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GALLIPOLI. I pescatori che remano in piedi e, in lontananza, appaiono immobili ma si allontano verso l’orizzonte. Un’istantanea scattata con lo sguardo da bambino ed impressa nella mente. Questa l’immagine che il maestro Eugenio Barba custodisce della “sua” Gallipoli, metafora della vita di ogni uomo che anche quando “sembra fermo si allontana o si avvicina a qualcosa”.
Mentre la città è in fermento per celebrare con una serie di eventi i 50 anni dell’Odin Teatret, fra rappresentazioni teatrali e incontri, e la cerimonia della cittadinanza onoraria il 26, il Maestro si definisce “concentrato” nelle cose da fare. Le emozioni non mancano ma sono quelle che emergono dalla vita intima legata alla Gallipoli del Dopoguerra caratterizzata nei suoi ricordi da “grandi ingiustizie e grande bellezza”. Una Gallipoli diversa, di cui rivede poco. «Passeggiando non riconosco quasi nulla – racconta – ora vedo un’immagine ridente ma il mio ricordo è più intenso e cupo. C’era, allora, molta più consapevolezza della lotta per la vita».

Anche per questo il suo “punto di ancoraggio” nel Salento è Carpignano Salentino. «Se pur caratterizzato dalla vita contadina mi ricorda molto, per i ritmi e lo stile di vita, la Gallipoli di un tempo, più piccola e intima – continua Barba – la cultura e le immagini di quel Salento, le donne vestite di nero e spesso chiuse in casa, gli aspetti religiosi, le pastorali mi sono rimaste impresse come accordi sonori e visivi, un’emotività che trapela dal mio lavoro». Come quello intrapreso nel 1958 in Norvegia, della quale aveva scoperto la grande generosità ma anche forme di razzismo verso gli italiani a causa della guerra e del fascismo. Ecco, dunque, il teatro come mezzo per farsi accettare e allontanare i pregiudizi affermandosi come artista.
Nei giorni gallipolini l’artista ha partecipato a rappresentazioni e videoproiezioni al teatro Garibaldi, incontri con gli studenti del “Quinti Ennio”. Nella palestra del “Vespucci” ha presentato “La vita cronica”, in scena anche il 25 e 26; sabato 27 altre tre rappresentazioni al Garibaldi e alla Biblioteca comunale; il 28 infine Festa del Baratto in piazza Moro a partire dalle 17, con scene dello spettacolo “Ode al progresso”.

cappella di campagna dediacata alla Madonna della Coltura . parabita

PARABITA. Parte la nuova iniziativa per la salvaguardia e la tutela del territorio, promossa  dalla sezione “Sud Salento” di Italia Nostra dal titolo “Una campagna per le chiese di campagna”. L’iniziativa rientra nell’ambito della 15ª edizione di “Identità salentina”, manifestazione ideata per valorizzare gli aspetti peculiari del paesaggio rurale salentino: tra questi le chiese e le edicole votive (nella foto quella dedicata alla Madonna della Coltura) diffuse nelle contrade delle campagne.

Dopo l’apertura delle mostre fotografiche del 27, il programma allestito dall’associazione presieduta da Marcello Seclì prevede la “Festa dei lettori” (sabato 28, alle 18), gli stand delle aziende del Gal “Serre salentine” (il 29, dalle 9 alle 18.30) e la passeggiata di “Agri-bici-tour”, sempre il 29 alle 9. A seguire i convegni (tutti alle 18.30) “Gli ulivi del Salento” (il primo ottobre), “Il Parco rurale delle Serre salentine” (il 3)  e “Per sora nostra madre Terra” (il 5), sempre nell’ex convento dei Domenicani. Chiuse il programma il mercatino di “Campagna amica”, a cura della Coldiretti, domenica 6 ottobre.

Nel corso delle manifestazioni verranno proiettate le foto inviate da quanti hanno inteso collaborare accogliendo l’invito di “Italia nostra”. «La raccolta di documentazione fotografica vuole essere  il primo passo  di un percorso che, ci auguriamo, consentirà di conoscere meglio il valore di questo patrimonio», conclude Seclì.

