed è relatore in convegni e conferenze internazionali sui temi relativi alla criminalità organizzata. Ha firmato alcune pubblicazioni sul caporalato e lo sfruttamento sul lavoro e saggi sul rapporto tra mafia e donne e sui collaboratori di giustizia. Motta fa parte del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, è stato consulente della Commissione Parlamentare Antimafia ed è stato relatore al Parlamento europeo a Strasburgo sul rischio di infiltrazione della criminalità organizzata negli Stati dell’Unione.

Il commento del Sindaco “Cataldo Motta – dice il Sindaco – ha speso la sua vita e il suo lungo percorso professionale nel contrasto alla criminalità organizzata su questo territorio, rappresentando il baluardo contro la Sacra corona unita, la cui insofferenza ha fatto di lui un giudice perennemente blindato. La città di Renata Fonte, la prima donna vittima di mafia nel Salento, non può non legarsi per sempre alla figura di un uomo simbolo come lui”. “C’è il lungo filo della legalità – aggiunge il presidente del Consiglio comunale Andrea Giuranna – che tiene uniti Nardò e Cataldo Motta, il principale artefice della lotta dello Stato alla mafia nel Salento. La nostra città, come ogni altra città di questa provincia, non può non riconoscere a quest’uomo l’egregio lavoro svolto in tutti questi anni a tutela della sicurezza, dell’ordine pubblico e della bontà del tessuto sociale”.

 

Gianni Vantaggiato

Melissano – Una conferma della validità delle indagini; un’auto in fiamme appartenente ad uno degli arrestati. Tiene ancora banco  l’indagine sul clan dedito allo spaccio e con uno scontro intestino in atto per la gestione della “piazza” dopo due uccisioni, a marzo (Manuel Cesari, 37 anni, e lo scorso luglio (Francesco Fasano di 22 anni). Una branca dell’attività della magistratura e delle forze di polizia si va svolgendo ormai nelle aule giudiziarie da cui dipendono le sorti dei dieci arrestati, tra cui gli accusatori dell’omicidio di Fasano, Daniele Manni e Angelo Rizzo, di 39 e 23 anni, entrambi di Melissano. Loro ed altri cinque hanno presentato istanza al Tribunale della libertà per la cancellazione dei fermi decretati in prima istanza dalla Procura della Repubblica di Lecce e già vagliati e ritenuti idonei dal giudice delle indagini preliminari.

Dello stesso avviso sono stati i tre magistrati del Tribunale del riesame che hanno confermato sia gli arresti che le ipotesi di reato, basate su solide intercettazioni ed altri riscontri, circa l’esistenza di un’associazione a delinquere per lo smercio di droga: restano dentro quindi anche Antonio Librando, 52 anni; Gianni Vantaggiato, 48; Maicol Manni, 27; Luca Piscopiello, 37; Luca Rimo, 35 anni. Completano il gruppo malavitoso Pietro Bevilacqua (scampato ad un primo tentativo di uccisione di Fasano con lui presente in auto), 32 anni; Luciano Manni, 65 anni; Biagio Manni, 60 anni, questi ultimi due i contendenti con un palio il controllo dello spaccio a Melissano e in paesi vicini come Racale, Alliste, Taviano e Gallipoli (nei mesi della movida).

Che qualcosa covi ancora sotto la cenere – come confidato a Piazzasalento a canna di pistola ancora calda da un investigatore – lo ha  chiaramente dimostrato un altro episodio accaduto in paese nella notte de 16 agosto scorso. Alle 2,30 circa in via Edmondo De Amicis si sono alzate le fiamme da un’auto posteggiata davanti ad una abitazione. Domato l’incendio, si è appurato che si tratava di una Nissam Qashquai intestata ad un 48enne che figura tra gli arrestati del blitz dei carabinieri di Lecce e Casarano: era l’auto di Gianni Vantaggiato, residente a Tonco in provincia di Asti; quella adiacente è la casa dei suoi genitori. Danni alla parte anteriore dell’auto e ad alcuni infissi dell’abitazione.

