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Daniele Manni

Racale – Scuola innovativa e di talento, quella rappresentata dal prof. Daniele Manni, unico insegnante italiano tra i 12 finalisti all’Innovation and Entrepreneurship Teaching Excellence Awards, premio dedicato all’eccellenza didattica in tema di innovazione e imprenditorialità. Italo-canadese, figlio di genitori racalini espatriati oltreoceano, Manni è da circa un trentennio docente di Informatica presso l’Istituto “Galilei-Costa” di Lecce. Il 20 e 21 settembre prossimi, sarà lui a rappresentare l’Italia alla 13^ Conferenza Europea sull’Innovazione e l’Imprenditorialità, ad Aveiro in Portogallo.

La sfida con docenti da università di tutto il mondo – La capacità di stimolare l’inventiva e la spinta all’autoimprenditorialità l’ha reso celebre in Italia e all’estero. Suo il merito della creazione di numerose giovani startup in campo economico e sociale, fatto questo che già nel 2015 gli è valso la candidatura al Nobel per l’insegnamento, il Global Teacher Prize. Un altro dettaglio degno di nota è che nella competizione europea in Portogallo il prof. Manni sarà l’unico docente di scuola superiore e concorrerà con colleghi di didattica innovativa provenienti dalle più prestigiose e rinomate università europee, asiatiche e americane: Kevin Chu Wing Ki (Open University of Hong Kong – Cina), Dries Faems (University of Groningen – Olanda), Paul Flynn (National Universty of Ireland Galway – Irlanda), Christian Friedl (FH Joanneum University of Applied Sciences Graz – Austria), Angela Hamouda (Dundalk Institute of Technology – Irlanda), Sara Calvo Martinez (Middlesex University London – UK), Viviana Molina Osorio (Universidad Autónoma de Manizales – Colombia), Jeffrey Sohl (University of New Hampshire – USA), Christy Suciu (Boise State University – USA), Ralf Wagner (Kassel University – Germania).

Ogni candidato è chiamato a presentare un proprio progetto: Manni relazionerà su un lavoro dal titolo A 15-year experience in teaching Entreprenership in high school, con cui dimostrerà come un’educazione ispirata all’imprenditorialità può apportare benefici alla forma mentis degli studenti di età compresa tra i 14 e 18 anni, indipendentemente dalla loro aspirazione a una futura carriera da imprenditori.

Uno stimolo all’autoimprenditorialità, fin dalla scuola – “Sono particolarmente contento di questa notizia, perché grazie all’eco che ne dà la stampa consente di raggiungere tante scuole e tanti docenti in Italia, affinché anche loro possano cambiare qualcosa nella propria didattica e nel proprio approccio agli studenti – spiega il prof. Manni. – Inoltre, questo è uno stimolo in più per incentivare gli studenti delle scuole superiori all’autoimprenditorialità”. Proprio la sinergia che il prof. Manni ha saputo instaurare con i suoi studenti ha portato alla concretizzazione di progetti ben avviati e conosciuti: fra questi la startup sociale Mabasta (Movimento Anti Bullismo Animato da Studenti Adolescenti); xCorsi, piattaforma web dedicata alla formazione; Smart Siti, per la progettazione smart di siti web; #InBeautyWeTrust, startup che si occupa di marketing del territorio attraverso la cultura della bellezza.

 

Gianni Vantaggiato

Melissano – Una conferma della validità delle indagini; un’auto in fiamme appartenente ad uno degli arrestati. Tiene ancora banco  l’indagine sul clan dedito allo spaccio e con uno scontro intestino in atto per la gestione della “piazza” dopo due uccisioni, a marzo (Manuel Cesari, 37 anni, e lo scorso luglio (Francesco Fasano di 22 anni). Una branca dell’attività della magistratura e delle forze di polizia si va svolgendo ormai nelle aule giudiziarie da cui dipendono le sorti dei dieci arrestati, tra cui gli accusatori dell’omicidio di Fasano, Daniele Manni e Angelo Rizzo, di 39 e 23 anni, entrambi di Melissano. Loro ed altri cinque hanno presentato istanza al Tribunale della libertà per la cancellazione dei fermi decretati in prima istanza dalla Procura della Repubblica di Lecce e già vagliati e ritenuti idonei dal giudice delle indagini preliminari.

