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DIALETTO

SIMU SALENTINI. «Andiamo a vendemmiare» era l’invito che si estendeva a parenti e amici e a cui tutti aderivano con entusiasmo. Il giorno della vendemmia, infatti, era una festa da condividere anche con il dono di un cestino d’uva a fine giornata. Come tutti i periodi e le attività salienti della realtà contadina, anche per la vendemmia si registrano numerosi modi di dire. A iniziare dai tempi: “De Santa Esterina, la vigna è cchina” e siamo ancora al 1 luglio, poi  “De San Crispinu, se ssaggia lu vinu” (il  25 ottobre) fino al culmine,11 novembre,  “De santu Martineddhu, minti alla utte lu spineddhu”. Bisogna tagliare l’uva al tempo giusto perché “Ci vindimia troppu prestu, o face picca mieru, o lu face crestu”  e anche in un periodo senza pioggia perché “Vindimia bbagnata, mieru nnacquatu”; meglio ritardare i tempi che anticipare: “Vindimia tardìa, mieru chiù rubustu”.

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Mo te le stumpi, me mummunisciu, su tuttu nu caddhru, aggiu squajatu li sordi, le patatozze, mani nzidrisciate, rungula na moca, parantusa e de cianza, quantu na cocula, le scianucchie frantaddrate, lu palumbu ca ntosta lu pane, nde tratta tutti sozzi: provate voi a trovare in italiano sinonimi a queste epressioni, parole, con le stesse sfumature, richiami, significati reconditi. È il fascino – e il valore – del dialetto, a cui dapprima i Sud Sound System (primi anni ’90) e poi Mino De Santis (da un decennio almeno, ma come autore sconosciuto ai più data anch’egli fine anni ’90) hanno tolto il tappo. Da lingua da nascondere e dimenticare a idioma originale, inimitabile dei nativi salentini e dei loro tanti incroci con greci, romani, francesci, spagnoli… Materia da studiare, come la sta studiando il professore Mirko Grimaldi di Taviano, professore dell’Unisalento, direttore del Centro di ricerca interdisciplinare sul Linguaggio, Dialettologia italiana e una serie di altre specializzazioni. Già nella recente pubblicazione, a fine 2015, avrebbe voluto che l’editore gli concedesse lo spazio sufficiente per trattare, oltre ai Sss, anche il cantautore di Tuglie ma non è stato possibile per cui il suo “Lingua, canzoni e identità” si è fermato allo studio del linguaggio dei Sud. Per una maggiore espressività, un modo diverso di arrivare al pubblico e la forte esigenza di una propria identità, il dialetto è stato sempre più usato dagli autori fin dagli anni ’80: «Si vedano le canzoni della scuola genovese con De André, o di quella napoletana con il primo Pino Daniele e Eugenio Bennato, fino alla poesia neo-dialettale del lucano Albino Pierro (scomparso nel ’95 e candidato al Nobel per la letteratura, ndr)», rileva il prof. Grimaldi che nella presentazione dell’ultimo disco di De Santis “Petipitugna” nell’Oasi francesca di S. Simone di Sannicola ha svolto un breve ma efficace intervento in tema. «Il dialetto era una risorsa disponibile, anche se tutti i dati lo davano per spacciato – ricorda lo studioso – c’era anche la data di morte, fissata da un collega: il 2034. Ma le generazioni ultime hanno saputo scrollarsi di dosso la vergogna nell’usare quella lingua che sapeva di povertà ed ignoranza ed usarla per canzoni che sanno di ribellione e di voglia di cambiare le cose nel luogo in cui si vive. Parlo dei Sud, degli Almamegretta di Napoli, i Mau Mau di Torino, i Pitura fresca nel Veneto…». E Mino De Santis. «Lui fa una operazione interessante – dice Grimaldi – non ricorre ad una improvvisazione abbastanza facile, tutta ispirata alle canzoni da strada dei quartieri poveri con i ritmi incalzanti del rap e dell’hip hop, ma ricuce le tradizioni po- polari da un altro punto di vista, tra i Sud Sound System e le canzoni d’autore cui fa chiaramente pensare per tematiche, testi e stile. Lui usa il dialetto per tratteggiare in poche parole una realtà, le sue contraddizioni e limiti, uno stato d’animo, questo andare e tornare, i miti che crollano». Ne trarrà le conclusioni nel suo prossimo testo dal titolo “Chi non muore si rivede – ultime notizie sulle sorti del dialetti”, ma qualcosa è già fissato. Per esempio, nel differente sguardo tra Sss e De Santis: più coinvolti dalla protesta, dal dover andare via, dalla politica che non funziona i primi; più liricamente preso dai passaggi generazionali con cui fare i conti il secondo. “più scrupoloso nel recupero di vecchie parole, come lo stesso Petipi-tugna, lu sturtija, lu trinchiare…, come se dissodasse un terreno dato ormai per arido. De Santis italianizza molto meno dei Sss”. In un modo e nell’altro, il dialetto salentino rivive alla grande: «Eh sì, tutto ciò fa bene al dialetto, il recupero dell’uso orale, di proverbi, per esempio, anche arcaici, e la loro proiezione a un livello internazionale, come con i Sud in cui dialetto italiano e inglese compongono un modello che di inferiore non ha più nulla. E infatti l’uso del dialetto ha pervaso, oltre la musica, la pubblicità, la televisione, il cinema. E la sua fruizione ancora cresce», conclude Grimaldi, con una punta di polemica verso il suo collega presago di sventure.