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Una panoramica sul centro storico di Gallipoli

Se c’è un posto in testa agli italiani desiderosi di vacanza e non solo d’estate questo è il Salento. Una incoraggiante conferma (ma sarebbe pericoloso prenderla come rassicurante) viene da una recente ricerca su base nazionale condotto dall’agenzia informativa “Italia Touristica” che, proprio in vista della Borsa internazionale del turismo di Milano di metà febbraio, ha inviato ben 230mila lettere per posta elettronica toccando tutte le regioni. Alle domande – qual è il territorio più amato e perchè – hanno risposto in 42.306, assegnando il primo posto al sud della Puglia.

I motivi indicati sono comuni anche ad alcune delle prime cinque aree classificate, e particolari. Il bel mare, ad esempio, è citato  anche per le Cinque Terre in Liguria, la Costiera amalfitana e la Versilia; la cordialità richiama pure le zone liguri e campane prima citate; l’enogastronomia  fa il paio con la   zona del Chianti e la Costiera. Al Salento doc riconducono  invece gli uliveti e l’olio, la musica e le tradizioni, il Barocco e l’ospitalità. In tutto 4.361 preferenze e palma d’oro.

«Qui comincia il bello, dobbiamo essere tutti corresponsabili e fare scelte all’altezza di questi risultati», commenta Attilio Caroli Caputo, fresco di premio. Proprio alla Borsa milanese ha ricevuto l’Oscar per “la qualità della gestione” assegnato all’”Ecoresort le Sirenuse” di Gallipoli. «Sono indicazioni che valgono ben oltre il mare e l’estate – prosegue l’imprenditore – e se ci credono gli altri… è tempo di essere conseguenti. Oggi invece prendere un caffè nel centro storico gallipolino è quasi impossibile: tutto chiuso». Il sindaco Francesco Errico, alla guida di una ormai riconosciuta capitale turistica, è ottimista: «Questa terra può solo migliorare: il clima, la cordialità, l’intraprendenza, il mix di divertimento e cultura con le tradizioni radicate, non dobbiamo rovinare questo enorme patrimonio». E se invece fosse anche questa una moda, come capitato ad altre località rinomate e poi dimenticate? «Non sarà così – giura Errico – qui ci sono elementi concreti che dobbiamo migliorare con una maggiore professionalità in tutti i settori».

«L’accoglienza non è solo cordialità ma soprattutto servizi, dai collegamenti con altre località e con l’aeroporto al decoro urbano. C’è Salentoinbus, c’è l’ammodernamento delle Ferrovie Sud Est, ma non bastano ancora. Il treno sta passando: queste notizie ci danno ossigeno ma non è infinito», avverte Marcello Quarta, presidente della Pro loco di Gallipoli.

Dall’altra capitale caratterizzata dai villaggi turistici, Ugento, fa eco il sindaco Massimo Lecci: «Notizia straordinaria, il campione è ampio e i dati confortanti. Le diverse esigenze qui vengono sod disfatte per la varietà delle nostre attrattive». Anche qui la parola d’ordine è migliorare: i servizi prima di tutto (“modulando gli orari con le esigenze dei turisti, per esempio”), la mobilità per favorire la conoscenza della natura e della cultura del territorio circostante “oltre i villaggi”, croce e delizia da sempre. «Solo il 10% delle presenze viene intercettato dagli operatori locali, il grosso resta lì dentro… c’è molto da fare in questo senso e il piano commerciale in elaborazione può essere l’occasione buona».

Annalisa Sgaramella, della Pro loco Gemini  Beach testimonia che “il calore umano” è il pregio che si sente riferire più spesso. «Ma ci sono anche i rimproveri: avete una ricchezza enorme – ci dicono – ma non riuscite a presentarla e a gestirla bene».