Dello stesso avviso sono stati i tre magistrati del Tribunale del riesame che hanno confermato sia gli arresti che le ipotesi di reato, basate su solide intercettazioni ed altri riscontri, circa l’esistenza di un’associazione a delinquere per lo smercio di droga: restano dentro quindi anche Antonio Librando, 52 anni; Gianni Vantaggiato, 48; Maicol Manni, 27; Luca Piscopiello, 37; Luca Rimo, 35 anni. Completano il gruppo malavitoso Pietro Bevilacqua (scampato ad un primo tentativo di uccisione di Fasano con lui presente in auto), 32 anni; Luciano Manni, 65 anni; Biagio Manni, 60 anni, questi ultimi due i contendenti con un palio il controllo dello spaccio a Melissano e in paesi vicini come Racale, Alliste, Taviano e Gallipoli (nei mesi della movida).

Che qualcosa covi ancora sotto la cenere – come confidato a Piazzasalento a canna di pistola ancora calda da un investigatore – lo ha  chiaramente dimostrato un altro episodio accaduto in paese nella notte de 16 agosto scorso. Alle 2,30 circa in via Edmondo De Amicis si sono alzate le fiamme da un’auto posteggiata davanti ad una abitazione. Domato l’incendio, si è appurato che si tratava di una Nissam Qashquai intestata ad un 48enne che figura tra gli arrestati del blitz dei carabinieri di Lecce e Casarano: era l’auto di Gianni Vantaggiato, residente a Tonco in provincia di Asti; quella adiacente è la casa dei suoi genitori. Danni alla parte anteriore dell’auto e ad alcuni infissi dell’abitazione.

Cosa ci sia dietro a questo “avvertimento” è ora un altro scorcio su cui fare luce da parte di coloro – con il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi in prima linea – che stanno dipanando i fili e gli spunti emersi dalle massicce intercettazioni prima durante e immediatamente dopo l’assassinio di Francesco Fasano, ucciso con un colpo di pistola alla tempia ed abbandonato sul ciglio della strada provinciale per Ugento. E’ dato per scontato che un territorio storicamente attivo in fatto di spaccio di stupefacenti ed altre attività criminose, faccia gola a diversi gruppi operanti in quella zona ed in quelle limitrofe che, dopo l’uscita di scena dei boss di Casarano e Taurisano, stanno progettando nuovi assetti operativi con gerarchie nuove e ben definite.

 

Daniele Manni

Melissano – “Gravi e concordanti indizi di colpevolezza” hanno portato il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, a confermare gli arresti per i dieci uomini che sei giorni fa sono stati coinvolti, in misura differente, nell’omicidio di Francesco Fasano, 22 anni, di Melissano. Ad eccezione dei presunti autori dell’uccisione, Daniele Manni (foto sotto), 32enne di Melissano ma residente a Casarano, e Angelo Rizzo, 23 anni, di Melissano, per tutti gli altri il giudice non ha riconosciuto tra le motivazioni addotte per il fermo di polizia quello del pericolo di fuga. Gli otto componenti i gruppi che si stanno fronteggiando per contendersi il mercato della droga nella zona, la sera dell’agguato mortale sulla Provinciale per Ugento, erano stati rintracciati tutti nelle loro case. Non così Daniele Manni e Rizzo, che si sono subito allontanati dal paese, passando per Gallipoli e poi Lecce.

