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dialetto salentino

La copertina del “Vocabolario dei dialetti salentini”, e nel riquadro il prof. Gerald Rohlfs

In principio c’era Gerald Rohlfs e il suo “Vocabolario dei dialetti salentini”, Congedo editore. Era il 1975 e con il Vocabolario furono fissate le indagini linguistiche condotte in 140 paesi di cui 102 nella provincia di Lecce, 22 in quela di Taranto e 16 di Brindisi. Era il tentativo concreto di passare dall’oralità alla scrittura,  a fissare in un testo la lingua dialettale perché rimanesse custodita. Ma non certo morta e seppellita  tra le pagine, punto di riferimento, invece, per quanti in seguito si sono cimentati in un identico lavoro. Proprio  negli ultimi decenni degli anni Settanta si moltiplicavano gli studi sul dialetto, cominciò a diffondersi la passione per la raccolta di canti, cunti, tradizioni in quella lingua che intanto, passando di bocca in bocca, si evolveva, perdendo  comunque pezzi per strada e acquistandone di nuovi, nati dalla creatività dei più giovani. Innumerevoli  e qualificati gli inviti a riflettere sulla “prima lingua”, quella che si imparava sulle ginocchia dei genitori.  Nicola De Donno sosteneva che “bisogna tornare ai dialetti e non, come è ovvio, sull’ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero storico di valori comuni”. Donato Valli nell’introduzione dell’antologia “Comu se tice amore” 100 poesie in dialetto salentino (2001) scriveva: “Il dialetto è catena troppo forte che lega identità di sentimenti, unifomità di immagini, trasmissione di topoi, continuità e contiguità di linguaggio, pur nelle singolarità delle esperienze” E se i giovanissimi non usano il dialetto, continuava, questo non è sintomo di grava malattia, perché al dialetto si torna in età matura “quando le memorie pesano sull’animo”.

Un fatto è certo: contrariamente a tutte le apocalittiche previsioni che davano per estinto il dialetto con la scolarizzazone di massa e con l’omologazione linguistica, quello salentino ha preso piede negli ultimi anni, complice soprattutto la Rete e i social network. Avrà ragione anche padre Giovan Battista Mancarella che con Paola Parlangeli e Pietro Salamac ha curato “Dizionario dialettale del Salento (Grifo ediore) quando dice  dice che i giovani devono conoscere il dialetto e quello che c’era dietro l’uso della lingua ma “non si torna indietro; vi si accostano con curiosità, ma non saranno mai spinti a servirsi di questa lingua”.

Intanto continuano le indagini anche nell’ottica di una “democrazia linguistica”. Un dialetto per ogni area salentina, anzi per il singolo centro. Al “Vocabolario dei dialetti salentini” del 1976 (Congedo editore) sono seguiti: “Dizionario del dialetto leccese” e il “Glossario ” di Antonio Garrisi (Capone 1990); ” Vocabolario salentino della lingua tavianese dialettale antica”(1987) di Giuliano D’Elena di Taviano;  “Il dialetto di Sannicola e le tradizioni popolari” di Leonardo Nocera (2011), di Sannicola,  “Vocabolario del dialetto di Galatone”(2014) di Rosanna Bove di Galatone e Antonio Romano di Parabita. mentre è da poco scomparso l’avvocato Emilio Rubino di Nardò, anche lui studioso del dialetto della sua città. Da citare ancora il “Vocabolario storico dei dialetti salentini” curato da Marcello Aprile,Valentina Sambati ed Enrico Martina, e “Il dialetto salentino come si parlava a Scorrano” di Giuseppe Presicce.

copertina_serrat_sitoGli articoli della Costituzione italiana si possono “sentire” di più se ci parlano in dialetto salentino? Risulta più convincente l’incipit dell’art.3 se alla maestà del dettato in italiano sostituiamo quello salentino: «Tutti li cittadini tenenu la stessa tignità suciale e suntu pari nnanzi lla legge, senza tistinzione te sessu, te razza, te parlata, te religione, te upinioni pulitiche, te cundizioni persunali e suciali. Ete cumpitu te la Repubblica lliare li ustaculi te ordine cunomicu e suciale, ca, limitandu te fattu la libbertà e la parità te li cittadini…” e così via.  Leggendo “La Costituzione  Italiana in dialetto salentino” di Vincenzo Serratì (Congedo editore), di Squinzano, si ha l’impressione di sentirsi raccontare gli  articoli, uno dopo l’altro, dai nonni davanti al focolare una sera d’inverno.

L’uso del dialetto rende il ritmo colloquiale, i termini  scavano nella memoria e portano alla coscienza e rafforzano anche il senso di alcuni valori. L’autore riduce il distacco e la freddezza della legge,  annulla la rigidità,   rende tutto più malleabile così com’è  la lingua dialettale. Un godimento, anche per la precisione delle note che arrichiscono e spiegano i termini localizzandoli nei vari paesi, per chi conosce il dialetto, lo parla, capisce le sfumature semantiche. Resta un dubbio: quanti ragazzi capiscono al volo questa bella traduzione della Costituzione?

Mirko_GrimaldiGALLIPOLI. Quando a luglio del 2011, e precisamente con il numero 14, Piazzasalento iniziò il percorso di “Simu salentini”, il punto di partenza era chiaro: partiamo da quello che siamo, salentini, dalle nostre tradizioni, dalla nostra cultura, dalla nostra lingua, dal nostro dialetto per tanti anni considerato “la lingua della vergogna”. Così la lingua “te lu tata” ci ha accompagnato per tanti numeri con poesie, racconti, canzoni, testimonianze. In questo percorso ci hanno fatto compagnia cultori del dialetto come Nandu Popu dei Sud Sound System, il professore Mirko Grimaldi (foto), di Taviano, docente di Linguistica generale presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere   dell’università del Salento, e poi tanti poeti e scrittori dialettali che sarebbe troppo lungo enumerare con il rischio di fare torto a qualcuno. Ne citiamo uno per tutti, unanimamente riconosciuto come colui che ha dato la dignità di prima lingua al dialetto salentino affrontando anche temi filosofici.

Ma i poeti dialettali “laureati” quelli che già contano numerose pubblicazioni sono tanti,  le loro opere vengono lette, premiate e custodite nelle biblioteche (a questo proposito va ricordata la meritevole opera di raccolta e di divulgazione di opere salentine da parte della biblioteca di Tuglie). E poi ci sono i giovani che in modo inaspettato si cimentano nella lingua dei loro nonni. Ne sono testimonianza alcuni ragazzi che con poesie in dialetto hanno partecipato alle quattro edizioni  del nostro concorso. I puristi direbbero che si tratta di italiano tradotto in dialetto, che non conoscono il lessico originale né hanno competenze ortografiche per rendere i suoni dialettali. Sarà così, ma intanto fanno sperare che la prima lingua non sarà mai completamente d’archivio.

Un particolare di “Giulietta e Romeo”, opera di Enrico Muscetra, artista di origini aletine, a Verona

Già prima di conoscere i titoli delle poesie che avrebbero collezionato più “mi piace”, già nella fase di selezione, nella scelta cioè delle 30 che poi i lettori avrebbero letto e votato, si profilava un vincitore: il dialetto. Non è di poco conto il fatto che quasi la metà sia stata scritta nella primissima lingua, quella “te lu tata” che ogni salentino, anche se parla solo in italiano, si porta dietro. Perché il dialetto è qualcosa di più di una lingua. E non è di poco conto ancora che due delle tre prime classificate siano scritte in dialetto. Se sono state votate, sono state capite e apprezzate. Trenta le poesie selezionate dalla redazione-giuria, ma sono state tante quelle pervenute e qualche poeta ha inviato più poesie in italiano e in dialetto quasi a testimoniare che dell’amore si può parlare nelle due lingue, usandole bene entrambe.
Possiamo azzardare anche una “geografia poetica” dei nostri paesi. Gallipoli è al primo posto con 11 poesie, Taurisano e Taviano al secondo con 4, seguono Casarano, Parabita, Galatone con due e infine Racale, Alliste, Matino, Alezio, Chiesanuova Sannicola con uno.
Se guardiamo al contenuto dei testi vincitori, il primo elemento che viene fuori è la freschezza dei sentimenti che i più non sospetterebbero in persone della cosiddetta “terza età”. Nella poesia di Giorgio Tricarico notiamo che le immagini aderiscono e si piegano alla duttilità del dialetto che è quello antico non contaminato dall’italiano. La musica è nel suono a volte aspro delle consonanti doppie, il ritmo non cerca la facile rima, né l’assonanza.
Più ingenua, naturalmente anche per la giovane età, la poesia di Alessia Epifani che usa il dialetto così come fanno i ragazzi che non ne hanno la “memoria” storica e letteraria e che tuttavia lo amano, lo usano e lo fanno rientrare nel loro gergo. Che una ragazza di 17 anni usi il dialetto per parlare d’amore va certamente sottolineato come hanno fatto probabilmente i tanti coetanei che l’hanno votata.
Il fascino di “Vorrei” di Stefano Ciurlia è racchiuso in quel “briciole di stelle” che chiude il testo e annulla di colpo qualche immagine scontata. Anche qui il ritmo è nella scelta sapiente dei termini e nel loro accostamento. Bravi i tre vincitori, ma bravi anche quelli che sono stati poco votati.
I lettori, cliccando “mi piace” (ma numerosissime sono state le condivisioni che naturalmente non hanno inciso sul punteggio, così come da regolamento) hanno deciso di premiare le rime d’amore di Tricarico, Ciurlia e Epifani. La redazione si è riservata poi di scegliere una poesia a cui assegnare un premio di prestigio messo a disposizione dall’associazione “Gallipoli nostra” e dal suo presidente Francesco Fontò. Si tratta della copia anastatica del settimana “Spartaco” edito a Gallipoli dal 1887 al 1914. Sul prossimo numero la pubblicazione della poesia scelta.