«La progressione esponenziale era nel nostro dna, ora sta esplodendo, di pari passo con il percorso che la società sta compiendo: dalla corsa al consumismo alla vita “lenta”, al gusto del vivere», è l’originale lettura che dà il sindaco di Racale (Torre Suda è una marina emergente) Donato Metallo. «Dopo una eccessiva accelerazione, abbiamo riscoperto la sostenibilità – prosegue – dobbiamo rispettare e sottolineare questa nostra essenza, senza inseguire  modelli: non siamo indietro, siamo altro».

Torre San Giovanni, la principale marina di Ugento

 

Simu Salentini. Come non disperdere il grande patrimonio di cultura popolare, di tradizioni, di linguaggi  che  caratterizzano ogni singola realtà territoriale? Come contrastare il processo di omologazione culturale che  vorrebbe annullare le differenze per un’equivoca interpretazione delle sorti magnifiche e progressive?

Una risposta ci viene dalla Rete italiana di cultura popolare che ha come obiettivo quello “di non disperdere l’enorme patrimonio di saperi locali, valorizzare e mettere a sistema le riconosciute diversità che caratterizzano le attività socio-culturali dei territori e, attraverso lo studio e le azioni che da esse ci derivano, ri-avviare un possibile dialogo con le giovani generazioni e i modelli di socialità nuovi ed antichi (riti, feste, luoghi d’incontro reali e/o virtuali come i socialnetwork o riti re-inventati)”.

Si è realizzato quindi un sistema di territori in rete in Italia, destinato ad ampliarsi nell’area euromediterranea. Gli strumenti per raggiungere gli obiettivi sono stati già collaudati e si sono rivelati un successo: Festival delle province e dell’oralità popolare, le Cattedre ambulanti di cultura popolare, e soprattutto il grande progetto degli “Stati generali della cultura popolare”, che saranno realizzati in ogni provincia della Rete, per arrivare concretamente alla costituzione delle “Antenne del territorio”, come il luogo del confronto e dell’agire comune.

Non si tratta di volgere nostalgicamente lo sguardo al passato considerato come età dell’oro ma di far rivivere la cultura popolare coinvolgendo i giovani favorendo  l’apprendimento di saperi e tecniche tradizionali; sviluppare le iniziative di comunicazione e promozione della cultura popolare; fare emergere le culture nelle loro diversità e creare le condizioni perché siano riconosciute come patrimonio culturale del Paese; riproporre la grande attualità di queste culture e la capacità di innovazione, sia nei linguaggi che nelle forme.

Non c’è chi non veda in questi obiettivi un’attenzione particolare alle forme espressive, il linguaggio con cui la cultura popolare si esprime.

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Simu Salentini. Il sonetto è di Vanna Caforio, leccese. È autrice di poesie e lavori teatrali in vernacolo. Si ispira alla natura e ai problemi della società.

Il testo è tratto da  “Uci salentine” a cura di Niny Rucco e Carlo Vincenzo Greco, Congedo editore, Galatina  1992, prefazione  di  Gino Pisanò

Scusa, rretu nna porta rrusecata

lu sudure de tufu ni sta scula

sulla facce de petra caruttata,

stae nna putea de mieru, sula sula.

 

E’ l’urtima putea de tempu sciutu;

quattru ozze sutta n’arcu de leccisu

addù le ratatile hanu tessutu

la tila te lu tiempu ca stae mpisu

 

sutta dha lamia, dhai, ncirifugghiatu.

Quattru nunni sta sciocanu a tressette

do’ autri a scupa subbra nu taulinu

 

Tisum, mienzu ‘lli ursuli e bucaleddhe

nc’ete lu Totu, l’urtimu putearu

ca te nduce lu mieru e do’ freseddhe.

Simu Salentini.  Il rosso, per il vino, non è un semplice colore. Il riferimento immediato è al sangue, veicolo di vita, con tutti i valori che sono collegati: fuoco, forza, calore, passione. D’altronde la vite era considerata sacra  nelle varie culture e religioni. Nella Bibbia  è il simbolo del regno dei cieli, la vite, il tralcio, la vigna sono immagini consuete nel Nuovo Testamento. L’origine della vite  si perde nella notte dei tempi, nella preistoria. Come anche l’arte di fare il vino.