Degli altri otto arrestati, solo due hanno scelto la linea di rispondere alle domande del magistrato, respingendo nettamente ogni accusa: Antonio Librando di 52 anni e Gianni Vantaggiato, 47enne residente in provincia di Asti. Hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere Pietro Bevilacqua 32 anni, Biagio Manni, Luciano Manni di 50 e 65 anni (i due capi dei due gruppi in contrasto fanno parte di una lunga famiglia e sono cugini, non fratelli come erroneamente riportato in un primo momento), Maicol Andrea Manni di 27 anni, Luca Piscopiello37enne e Luca Rimo di 36 anni. I loro avvocati difensori puntano a giocarsi le loro carte nei passaggi successivi del procedimento giudiziario. Che intanto ha visto premiato il lavoro svolto dalla Procura della Repubblica di Lecce e dal procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, con i carabinieri di Melissano e del Nucleo investigativo di Lecce. Magistrati e forze dell’ordine hanno portato portare all’esame del Gip una mole notevole di intercettazioni ambientali (microspie) e telefoniche.

Gli indizi a carico dei dieci indagati sono  di una gravità tale circa la “partecipazione al sodalizio dedito al traffico di stupefacenti sulla piazza di Melissano (com’è facile da desumere dai discorsi sul prezzo, la qualità della sostanza stupefacente”, che il carcere è l’unica misura cautelare adeguata sia per congiurare l’inquinamento delle prove che il rischio di reiterazione del reato, anche alla luce dell’alta tensione tra i due gruppi e della spregiudicatezza criminale di alcuni di loro, tra pregiudicati e i tre condannati per omicidio.

Il giudice per le indagini preliminare sancisce l’esistenza di due gruppi come descritto da Piazzasalento, in quello che era stato fino al marzo scorso il regno di Manuele Cesari, ferito in un agguato e poi morto in ospedale dopo una settimana. Da allora sono scattate le indagini ma anche le lotte interne a chi doveva prenderne il posto. In lizza Luciano Manni, padre del presunto assassino Daniele, e Biagio Manni. Grazie sempre alle meticolose intercettazioni, il Gip scrive tra l’altro dei “contrasti  insorti tra due fazioni in ordine alle gerarchie interne a seguito della rapida escalation di Manni Daniele, personaggio violento, autoritario e senza scrupoli, che poteva contare sul sostegno del padre Luciano e del fratello Maicol”. Secondo l’accusa, Daniele Mani è anche protagonista del primo tentativo di far fuori Fasano, cinque giorni prima del colpo alla tempia sparato da distanza ravvicinata con una calibro 9.

Gli esami Stub diranno fra qualche giorno se si sono riscontrate tracce di esplosivo sulle mani dei due bloccati per primi, Manni e Rizzo. Oltre a loro due, fanno parte del gruppo di Luciano Manni, l’altro figlio Maicol, Luca Rimo, 35enne. Con Biagio Manni, oltre al defunto  Fasano, ci sono Pietro Bevilacqua, Luca Piscopiello, Antonio Librando, Gianni Vantaggiato. L’autopsia molto probabilmente confermerà che l’omicidio è avvenuto intorno alle 23, orario in cui dal telefonino Francesco Fasano risponde ad una chiamata. Dieci minuti dopo il traffico da quel cellulare finirà.

Melissano – Intercettazioni, osservazioni dei movimenti, indagini fitte in corso da marzo; poi, appena scoppiato lo scontro interno ai due gruppi di quello che era un unico sodalizio, l’intervento a colpo quasi sicuro. Nell’arco di 24 ore dall’omicidio di Francesco Fasano, 22enne, sono finiti in carcere dieci uomini: Daniele Manni, Angelo Rizzo, Pietro Bevilacqua, Antonio Librando, Biagio Manni, Luciano Manni, Maicol Andrea Manni, Luca Piscopiello, Luca Rimo, Gianni Vantaggiato.