Scopri i vincitori. Clicca qui

I proverbi, i detti popolari sono davvero un repertorio di saggezza? Sì, se al termine saggezza non si dà un valore assoluto e se soprattutto lo si mette in relazione con il tempo. E il tempo è quello dei nonni dei nonni dei nonni. L’osservazione dei comportamenti più diffusi, la lentezza con cui avvenivano i cambiamenti, l’accentuazione di una concezione fatalistica contribuivano a far ricavare “verità” assiomatiche che molto spesso si contrapponevano ad altrettante “verità”. Sino ad arrivare al paradosso che la contraddittorietà dei proverbi diventa la garanzia della loro “autenticità”. Proverbi, quindi, per tutte le stagioni, per tutti i gusti, per tutte le età della vita: arguti, consolatori, divertenti, rassegnati. Tutti, comunque, contribuiscono a dare uno spaccato del tempo e delle tradizioni che furono. Così per il matrimonio, che già abbiamo trattato, così per la figura del marito che affrontiamo in questo numero, ricorrendo un po’ alla memoria personale e molto a quella raccolta formidabile di proverbi dovuta alla pazienza certosina di Nicola G. De Donno.

Il marito viene considerato una necessità: “La dota è ccumpita, lu lettu è ffinitu, autru num manca, cca lu maritu”. D’altronde “Mmar’a lla fimmana ca è ssenza maritu, pe cquantu lu maritu cu eggia maru“. E quindi di necessità una serie di proverbi che specificano che è meglio avere marito che…. Ne ricordiamo alcuni: Meju nu tristu maritu, cca restare de zzita parata”; Meju maritu cafone, cca amante barone”; ” Meju  maritu poveru, cca nnamuratu riccu”; “Meju maritu cu nn’occhiu, cca nnamuratu cu ddoi”; “Meju nu fiaccu maritu cca na bbona socra”. Meglio anche il marito dei familiari più stretti, specialmente di quelli che comandano: “Meju nu maritu zoppiceddu, cca nu frate mperatore”; “Meju nu maritu, cca centu boni frati”. Le donne,infatti, in passato erano sottomesse non solo ai genitori, in modo particolare al padre, ma anche ai fratelli, così si spiegano gli ultimi due proverbi. Anche se non scherzavano i parenti del marito: “Li parenti te lu maritu su’ acri comu lu citu”; “Parenti de lu maritu, urpi de cannitu”. Un marito, però, in ogni caso: “Maritu vecchiu, meju cca gnenti”; Meju cca gnenti, nu maritu senza denti” .  Nell’ottica che “Se nu’ ssumji nu’ mparenti”, a bravo marito corrisponde brava moglie: “La bbona mujere face lu bbonu maritu”; “Nu bbonu maritu, nu ttene mai na fiacca mujere” anche perché sotto sotto a guidare la vita familiare è la donna: “Maritu propone e mujere dispone”; “Se sai fare e tte faci amare, lu maritu a ddu oi lu poi purtare” ma è anche vero che “ Lu maritu te minte lu scarpinu e lu scarpune”.

Ma alla fine, comunque vadano le cose, la conclusione è amara:“Mmar’a idda: s’a nzurata; mmar’iddu: se l’à pijata: tutti li fili ca ànnu de fare, tutti mmar’i iddi s’ànnu cchiamare”.

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Simu Salentini. Voglia di dialetto, di far parlare nella primissima lingua, quella “te lu tata” anche i grandi poeti. Se Leopardi fosse stato salentino avrebbe sentito così il senso dell’infinito? Avrebbe definito parole poetiche anche “muntagnedda”(colle), sapale (siepe)? Certo anche nella versione del dialetto aletino la poesia del Leopardi conserva il suo fascino. Come non apprezzare, infatti, “e comu sentu u ientu/ca ruscia a ‘menzu ‘e chiante…”  Quel “rusciare” è proprio onomatopeico e fa sentire il passaggio del vento tra le piante e quindi il valore del tempo vivo e presente che è poi l’ancora che rende dolce il naufragare. L’autore è un docente e traduttore.

L’Infinito salentino

Sempre l’amai dhra muntagneddrha solitaria,

e stu sapale ca na bona parte

te dr’orizzonte luntanu te llea la vista.

Ma ci me ssettu e cuardu, mundi

senza fine te l’addrha vanda, e silenzi

ca nu ‘sù de sta terra, e na tranquillità completa

me ‘mmagginu ca ‘ncete, tantu ca quasi

me mintu paura. E comu sentu u ientu

ca ruscia a ‘menzu e chiante, dhru

silenzio senza fine lu confrontu

a quiddrhu: e pensu all’eternità

e a lu tiempu ca nun è chiui e a quiddru te moi

ca è ‘ncora viu e lu sienti. E cusì intra

st’immensità li pansieri mei se ‘ffucane:

e me piace cu me sprufundu intra stu mare.

 

Aldo Magagnino – Alezio

Simu Salentini.  Perché si parla e si scrive in dialetto?  A questa domanda Tonio Inngrosso, poeta e scrittore di commedie sempre in dialetto matinese, dà al telefono la stessa risposta che si trova nella poesia di apertura di “Relicue”:

An menzu a ‘stu cuntare te signuri/ca,lardusu,à mmurbatu ‘stu paese,/jeu rispicannu vàu palore ntiche;/palore scafazzate jeu riccoju, muddiche te tialettu matinese/morsi te core te li nanni mei./E ìnchiu quistu tiempu ca me rresta/azzannu ‘ste relicue  ‘ntra ‘stu foju/sicuru ca cuntare te lun tata/ritorna vìu tecapu n’adda fiata”.

Oppure in una nota  ad una sua raccolta di 5 commedie dialettali: “Scrivo per la felicità di trasmettere agli altri il mio universo interiore ed in dialetto perché il dialetto è la lingua della mia gente; idioma spontaneo e genuino, unico elemento sopravvissuto all’antica civiltà contadina del Salento con il quale si può dare voce ad un mondo scomparso se si vuole recuperare quei valori tanto cari ai nostri padri…”

È un ritorno alla lingua dei “nanni”, non sterile, chiuso nella ricerca linguistica di termini puri, ma pulsante perché dice: «dietro al dialetto ci sono dei valori che sarebbe bene ritornassero». Se non fosse convinto di questo  l’uso del dialetto sarebbe solo una esercitazione accademica. Quanto poi alla possibilità che con il ritorno al dialetto possano ritornare quei punti di riferimento che complessivamente definiamo come “valori”, nessuno può dare né risposte né certezze. Lo si vede anche dalle diverse posizioni che questo giornale documenta da quando abbiamo iniziato, ormai da qualche mese, a puntare l’attenzione sul dialetto e sulle tradizioni che connotano il nostro essere salentini.

La produzione di Tonio Ingrosso dà la possibilità di una immersione totale sia nella lingua, sia nella cultura salentina.

Il suo è un dialetto che volgarmente chiamerremmo “stretto”  con termini che è difficile incontrare in quello quotidiano e tanto meno nell’italiano dialettizzato che hanno imparato i giovani “senza maestri” perché autodidatti. Nessuno, infatti, ha insegnato loro il dialetto, né i genitori né la scuola.

Termini come patulini, maccaturu, uccalu, tuttuncotu, ditteriu, paddi, mantagnata risultano quasi incomprensibili ai più, anche a quelli di una certa età e non solo ai ragazzi. E oltre la lingua le abitudini, le storie, la religiosità della nostra gente.

Quello che è importante sottolineare di questo prolifico scrittore matinese è la forza tenace che lo lega alla terra, di cui avverte, novello Pascoli, le vibrazioni e i messaggi; una fede che si trasforma in pietas sulle tragedie umane  e in speranza certa di una vita che non termina con la morte. Sembra una costante il tema della vita nell’aldilà, affrontato, a volte,  nelle commedie con toni legge.

Ingrosso è ora in pensione, fino a sette anni fa ha ricoperto il ruolo di ispettore di igiene dell’Asl.

Ha scritto tanto, sin dalla metà degli anni Sessanta: otto commedie, undici raccolte di poesie. Ora dedica gran parte del suo tempo all’associazione “Autori matinesi”, nata quattro anni fa che promuove poesie a tradizioni del paese e cura la pubblicazione di miscellanee e di testi di autori locali. Una miscellanea sarà presentata proprio il 10 dicembre prossimo. È questo un modo “attivo” di fare cultura.

A quando il nuovo libro?  «Ce l’ho in mente, – dice – e sarà di cunti» naturalmente in dialetto matinese.

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Eugenio Barba a Lecce

Simu Salentini. L’attenzione al dialetto e alle tradizioni salentine, da alcuni numeri su queste pagine, si è ‘intersecata’ con l’arrivo nel Salento di uno dei figli ‘nobili’, Eugenio Barba, a Lecce per l’esclusiva meridionale de ‘La Vita Cronica’, nuova produzione dell’Odin Teatret, dedicata alle figure di Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova, scrittrici russe, uccise per essersi opposte alle aberrazioni del conflitto ceceno. Il Maestro si è soffermato sul valore affettivo e relazionale della tradizione parlata espressa da un territorio, ricordando alcuni momenti della sua infanzia gallipolina.

L’esperienza del ‘baratto’ sarebbe possibile e rinnovabile al giorno d’oggi ?

«Il baratto, ossia la scambio in natura (in questo caso in prodotti culturali), avviene ancora oggi fra l’Odin Teatret e diverse situazioni, come ad esempio, nelle campagne, nelle prigioni, nelle case per anziani, negli asili, nei quartieri delle città di molte parti del mondo. Non vi è nulla in contrario a incontrare le persone appartenenti ad associazioni motivate a creare nuovi processi di rivitalizzazione dei legami che uniscono una comunità. Questo è quanto mette in essere l’Odin».

Cosa pensa dell’evoluzione del dialetto, alla luce dei cambiamenti  linguistici nei modelli giovanili: fenomeni di moda e costume o ritrovato senso di appartenenza? Può, a suo parere, esserci un ritorno al dialetto inteso come lingua “te lu tata”, oppure ci si vergogna ancora?

«Io abito in Danimarca da 45 anni, in una regione dove si parla diffusamente il dialetto, il quale viene preso in giro dagli abitanti della capitale. Personalmente sono cresciuto in una Gallipoli, dove i miei compagni di scuola parlavano dialetto. Mia madre non voleva che lo parlassi, e si ostinava a farmi esprimere in italiano.