Cosa ci sia dietro a questo “avvertimento” è ora un altro scorcio su cui fare luce da parte di coloro – con il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi in prima linea – che stanno dipanando i fili e gli spunti emersi dalle massicce intercettazioni prima durante e immediatamente dopo l’assassinio di Francesco Fasano, ucciso con un colpo di pistola alla tempia ed abbandonato sul ciglio della strada provinciale per Ugento. E’ dato per scontato che un territorio storicamente attivo in fatto di spaccio di stupefacenti ed altre attività criminose, faccia gola a diversi gruppi operanti in quella zona ed in quelle limitrofe che, dopo l’uscita di scena dei boss di Casarano e Taurisano, stanno progettando nuovi assetti operativi con gerarchie nuove e ben definite.

 

Daniele Manni

Melissano – “Gravi e concordanti indizi di colpevolezza” hanno portato il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, a confermare gli arresti per i dieci uomini che sei giorni fa sono stati coinvolti, in misura differente, nell’omicidio di Francesco Fasano, 22 anni, di Melissano. Ad eccezione dei presunti autori dell’uccisione, Daniele Manni (foto sotto), 32enne di Melissano ma residente a Casarano, e Angelo Rizzo, 23 anni, di Melissano, per tutti gli altri il giudice non ha riconosciuto tra le motivazioni addotte per il fermo di polizia quello del pericolo di fuga. Gli otto componenti i gruppi che si stanno fronteggiando per contendersi il mercato della droga nella zona, la sera dell’agguato mortale sulla Provinciale per Ugento, erano stati rintracciati tutti nelle loro case. Non così Daniele Manni e Rizzo, che si sono subito allontanati dal paese, passando per Gallipoli e poi Lecce.

Degli altri otto arrestati, solo due hanno scelto la linea di rispondere alle domande del magistrato, respingendo nettamente ogni accusa: Antonio Librando di 52 anni e Gianni Vantaggiato, 47enne residente in provincia di Asti. Hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere Pietro Bevilacqua 32 anni, Biagio Manni, Luciano Manni di 50 e 65 anni (i due capi dei due gruppi in contrasto fanno parte di una lunga famiglia e sono cugini, non fratelli come erroneamente riportato in un primo momento), Maicol Andrea Manni di 27 anni, Luca Piscopiello37enne e Luca Rimo di 36 anni. I loro avvocati difensori puntano a giocarsi le loro carte nei passaggi successivi del procedimento giudiziario. Che intanto ha visto premiato il lavoro svolto dalla Procura della Repubblica di Lecce e dal procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, con i carabinieri di Melissano e del Nucleo investigativo di Lecce. Magistrati e forze dell’ordine hanno portato portare all’esame del Gip una mole notevole di intercettazioni ambientali (microspie) e telefoniche.

Gli indizi a carico dei dieci indagati sono  di una gravità tale circa la “partecipazione al sodalizio dedito al traffico di stupefacenti sulla piazza di Melissano (com’è facile da desumere dai discorsi sul prezzo, la qualità della sostanza stupefacente”, che il carcere è l’unica misura cautelare adeguata sia per congiurare l’inquinamento delle prove che il rischio di reiterazione del reato, anche alla luce dell’alta tensione tra i due gruppi e della spregiudicatezza criminale di alcuni di loro, tra pregiudicati e i tre condannati per omicidio.

Il giudice per le indagini preliminare sancisce l’esistenza di due gruppi come descritto da Piazzasalento, in quello che era stato fino al marzo scorso il regno di Manuele Cesari, ferito in un agguato e poi morto in ospedale dopo una settimana. Da allora sono scattate le indagini ma anche le lotte interne a chi doveva prenderne il posto. In lizza Luciano Manni, padre del presunto assassino Daniele, e Biagio Manni. Grazie sempre alle meticolose intercettazioni, il Gip scrive tra l’altro dei “contrasti  insorti tra due fazioni in ordine alle gerarchie interne a seguito della rapida escalation di Manni Daniele, personaggio violento, autoritario e senza scrupoli, che poteva contare sul sostegno del padre Luciano e del fratello Maicol”. Secondo l’accusa, Daniele Mani è anche protagonista del primo tentativo di far fuori Fasano, cinque giorni prima del colpo alla tempia sparato da distanza ravvicinata con una calibro 9.