La guerra interna ha assunto i toni ultimativi quando nel marzo scorso qualcuno ha tentato di uccidere il leader della zona, Manuele Cesari; non vi era forse quella intenzione. Chi ne contestava il potere e la durezza nei rapporti probabilmente mirava ad un avvertimento, una gambizzazione che però – per le ferite riportate da quei colpi, hanno condotto il boss alla morte dopo alcuni giorni di ospedale. Si è appreso questo ed altro dalla conferenza stampa svoltasi a Lecce questa mattina.

Come che sia, la scomparsa di Cesari aveva acceso nel clan la lotta alla successione per gestire in prima persona il traffico di droga di notevoli dimensioni con il relativo mare di soldi. Sorprende per certi versi che la vittima designata di martedì notte, attirata fiori paese per essere liquidata ferocemente per poi essere travolta da un automobilista di passaggio, fosse già stata fatta segno di un altro attentato sconosciuto ai più perché non denunciato. Il 19 luglio Fasano era in macchina con uno degli arrestati, Pietro Bevilacqua; ad un certo punto un’altra auto si era affiancata e da lì erano partiti dei colpi d’arma da fuoco che però non avevano raggiunto i bersagli umani. A chi chiede al 22enne – lo si legge in una intercettazione – se lo hanno fatto apposta per non colpirli o se hanno sbagliato la mira, l’interessato risponde con tono quasi premonitore che secondo lui si sono sbagliati.

Eppure dopo il primo chiaro attacco Fasano non apre bocca, non denuncia, non ne parla; non se ne sa niente; anche il suo compagno presente in macchina tace. All’incontro con la morte, forse sentendosi ormai senza più via di scampo, quasi rassegnato il giovane ci va con l’auto intestata al padre di Bevilacqua. E’ il suo ultimo viaggio, da ragazzo incensurato eppure capitato in un giro molto più grande di lui. Rispecchia questi sentimenti qualche commento di quelli apparsi sulla pagina Facebook di Fasano. “Non credevo fosse possibile arrivare a questo”, confida una ragazza; eppure “Eri proprio tu a chiedere a me, negli ultimi messaggi, come sto…” scrive un’altra giovane donna. E ancora: “Non meritavi di andartene così”. Infine: “Sempre con la mano sulla tua spalla. C’ho provato ma non è bastato”, il messaggio di un uomo. Lui ha lasciato il suo di messaggio postato tempo fa in copertina: “Amo sognare. Almeno lì va tutto come dico io”.

In paese le reazioni sono visibilmente imbarazzate più che altro: facce rassegnate al peggio, persone che si stringono nelle spalle; qualcuno ricorda che fino a pochi mesi fa quel giovane era andato a lavorare in Germania (a Cuxhaven, Bassa Sassonia) e che non sembrava proprio “uno di quelli”. La paura per quel che non si vedeva o che non pareva possibile è palpabile. Ha preso la parola il parroco don Antonio Perrone (di Galatone): “Non credo ci sia molto da dire per non fare retorica, ma molto da riflettere. Non servono parole ma impegno da parte di tutti per mostrare ai giovani che le cose nella vita possono andare diversamente”.

Un altro sacerdote, don Raffaele Bruno di Libera, associazione nazionale antimafia di don Luigi Ciotti, si mostra prostrato: “Un ragazzo di 22 anni, era un ragazzo di 22 anni… possibile che non ci si ponga la domanda su che fare per agganciare Francesco e i ragazzi come lui?Possibile girarsi invece dall’altra parte senza chiedersi che sta succedendo? Serve urgente una operazione culturale, educativa”. In Comune il Sindaco Alessandro Conte (foto; sotto, il Procuratore Leone De Castris) ha chiamato la Prefettura: chiede una riunione specifica del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico. Lo aveva già fatto dopo il morto di marzo, ma ora torna alla carica: vuole lo Stato accanto alla sua comunità in questo terribile periodo. Anche Conte è convinto che un vero salto culturale per convincere chiunque che il crimine non paga mai. In paese si ricordano le iniziative degli ultimi mesi, con l’Istituto comprensivo, la manifestazione “Sulle note della legalità”, il concerto con la Fanfara della Polizia di Stato.