Nandu Popu e Mirko Grimaldi incontro in redazione 26-9-2011 (4)

In redazione Nandu Popu e Mirko Grimaldi

matrimonio famiglai surano ratanoGALLIPOLI. Tutto iniziò col n. 14 del 28 luglio-3 agosto del 2011 di “Piazzasalento. Scegliemmo come logo di “Simu salentini” i Sud Sound System  che nelle loro canzoni in dialetto esaltano non solo la  “prima lingua” quella che si imparava sulle ginocchia dei genitori, ma i valori che questa veicola. “Se me senti parlare dialettu/se capisce de dhu ete ca egnu/ Su lu terrone de lu Salentu/intra stu stile me rappresentu/ Me portu cu mie tanti anni de storia/na tradizione ca dura de tantu”.
Proprio al dialetto, in questi cento numeri sono dedicati numerosissimi articoli: proverbi e modi di dire, poesie, filastrocche, teatro in vernacolo, canzoni. Spazio anche alla discussione e al confronto sul suo uso con una lunga intervista al professore Mirko Grimaldi dell’Unisalento e Nandu Popu dei SSS (8). Da una parte la tesi del più grande poeta in dialetto salentino, Nicola De Donno, che afferma che “bisogna tornare ai dialetti non sull’ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero storico di valori comuni”, e dall’altra padre Giovan Battista Mancarella che in un’intervista (11) sosteneva “è una lingua da museo”.

Hanno trovato posto in queste pagine tra i tanti poeti locali: Rocco Cataldi (6) di Parabita, Orazio Testarotta (10) di Taviano, Tonio Ingrosso (12) di Matino; il Natale attraverso i poeti salentini in dialetto ha occupato il numero 13. Tutti gli appuntamenti più importanti nel corso dell’anno sono  stati riletti attraverso le tradizioni locali: Santi patroni (15), i giochi (16), il Carnevale (18 e 42 ), la festa della donna (19), la Quaresima (43), i riti della Settimana santa (20), le Tavole di S. Giuseppe (45), la vendemmia (34), la cucina salentina nelle varie stagioni (51). Poi gli agnomi, i modi di dire salentini (60), le imprecazioni (61).


Fino ad aprile del 2012 a “Simu” sono state dedicate due pagine, col n 21 lo spazio viene ridotto a una non perché diminuisce l’attenzione verso i contenuti, ma perché si aggiungono nuove “piazze”. Dal n.22 fino al 32 l’attenzione è rivolta al matrimonio e le tradizioni del secolo scorso (riti della presentazione della dote, festa del fidanzamento, cerimonia del matrimonio) si contrappongono alle storie di matrimoni contemporanei.
È dell’estate 2013 l’iniziativa di regalare i racconti di scrittori salentini, alcuni affermati anche fuori dall’ambito provinciale, altri esordienti. Dal 53 al 58 sono stati pubblicati i racconti di Giuseppe Cristaldi, Antonio Errico,Vittoria Coppola, Gabriele Marra, Melanton (Antonio Mele), Fernando Congedo e Antonio Pagliara. L’esperienza viene ripetuta nell’estate successiva: dal n. 79 all’ 82 vengono pubblicati, sempre ad agosto i racconti di Melanton, Cristaldi, Errico e Sofia Schito.