Lo storico Senofonte (430/425-355 a.C. circa) racconta che le tribù dei Carduchi che abitavano le terre tra l’Armenia e la Siria consevavano il vino in cisterne intonacate. In Iran è stato trovato un vaso che aveva contenuto vino ben 5500 anni fa. In tutto il mediterraneo si coltivava la vite anche se il vino veniva allungato con l’acqua perché troppo forte.

Il culto degli dei del vino, in Grecia Dioniso e a Roma Bacco, era molto seguito. A Roma alle donne era vietato berlo, tanto che era concesso agli uomini di controllare con un bacio se avevano bevuto (lex osculi). Nel consumo del vino dominava l’aspetto conviviale, ma Alceo, poeta lirico greco del VII-VI sec.a.C. invitava a bere senza aspettare le lampade perché “c’è un dito di giorno”. Cosi Archiloco, così Anacreonte, poeti greci. A Roma è Orazio il poeta del vino “mesci e filtra il vino e non pensare al domani”, il presupposto del carpe diem.

Il sud d’Italia è stata la terra d’elezione della vite la cui coltivazione si alterna a quella dell’ulivo. Fredda e lunga nelle tramontane invernali  la raccolta delle olive, festosa e breve la vendemmia. Soprattutto nelle campagne era il vino a scandire le tappe importanti della vita.

Si diventava compari davanti ad un bicchiere di vino, si sancivano patti, si concordavano matrimoni. A questo proposito Giulietta Livraghi Verdesca Zain scrive che  i due consuoceri si offrivano reciprocamente un bicchiere di vino onorandosi “cu nna mbiuta e nu brindisi “Mieru, sangu ti la terra,mbiu a sanitate oscia. La cuntentezza ti lu osce cu mbessa ti nchianata e mai ti scisa, erde di masciu, ndacquatu ti lu celu” Vino, sangue della terra, bevo alla salute vostra. (La contentezza di oggi sia sempre in aumento e mai in diminuzione, sia verde di maggio, innaffiato dal cielo).

Le  putee o le puteche  erano il luogo dove i contadini si riposavano dopo una giornata di lavoro davanti a un mezzuquintu rosso e  giocando a tressette.

Il vino veniva versato nei bicchieri dagli uccali o ursuli  che ancora oggi si usano con funzione prevalentemente decorativa. Ma durante i lavori in campagna si beveva direttamente dall’ursulu, ma non dal becco, ma dal lato vicino al manico. E qualche contadino faceva partecipi del vino anche le bestie mescolandone un po’ nel pastone.

C’era anche chi si divertiva a offrire da bere nella “rizzola a segreto”, conosciuta anche con il nome di “Bevi se puoi” o “Inganna contadino”. È una brocca con il collo traforato per cui non si può versare il vino nei bicchieri né si può bere direttamente. Un esemplare  datato 1750 è custodito nel museo Castromediano di Lecce.

Ecco come viene dscritto da Carlo Dell’Aquila: “Si può bere attraverso un boccaglio posto sul labbro superiore del vaso, a volte da individuare tra tanti simili: uno solo di essi è forato e permette il passaggio del vino, aspirandolo da un condotto nascosto  che attraversa l’ansa della brocchetta”. Ma non basta individuare il boccaglio, c’è un altro segreto che non sveliamo per non togliere il gusto della  sorpresa e della scoperta.

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 Simu Salentini. Da “tuttu… ete poesia” , raccolta di poesie in vernacolo matinese, di Fernando Romano di Matino, introduzione di Rocco Cataldi,  tipolitografia Martignano, Parabita, 1988.

Vinu,vin

vinu vinellu,

o sinti duce

oppuru frizzante,

cu ttie ncorpu,

‘u core meu canta.

 

Cu éggi te ‘ frasca

o te lu vitusìa,

cu ttie oiu bbrindu

a ‘sta cumpagnia.