In realtà oggi una buona parte delle persone sono bilingue, ossia comunicano correttamente sia nel dialetto che in italiano, spesso influenzato dai modelli linguistici televisivi. Non ha importanza stabilire per quali motivi ciò avvenga: essenziale è  mantenere vivo il legame con il passato e le relazioni inerenti questa dinamica. La lingua sottolinea l’affettività, il lato emotivo, della comunicazione tra una persona con l’altra.

Quando io vengo qui in Salento e abito a Carpignano, noto che le persone parlano fra di loro il dialetto, e quando io intervengo le stesse interagiscono con me in italiano. È buffo osservare come questa gente abbia la capacità di parlare una lingua ‘straniera’, quasi come fosse una ‘reverenza’ nei miei riguardi».

Come mai, il salentino, a differenza di altri dialetti che hanno assurto una ‘dignità letteraria’ non ha avuto altrettanto sviluppo e fortuna? Cosa si può fare  per diffondere la produzione in vernacolo?

«Tutto può dipendere, a mio avviso, da alcune circostanze che sono mancate, in primis il fatto di non aver avuto dei grandi poeti. Penso, ad esempio, ai grandi poeti romagnoli come Tonino Guerra. Se noi avessimo avuto in Salento figure autorevoli nel campo della scrittura, della drammaturgia e della poesia, anche il salentino sarebbe diventato più riconosciuto.  Probabilmente, le opere fin qui realizzate, non hanno quella forza, quell’irruenza artistica, che possa attribuire a questi lavori una ‘valenza nazionale’».

Francesco Spadafora

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La copertina del libro di Giannì

Simu Salentini. I tavianesi  vanno fieri del loro dialetto. Non lo hanno mai disdegnato. Anche nelle scuole, quando se ne presenta l’occasione, gli insegnanti invogliano gli studenti non solo ad amarlo ma, soprattutto, a continuare a parlarlo nelle sue variegate sfumature.

Rendiamo, perciò, omaggio al contributo di due docenti di Taviano alla causa del dialetto ritenuta, anche in questo terzo millennio, lingua viva e dinamica: Antonio Schito e Osvaldo Giannì.

Antonio Schito, morto da qualche anno, è stato per oltre quarant’anni, maestro nelle scuole elementari dove ha insegnato, con abnegazione, a schiere di ragazzini, oggi ormai adulti.

Durante le sue lezioni il docente era solito parlare ai suoi alunni del tempo passato, riferendo usanze, proverbi, modi di dire, ricette e preghiere di un tempo lontano o passato. Nel parlare usava espressioni genuinamente autentiche con le quali esprimeva la forza comunicativa della nostra lingua dialettale.

«Il dialetto tavianese e salentino – non si stancava mai di dire il maestro Schito – con la sua spontaneità di forme gergali e raffinatezze idiomatiche ci fa vivere e sentire la freschezza della nostra quotidianità, che non cade mai nel banale».

Autore egli stesso di poesie dialettali, sapeva collocare bene le varie espressioni vernacolari in modo da arrivare al cuore di chi sa apprezzarle e condividerle.

Antonio Schito ci ha lasciato alcuni volumetti di storia e aneddoti locali, di racconti e poesie dialettali dove, comunque la si pensi, il mondo vibra nel cuore di chi  legge.

L’altro contributo alla riscoperta  del dialetto locale viene dal professore Osvaldo Giannì, vivente e già docente di Lettere classiche presso il liceo di Casarano.

È senza dubbio notevole e di spessore il contributo di Giannì per l’acutezza con cui ha saputo scoprire la valenza e la forza del dialetto tavianese, pubblicando e commentando non soltanto tutta o quasi la produzione poetica dialettale di Orazio Testarotta (il volume in questione “Le Opere di Orazio Testarotta, Congedo ed. 1997) ma riportando alla luce tutta la produzione, o quasi, dei testi dialettali tavianesi in versi e in prosa dell’ultimo Novecento.

Il volume  è “A sporta picciulara”, cioè un contenitore di gran capienza, in questo caso  un libro che raccoglie i testi e gli apparati di supporto.

Il volume stampato nel 2004, presenta un breve contributo di Mirko Grimaldi, docente di linguistica  generale all’università degli  studi di Lecce e una postfazione di Eugenio Imbriani, docente di antropologia culturale nella medesima università. Tutte le poesie e i racconti in dialetto recano la loro traduzione a fronte.

Di questo suo interessante lavoro l’autore spiega: «Non si tratta di un’antologia, ma di una selezione di testi rimasti inediti in quanto i rispettivi autori non hanno mai pubblicato alcuna silloge di racconti o di poesie. Nel gruppo di testi prescelti si lascia ravvisare un certo tenue processo di mutamento e di smagliatura del lessico, del costrutto e della struttura metrico-compositiva con una resa di ritmi narrativi, assonanze, o più spesso consonanze, e musicalità sortiti dalla naturale intonazione della oralità dialettale trascritta con immediatezza».

Rocco Pasca

Simu Salentini. Da qualche giorno la storia del nostro dialetto si è arricchita di un’opera destinata a diventare una pietra miliare, il “Dizionario dialettale del Salento” di P. Giovan Battista Mancarella, Paola Parlangeli e Pietro Salamac, edizioni del Grifo.

Un’opera iniziata a metà degli anni Sessanta e che ha richiesto un impegno notevole dei tre storici della lingua sul solco tracciato autorevolmente dal prof. Oronzo Parlangeli il cui lavoro fu interrotto bruscamente dalla morte avvenuta  in un incidente stradale nei pressi di Roma nel 1969. Paola è la figlia che continua con passione gli studi del padre.

Abbiamo sentito il prof. Mancarella non sulle questioni di carattere storico e filologico, che pure sono interessanti (ma per un pubblico di studiosi e di tecnici), e ci siamo fermati su quello che è il tema che ormai da parecchi numeri fa da sfondo a queste due pagine di “Simu salentini”: il dialetto e l’identità salentina, la “moda” di usare una lingua che sembrava ormai archiviata e tornata di prepotenza tra i giovani, nelle canzoni, nei dialoghi quotidiani.

La diffusione del dialetto tra i giovani veicolata anche attraverso i social network ei gruppi musicali è testimonianza di un ritrovato senso di appartenenza a un territorio e a una tradizione o è solo questione di moda?

«È senz’altro una moda,  solo una moda. Più precisamente per il linguaggio dei giovani si deve parlare di gergo. Già il dialetto che parlano i genitori è solo parzialmente quello storico. Il fatto è che manca la cultura dialettale, quello cioè che sta dietro l’uso di una lingua».

Quando si è persa la cultura del dialetto?

«Con la scuola media obbligatoria e unificata nel 1962 sono quasi scomparsi i dialettofoni; poi la radio, la televisione hanno fatto il resto. Si è andati verso la lingua  comune, l’italiano».

Questo perché sono mancati nel Salento poeti e scrittori in dialetto di riferimento e popolari come è avvenuto in altre regioni come il Veneto, la Lombardia e il Lazio?

«Non esageriamo, anche da noi ci sono stati modelli importanti e popolari. Solo che la nostra società era una società agricola che si avviava a diventare cittadina: lo strumento per farlo era la lingua italiana. E così è avvenuto».

E allora che senso ha questo risveglio del dialetto che comunque viene registrato un po’ in tutti i campi e spesso viene utlizzato anche in campo commerciale?

«Ha senso raccogliere testi, poesie, teatro dialettale ma bisogna considerarlo come repertorio, un museo della lingua. Non illudiamoci, non si torna indietro. I giovani devono conoscere il dialetto e quello che c’era dietro l’uso della lingua ma non si torna indietro. Vi si accostano per curiosità, ma non saranno mai spinti a servirsi di questa lingua».

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Simu Salentini.  Sono quelle che rischiano di più, trovandosi a ridosso della brutta stagione, autunno inoltrato. Ma hanno ugualmente un fascino antico, quando avevano davvero un’altra funzione: qui si parla delle fiere autunnali di cui fa parte San Rocco, terza domenica  di ottobre, ad Alezio.

Gli echi della festa, con ovvio corredo di luminarie, bande,  bancarelle e concerto di musica leggera finale, si rintracciano nel sempre più attivo gruppo di facebook “Enciclopedia termini dialettali aletini, detti, proverbi, ricette antiche” dello stesso paese, dove è bastata una domanda su cosa ricordavano gli appartenenti al gruppo delle tradizioni legate alla Fiera te santu Roccu per scatenare una trentina di interventi di aletini residenti in paese e non.

Dai ricordi di Gabriella Vantaggiato, Carlo Manta, Michele Piccinno, Luisa Mercuri, Biagino “Priman” ed altri, è emerso uno spaccato ed un profumo del tempo andato, quando alla fiera, oltre a noci e castagne (le prime “se nu erane troppu care”) c’era chi comprava “to pale te baccalà”, che dovevano durare almeno fino a San Martino, per farcire le pittule.

Ad Alezio era caratteristica la scena di alte scale per la raccolta delle olive e poi per la rimonda degli alberi, appoggiate una accanto all’altra ad un palazzo di piazza Fiorito. Accanto gli immancabili panieri di canne e arbusti, “lu sarracchiu” senza il quale la rimonda era impossibile da fare. E poiché se il cattivo tempo non era arrivato, era sicuro che ci sarebbe prima o poi stato, ecco l’acquisto di gambali di gomma e ombrelli.

Ma la gran parte dei soldi guadagnati con la recente vendemmia era destinata ad un obiettivo non proprio immediato anche se auspicato: il matrimonio della figlia o delle figlie, quindi la preparazione della costosa dote, perché non fossero “panni te unu” quelli che la giovane sposa si sarebbe portata appresso nella nuova casa. L’orgoglio dei contadini era tale che non volevano assolutamente sfigurare in quella occasione, quando si usava anche esporre la dote il giorno del fatidico e, allora, forse più durevole “sì”. “Nu ‘mbuline cu se ‘nde scornane” davanti agli occhi indagatori delle immancabili cummari.

