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detti salentini

Ondine al lido Fontanelle di Gallipoli nel 1956

L’estate quest’anno si è fatta annunciare con prepotenza  a fine aprile con giornate assolate sui trenta gradi,  e già le previsioni di una stagione lunghissima e torrida hanno cominciato a circolare. Poi qualche pioggia, la temperatura un pochino più fresca e  qualche raffreddore hanno ridimensionato il tutto. Sarà  un’estate come le altre, niente di nuovo sotto il sole salentino. Tanto vale, allora, dare una sbirciatina a quello che dicono i detti popolari dei mesi estivi. E come al solito si tratta di “verità” non sempre vere, un po’ contraddittorie, a volte equivoche e ambivalenti, però ci sono e finora sono passate di bocca in bocca e  da un’estate all’altra.

Primo: pensare alla salute e non scoprirsi precocemente ai primi caldi. Ma, ormai a luglio,  bando alle precauzioni e alla cautela: “Maggiu, vaì adaggiu; giugnu, nu tte fidare; luju, fa’ quel che ti pare”.  Se a maggio e a giugno non bisogna lasciarsi ingannare da temporanee esplosioni estive, a luglio, tranquilli, è già mare, ci si può tuffare nell’estate senza precauzioni per la salute. D’altronde “Luju, cautu ca te squaia, canta lu grillu, canta la quaja, ogne erba ddiventa pajia”.  Per quanto riguarda il lavoro dei contadini “Luju trebbiatore, cu la crazzia de lu Signore”, per il resto non c’è molto da fare “A ggiugnu, luju e acustu, nu ssu’ bbone né fimmine, né mmustu”. 

Ad agosto il riferimento più frequente è all’acqua (che non c’è): “Acqua d’acustu, nnacqua lu mustu”;  “Acqua d’acustu, oju, mele e mmustu”.  Ma dopo agosto non c’è bisogno di comprare i recipienti per l’acqua “Dopu acustu, nu’ sse ccattene utri” perché la pioggia arriverà e allora sarà il segnale che l’estate sta finendo “Prima acqua de acustu, principiu de jernu”. Intanto è il mese  per pensare alla vigna:“Ci ole mustu, sarchia la vigna a acustu”, “Se oi mutu mustu, zzappa la vigna a acustu” e di provvedersi per l’inverno: “Se a acustu nu tt’ai cautelatu, stai male cunzijatu”.  Quindi niente pause in agosto, nonostante il caldo che toglie il respiro e la voglia di prendersi qualche giorno di vacanza. Questa parola era esclusa dal vocabolario del mondo contadino perché le temporanee pause erano occupate dai preparativi dei lavori successivi.

Estate significa anche trionfo della cucina mediterranea, quella che ora va di moda e viene esaltata ovunque per gli ingredienti che la rendono sana e salutare. Melanzane, peperoni, verdure, olio d’oliva e prima di tutto la regina frisella che  ormai è conosciuta ed esportata dappertutto.  Ma chiaramente    non solo friselle e verdure perché, soprattutto nei posti di mare, il pesce ha il suo posto d’onore.  Anche in questo campo la cultura popolare fa dei distinguo come nel caso della sarpa: “La sarpa, d’ogne ttiempu se pappa, però d’acustu, cce gustu, cce gustu”.

E intanto “La vita passa, comu nula a acustu”, veloce, appunto, come nuvola d’agosto. Aspettando settembre. Sarà un “Settembre, sette acque” o un “Settembre ssuttu, matura ogne fruttu” ? Mah, comunque, andiamo.

Foto da www.carusa.it

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Un regalo, si diceva un tempo è “robba presta”, è cioè un prestito che prima o  poi va restituito possibilmente con qualcosa di uguale valore. Su questa strada si è giunti così a poco a poco a considerare il regalo un obbligo, un problema più che un piacere, la quantità e la ricchezza hanno finito  per soffocare l’aspetto più importante del dono.  In tempi ancora lontani dalla crisi attuale, la misura veniva sistematicamente oltrepassata tanto che si era arrivati ad avere timore di essere individuati e scelti per fare da padrini a battesimi, cresime  o testimoni di nozze perché il regalo diventava un vero e proprio salasso economico.