 

A tutti ‘sti cristiani

a cquai presenti,

l’amici,li cumpari

e li parenti.

 

A ccinca stàie tisu,

e puru a quiddhi ssettati,

salute a issi

e cinca l’àie ‘nvitati.

 

Mo’, ca ‘stu brindisi

l’hannu tutti cratitu,

brindamu alla salute

te la zzita e de lu zzitu.

 

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Simu Salentini. Numerosi i proverbi, che li si voglia o no considerare frutto di saggezza popolare, con oggetto il vino. Con varie sfumature lu vinu o lu mieru accompagnano la vita dell’uomo.

A lle ote vale cchiùi la fezza de lu fiaccu vinu.

A ttiempu de guerra, bbivi a mmatinu, se perdi lu fiascu, nu ài persu lu vinu.

Acqua cunturba viscere, vinu cunforta stommicu.

Bbivitore finu, prima l’acqua e ppoi lu vinu.

Cinca sape de latinu, lassa l’acqua e vva’ a llu vinu.

Comu ficera a Mmatinu, ca lassara l’acqua e ppijara lu vinu.

Cucina senza sale, dispenza senza pane, cantina senza vinu,  num balene nu carrinu.

De San Crispinu se ssaggia lu vinu.

Finucchiu, vinu senza llu scucchiu.

Guardate de ci nu bbive vinu, e dde fimmana ca parla latinu.

Intra lu vinu se fannu l’amici,i ntra lu chiantu se provane.

Meju vinu malidittu, cca acqua santa.

Mercante de vinu, mercante mischinu.

Lu mulu sutta lu trainu,bbive acqua e pporta vinu.

Nu ddumannare a llu locandieri, se lu vinu è bbonu.

Pane friscu, vinu vecchiu, mujere ggiovine.

Lu pannu a llu culore e llu vinu a llu sapore.

Lu vinu  a ll’occhi piace, li denti li pulizza, e la ventre la sana.

Vinu bbattezzatu, diaulu ddiventa.

Vinu maru, tenilu caru.

Ou te caddhrina e vinu te cantina su la meju medicina.

Ci vive mieru campa cent’anni.

Lu mieru bonu ete lu bastone te li vecchi.

Bivìti lu mieru cautu ca mbe passa la tosse

Lu mieru face ballare li vecchi.

Mare, viti e fuci, taverna, viti e trasi.

Nu bonu bivitore te vinu, prima prova l’acqua e poi lu vinu.

Meju puzzare te mieru ca te oiu santu.

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Simu salentini. La maggior parte delle canzoni popolari in dialetto salentino fa parte della tradizione orale le cui caratteristiche sono la ripetitività dei temi e la fissità degli elementi connotativi al di là delle differenze spazio-temporali.

Rumasuie de mare

Ostrichi,rizzi, cocciuli e patedde,

cuzziddi, carapoti e cannulicchi;

na butiia de vinu e do frisedde

e mangia ca le tiscete te llicchi.

Quistu, cumpare, criteme,

quest’è felicità;

mangiare bonu e bivere, caruse a quantità.

Nu pirettu de vinu e do tarici,

do ciciri ‘rustuti e na pagnotta,

nu mazzu te carte e tre amici

cu nde facimu nu patrone e sotta .

La luna a mpiernu cu te ceca l’occhi,

na varca senza rime a ‘mienzu ‘mare,

cu na caruse ncoste cu li fiocchi

cu te la pozzi stringere e vasare

La pippa, lu tabaccu e do giurnali,

cu na frascera de focu mpizzi mpizzi,

la serva cu te tira li stavali

e poi cu la ccimenti e ls ncarizzi.

Alla notte cu lu barrattinu a trippa

Sotta na manta cauta e pilusa,

ngucciatu quetu quetu cu la pipps

e cu nu fiatu a ‘ncoste de carusa

 

Barcarola

 Ci vene  te luntanu a stu paese    oh! oh!

te l’unda de lu mare nnazzacatu oh! oh!

spalalga l’occhi e resta stralunatu oh! oh!

pe lu trisoru te beddizzi c’è.