Alcune t-shirt con gli slogan diventati popolari

Simu Salentini. Essere  e  sentirsi salentini e farlo sapere a tutti, in giro per il mondo dirlo con le t-shirt, con le borse, zaini, portachiavi, bavette. Naturalmente con  una frase  in dialetto salentino che alla fine diventa uno slogan.

Che cosa, infatti, ha di meno il dialetto salentino rispetto a quelli degli altri territori italiani? Niente. Solo che i percorsi sono stati diversi e mentre per alcuni dialetti (veneto, romano, milanese) la tradizione colta (Goldoni, Belli, Trilussa, Porta ) ha dato la consapevolezza e l’orgoglio di usare una lingua parallela e nobile sullo stesso piano della lingua nazionale, nel Salento non è stato così. P

ersino Pierpaolo Pasolini nel suo viaggio tra i dialetti italiani non considera quello salentino e non cita nessuno dei poeti che ora riconosciamo come punto di riferimento nella nostra storia linguistica. Per anni ci si è vergognati di parlare in dialetto che al massimo veniva parlato nell’intimità familiare ma diventava subito “italiano comune” appena fuori.

Da circa trent’anni la musica è cambiata e su questo giornale ne abbiamo segnato le tracce. Poesie, commedie, canzoni uomini di successo,  il dialetto è diventato di moda.  Così il passo “commerciale” è stato quasi naturale. Ci hanno pensato  le due sorelle Liaci:  Laura, 27 anni, una laurea in economia, e Paola, 23, che viene dal conservatorio, fa i concerti. Tutte e due con il papà   Eduardo hanno costituito un’azienda intorno al  marchio “Fermento”: t-shirt e una serie di gadget  resi originali da frasi in dialetto salentino.

«L’idea di utilizzare il dialetto – dicono – nasce 7-8 anni fa da quando il Salento ha incominciato a divenire tappa di turismo, cultura, eventi, location cinematografica. Abbiamo pensato di usare il nostro dialetto che è  musicale e orecchiabile. Quelli che vengono da altre regioni cercano di individuare il significato delle frasi, si sforzano di capire, e una volta che viene spiegato loro il significato,  memorizzano le parole. Dopo due o tre giorni il turista s’innamora follemente della nostra terra e diventa a sua volta salentino d’adozione»

Così “Fermento” vende il Salento e lo afferma in giro per il mondo. Anche quest’anno, come nel 2010, ha portato i suoi prodotti alla  Fiera internazionale “Macef”,  Salone internazionale della casa, a  Milano riscuotendo successo.

Il prodotto certamente più gettonato è la t-chirt con il logo “Salento” proposta in 15 diverse soluzioni.  «L’ideatore di questo business è stato papà Edoardo che vende questa t-chirt  da circa 40 anni nelle più importanti località italiane» dicono. Ma le frasi di successo sono tante: da “Fore de capu” a “Lassatime stare ca stau stunata” a “Lassatime perdere ca me capiscu a sula”,”Terrone al 100%”, ”Te Lecce simu simu”.

Per il turista, ma anche per tanti salentini affascinati della loro terra, c’è solo l’imbarazzo della scelta.  E questa scelta, considerando risultati, paga in successi: «Dal 10 di novembre – concludono le sorelle Liaci – saremo a Miami in America per fare delle ricerche di mercato e individuare prodotti nuovi, portando un catalogo da proporre ai vari negozi di gadgets e souvenirs di quella località.Noi vogliamo che del Salento se ne parli in termini positivi comunque e dovunque perché siamo fieri ed orgogliosi di appartenere a questo lembo di terra». Insomma “Salentu, lu sule, lu mare lu ientu” fanno varcare l’oceano.

“Fermento” non è il solo marchio che ha scelto di usare il dialetto salentino quasi a garanzia dei suoi prodotti, della serie “salentino è meglio”

C’è “Salentomania” di Cavallino, nata nel 2003 dalla collaborazione tra la dott.ssa Maria Teresa Carrozzo e il designer romano Paccasassi . «In un periodo in cui il cosiddetto “prodotto di impulso emozionale” era praticamente sconosciuto, Salentomania ha dato vita ad una nuova forma di comunicazione visiva, caratterizzata da slogan estratti dal gergo comune, stampato su capi di abbiagliamento e accessori» si legge sul sito nella presentazione dell’azienda. “Stau comu na paccia”, “Cu nienti me stizzu”, “Comu la fazzu la sbagliu”, “Mo te dau”,“Nu bu pensu propriu” sono solo un piccolo esempio degli slogan su maglie e accessori vari.

Simu Salentini. C’è chi si vergogna a diffonderla provando disprezzo e rancore; ma c’è, al contrario, chi prova orgoglio perché tratto fondamentale della propria storia e della propria famiglia. Stiamo parlando della “‘ngiuria”, ovvero il soprannome.

Nato per la necessità di una distinzione delle persone nella stessa comunità, si è formato con le stesse modalità del cognome, prendendo origine da una caratteristica fisica, dalla provenienza, dalla professione o semplicemente dal nome di un antenato. Il soprannome, alcune volte non era da ritenersi offensivo, tanto che veniva usato anche ufficialmente nella stesura di atti, documenti, negli scritti comunali, nei registri parrocchiali quando i casi di omonimia erano numerosi.

Tuglie pullula di soprannomi che, paradossalmente, vengono ancora utilizzati e diffusi anche dalle giovani generazioni. Tra le decine e decine di ‘ngiurie, quella che sta destando maggiormente l’attenzione in questi giorni è quella dei “Papaionaca”. Tre fratelli appartenenti alla grande famiglia degli Antonaci, detentrice di questo soprannome da decine e decine di anni, in questi giorni hanno deciso di utilizzarlo per fini commerciali.

È nata, così, “La Puteca te li Papaionaca”, negozio tra gli “storici” di Tuglie per gli alimentari ed i detersivi. Nel corso di questi lunghi anni, i titolari hanno mutato il loro nome secondo le regole del mercato, ma nonostante le mutazioni se chiedevi ad una persona dove stava andando a fare la spesa ti rispondeva “A li Papaionaca”.

Ed ecco l’idea geniale di Tommaso, Gerardina ed Antonio: perché non cambiare l’insegna con il soprannome della propria famiglia? Detto, fatto. «Nel corso di questi anni – racconta Antonio – siamo stati legati con vari gruppi nazionali della grande distribuzione. Ora, liberi da questi vincoli commerciali abbiamo deciso con i miei fratelli Tommaso e Gerardina di rendere particolare e più locale la nostra attività» Da dove deriva il nome “Papaionaca”? «È un particolare tipo di uccello presente nelle nostre zone che fa parte del gruppo dei passeracei. Nostro nonno, per lavoro, catturava e vendeva questo tipo di uccelli. Da quel momento – conclude Antonio  –  è diventato il nostro soprannome, con cui è riconosciuta la nostra grande famiglia».

Da alcuni giorni, quindi, con sorpresa per i passanti ed i clienti, il nome dell’attività della famiglia Antonaci è cambiato catturando l’attenzione anche di molti giovani che, con i nuovi videofonini, immortalano l’insegna pubblicandola sui vari social network. E la gente apprezza la novità anche in virtù di quel soprannome “tranquillo”, a differenza di altri molto coloriti presenti in paese.

Nicola G. De Donno

Simu Salentini. “Parla in italiano”, intimavano i genitori ai loro bambini che a contatto con i coetanei avevano familiarizzato con quella seconda lingua che a loro sembrava più espressiva e colorita. “Parla in italiano”, dicevano i  maestri agli alunni che si lasciavano andare a termini e a costrutti dialettali.

Le motivazioni erano di ordine diverso. Per i genitori il dialetto era il retaggio sgradito di tempi difficili, da non riportare alla memoria, tempi non diffusamente “scolarizzati” e tanto meno “laureati”. Per i docenti, invece ed  erroneamente, l’uso del dialetto impediva l’apprendimento corretto della lingua italiana. Solo in tempi  relativamente recenti si è capito che la conoscenza del dialetto può essere strumentale a quella dell’italiano.

“Parla in dialetto, viva il dialetto salentino” è il messaggio che ora con sfumature e spessore diversi viene fuori dalle innumerevoli maglie della Rete, giacchè questa lingua che sembrava morta, si è dimostrata talmente viva e vegeta che è al centro di incontri, gruppi e iniziative sul social network più diffuso, Facebook.

È questo il fenomeno più eclatante e in continua espansione negli ultimi anni, amplificato dalla diffusione sempre più ampia dei social network. Riesce difficile districarsi negli innumerevoli siti in cui l’identità salentina, insieme “allu sule, lu mare e lu jentu” viene coniugata con il dialetto. Siti  di viaggi che dedicano sezioni al dialetto (Salentoviaggi2000.com), il “primo portale in lingua salentina” (lusalentinu.it), comunità  come “Divulga il dialetto salentino, Corso gratuito di dialetto salentino”,  blog con  richiesta di collaborare per annotare detti e proverbi popolari (terronecontento.blogspot.com), siti come salentovirtuale.com in cui c’è una sezione “quizzando” dedicata alla pizzica e ai proverbi salentini, dialettario, vocabolario, raccolte di poesie sempre in vernacolo.

A proposito di poesia, non si è spenta la musa dialettale che ha ispirato i tre poeti che sono ormai antologizzati e considerati il punto più alto dell’espressione vernacolare salentina: Nicola G. De Donno, Erminio Caputo e Pietro Gatti. Si continuano a pubblicare testi di poesie e racconti in dialetto, si bandiscono concorsi, si invitano gli studenti a conoscere la produzione locale. Tutto sembra dare ragione a quello che sostenava De Donno nei suoi testi e nei suoi numerosi interventi: non c’è niente che non possa essere espresso adeguatamente con il dialetto.

Lo avranno anche pensato i ragazzi “creativi” che hanno realizzato doppiaggi esilaranti in dialetto salentino  di spezzoni di film famosi e li hanno diffusi su  You Tube. Fa un certo effetto sentire Rambo-Stallone o la tenera Amelie  parlare la nostra lingua quotidiana. E che dire dell’intervista a Bob Marley  che disserta di zanzare e di Autan?