Col n. 59 ha inizio una nuova rubrica “Le strade raccontano”, un modo per parlare della storia dei paesi attraverso lo sviluppo e i cambiamenti che le strade hanno subito e le persone o gli eventi a cui sono dedicate. Un tentativo di fare uno stradario tutto salentino e di fornire ai giovani briciole di conoscenza del passato del loro paese. Non mancano gli espliciti riferimenti alla storia attraverso recensioni di libri (guerra di Russia (67), i  trucidati alle  Fosse ardeatine (72), la Liberazione “al femminile” (74) i Caduti di Taviano  nella Grande guerra (88). Hanno trovato spazio i vincitori delle quattro edizioni del concorso di poesia “Ti amo… ditelo in rima” e dal dicembre 2013 al n 64 debutta “Il Caffè”, questa piccola piazza nella Piazza, che si apre il venerdì successivo all’uscita del giornale per recepire commenti e indicazioni.
Piazza affollata la nostra, ma non recintata, è  piazza aperta e seguita anche dai salentini che abitano al Nord e che continuano a riconoscersi nelle nostre tradizioni. Come l’associazione dei salentini a Verona che ha festeggiato lo scorso anno il decimo anniversario della costituzione e che ha trovato ospitalità su queste pagine. Come i numerosi libri recensiti nella rubrica “Leggere è un piacere” che  intessono reti tra quanti amano leggere e scrivere. “Simu salentini” sì, e anche per questo cittadini del mondo e nel mondo.

simu salentini 100simu salentini e mariaGALLIPOLI. “Siamo salentini”: avremmo potuto intitolare così quell’appuntamento quindicinale con le tradizioni, la storia, la poesia, l’arte del nostro territorio, iniziato a fine luglio del 2011. Invece scegliemmo di usare il dialetto, “Simu salentini”, e in questa scelta c’è già tracciato un percorso: il dialetto come una componente importante di quella che viene definita “salentinità” su cui si discute tanto. Qual è la cifra che connota fortemente i tratti identitari dell’essere salentino? E perché se ne parla tanto negli ultimi anni? Da dove proviene questo forte desiderio di riconoscersi in questa terra e di affermarlo ad alta voce in italiano e in dialetto, nel mondo imprenditoriale, artistico, fino alle tante  manifestazioni con un orgoglio che era sconosciuto fino a qualche decennio fa?
Il processo è stato graduale. Si è iniziato dapprima a non vergognarsi di essere del Sud; un senso di inferiorità psicologica era una costante non molto tempo fa. Chi emigrava al Nord, anche per poche settimane, cancellava con una spugna ogni inflessione dialettale e quando si tornava in paese i “neh!” e i “mica” si sprecavano. Si assorbiva subito la lingua del Nord e si stava attenti quasi a non farsi riconoscere perché “terroni”. Come dimenticare che in Lombardia, in Piemonte, in Veneto i meridionali avevano difficoltà ad avere in affitto un appartamento? Poi la svolta, le mutate condizioni economiche ma soprattutto una svolta culturale: i salentini hanno cominciato a conoscere la loro terra e la conoscenza ha portato inevitabilmente ad amarla, a valorizzarla, a esserne orgogliosi.

Un esempio di architettura rurale e un passaggio del lavoro in redazione per offrire sempre scorci il più possibile originali della terra in cui viviamo

Centri storici abbandonati? No riqualificati e riportati a nuovo splendore. Muretti a secco e furneddi, solo pietre? No, architettura rurale da risistemare. E ancora parchi da far rivivere, storie da raccontare, santi patroni da festeggiare, sagre per rinnovare le tradizioni non solo culinarie.
È avvenuto così che il Salento “da mare” è diventato “d’amare” con un fortunato slogan della Provincia di Lecce che in questo percorso ha avuto  un ruolo determinante. Sono stati pubblicati tanti libri, sono state portate a termine tante ricerche storiche che hanno scavato nel passato per far capire meglio il presente, sono stati riscoperti scrittori e poeti e ne sono nati di nuovi, la pizzica è diventata la colonna sonora dell’identità ritrovata. Perché proprio di identità ritrovata bisogna parlare.

Noi nel nostro piccolo vi abbiamo contribuito con questa piazza virtuale specchio di tante piazze reali. La storia delle piazze del sud è completamente diversa da quelle del nord, per ragioni storiche, prima di tutto. Non abbiamo avuto il Comune, ma conti, principi, duchi e i loro palazzi sulle piazze, e poi i santi patroni con tante colonne votive a loro dedicate, e gli orologi che segnavano il tempo del reclutamento della “giornata” lavorativa e del rientro. Insomma le nostre piazze, spazio vuoto, pieno di vita anche quando come dice Vittorio Bodini “In piazza, accoccolati/sulle ginocchia del Municipio,stanno i disoccupati/a prendere l’oro del sole”.

«Vau e vegnu te la chiazza», si dice ancora dopo una giornata di lavoro, perché è qui che scorrono storie, si discute, si critica, ci si diverte.
Non per niente l’idea della piazza, dell’agorà, è strettamente collegata al concetto di democrazia. In questa piazza che si chiama “Piazzasalento” ci siamo fermati per 100 volte parlando di tutto quello che ci riguarda. Cose del passato, che una volta fissate sulla carta, ora appartengono anche al futuro. Cose nostre che ora diventano cose di tutti.

Voce al Direttore

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