Gli esami Stub diranno fra qualche giorno se si sono riscontrate tracce di esplosivo sulle mani dei due bloccati per primi, Manni e Rizzo. Oltre a loro due, fanno parte del gruppo di Luciano Manni, l’altro figlio Maicol, Luca Rimo, 35enne. Con Biagio Manni, oltre al defunto  Fasano, ci sono Pietro Bevilacqua, Luca Piscopiello, Antonio Librando, Gianni Vantaggiato. L’autopsia molto probabilmente confermerà che l’omicidio è avvenuto intorno alle 23, orario in cui dal telefonino Francesco Fasano risponde ad una chiamata. Dieci minuti dopo il traffico da quel cellulare finirà.

Melissano – Daniele Manni di 34 anni e Angelo Rizzo di 23. sono ritenuti dai carabinieri gli autori materiali dell’uccisione, con un colpo di pistola alla testa, del 22enne Francesco Fasano (foto), anche lui di Melissano come gli arrestati. Con la coppia di presunti assassini sono stati fermati altri otto presunti complici: sul loro capo pesa l’accusa di associazione a delinquere e di spaccio di stupefacenti in quantità ingenti.

L’operazione dei carabinieri della compagnia di Casarano e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Lecce ha già alcuni punti fermi, a meno di 30 ore dall’omicio del giovane, incensurato ma con frequentazioni tutt’altro che tranquillizzanti, ammazzato sul bordo della Provinciale Melissano-Ugento pochi minuti prima della mezzanotte tra martedì 24 e mercoledì 25. Hanno guidato sul campo gli investigatori il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e due sostituti procuratori. Senza sosta, evidentemente, fino a quando non hanno potuto mettere le mani sui malavitosi durante la scorsa notte in base a provvedimenti giudiziari definiti ieri sera, vale a dire a meno di 24 ore dall’agguato mortale.

La velocità nella ricostruzione dell’accaduto e nel decidere le misure necessarie si spiega col fatto che il gruppo dedito allo spaccio di stupefacenti era seguito molto da vicino dal marzo scorso, quando nello stesso ambiente era maturato l’omicidio di Manuele Cesari, il 37enne fatto fuori davanti ad un fast food a Melissano il 27 marzo di quest’anno. Il lavoro svolto in questi mesi ha contribuito non poco a fare piena luce in poche ore su quest’altro omicidio, perpetrato con modalità da criminali incalliti: Fasano sarebbe stato fatto stendere a terra e poi freddato con un colpo alla tempia. Non solo: lo stesso “bersaglio” ed un altro componente del sodalizio erano sfuggiti per caso alla caccia in atto il 19 luglio scorso, sempre per mano di Manni e Rizzo, accusati per quest’altro episodio sfuggito alle cronache, di tentato omicidio il 19 luglio scorso.

Un traffico di droga in quantità industriale, dalla marijuana  alla cocaina (di provenienza, come da tradizione consolidata dei clan calabresi), tale da far rimarcare agli inquirenti che si tratta di “ingenti quantitativi”. Tanto voluminosi questi sporchi affari da produrre un giro di denaro inimmaginabile, capace di sollecitare appetiti sempre crescenti, con gli equilibri interni ai gruppi criminali messi sotto forti pressioni sia per la ripartizione degli utili sia per la definizione delle aree d’influenza e quindi di spaccio. Queste due uccisioni a distanza di quattro mesi l’una dall’altra sono la prova schiacciante della resa dei conti in atto a Melissano e dintorni. Non va sottovalutato infatti lo stretto legame con la malavita di Casarano di quella di Melissano, gerarchicamente sottoposta e controllata.

 

 

 

 

 

Carabinieri di Casarano

Melissano – Sarebbero tre i primi sospettati per l’agguato che nella notte ha portato la morte a Francesco Fasano (foto), 22 anni appena compiuti, sul ciglio della Provinciale che conduce ad Ugento, poco meno di un chilometro fuori dal centro abitato, intorno alla mezzanotte scorsa. Tre giovani sarebbero stati portati in caserma per interrogatorio e per la prova Stub (rivelatrice di residui a seguito di uso di armi da fuoco). Un’auto, una Ford Fiesta grigia, è sotto sequestro.