C’è però chi supera l’estemporaneità della produzione dialettale e si propone di fare un  lavoro sistematico non solo di raccolta, ma anche di studio. È il caso del prof. Giuseppe Presicce che ha iniziato a lavorare su un repertorio del dialetto scorranese, chiaramente non limitato al singolo paese tenendo come punto illustre di riferimento il “Vocabolario dei dialetti salentini” i Gerhard Rohlfs.

Il sito è www.dialettosalentino.it. L’approccio è tecnico e culturale, curato l’aspetto etimologico che aiuta chi vuol andare a fondo al problema delle nobili origini del dialetto salentino.

In Rete, su Fb c’è un altro esempio che va sottolineato per ampiezza di partecipazione e per sistematicità di impegno e riguarda Alezio. Così viene presentata l’iniziativa:”Tutti  gli aletini (autoctoni e soprattutto emigranti) si trovano su ’’Enciclopedia termini dialettali latini,detti, proverbi ricette antiche.

L’iniziativa nasce il 4 febbraio 2011 con l’intento di raccogliere con l’aiuto di tutti i compaesani vocaboli dialettali, anche caduti in disuso, foto del passato, personaggi storici di una volta, i metodi della nonna quando qualcuno si ammalava, filastrocche e poesie dialettali,tradizioni di Alezio. Il materiale raccolto è davvero tanto, ed è diventato un vero e proprio ’’luogo di incontro’’ tra gli Aletini” Il gruppo conta 627 membri ed è destinato a crescere. Ma altri gruppi si formano solo per ritrovarsi, sparsi nel mondo ma con un “marchio” indelebile, come “Caddhipulini per sempre” o “Picciuttari nel mondo” di Alezio,  come gli emigrati da Casarano, Racale, “Caddhistini” di Alliste

Dopo anni di abbandono/uso elitario del dialetto, si può parlare  ora di rinascita? È solo moda? Di certo, il riscatto è in corso.

L'incontro tra Nandu Popu ed il professore Mirko Grimaldi. Foto di E.Picciolo

Simu Salentini. Tutto è cominciato da questa dichiarazione: “Confesso di esssermi commosso: abbiamo aspettato vent’anni per leggere  uno tra i più belli articoli mai fatti sul nostro lavoro, ma ne è valsa la pena. Bu ringraziamu de core e autru e tantu a tutti quanti ui!“. Firmato: Fernando Nandu Popu Blasi, che ha messo su facebook l’intervista del linguista Mirko Grimaldi “Sangue nuovo per il dialetto malato cronico“, comparso su questo giornale. Abbiamo così messo di fronte, in redazione,  lo studioso e lo “studiato” che non si erano mai incontrati. Entusiasti entrambi, ne è nato un dialogo serrato di oltre due ore e mezzo di cui possiamo offrirvi una galleria fotografica ed un video. Sono venute fuori analisi varie, idee, spunti che potrebbero avere ben presto risposte (i Sud Sound System stanno per entrare in studio per un nuovo album).

Il video dell’incontro | Guarda la galleria fotografrica

Pubblichiamo ampi tratti della conversazione a più voci sull’innegabile rinato interesse verso il dialetto salentino.  L’intervento giornalistico è stato minimo ed è partito dal viaggio -inchiesta “Simu salentini”; più che un botta e risposta si è sviluppato un ragionamento, con riflessioni e proposte interessanti sul tema centrale.

NP – … la nostra esperienza è tutto valore aggiunto: vai in Australia e ti parlano di Casalabate (la marina più sfigata di tutte: quando arrivano da Valona gli albanesi e vedono Casalabate dicono “ma indietro ci  avete riportati?!”) e allora ti chiedi che sta succedendo…

MG – Quando ho scoperto voi stavo a Firenze, dove ero andato che avevo 18 anni; era il ’91 e c’era il primo disco,” Fuecu”. Mi scrive una collega da New York:  qua in America c’è un gruppo del Salento che va in  radio, programmi musicali… da allora ho cominciato  ad interessarmi ai Sud Sound Systsem.

NP – È stato lo stesso per noi: fuori eravamo “cantanti” conosciuti, veicolati dagli emigranti, da salentini che sapevano cosa avevano lasciato; qui le feste le facevamo nascosti in campagna, tra le pajare… erano ragazzi che si mettevano contro la Scu, lo spaccio di eroina, intransigenti, cresciuti con Bob Marley, Nelson Mandela e quelle cose ti facevano schifo, non avevano niente a che fare con te, perdevi amici quasi ogni mese per la droga… e il dialetto è servito più per noi all’inizio. Chi ci pensava che poi ci saremmo messi a studiarlo, io sono arrivato a leggere De Martino, Lapassade, Fumarola, lu Pieru quanta pazienza con noi…

MG – Piero Fumarola è stato uno dei primi a pubblicare qualcosa su di voi; invece il mio primo intervento fu ad un convegno internazionale a Sappada con una dettagliata analisi del testo linguistico e antropologico. Poi altri colleghi s’interessarono a testi dialettali e rap; più di recente in uno studio della “Bocconi” sull’impatto socio-culturale ed economico della “Notte della Taranta” col mio intervento faccio di nuovo riferimento all’operazione vostra; anche a lezione trovo il modo di entrare dentro a queste questioni: voi avete la funzione di mantenere vivo il dialetto.

NP – Ma oggi come oggi è il caso di tirarne fuori una scienza che va dalla letteratura alla medicina, se si pensa ai benefici effetti della catarsi che non sono una fesseria; i bambini non sanno più parlare il dialetto e serve loro una guida, ma nessuno ci crede, degli amministratori pubblici. Io che devo pensare? Allora mi faccio una scuola del dialetto con i vecchi che stanno con i piccini, praticamente tradizione e futuro. Ma queste cose io le devo pensare?! Se faccio questo, poi le canzoni chi me le scrive?

MG – Il fatto è che i SSS  hanno reso il dialetto fruibile tramite i media, dove il dialetto non poteva né doveva comparire assolutamente, e in una generazione come la nostra ha avuto un impatto enorme: il ragazzo che si compra il loro cd non ha più paura di parlare il dialetto, anzi è orgoglioso e comincia a capire quanto ancora c’è da scoprire e  valorizzare. Quando parte il mio corso a febbraio vorrei invitarti per fare una discussione con i ragazzi, perché si rendano conto cosa c’è dietro il vostro lavoro, sull’operazione culturale che avete fatto voi… A proposito dei vecchi, mi frulla una idea che da tempo volevo proporti: non so se conosci Nicola De Donno, poeta dialettale magliese, famosissimo e presente nelle antologie, per certi versi rivoluzionario. Prima degli anni ’50 c’era la poesia popolare; De Donno ed altri fanno in quel periodo l’operazione che avete fatto voi con la musica: i “neodialettali”, come vengono chiamati, usano il dialetto per parlare di cose alte, importanti… siccome usa molto spesso la metrica del sonetto, l’operazione che potreste provare è unire questa cultura e la musica reggae, ci sarebbe una grande risonanza anche presso gli intellettuali…  i SSS che cantano Nicola De Donno…

NP – Si può fare, è la stessa cosa che abbiamo fatto con i brani della Notte: Beddha carusa o Sajetta… ‘sti brani non sembrano fare altro che aspettare l’intervento di qualcuno per tornare a vivere…  A proposito di intellettuali, sapete chi ci ha chiesto di fare qualcosa per lui? Dario Fo.

MG – Bene. Non so quanto è adattabile un sonetto ma se vi mettete la potete modellare come volete quella poesia, potrebbe essere un bel collegamento con quell’energia culturale…

NP – Stiamo per entrare in studio per fare il nuovo disco e sicuramente vedremo cosa si può fare, ci interessa, si crea nuovo interesse… ma sai quante tesi di laurea ci arrivano? Da Novara, Venezia, sul dialetto, De Martino… La cultura dà da mangiare. Quelli della “Notte” devono diventare professori se no fanno la fine di Ucciu Aloisi che solo negli ultimi dieci anni è stato considerato, prima era “nu ‘mbriacu, nu malandrinu”: se c’è un apparato che produce cultura ed i figli tuoi fanno altrettanto, ben venga, magari…

MG – Ci sentiamo gratificati perchè vengono a fare qui film, fiction… e qui che rimane dopo? Una classe politica che ha degli ambasciatori culturali a costo zero come i SSS, che si sono creati da soli a costo zero per noi, li vuoi utilizzare o non hai una visione di quello che sta succedendo sul tuo territorio? Quando sento un testo loro, da linguista vedo quanto è stata complicata la loro operazione, non era affatto semplice, eppure sono stati capaci di stare sul mercato e restarci, quasi unici nel loro genere. E stiamo parlando del ’91…

NP – Aspetta, le prime feste sono dell’87, a casa a mare a Casalabate; si seppe che facevamo reggae, ma chi veniva non era per il  reggae ma per il dialetto, e per la gente che faceva pizzica sapere che altri tenevano il fegato di cantare in dialetto era ‘na cosa grossa; se ne venivano da noi e tu vedevi che cantavano pizzica con i nostri tempi e quando loro cominciavano con il tamburello noi cantavamo sopra di loro, distanza zero. Poi abbiamo scoperto dopo quanto la musica giamaicana sia vicina alla pizzica, per tempi musicali, temi: l’unica arma di riscatto, di reazione… Noi senza accorgercene ci siamo messi a fare i missionari, un po’ da presuntuosi: se stai triste ti sto portando allegria, se ti senti lontana da casa tua, senti questa canzone e ti passa… ma questo modo di fare non ha funzionato a casa nostra, qui per raggiungere l’obiettivo devi fargli dispetto: io dialetto, tu no! Io sto bene e tu stai facendo la fame! Purtroppo funziona in questo ambiente poco illuminato più questo tipo di competizione che altro. Tu giri il mondo, vedi tante cose che funzionano, pensate e realizzate, poi torni qui e dici: perché?

