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davide mauro

Gallipoli – Già tre ore prima piazza Tellini ha i segni di quello che sarà, per precisa volontà dei ragazzi coetanei dello scomparso e già con un dolorosa memoria alle spalle. “Davide e Marco per sempre nei nostri cuori” ha scritto una mano anonima su di una tela bianca. “Fratelli da sempre, per sempre, per la vita! Ciao Davide”, ha continuato in un altro striscione e poi ancora “fratelli” in un altro messaggio. Sarà che hanno voluto per forza una chiave a tutto quanto accaduto, sarà che così ci si rincuora non poco, ma gli amici di Davide Mauro – morto domenica mattina a 22 anni, dopo essersi sposato con la sua Deborah, 23enne, compagna per nove anni e sposa per sei giorni (qui l’articolo) – hanno trovato questa strada per sentirsi meno soli e far sentire meno solo anche Davide.

La lettera degli amici ai due “fratelli”.  Come se il suo amico fraterno Marco Barone – deceduto per uno stesso male nell’aprile del 2015 – lo avesse solo preceduto ed ora accolto, come hanno scritto in una lettera i loro amici: “Il tuo Marco ti aspettava (aveva tatuato il suo nome Davide, ndr) , ti mancava quel tuo amico d’infanzia che hai sentito sempre accanto a te. Ora sorridete insieme. Ciao Marco, buon viaggio Davide. Vi vogliamo bene”. Ben oltre la morte, quasi uno sberleffo. Come quello ad opera di san Paolo ai Corinzi, richiamato da padre Ignazio Miccolis: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è il tuo pungiglione?”.

Teste chine e sguardi attoniti. Un sorriso solo quando padre Ignazio sbaglia squadra…. La chiesa del “Sacro Cuore” è gremita. Moltissimi i giovani e tutti con gli occhi lucidi. C’è chi non trattiene i singhiozzi, si alza e va via; chi non nasconde piccoli gesti d’insofferenza davanti ai perché che non hanno risposta, se non si ha una forte fede o si è troppo disperati. I riferimenti al loro caro commuovono i familiari di Marco; piangono e si consolano per un ricordo ancora così vivo e genuino. Scappa anche un sorriso quando l’officiante sbaglia la fede calcistica dei due: juventino Davide (all’uscita lo aspettano palloncini bianchi e neri), interista Marco. Ma va bene anche questo, pur di allentare un poco la cappa che grava su tutti, anche sconosciuti e passanti che si fermano a guardare tanti adolescenti con la testa china per nascondere lo sguardo attonito.

Proprio oggi sarebbe stata la data del matrimonio, in tempi normali. In prima fila Deborah Solidoro è fra i genitori di entrambi e il nonno di Davide. Da quel 23 settembre in cui partirono con tante speranze per Roma, non lo ha abbandonato mai il suo sposo. In tutti i sensi. «Gli ha regalato sorrisi anche quando era proprio difficile sorridere», dice una parente. Anche durante la festa del matrimonio di lunedì scorso, con festicciola finale a cura della Lilt. «Ai due fidanzati riconoscono una dedizione reciproca assoluta, una vita in comune, che non poteva finire che con un patto tra marito e moglie. Prima di quel settembre in cui il tempo è impazzito; prima delle viste al “Sacro Cuore” e poi a San Giovanni Rotondo, per quella gamba dolorante e gonfia, i due avevano fissato la data: ci sarebbe stato oggi il matrimonio “normale”», come rivela Carla Solidoro, zia di Deborah: «Dopo l’intervento chirurgico a Roma, al Policlinico – aggiunge la parente – Davide era tornato a casa. Avevamo tutti la sensazione che il peggio fosse passato. Abbiamo fatto anche festa. E invece…». Invece poco dopo, si sono messi a squillare altri allarmi: una tosse frequente, ancora esami, una macchia scura nei polmoni. E l’impossibilità di provare con la chemio per le condizioni fisiche ormai deteriorate.

“Deborah, posso andare?”. A sua moglie Davide ha chiesto l’ultimo permesso. «Domenica mattina – ricorda malinconicamente un testimone – intorno alle 9 ha detto a Deborah: “Me ne posso andare?” “Perché, dove devi andare…”, ha detto lei. Dopo pochi minuti ha ripetuto la domanda: “Me ne posso andare?” Alla risposta di sua moglie (“Va bene, vai…”), è spirato». Un gruppo di giovanissimi è radunato intorno ad una panchina, in attesa del feretro. Amici di Davide? «Sì, ci salutavamo ma niente di più», dicono al cronista. E cosa vi ha portato qui? Si guardano imbarazzati. «Quello che è successo», risponde uno. Devono ancora capire cos’è la vita, figuriamoci quando fa capriole incomprensibili fino a tramutarsi nel suo contrario.

“Vivere, e sperare di star meglio”. “Vivere, vivere/E sperare di star meglio/Vivere, vivere/E non essere mai contento/Vivere, vivere/E restare sempre al vento a/Vivere e sorridere dei guai/Proprio come non hai fatto mai/E pensare che domani sarà sempre meglio…”. Hanno citato il loro Vasco nel loro saluto a Davide e Marco e letta in chiesa. Parole e note sono riecheggiate in piazza prima del percorso verso il cimitero. Solo quelle parole e quelle note, nient’altro. Se non la voglia matta di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno. Che li metta magari al riparo e li incoraggi: “Domani sarà sempre meglio…”. Di oggi.

Ha collaborato Amleto Abbate

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