E’ lo stesso automezzo che i carabinieri di Melissano, della Compagnia di Casarano e – subito dopo – del Nucleo investigativo dell’Arma giunto da Lecce, hanno trovato poco distante dal corpo ormai senza vita del giovane, noto alle forze di polizia per precedenti per droga. Il proprietario è di Melissano e l’avrebbe data in prestito a Fasano, che gliel’aveva chiesta ignaro di stare recandosi ad un appuntamento fatale. Un colpo di pistola alla testa (ma non forse non l’unico sparato dagli esecutori del delitto) è stato fatale. L’uomo si è accasciato sull’asfalto per poi essere travolto da un automobilista di passaggio che non si è accorto di quell’ostacolo improvviso.

Indaga la Procura antimafia Sarà l’autopsia disposta dal sostituto procuratore di turno, Stefania Mininni, a completare il quadro delle ferite per i colpi sparati dai sicari. Più difficile sembra ricostruire il quadro del delitto, il secondo in quattro mesi a Melissano, dopo l’uccisione davanti ad un fast food il 27 marzo scorso di Manuel Cesari, 37enne. In Procura è lo stesso Procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi a seguire le indagini. E’ lo stesso magistrato che cura da vicino tutte le vicende legate alla criminalità organizzata della zona di Casarano e dell’arco jonico. In un recente passato gli inquirenti hanno ribadito l’ipotesi che vi sia nella zona uno scontro tra gruppi criminali emergenti in cerca di assumere il comando dopo la scomparsa o il carcere di alcuni capi, come Augustino Potenza (ucciso davanti ad un supermaket di Casarano) e il suo sodale Tommaso Montedoro, entrambi casaranesi. Con Melissano che storicamente è sempre stata considerata come una realtà in diretta connessione con la mala del centro più grosso.

Tutta la notte è trascorsa con i carabinieri – ai quali alcuni automobilisti si erano rivolti – impegnati in perquisizioni, controlli e interrogatori, per cercare di assumere informazioni utili da famigliari, amici e conoscenti della vittima. Il giovane, che aveva frequentato il Nautico di Gallipoli, era stato da ultimo visto al lavoro in un supermercato della zona.

Alezio – “Terra, solchi di verità e giustizia” è il tema principale della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafie”, iniziativa promossa da “Libera”, giunta quest’anno alla sua XXII edizione. In concomitanza con le iniziative che si terranno in diversi luoghi d’Italia, è previsto ad Alezio un evento, il prossimo 21 marzo alle ore 17 presso il parco vittime delle mafie (in via Roma – angolo via del Santuario). All’incontro promosso dall’Amministrazione comunale, interverranno il Sindaco Vincenzo Romano, il dirigente scolastico del Comprensivo di Alezio Sabrina Stifanelli, il Procuratore aggiunto e Coordinatore Direzione distrettuale antimafia di Lecce Guglielmo Cataldi (foto).

Quest’anno sarà pugliese la “piazza” principale dell’evento promosso da Libera: da Foggia, simultaneamente a migliaia di luoghi d’Italia, dell’Europa e dell’America Latina, verranno letti i nomi delle oltre 900 vittime innocenti delle mafie, con momenti di riflessione e di impegno per la trasparenza e la legalità, in contrasto con ogni forma di mentalità o di pratica di tipo mafioso. Per ricordare l’importanza di una comunità solidale e corresponsabile, che si mette in gioco per il cambiamento.

 