MG – Perché non ci si mette insieme e solo con molta fatica si fanno le cose. Però i tempi cambiano. Prima non c’era altro da fare che andare in trance, ora possiamo osare: però non siamo classe dirigente, dovremmo fare raccordo, sistema…

NP – Certo, perché ancora non si può parlare di Rinascimento.  Da artista mi pongo il problema se non sto rappresentando una terra più bella di quanto è in realtà, pensiamo ai maltrattamenti all’ambiente, al turismo che è una lima: consuma. Le cose cambiano, è vero, ma possono cambiare in peggio o in meglio.

MG – Infatti noi abbiamo una maggiore consapevolezza che le generazioni precedenti non potevano avere; così come le potenzialità che si stanno creando, infinite, ma ci andrei cauto a parlare di rinascita in atto. Con un mio collega di origini salentine vissuto per tanti anni in America, si parlava di progetti e ricerca. Ad un certo punto mi dice: guarda che se ci pensi, il Salento dal punto di vista delle potenzialità è diecimila volte meglio della California, che ormai è stata sfruttata; io ci tornerei a lavorare qua. Le potenzialità sono enormi perché c’è tutto da fare: gente ospitale,  territorio bellissimo, si mangia bene, si sta bene… però poi economia basata su lavoro nero e morti bianche, discariche incontrollate, mare a tratti inquinato, politiche di sviluppo assenti… L’inghippo sta nel rapporto forte che manca tra la classe dirigente che oggi ha 50-60 anni, quella più giovane e tutte quelle figure che hanno influenza sull’opinione pubblica: c’è troppa autoreferenzialità. Tutto si è basato finora su grandi intuizioni, come quella di Codacci Pisanelli per  creazione di un’Università.

NP – Noi non siamo fatti per reggere concorrenze come quella cinese per le scarpe… siamo conosciuti per le cose che durano nel tempo, dalla Magna Grecia in poi: noi ancora campiamo grazie a loro, grazie a quella cultura.

Simu Salentini. Tutto è cominciato da questa dichiarazione: “Confesso di essermi commosso: abbiamo aspettato vent’anni per leggere  uno tra i più belli articoli mai fatti sul nostro lavoro, ma ne è valsa la pena. Bu ringraziamu de core e autru e tantu a tutti quanti ui!“. Firmato: Fernando Nandu Popu Blasi, che ha messo su facebook l’intervista del linguista Mirko Grimaldi “Sangue nuovo per il dialetto malato cronico“, comparso su questo giornale.

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Abbiamo così messo di fronte, in redazione,  lo studioso e lo “studiato” che non si erano mai incontrati. Entusiasti entrambi, ne è nato un dialogo serrato di oltre due ore e mezzo di cui possiamo offrirvi una galleria fotografica ed un video. Sono venute fuori analisi varie, idee, spunti che potrebbero avere ben presto risposte (i Sud Sound System stanno per entrare in studio per un nuovo album).

Simu Salentini. C’è italiano e italiano, c’è dialetto e dialetto. Come nelle espressioni in lingua italiana si distinguono vari livelli in relazione alla cultura, ai contesti, ai poli di riferimento, all’oggetto stesso, così anche nel dialetto.

Sicché una cosa è il dialetto  che caratterizza le espressioni spontanee, immediate e popolari che fanno parte del folklore, un’altra è quello elevato a lingua riflessa, artistica, non subalterno all’italiano e che trova spazio nelle antologia a carattere nazionale.

Certamente il percorso è stato lungo. Tullio De Mauro, grande studioso della lingua e per un breve periodo Ministro della pubblica istruzione, scrive che nel 1861 solo il 2,50% della popolazione parlava “il latino di Firenze” che si diffonde pian piano e diventa lingua unitaria, processo sostenuto sia dalla scolarità diffusa e, a metà del secolo scorso, dal prepotente ingresso del televisore in ogni casa.

Ci troviamo, quindi, di fronte a quello che viene definito il nazionalismo glottologico, un’unica lingua da nord a sud. Negli anni Settanta la nascita delle Regioni fa riscoprire l’importanza e il valore del “locale”, storia, tradizioni, lingua cioè il dialetto che comincia ad essere considerato in modo autonomo, non subalterno all’italiano. La considerazione di cui in quegli anni godeva il dialetto veniva ritenuto un esercizio di democrazia linguistica.

Bisogna dire che precedentemente al dialetto pugliese non era stata riconosciuta alcuna dignità. Non lo aveva fatto né il Croce, né più tardi Pasolini, nonostante la “garanzia” del padre comune Dante che ne avava parlato nel suo “De vulgari eloquentia”, il trattato sulle lingue  che nascevano dalle ceneri dalla comune lingua latina.

Il dialetto come espressione letteraria  si fa risalire al Settecento  con il “Viaggio de Leuche” di Geronimo Marciano di Salice Salentino   e il “Contrasto sceneggiato gallipolino” databile al 1794. Non ci sono echi in questa produzione del fermento di idee che si stavano affermando e che rinnovavano dall’interno l’intera Europa.  I Lumi sono ancora lontani. La produzione dialettale salentina è di maniera, accademica, nata per lo più in ambienti clericali. Si tratta di poesia prevalentemente d’occasione, in occasione di un viaggio, di un matrimonio, di un’elezione ecc.

Nell’Ottocento la produzione dialettale si sviluppa intorno a centri culturalmente più avanzati: area di Lecce, Maglie e, Gallipoli, Il traghettatore della tradizione tra Settecento e Ottocento è Francesco Antonio D’amelio  la cui produzione è  conosciuta e molto citata, fattore che segna la vittoria sulla poesia di cui non si sono conservati i nomi degli autori.

Bisogna aspettare la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo per trovare la piena consapevolezza della valenza letteraria della poesia  dialettale, produzione autonoma libera ormai dai canoni consueti del comico, del bozzettistico, del caratteristico a cui era legato il dialetto.  Lingua italiana e dialetto hanno ora pari dignità.Di questi anni resta l’esperienza breve di Gaetano Romano, giovane poeta di Casarano (1883-1902) che scive “Canti a vint’anni” e più avanti la triade ampiamentte riconosciuta  Gatti, De Donno e Caputo.

È con questi tre poeti che il dialetto si svincola  dalla subordinazione dall’italiano. Con la produzione di queste “tre corone” si continuano a misurare i poeti, anche giovani, che trovano nel dialetto la lingua ottimale di espressione.

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I Sud Sound System in uno scatto di Flavio&Frank

Simu Salentini. I Sud Sound System sono ormai i più  popolari “ambasciatori” della parlata  salentina, intrecciata con la musica popolare giamaicana, l’altro capo del globo. Come è stato possibile questo originale rapporto: ne parliamo con Mirko Grimaldi, originario di Taviano, professore associato di Linguistica generale e Psicologia del linguaggio  all’Università del Salento e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare sul Linguaggio finanziato dall’Unione europea.

«Si tratta di un rapporto complesso che ancora non è stato indagato in tutte le sue sfaccettature. Bisogna ricordare che fra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 molti studiosi si avvicendavano al capezzale dei dialetti, discutendo di diagnosi e terapie efficaci per una malattia ormai cronica, e altri si preparavano a celebrarne degnamente i funerali. I SSS (e altri gruppi del panorama Hip-hop italiano come i torinesi Mau Mau, i napoletani Almanegretta, i veneti Pitura Freska, ecc.), inosservati, fanno una operazione importante: innestano il dialetto in uno stile musicale nuovo, compiendo una piccola rivoluzione. Il fatto è rilevante perché i SSS fanno parte di quella generazione, nata più o meno nella metà degli anni ’60, che doveva rappresentare la tomba dei dialetti. Il dialetto era vissuto come una colpa da espiare, un marchio negativo da cancellare: chi voleva farsi strada nella vita doveva imparare l’italiano».

Si può parlare di uno o più dialetti salentini?

«Il dialetto salentino, o meglio, i dialetti salentini, parlati nella parte meridionale della provincia di Taranto e nelle provincie di Brindisi e Lecce condividono alcune caratteristiche comuni derivate dal particolare sviluppo che ha avuto il latino parlato in queste zone. Si tratta di peculiarità che caratterizzano soprattutto le vocali accentate (che qui sono 5 e non 7 come l’italiano) e in parte le consonanti. Le stesse caratteristiche sono condivise dai dialetti calabresi centro-meridionali e dai dialetti siciliani. Certo, ci sono poi delle variazioni da zona a zona ma che, sostanzialmente, non intaccano questa unità di fondo».

I loro temi in questi 20 anni.

«I SSS, che hanno fatto una operazione di recupero e rilancio del dialetto in modo consapevole, hanno anche mantenuto, mi pare, un legame profondo con la musica popolare, fondata anch’essa sulla percezione e improvvisazione della parola parlata. Tuttavia le tematiche di una parte della musica popolare erano spesso caratterizzate da uno spirito di rassegnazione che con i SSS diventa di denuncia e riscatto, non solo generazionale ma di una un intero territorio. Questa operazione è stata fatta utilizzando non il codice alto della lingua italiana, ma il codice basso del dialetto. In una forma nuova ritorna la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di una serie illimitata di esecuzioni individuali. Con l’impiego di un dialetto che sostanzialmente appare ‘integro’ vengono introdotte tematiche completamente nuove: politica, problematiche sociali varie, rivendicazioni giovanili, confronto generazionale, ecc».

Quanto i SSS hanno cambiato la cultura musicale salentina?

«La questione va affrontata in modo complessivo. Mentre i SSS introducevano l’Hip-hop nel Salento e lo esportavano nel mondo (e non è una esagerazione) altri gruppi lavoravano al recupero e al rilancio della musica popolare: questi due mondi non erano isolati, ma in continuo contatto. C’è stato a un certo punto un intreccio virtuoso di stimoli e di scambi di esperienze che hanno portato a una influenza reciproca, credo. La musica popolare rivisita e reinterpretata in modo nuovo ha avuto benefici dall’operazione dei SSS e viceversa: l’Hip-hop dei SSS non si è mai sostanzialmente staccato dalla proprie radici. Devo però dire che in un sistema Salento che fagocita tutto in quel puerile autocompiacimento che da secoli ci fa stare immobili sulla soglia di casa con la coppola in testa e lo sguardo fisso nel vuoto ad aspettare che qualcosa accada, l’operazione dei SSS non è stata compresa appieno e non è stata sfruttata adeguatamente, così come non è stata sfruttata in modo adeguato l’iniziativa della Notte della Taranta. Si sono diffuse le retoriche dell’origine e dell’identità, mentre questi fenomeni non sono stati inquadrati in un sistema virtuoso che avrebbe dovuto portare a una vera rinascita del Salento».