Cosa accadrà ora? La risposta del comandante dei carabinieri Ma a questo punto i fatti di sangue finiscono qui? La gente se lo chiede, col timore inconfessabile che ce ne saranno altri di scontri davanti ad una torta, quella dello spaccio di droghe, tanto appetitosa quanto ricca di clienti “di ogni età e di ogni classe sociale”, come ha stigmatizzato in una nota il Procuratore della Repubblica Leonardo Leone De Castris. In conferenza stampa si è parlato ovviamente anche dei possibili sviluppi della situazione. Il comandante dei carabinieri di Lecce, Giampaolo Zanchi, ha così risposto: “Il sodalizio con due fazioni all’interno con la voglia di primeggiare è stato disarticolato. Il Sindaco me ne ha parlato ma credo di poter dare un messaggio di ottimismo alla comunità: è stato dato un colpo molto serio all’associazione delinquenziale di questa zona”.

 

 

Melissano – Daniele Manni di 34 anni e Angelo Rizzo di 23. sono ritenuti dai carabinieri gli autori materiali dell’uccisione, con un colpo di pistola alla testa, del 22enne Francesco Fasano (foto), anche lui di Melissano come gli arrestati. Con la coppia di presunti assassini sono stati fermati altri otto presunti complici: sul loro capo pesa l’accusa di associazione a delinquere e di spaccio di stupefacenti in quantità ingenti.

L’operazione dei carabinieri della compagnia di Casarano e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Lecce ha già alcuni punti fermi, a meno di 30 ore dall’omicio del giovane, incensurato ma con frequentazioni tutt’altro che tranquillizzanti, ammazzato sul bordo della Provinciale Melissano-Ugento pochi minuti prima della mezzanotte tra martedì 24 e mercoledì 25. Hanno guidato sul campo gli investigatori il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e due sostituti procuratori. Senza sosta, evidentemente, fino a quando non hanno potuto mettere le mani sui malavitosi durante la scorsa notte in base a provvedimenti giudiziari definiti ieri sera, vale a dire a meno di 24 ore dall’agguato mortale.

La velocità nella ricostruzione dell’accaduto e nel decidere le misure necessarie si spiega col fatto che il gruppo dedito allo spaccio di stupefacenti era seguito molto da vicino dal marzo scorso, quando nello stesso ambiente era maturato l’omicidio di Manuele Cesari, il 37enne fatto fuori davanti ad un fast food a Melissano il 27 marzo di quest’anno. Il lavoro svolto in questi mesi ha contribuito non poco a fare piena luce in poche ore su quest’altro omicidio, perpetrato con modalità da criminali incalliti: Fasano sarebbe stato fatto stendere a terra e poi freddato con un colpo alla tempia. Non solo: lo stesso “bersaglio” ed un altro componente del sodalizio erano sfuggiti per caso alla caccia in atto il 19 luglio scorso, sempre per mano di Manni e Rizzo, accusati per quest’altro episodio sfuggito alle cronache, di tentato omicidio il 19 luglio scorso.

Un traffico di droga in quantità industriale, dalla marijuana  alla cocaina (di provenienza, come da tradizione consolidata dei clan calabresi), tale da far rimarcare agli inquirenti che si tratta di “ingenti quantitativi”. Tanto voluminosi questi sporchi affari da produrre un giro di denaro inimmaginabile, capace di sollecitare appetiti sempre crescenti, con gli equilibri interni ai gruppi criminali messi sotto forti pressioni sia per la ripartizione degli utili sia per la definizione delle aree d’influenza e quindi di spaccio. Queste due uccisioni a distanza di quattro mesi l’una dall’altra sono la prova schiacciante della resa dei conti in atto a Melissano e dintorni. Non va sottovalutato infatti lo stretto legame con la malavita di Casarano di quella di Melissano, gerarchicamente sottoposta e controllata.