Ma al tempo della crisi che succede?  Finisce che si riscopre il vero significato del regalo, di quello di Natale e di quelli legati ai vari eventi o tappe della vita quotidiana. Succede che si finisce per scoprire quello che c’è nel dono, la gratuità che gratifica chi lo fa e “libera” chi lo riceve. Succede che si scopre che fare un dono significa manifestare la volontà di una nuova o rafforzata relazione sociale perché è proprio la situazione di squilibrio che si crea tra chi dà e chi riceve ad “accendere” una nuova relazione.  Se si rifiuta un dono, si rifiuta un’offerta di relazione, di amicizia.

Succede anche che al tempo della crisi e a due settimane dal Natale, Piazzasalento vuole sottolineare i regali che ci fanno alcune realtà del nostro territorio: è un poeta bambino che ci invita a guardare quello che ci circonda con occhi nuovi, è una Tenda che  si sposta per portare e chiedere solidarietà, è l’ingenua leggenda gallipolina della madre di S. Stefano,  sono le bande festose di bambini guidati da operosi maestri, sono le “carenule” che dovrebbero farci prevedere il 2013 dal punto di vista meteo. E anche l’olio di Sannicola che arriva in Africa e un festival di musica e danze finalizzato a donare un minibus ai bambini di “Nova vita”.

Sono regali gratuiti, liberi, non “robba presta”, che chiedono soltanto di essere presi come “segni” e pretendono un solo modo di “ricambio”: l’accoglienza.

Il viale della Rimembranza di Alezio, che porta al cimitero

“Non c’è più tra noi; è passato  a miglior vita; è salito in Cielo; è tornato alla casa del Padre”: tutte perifrasi, giri di parole consolatori, per indicare una verità che non ammette sfumature.  È la morte, che accomuna tutti, uguale e livellatrice. Inevitabile, anche se la sola idea della morte viene esorcizzata facendo di tutto per non entrare in contatto diretto con lei: non si muore in casa, ma in ospedale, nelle case di riposo, sulle strade. E quando c’è un motivo di eccezionalità  (la giovinezza, l’eroismo involontario, una vita sotto i riflettori politici e no) la morte diventa spettacolo con un ultimo applauso, fuochi d’artificio, voli di colombe, rombi di motori.

Alla morte non si vuole pensare, ma il 2 novembre di ogni anno ci apre una parentesi di riflessione e di silenzio, con i cimiteri affollati, con i crisantemi  e il ricordo di chi non c’è più. Un giorno, una settimana, e poi si torna alla fretta di sempre. In passato ci pensavano i detti popolari a ricordare l’inevitabilità della morte, ineluttabile come il passaggio del tempo:”Mentre lu tiempu va, la morte vene”; “Ne purtamu la morte su lle spadde”; “Se campa sempre cu lla morte an canna”; “Cu lla vita cumincia la morte”. Insomma la vita e la morte, due facce della stessa medaglia perché in ogni caso:“Facennu male e sperannu bene, lu tiempu passa e lla morte vene”. E via con una serie di definizioni: “La morte nu ttene regule de tiempude urariu; nu perduna; nu perduna mancu a Cristu; num porta rispettu; num pija tiempu; sana tutti li mali; è lu rimediu de li guai”.

La “livella” non guarda in faccia nessuno  “La morte nu sparagna re de Francia e re de Spagna”; coglie tutti indifferentemente al di là della classe sociale di appartenenza: “Tuzza a lli purtuni, e ttuzza a lle porte”. Non vale nascondersi perché “A ddu te scunni, la morte te troa”; “Scappa a ddu oi, la morte a ddai te spetta”; e non c’è possibilità  per ostacolarla:” Contru la morte nu nc’è arte”; e ” Quannu la morte è vicina, nu ggiova duttore né medicina”. Non vale nemmeno invocarla perché: “Morte chiamata, cchiù tardi vene” ; “Morte preata, nu ssente mai” ;”Quannu la chiami, la morte nu vvene”  e “Tomba priparata, morte rimandata”.