 

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Simu salentini. Proponiamo ancora alcuni indovinelli maliziosi che hanno suscitato interesse e tanto divertimento tra i lettori.   Si sa, infatti che la maliziosità, che è presente in tutti, non solo rende l’indovinello più ermetico, ma gli dà anche  più sapore.

1 – La schiuppetta te mesciu Tumasi/spara prima a lli carcagni/poi a lle punte te li nasi

2 – Veni, bedda mia/veni cquai a lli mani mia/te zziccu lu pilu e te fazzu scancare,/nziddu nziddu te fazzu culare.

3 – Ci lu porta panu/ci lu porta spanu,/ci lu porta ruttu/ e ci lu porta sanu

4 – Su’ vvenutu de Napuli mposta/cu lli nducu na cosa tosta:/cu lla face rrimuddare/la signura à de fatiare

5 – Ausete la camisa, cara amante,/nu tte credire ca te fazzu nienti/te ncummu sulu la punta de nanti/ face lu ffettu sou,/poi num b’è nienti

6 – Nu sempre morbedu, nu ssempre duru,/pe llu chiui se usa a llu scuru;/lu pilu sou nu ddae mbarazzu/e lu nume furnisce cu azzu

7 – Pigghialu, nenna mia, cu ddo’ ditilli,/mintulu chianu chianu a ppertusilli,/e cquandu iti ca è ffattu lu ffettu/, stusciali,nenna,cu lu fazzulettu.

8 – Lassame stare, nu mme tuccare;/ però se me spoji te lu fazzu pruare

9 – Ogni ffimmana bbedda fatta/ lu tene cratitu e se lu cratta,/ se lu cratta pel u maritu,/cu lli sape sapuritu.

10 – Preu Cristu e lli santi/cu mmi la minti te nanti,/preu Cristu e ddicu nu Cretu/cu mme la menti cchiù mmeju te retu

11 – Sta a mmienzu a ddo’ culonne,/ se lu tènenu caru le donne./notte e ggiurnu sempre paru/ se lu tènenu caru caru

12 – Cce bbete dda cosa/ca se rricala a lla sposa/e idda se la ficca a lla pelosa?

13 – Quantu cchiù ttostu l’ommu lu porta,/tantu la fimmana cchiùi se cunforta.

 

(Soluzioni 1 peto; 2 capra; 3 grembiule; 4 baccalà; 5 iniezione; 6 materasso; 7 tabacco da fiuto; 8 fico d’India; 9 formaggio; 10 sedia; 11 anello;12 il pettine; 13 il portafogli.

(da”Indovinelli erotici salentini ” a cura di Nicola G. De Donno, Congedo editore, 1990).

Mino De Santis, l'ultimo lavoro si intitola "Scarcagnizzu"

Simu Salentini. Il successo meritato della pizzica che viene considerata ormai la colonna sonora di tutte le cartoline del Salento e viene conosciuta e ballata dappertutto, ha messo un po’ in ombra la produzione della canzone popolare dialettale leccese e salentina. Negli ultimi tempi, però, prima sommessamente, poi accompagnata da un consenso sempre crescente è venuta fuori la voce e la produzione di Mino De Santis, di Tuglie.

Il successo del suo “Scarcagnizzu” oltre ad essere una testimonianza della qualità di un approccio singolare al dialetto, si pone come un punto fermo nel percorso della canzone popolare salentina. D’ora in avanti chi si accingerà a scriverne la storia dovrà fare i conti con lui e con la sua produzione.

E non è  questione di una voce che al primo impatto ti costringe a “sentire” non solo con le orecchie, è quella fusione inscindibile e necessaria tra musica e testo che si scambiano dignità non prevalendo l’una sull’altro. Se poi uno coglie  le contaminazioni  musicali con De Andrè, Paolo Conte e Capossela, intervengono subito i temi dei testi a richiamare l’attenzione e a far drizzare le antenne. Nei suoi testi il dialetto acquista  tutta la  forza descrittiva a volte di situazioni e realtà passate, ma che sono metafore del presente.

Non c’è nostalgia, né rimpianto del passato e delle sue tradizioni. La denuncia, che non è un tema molto frequentato dalla canzone salentina, si carica in lui di ironia che è tanto più feroce quanto più viene espressa con leggerezza. Ma appunto per questo colpisce di più.

Nel suo canto anche alcuni toni  duri della lingua  diventano dolci e il dialetto, che non è quello di un singolo paese ma è quello generalmente  salentino, si apre facilmente il varco alla comprensione anche di chi non è di queste parti. D’altronde non ascoltiamo con piacere il genovese di De Andrè?

Va ascritto anche un altro merito alle canzoni di De Santis: il superamento di quello che è ormai un luogo comune cioè che la canzone dialettale sia espressione  delle classi subalterne. È stato in passato così, ma adesso non più, lo era soprattutto per tutta quella produzione spontanea che nasceva e si rinnovava a seconda delle occasioni: nascite, innamoramenti, morti, ecc.

La musica popolare in vernacolo, infatti,  e non solo quella salentina è legata alle culture regionali e sub regionali, espressione di quella società agricola che allo stato “originale” in realtà è rimasta soltanto in pochissimi casi. Il processo di industrializzazione da una parte e dall’altra una non accettazione e difesa delle proprie origini hanno tenuto ai margini tutta una produzione musicale spontanea. Per fortuna le tracce non si sono perse  e negli ultimi decenni il recupero delle tradizioni popolari, tra cui quella musicale occupa un posto importante, ha permesso di definire un quadro completo dei generi.

È una produzione variegata che comprende ninne nanne e canti funebri, serenate e mattinate, storie e leggende in musica mille volte rinnovate dalla fantasia e dalla sapienza di chi le cantava. Una caratteristica infatti di questa produzione è l’improvvisazione per cui i testi sono soggetti ad un continuo e diversificato ri-uso. Di alcuni canti, per esempio, rimane solo l’idea originale, il nucleo che viene poi ripreso e adattato alle circostanze e ai tempi diversi. Si tratta di una produzione tramandata oralmente di cui non si conoscono gli autori perché il ruolo più importante era di chi cantava e adattava i testi.

Accanto alla  tradizione più schiettamente popolare c’è la canzone d’autore leccese la cui nascita ha una data, il 1921, un cantante, Tito Schipa, una canzone “Quandu te llai la facce la matina”  che insieme a “Arcu te Pratu” è diventata l’inno della cosiddetta leccesità. Ma non si può dire che la canzone portata in tutto il mondo da Schipa abbia origine salentine perché si sa con certezza che non c’è regione italiana in cui una Nina, Ninetta o Rosa o Maria non venga invitata a non buttare l’acqua con cui si lava al mattino.

Ora c’è”Salentu”di De Santis, una nuova “cartolina”. C’è sempre il sole, il mare, il vento, ma c’è altro, tanto altro.

Il lavoro nei campi al centro di racconti e poesie

Simu Salentini. Negli ultimi decenni è successo un fatto che a prima vista può sembrare paradossale:  quando ormai l’istruzione diffusa attraverso la scuola insegnava a tutti la lingua italiana, quando la professoressa più  seguita e rispettata, la televisione, dettava regole definendo anche un lessico omogeneo valido dal Trentino alla Puglia, non c’è stato paese in cui non si è pubblicato un libro di poesie in dialetto o non sia stata rappresentata nelle piazze una commedia in vernacolo.

Da una parte, quindi, appiattimento  nella lingua italiana, che ha dato  comunque la possibilità di far uscire dai ghetti linguistici incomunicabili soprattutto gli anziani fornendo loro gli strumenti per esprimersi e farsi capire, e dall’altra  nuova vivacità letteraria o paralletteraria del dialetto.

Vivacità che si riscontra paradossalmente  anche nelle abitudini diffuse. Se non si trova un genitore che parli in dialetto con il figlio, è anche vero che lo stesso figlio, una volta cresciuto, nella pratica quotidiana con gli amici ed ora nel grande repertorio linguistico-musicale della Rete, riesce ad impadronirsi di quel patrimonio  che i suoi genitori all’inizio gli avevano negato.

Di questo tesoro linguistico è l’immediatezza la caratteristica più evidente, quella stessa immediatezza che per anni è stato un elemento di emarginazione della produzione dialettale perché confrontata con forme di espressione più controllate e riflesse.

Ora tutta  questa produzione popolare, immediata, che per tanti anni è rimasta sul piano della tradizione orale  e che comprende  filastrocche, proverbi, modi di dire, cunti, preghiere, leggende, canzoni, sale alla ribalta, all’attenzione prima degli stessi salentini e poi degli altri e diventa motivo e occasione di riconoscimento e di identità.  Sono considerate espressioni popolari del  folklore e costituiscono un genere letterario a sé, “opera di archeologia culturale”come la definisce Donato Valli. Il fatto stesso, però,  che questo patrimonio sia passato dall’oralità alla scrittura meditata, quindi frutto di una pur minima consapevolezza espressiva, la pone nell’ambito della letteratura popolare.

Il menu è ricchissimo: la creatività e l’interpretazione della vita quotidiana nei proverbi capaci sullo stesso argomento di registrare “saggezze” diverse e contraddittorie,  la tradizione antica dei cunti, le filastrocche, le facili rime che i bambini mandavano a memoria sulle ginocchia dei nonni, le canzoni, le preghiere in cui ogni tanto, deformato, appare il latino.

In questo numero ferragostano vogliamo far sorridere, vogliamo offrire un po’ di leggerezza con composizioni che comunque sono nate in tempi non certi facili e che di quei tempi costituiscono a volte lo specchio, a volte l’evasione, la fuga.