 

 

 

 

 

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Lettera aperta al Premier Matteo Renzi (e al Ministro Giannini e ai referenti dell’Istruzione in Italia) 

Gent.mo Presidente Renzi,

mi chiamo Daniele Manni, sono un docente di Lecce, innamorato e appassionato del proprio ruolo (non riesco a chiamarlo lavoro) e, pare, sono fra i 50 finalisti al mondo candidati al titolo internazionale di Premio Nobel per l’Insegnamento, il “Global Teacher Prize” della Varkey Gems Foundation. In Europa siamo solo in nove e due in Italia (quasi il 30%), anche se so perfettamente di essere solo stato fortunato perché c’è stato qualcuno che si è preso la briga di segnalare il mio operato alla Fondazione, quindi, dietro questa punta di iceberg, sono certo si nascondono centinaia di colleghi altrettanto meritevoli di questo “titolo”, i quali lavorano, sperimentano e innovano ogni giorno, nel silenzio delle loro aule, fianco a fianco con i loro fortunati studenti.

Ho deciso di scriverle perché oggi sono “qualcuno” e questo mio quarto d’ora di notorietà durerà appena un mese, fino a quando non diverrò un banale “ex” finalista e le mie parole avranno certo un peso diverso.

Cosa le chiedo? Niente di più di quanto lei non stia ripetendo negli ultimi giorni, ossia più considerazione in Italia per la professione docente, più “ritmo” nella scuola. Solo che, oltre ad ascoltare e ad apprezzare i suoi nobili intenti, mi piacerebbe che in questo nuovo anno vedessimo azioni concrete, un po’ come facciamo noi “bravi” insegnanti “da Nobel” con i nostri alunni, agendo e creando risultati e non solo annunciando cambiamento e innovazione. E di azioni concrete per riqualificare il nostro ruolo nella società italiana me ne vengono in mente due.

La prima, a rischio di sembrare banale, è quella di rendere semplicemente “dignitoso” lo stipendio che ci viene riconosciuto, perché oggi, dignitoso, non lo è affatto. Se, pur essendo i peggio pagati e ricevendo poca o nulla stima dalla società civile, riceviamo lode e attenzione internazionale e la nostra opera quotidiana rende la scuola italiana una delle “istituzioni” più apprezzate dalla cittadinanza (al terzo posto, dopo Papa Francesco e le Forze dell’Ordine*), chiedo a Lei e al governo che rappresenta, cosa potrebbe essere la Scuola italiana se il corpo docente ricevesse più credito e dignità? Come pensa che la società possa apprezzare una figura così importante per la vita ed il presente (non solo il futuro) dei nostri figli se lo Stato è il primo a ridicolizzarne il lavoro con un riconoscimento inadeguato? Comprendo benissimo che questo è un momento certo non facile per mettere sul tavolo un piano di aumenti per la categoria, ma qualche primo, piccolo segnale non sarebbe affatto una mossa errata. Se si sta chiedendo se questo mio è un tentativo per ottenere ciò che in tanti non sono riusciti negli ultimi vent’anni, la risposta è …sì.

La seconda possibile azione è quella di ideare e realizzare iniziative concrete atte a valorizzare la professione, approfittando anche di ogni possibile occasione per enfatizzare, rendere pubbliche e diffondere le opere meritorie e le persone meritevoli nella scuola, ogni qualvolta se ne presenta l’opportunità. Vuole qualche esempio? La Varkey Gems Foundation ha come mission quella di alzare il livello di considerazione dell’insegnamento e si è inventato un premio da 1 milione di dollari per accendere i riflettori di tutto il mondo su questa straordinaria professione (sempre che il governo ed il ministero italiano abbiano, anch’essi, questa mission). E’ vero, loro sono ricchi e hanno i soldi, ma quanta ricchezzaabbiamo noi italiani in termini di creatività ed inventiva? E non sta certo a me suggerire modi e metodi efficaci.