In conclusione, al di là di ogni definizione,”Ttre cose de la morte nu ssai: né cquannu, né ccomu, né dde ddune”

La morte merita rispetto, ma c’è un genere che suscita una reazione differente, quella per funghi: “Cinca more de morte de fungi, o nu llu chiangi, o fingi” e ancora: “Mortu cu lli fungi, nu sse merita llu chiangi”. Come se fosse davvero una morte cercata; morire per i funghi sarebbe proprio da stupidi.

E che dire del fatto che la morte copre con un manto di pietà tutti gli errori? Che tutte le cose negative vengono dimenticate e si esalta anche colui che poco tempo prima era stato oggetto di denigrazione?  I proverbi non ci stanno e spietatamente sottolineano con un detto lapidario che la morte non cambia né addolcisce niente: “Ci è ffessa an vita, è minchia am morte”.

Moglie, marito e figli, le tre “colonne” su cui si sosteneva il matrimonio; ogni “ampliamento”, se c’era, era ben occultato. Niente famiglie allargate, tutto  scorreva su binari abbastanza rigidi e se c’era flessibilità era tollerata e permessa solo nelle classi alte perché ai nobili, ai ricchi tutto era concesso anche andare contro il buon senso comune a cui invece erano obbligati tutti gli altri.

Su questo numero parliamo di figli, sempre attraverso i proverbi, con la raccomandazione che più volte abbiamo ripetuto: i proverbi non sono depositari di saggezza, ma indicatori di mentalità e bagaglio di tradizioni.

I figli erano sempre  ritenuti il necessario completamento del matrimonio. Anche in periodi difficili erano ben accetti : è vero che erano bocche da sfamare ma anche potenziali braccia da lavoro e speranza di ricchezza futura.

Non si possono certo scegliere: “Fijie e fiji, comu te li dave, te li piji”, ma era auspicabile una famiglia numerosa: “Fiji e cuperchi, nu ssu’ mai superchi”; “Fiji e bicchieri, nu bbastane mai”;”Fiji e turnisi, nu ssuntu mai troppi”.

D’altronde non era consigliabile avere un solo figlio  perché “Fiju sulu, fessa crisce” e “Fiju sulu e ncarizzatu, ddo’ fiate discrazziatu”; e ancora “Fiju uno, fiju nisciunu”. Ma come al solito c’è il proverbio che contraddice quello detto finora. Molti figli? Non è il caso perché :“Fiji muti, malannata sempre” , riferito, appunto all’aumento di  bocche da sfamare.

Particolare attenzione veniva prestata alla figlia, basta dire che veniva considerato un buon matrimonio quello che al primo parto era allietato dalla nascita della femmina: “La bbona mmaritata, face fimmana la prima fiata” e ancora “Ci bboni vicchizzi ole fare, de la fijia fimmana à ncignare”.

La predilezione per le figlia femmina veniva sottolinata dal rapporto con la nuora che non sempre era tranquillo: La nora nu te scarfa e nnu tte ndora: lu fiatu te la fija è quiddu ca te ripija”. Predilezione che si estendeva anche ai nipoti, ai figli della figlia femmina, naturalmente: “La fija te la fija tutta me mpija, tutta me mpija; la fija te la nora, num me fete e num me ndora”

I proverbi dicono la loro anche nel campo dell’educazione dei figli. Assodato il fatto  che “La pesciu arte è ccu crisci fiji”, allora bisogna prendere atto che “Ugnunu bbitua li fiji comu ole e ssape”. Con una raccomandazione comune, però: niente coccole, perché “Fijiu cocculatu”fiju malemparatu” e “Fiju troppu cuttentatu, nu rivesce custumatu”.

In conclusione, molti figli, pochi figli, il dibattito è aperto. Ma alla fine c’è un proverbio, secco, che non ammette aperture in nessun senso:  “Lu veduvu senza fiji tene la meju famija”. Così, senza mezzi termini, senza moglie e senza figli.

 

Un vigneto in zona Pizzo, Gallipoli

Simu Salentini. Novembre si apre con tutti i santi e l’invito è quello di riguardarsi “Te tutti li santi cappottu e quanti”. Se non si è provveduto, le numerose fiere autunnali offrono quanto serve per affrontare autunno e inverno: capi di vestiario, ma anche legumi, frutta secca, attrezzi per la campagna. Si dice anche: “Te tutti li santi, ci sta rretu  passa nnanti”, a indicare che in quel giorno vengono ricordati proprio tutti, anche i santi che non trovano posto nel calendario.