Continuando il discorso iniziato con i soprannomi con cui vengono individuati gli abitanti dei nostri paesi, torniamo a riproporre il dialetto e a parlarne condividendo, però, quello che affermava Nicola de Donno, il poeta magliese che ha portato la poesia dialettale ai massimi livelli. “Bisogna tornare ai dialetti, e non, com’è ovvio, sull’ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero storico di valori comuni!” Nessun rimpianto, nessun mito, nessuna rivendicazione che non sia quella di una identità che  passa anche attraverso il dialetto.

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Il gruppo “Gli Arcuevi” di Matino attualmente impegnati in numerose serate in giro per l’Italia

Matino. Da anni ormai vanno in giro per le piazze a esportare la tradizione musicale salentina e la passione per il loro paese, Matino, sono “Gli Arcuevi”, gruppo di balli e canti popolari composto da Francesco De Donatis, tamburello e voce, Angela De Donatis, tamburello e danza e ancora Antonio Palma, chitarra e voce, Enza Magnolo organetto diatonico, tamburello e voce, Claudio Miggiano chitarra, violino e voce.

Il loro repertorio spazia da brani tradizionali come “Santu Paulu” e “Pizzicarella”, alle pizziche più famose come “Quant’ave”, a pezzi melodici come “Kalinifta”.

Arcuevi, come le stanze più piccole delle tipiche costruzioni salentine, i “caseddhri”, che servono da sostegno per l’intera costruzione.

Il nome del gruppo racchiude in qualche modo la sua storia come racconta Angela: «Fin da piccoli io e mio fratello Francesco, suonavamo e pian piano, con il passare degli anni, abbiamo perfezionato questa passione fino al punto di far nascere un gruppo musicale».

Successivamente si è avvalso della presenza di nomi importanti nel panorama musicale folkloristico assumendo sempre più popolarità, ma lasciando i giovani come punto di riferimento.

Grazie al desiderio di tutta la famiglia, incluso il presidente e padre dei due giovani, Aldo De Donatis, il gruppo è cresciuto, sino a diventare oggi uno tra i più affermati del Salento. Solo quest’estate sono state già 13 le serate in diverse città d’Italia.

Tra gli ultimi appuntamenti anche qualche tappa fuori regione, come Anzi e Saracena, rispettivamente in Basilicata e Calabria.
«Esibirci in diverse città italiane è molto bello – dice Angela – in quanto si conoscono culture e costumi diversi. Molto bello è stato anche scambiare le nostre tradizioni andando in Grecia conoscere gli usi di quella terra, il cibo e la lingua così come in Svizzera».

A decretare il meritato successo targato Matino, anche la partecipazione al festival made in Corsano “Popoli- Global melting pot”, il più grande festival culturale del Sud Salento, selezionato tra le “Eccellenze per i festival” della Regione Puglia e giunto quest’anno alla settima edizione.

A promuoverlo, l’associazione Mir Preko Nada (Pace oltre la speranza) di Corsano, associazione che affianca all’arte in ogni sua forma, scopi culturali e benefici come la realizzazione di un’aula per i bambini delle scuole elementari a Ruhuha, in Ruanda dove l’Associazione diocesana “Amahoro” di Ruffano sta già realizzando un complesso scolastico.

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Marco Tullio detto Cicerone

Simu salentini. Ormai da decenni è in atto, e in questi ultimi anni in maniera ancora più accentuata, un processo di omologazione culturale capace di cancellare o ridurre a semplice icona la memoria storica e con essa anche la lingua che ne garantiva la vivacità e la trasmissibilità.

Tutto è ormai agitato nel gran frullatore televisivo che annulla le distanze non solo geografiche, rende presente quello che è lontano nello spazio e nel tempo, offrendoci tutto in una lingua, la nuova koinè televisiva, che elimina le differenze. Se è quindi incontestabile che la televisione ha portato anche nel centro più sperduto la lingua italiana, sicché è difficile che ci sia una comunità che non capisca l’italiano e non lo parli, è anche vero che l’italiano è ormai diventato indifferenziato, visto che si ispira ad un unico modello, quello televisivo.

È successo tutto nell’arco di pochi decenni: dalla necessità di insegnare a leggere e scrivere attraverso la tv perché “Non è mai troppo tardi” per farlo, all’apprendimento diffuso di una lingua comune, limitata nel lessico, che ha fatto fuori non solo un certo numero di vocaboli considerati ormai desueti o addirittura incomprensibili ai più, ma anche quella capacità di definire sfumature e caratterizzazioni, propria del linguaggio.

Alla omogenizzazione della lingua italiana si contrappone la ricercatezza creativa del dialetto capace di cogliere contemporanemente, usando impropriamente i termini di verleniana memoria, la sfumatura e il colore, dando origine ad una lingua corposa, definita, differenziata perché nutrita dall’uso comune e sostanziata dalla consapevolezza di appartenere ad una comunità.

Leggende legate al passato mitico, stornelli, canti di lavoro e di passione, serenate, cunti, tutto un patrimonio di cultura popolare che ora viene riscoperto e portato alla luce.

Di questo mondo fanno parte anche le ’ngiurie, ‘ngiurite, soprannomi che permettevano alle persone di riconoscersi nella comunità di appartenenza e di identificarsi in essa. Succedeva anche a Roma dove il grande Cicerone era chiamato così da un’escrescenza sul naso simile ad un cece, o a Scipione veniva aggiunto l’”Africano” per ulteriore segno di distinzione all’interno della gens.

Dai soprannomi di un intero paese a quelli singoli: il percorso era sempre nel senso della definizione sempre più sottile, in relazione spesso a fragili elementi sia fisici che caratteriali. Ci sono ancora i soprannomi? Con l’incremento demografico e l’allargarsi delle famiglie i soprannomi sarebbero dovuti diventare un segno distintivo ancora più necessario che nel passato. Non è stato così.

Nel passato erano testimonianza, anche quelli più pepati, della vita di una comunità che si riconosceva come tale anche nel soprannome collettivo che ne evidenziava un carattere e nella caratterizzazione, mai maligna, di quelli individuali. Questo senso è andato perduto insieme al piacere di tramandare di generazione in generazione il termine connotativo di una famiglia. L’apertura al mondo, veicolata dai media, ha prodotto il contraccolpo della solitudine e della condivisione virtuale. Tutto scorre, niente rimane fisso più di qualche settimana. Così i soprannomi che i giovani inventano durano lo spazio di una trasmissione televisva o di una canzone.

Che senso ha oggi recuperare i soprannomi?
Non ha senso se l’operazione è solo un’arida ricerca d’archivio È diverso se il riproporre il patrimonio dialettale anche attraverso i soprannomi rinforza il senso di appartenenza e valorizza la cultura d’origine. Insomma se il tutto finisce col far parte di un’azione culturale che aiuta a ripercorrere il cammino della nostra storia attraverso le persone, anche attraverso i loro soprannomi che fanno parte della piccola storia di ognuno. Sono le piccole storie che compongono quella grande e ci fanno capire da dove veniamo e, qualche volta, dove vogliamo arrivare.

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Simu Salentini. Due le interpretazioni del soprannome di picciuttari dato agli aletini: la prima è semplice e fa riferimento ad un’abitudine e ad un modo di dire, l’altra trova le radici nella storia di quello che fu uno dei maggiori e famosi centri messapici della zona. Quale sia il prevalente non è stato mai stabilito.

Picciotto è un termine di origine siciliana (non sempre con connotazioni positive) e indica i ragazzi.
Dicono che i pescatori siciliani che abitavano ad Alezio, alla fine della giornata lavorativa, dicessero agli amici: «Torniamo a casa dai picciotti». Da qui picciottari. Come si vede, interpretazione semplice legata alla quotidianità.
Più complessa, perché legata alle vicende storiche, l’altra che ora viene riconosciuta come più probabile, una lectio difficilior, rispetto a quella precedente. e più semplice.

Le gloriose origini messapiche di Alezio (Alixias), trovano conferma non solo nella testimonianza di storici antichi come Strabone, Plinio e Tolomeo, ma nei ritrovamenti archeologici degli ultimi decenni che hanno convalidato le testimonianze cartacee, come le numerose tombe, il parco archeologico e il museo, la Necropoli.
Al periodo luminoso messapico seguì quello romano in cui Aletium riuscì a mantenere

la sua centralità soprattutto per merito della via Traiana che partendo da Roma arrivava fino a Gallipoli
Furono i Saraceni intorno all’anno Mille a interrompere la storia prosperosa del centro messapico e gli aletini trovarono scampo a Gallipoli.

Ritornarono nella loro terra quando tre secoli dopo divenne difficile vivere a Gallipoli per le guerre scatenate dal Carlo D’Angiò e preferirono ritornare da dove erano partiti.

Fu ricostruito un Casal d’Alezio o d’Aleccio, che nel corso del Settecento si arricchì soprattutto a grazie alle concessioni di terreno date in enfiteusi da un proprietario, Francesco Alemanno, detto picciotto di Gallipoli.

Il casale allora prese il nome di Villa Picciotti. Nel 1873 un decreto di Vittorio Emanuele II concesse al paese di riprendere il nome di Alezio. Ma Villa Picciotti è rimasto nei “picciuttari”.

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Simu Salentini. Il soprannome per gli abitanti di Tuglie sembra nato da un equivoco “visivo”. Sullo stemma civico, infatti, è rappresentata una calandra, uccello che assomiglia ad un passero. A chi ha affibbiato il soprannome ai Tugliesi più che un passero è sembrato un pulcino. Da qui tugliesi “puricini” pulcini.

La calandra è invece un uccello anche utile perché nidifica sulle tuie (il nome degli alberi che hanno dato il nome alla città) e durante la mietitura dava la caccia alle cavallette che distruggevano il grano.

Questa è una prima interpretazione del soprannome, ma come avviene spesso, ce ne sono altre. Si racconta che in occasione della festa patronale della madonna dell’Annunziata i tugliesi usavano vendere nelle osterie uova bollite. A volte queste uova non risultavano propriamente fresche, anzi, tutt’altro: risultavano tanto “datate” che si poteva correre il rischio di trovare dentro addirittura il pulcino.

Voce al Direttore

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L'ecotassa, per quelle comunità che non avessero raggiunto le soglie minime indicate nella raccolta differenziata dei rifiuti prodotti in casa, era fissata a partire...