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Guglielmo Cataldi

GALLIPOLI. Inchieste di successo con squadre interforze contro la criminalità organizzata siciliana (quando era a Gela e Caltanissetta) e salentina, in particolare tarantina, brindisina a leccese; indagini sull’immigrazione illegale in collaborazione con Uffici giudiziari di mezza Europa e oltre; soluzione dell’attentato terroristico davanti ad un Istituto superiore di Brindisi in cui morì Melissa Bassi ed altre studentesse rimasero ferite, coordinamento un gruppo interforze di un centinaio di persone; spiccate capacità investigative nella ricerca di latitanti “di maggiore spessore criminale”: per racchiudere questi ed altri elementi sui meriti e sulle attitudini professionali ci sono volute oltre 16 pagine, concluse alla fine ed all’unanimità con la nomina del gallipolino Guglielmo Cataldi a Procuratore aggiunto presso il tribunale di Lecce. Erano sei i  concorrenti in gara, ridotti poi ad uno, ma “il dottor Cataldi – è stata la valutazione complessiva finale accolta dal Plenum del Consiglio superiore della Magistratura a Roma – prevale tenendo conto da un lato del profilo attitudinale e di merito, dal quale emerge la figura di un magistrato dall’ottima preparazione specialistica e, dall’altro, dalle conoscenze ordinamentali conseguite in qualità di componente del Consiglio giudiziario presso la Corte d’Appello di Lecce e per le più incisive capacità organizzative dimostrate nello svolgimento di funzioni di Procuratore Capo presso il Tribunale di Gela”. Sono richiamate anche le esperienze di coordinatore dei sostituti della Procura di Taranto anche quale magistrato assegnato alla Direzione distrettuale antimafia. Della Dda Cataldi ha fatto parte per molti anni fino ad oggi, impegnato in “numerose e complesse indagini nei confronti delle varie frange delle organizzazioni mafiose nazionali più rappresentative quali “cosa nostra”, “stidda”, “sacra corona unita”.

Scrive del neo procuratore aggiunto il Consiglio giudiziario presso la Corte d’Appello di Lecce: “figura di un magistrato che ha costantemente dimostrato diligenza e laboriosità in tutti gli incarichi assegnati; che è riuscito ad arricchire la sua carriera professionale sia nell’esercizio delle funzioni requirenti che giudicanti, con esperienze vissute sempre con rigore e produttività e che ha raggiunto una solida preparazione tecnico-giuridica, mostrando sicurezza ed autorevolezza nell’assolvimento dei propri compiti”. Era il 14 luglio 2000. Questo alto profilo è stato regolarmente confermato (ed arricchito) dal Consiglio giudiziario nel giugno 2007 e nel febbraio 2012. Il Csm non ha potuto fare altro che ratificare le conclusioni della commissione che ha proposto la promozione. Una scelta facile, in fondo.

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Gallipoli – La Commissione per gli incarichi direttivi  il 7 settembre scorso ha proposto all’unanimità al plenum del Consiglio superiore della magistratura come nuovo Procuratore aggiunto presso la Procura di Lecce il gallipolino Guglielmo Cataldi. La notizia non potrà che destare soddisfazione in città, sia per la stima diffusa nei confronti del magistrato interessato dalla promozione, sia perché col dottor Cataldi si alimenta una  consolidata tradizione in fatto di Procuratori della Repubblica, iniziata già negli anni ’60 col commendatore don Biagio Cotugno. Poi è stata la volta di Rosario Colonna  (alla Procura generale prima e poi procuratore-capo a Lecce), di  Aldo Petrucci, prima alla Procura generale impegnato nei primi maxiprocessi alla “Sacra corona unita”, e quindi procuratore-capo  a Taranto dopo essere stato Procuratore aggiunto a Lecce, dove ha poi concluso la carriera in magistratura come Procuratore dei minori. Poi, anche se non gallipolini di nascita ma certamente di adozione (avendo vissuto a Gallipoli e frequentato il locale Liceo classico) l’ex procuratore generale Giuseppe Vignola e Ferruccio De Salvatore, attuale procuratore della Repubblica dei Minori di Bari.