Un saluto, il 2 novembre,  a quelli che non sono più con noi  “Bonasera a tutti ui/siti stati comu nui/imu essere comu a bbui/bonasera a tutti ui”. Nel giorno dedicato al ricordo dei morti in alcuni paesi si usava  aprire le “capase” e mangiare i fichi secchi con le mandorle, profumate di alloro.

Il vino nuovo è alle porte, ma prima di S. Martino c’è S. Leonardo, il 6 novembre, che richiama il contadino al suo lavoro: “Te San Linardu chianta le fae ca è tardu”

Poi S. Martino, l’11 novembre che si “dilata” fino al 12, come a Taviano: “Te San Martinieddhu minti alle utti lu spinieddhu”.

Si spera che il vino sia buono perché “Quandu lu vinu è bbonu, lu vindi puru senza frasca” senza cioè mettere un segno di riconoscimento all’ingresso della “puteca”, un ramo di alloro o di mirto.

E se non è buono quello di quest’anno c’è sempre quello della scorsa stagione perché “Vinu te ddoi anni, oju te n’annu, pane te ‘nu giurnu e ou te n’ora”. È una caratteristica dei proverbi e dei detti popolari, considerati fonte di saggezza, quella di non escludersi a vicenda, ma di sommarsi l’uno all’altro rispondendo così alle esigenze variegate di chi li usa per avvalorare il proprio punto di vista.

Se il vino è pronto, gli ulivi sono carichi di promesse perché l’oliva sugli alberi così dice: “Su signura te ertu palazzu/ verde suntu e niura me fazzu/casciu an terra e nu me scrafazzu/ vau alla chiesia e luce fazzu”. E ancora:”L’ulia chiù pende, chiù rende”. Non poteva essere altrimenti, visto che l’ulivo è considerato una pianta sacra, per il mito legato a Minerva e per i cattolici perché credono che un cavo tronco d’ulivo abbia dato riparo alla sacra famiglia inseguita dai soldatio di Erode. “Aprite ulia e scundi Maria”. In ogni caso, vite e ulivo sono resi “sacri” dal lavoro e dal sudore di tanti agricoltori salentini.

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Simu SalentiniIeri erano ‘Mbru-‘Mbru (uno a cui piaceva il vino), Fuma (uno facilmente portato all’ira, ad accendersi),  Moi -moi (dal latino mox, subito, la rassicurazione di un ritardatario), Mintifocu  (un provocatore di liti), Gattuniuru (un menagramo),  Settemenne (seno prosperoso) le ‘ngiurie familiari e personali in circolazione nei paesi, oltre quelle – qui già citate – che etichettavano intere comunità. Ma oggi, tra i ragazzi, che tipo di soprannomi circolano? Sono ancora di uso frequente?

Basta fare un giro su facebook o su qualsiasi altro social network per avere la risposta. Oggi come ieri non c’è cattiveria, semmai una quantità variabile di voglia di prendere in giro benevolmente. Per cui un ragazzo che balbetta lievemente diventa ‘Nciarfy, con un tocco di irrinunciabile inglesismo; il figlio del becchino è Schiatty (da schiattamorti), Jacopo si trasforma in Jacobus, perchè ha un’auto di otto posti; ricordando Ace Ventura, il film sull’acchiappanimali, ecco l’italianizzato Eis, anche per via del cognome che richiama il film. Babu (un tipo un po’ imbambolato) ha radici più popolari, a differenza dell’ultracontemporaneo Screech, appioppato ad un particolare dj.

Taulone fa pensare ad un ragazzo piuttosto rigido nei movimenti, forse per timidezza, mentre Berty sta per “tipo dispettoso come una bertuccia”, una scimmia cioè. Fa pensare al soprannome Cicerone Merlo, per via del grosso naso. Fino ad un simpatico Ferdinudo, un Ferdinando che non indossa mai magliette.

Voce al Direttore

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Ora che è passata la festa – giusta: logistica adeguata a compiti delicati e decisivi per il grado di vivibilità – possiamo tentare...