Concludo augurando a noi docenti che lei possa prendere minimamente in considerazione quanto le ho scritto e a Lei, ai suoi cari e a tutto il suo staff un 2015 proficuo, sereno e ricco di sorrisi.

Con grande rispetto e fiducia

Daniele Manni

 

*Rapporto 2014 della Demos di pochi giorni fa:  www.demos.it/a01077.php

RACALE. È originario di Racale uno dei due “italiani da esportazione”: così il Gramellini de “La Stampa” ha definito i prof italiani in gara, tra 50, per il titolo (e 1 milione di dollari) di “miglior insegnante del mondo” messo in palio dalla Varkey Gems Foundation, fondazione filantropica a Dubai. Lei è Daniela Boscolo, di Rovigo; lui è Daniele Manni, 56 anni, docente d’Informatica dal 1990 all’istituto tecnico economico “Galilei – Costa” di Lecce. Sono stati selezionati per capacità d’innovazione, per il contributo offerto alla comunità e l’incoraggiamento ad abbracciare l’insegnamento. Si aggiunga un atteggiamento vincente nella vita che, almeno nel caso del docente racalino, affonda le sue radici nell’infanzia.

Daniele Manni ha sempre creduto di poter cambiare le cose con sano ottimismo, umiltà e tanto spirito d’iniziativa. «Ogni difficoltà – racconta – ha generato in me volontà di scoperta, mi ha reso curioso». Come quando, a 11 anni, si trasferisce dall’ipermoderno Canada nel Salento dove la televisione funziona solo la sera e gli manca la musica americana, ma convince un negoziante di Casarano (negli anni del liceo scientifico “Vanini”) a procurargli i suoi dischi preferiti.

Il 19enne Daniele continua a scommettere su se stesso, quando s’iscrive alla neonata Facoltà d’Informatica, allora guardata dai più con diffidenza. Da insegnante, conduce vittoriosamente due grosse battaglie: contro il disinteresse degli studenti che coinvolge nella creazione di micro-aziende innovative (ben 22 finora) e, nel 2009, contro il ministro Gelmini che voleva sopprimere l’indirizzo informatico dagli istituti tecnici economici. Insomma, Manni “ha giocato” puntando in alto, ha investito su di sé e sui propri alunni, e ha vinto.

Il verdetto finale, in realtà, è atteso per marzo, ma lui dice: «Basta, fermate tutto. Siamo 9 in Europa e due in Italia. È già un grande onore». D’altra parte, come svela il fratello Renato, “Daniele non ha mai avuto ambizione d’arricchirsi, mosso solo dalle sue passioni. E mamma lo ha sempre appoggiato, considerandolo il saggio della famiglia”. Anche per l’amica Aurelia Trianni, il quasi Nobel per l’insegnamento resta “semplicemente Daniele Manni”. E lui stesso sottolinea che “un vero insegnante non lavora per i soldi né per il riconoscimento sociale, ma per le soddisfazioni in classe”.

Tante quelle avute finora: è stato un suo studente a segnalarlo alla commissione del Premio, e tutti insieme su Facebook gridano “Grazie prof per aver creduto in noi!”. Numerosi i progetti realizzati con loro: in primis la cooperativa “Arianoa” che nasce nel 2004 per dare supporto logistico e fiscale alle varie startup; per la promozione del territorio, tra i tanti, “Repubblica salentina” e il marchio “Dieta med-italiana”. «Ad un certo punto – spiega Manni – ho capito che per renderli cittadini attivi bisognava andare oltre le lezioni tradizionali e farli scendere in campo». Ora camminano da soli su una strada che li porterà lontano: Antonio Scarnera, 16 anni, è digital champion d’Italia.

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