Ora, si diceva, è la volta di Guglielmo Cataldi,  59 anni e terzo di cinque fratelli, che subentra ad Antonio De Donno.  Dopo una breve esperienza come Comandante dei Vigili Urbani di Imola è approdato in magistratura nel 1986, prima come pretore a S.Giorgio Jonico, e poi nell’89  a Lecce,  come sostituto procuratore presso la Pretura circondariale per poi passare subito dopo nella Procura ordinaria e quindi alla Direzione distrettuale antimafia, dove è diventato il braccio destro del Procuratore Cataldo Motta, da qualche mese in pensione Durante la permanenza nella Dda, è stato applicato per qualche anno, assieme all’altra  gallipolina Patrizia Ciccarese, a Gela, sempre in Procura. Intricate e delicate indagini affidategli (si ricorderà tra tutte il caso dell’infermiera di Taurisano che aveva avvelenato il marito e la strage dell’istituto “Morvillo Falcone” di Brindisi) hanno visto assicurati alla giustizia i colpevoli, poi condannati all’ergastolo con sentenza passata in giudicato. Nei prossimi giorni andrà ad occupare l’ufficio al secondo piano di fronte alla stanza dell’attuale procuratore-capo Leonardo Leone De Castris; molto probabile che il dottor Cataldi vada ad assumere il coordinamento della direzione distrettuale antimafia che, va ricordato, esercita la propria giurisdizione anche nei circondari di Brindisi e Taranto.

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Guglielmo Cataldi

Guglielmo Cataldi

IN EVIDENZA. Una tonnellata di marijuana vale sul mercato un milione di euro. Non necessariamente viene prodotta in Albania, anche sa da lì transita di sicuro verso le “aziende” locali che poi la smistano in gran parte d’Italia: Bari, Napoli, Roma, Milano. Parte di questi proventi i gruppi italo-albanesi li investono in tecnologie. Sempre più sofisticate, sempre più d’avanguardia, per comunicare tra loro in tutta sicurezza. Questo almeno l’obiettivo, comprensibile considerato il giro d’affari che di molto s’incrementa con eroina e cocaina di provenienza nordeuropea e calabrese. Ma può anche accadere che in questa ricorsa all’apparecchio più affidabile e a prova d’intrusi, i malavitosi arrivino secondi. Le intercettazioni hanno avuto in quest’ultimo anno d’indagini sul fronte della battaglia alla droga un ruolo importantissimo.

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guglielmo cataldiGALLIPOLI. Centoventi pagine di verbali, 120 pagine di racconti su come e su cosa puntava la malavita organizzata leccese dal gennaio 2012 al luglio 2014. Le ha messe insieme, con un lavoro di investigazione capillare e con intercettazioni, il magistrato antimafia Gugliemo Cataldi (foto), di Gallipoli, stretto collaboratore del procuratore capo della Direzione distrettuale anti-mafia Cataldo Motta. A raccontare tutti i retroscena l’ultimo pentito della Sacra corona unita, il leccese Gioele Greco (i cui familiari stanno subendo da qualche tempo le ritorsioni dei suo ex compagni di ventura), che evidentemente si è convinto che non c’era per lui molto altro da fare. Ma non si tratta solo di mafia leccese, tant’è che tra i 91 indagati ci sono esponenti di tutta la provincia, da Galatone a Ugento, da Alliste a Taviano, Melissano e Casarano. Tra le attività di quattro clan, unitisi per gestire anche le affissioni elettorali (un euro e 30 ad ogni manifesto) nel periodo citato, ci sono estorsioni e traffico di droga, attentati intimidatori a giostrai, lidi e paninari finchè non cedevano e pagavano il pizzo, magari con qualche “intercessione” interessata.

In uno di questi episodi spunta il figlio del boss gallipolino Nino “Bomba” Padovano, Angelo, che gli investigatori indicano come uno degli emergenti in un quadro segnato profondamente da arresti e condanne e quindi con vuoti di comando da riempire ed in cui si stanno piazzando anche criminali campani. Padovano junior avrebbe fatto da mediatore (lo conferma il pentito) tra un gallipolino che gli si era rivolto e che aveva aperto una tabaccheria a Lecce e un clan locale che lo aveva preso di mira, bucandogli la vetrina con pistolettate ammonitorie. L’intermediazione avrebbe fruttato alla vittima uno sconto del 50%: invece di 50mila euro per stare in pace, ne avrebbe pagati 25mila che, secondo gli inquirenti, sarebbero andati allo stesso mediatore gallipolino, indagato in un altro procedimento.

Voce al Direttore

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Una buona fetta dell'impegnativa torta chiamata turismi (balneare, religioso, culturale, giovanile, ambientale, crocieristico...) è stata riservata l'altra sera a Gallipoli, durante un'assemblea plenaria, al...