Quistu cielu e quistu mare

su le cose le chiù rare;

caruse mai viste,

chiù bedde de quiste,

ucca risu e tuttu amore,

occhi niure e ‘rubba core.

Lu sole d’ogni dì lu mare ‘ndora oh! oh!

la luna poi la sera lu ‘nargenta, oh! oh!

canta lu malanaru e se lamenta,oh! oh!

ca la zita lu spetta e sula sta

 

Frenesia

Teve sta dormi nchinu scusciatata  uliu là

e ieu sta piscu ‘retu lu Cannitu uliu là

pe te sta scurre tuce la nuttata  uliu là

pe me scurrene l’ore cu lu citu. uliu là

Umbra te lu Castieddu nnirvacata,

rasciu te luna chiaru e silenziusu.

Purtateme me scvundu a na ripata

cu zumpu e cu nde mozzucu ddu musu.

Mamma sarena llumina

st’aria te cantilena,

cu la chitarra sonala

e tira la catena,

ste pennicedde morbide

cconza nu canapè

e tutti toi cariscende

e ncatinala cu me!

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I Sud Sound System in uno scatto di Flavio&Frank

Simu Salentini. I Sud Sound System sono ormai i più  popolari “ambasciatori” della parlata  salentina, intrecciata con la musica popolare giamaicana, l’altro capo del globo. Come è stato possibile questo originale rapporto: ne parliamo con Mirko Grimaldi, originario di Taviano, professore associato di Linguistica generale e Psicologia del linguaggio  all’Università del Salento e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare sul Linguaggio finanziato dall’Unione europea.

«Si tratta di un rapporto complesso che ancora non è stato indagato in tutte le sue sfaccettature. Bisogna ricordare che fra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 molti studiosi si avvicendavano al capezzale dei dialetti, discutendo di diagnosi e terapie efficaci per una malattia ormai cronica, e altri si preparavano a celebrarne degnamente i funerali. I SSS (e altri gruppi del panorama Hip-hop italiano come i torinesi Mau Mau, i napoletani Almanegretta, i veneti Pitura Freska, ecc.), inosservati, fanno una operazione importante: innestano il dialetto in uno stile musicale nuovo, compiendo una piccola rivoluzione. Il fatto è rilevante perché i SSS fanno parte di quella generazione, nata più o meno nella metà degli anni ’60, che doveva rappresentare la tomba dei dialetti. Il dialetto era vissuto come una colpa da espiare, un marchio negativo da cancellare: chi voleva farsi strada nella vita doveva imparare l’italiano».

Si può parlare di uno o più dialetti salentini?

«Il dialetto salentino, o meglio, i dialetti salentini, parlati nella parte meridionale della provincia di Taranto e nelle provincie di Brindisi e Lecce condividono alcune caratteristiche comuni derivate dal particolare sviluppo che ha avuto il latino parlato in queste zone. Si tratta di peculiarità che caratterizzano soprattutto le vocali accentate (che qui sono 5 e non 7 come l’italiano) e in parte le consonanti. Le stesse caratteristiche sono condivise dai dialetti calabresi centro-meridionali e dai dialetti siciliani. Certo, ci sono poi delle variazioni da zona a zona ma che, sostanzialmente, non intaccano questa unità di fondo».

I loro temi in questi 20 anni.

«I SSS, che hanno fatto una operazione di recupero e rilancio del dialetto in modo consapevole, hanno anche mantenuto, mi pare, un legame profondo con la musica popolare, fondata anch’essa sulla percezione e improvvisazione della parola parlata. Tuttavia le tematiche di una parte della musica popolare erano spesso caratterizzate da uno spirito di rassegnazione che con i SSS diventa di denuncia e riscatto, non solo generazionale ma di una un intero territorio. Questa operazione è stata fatta utilizzando non il codice alto della lingua italiana, ma il codice basso del dialetto. In una forma nuova ritorna la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di una serie illimitata di esecuzioni individuali. Con l’impiego di un dialetto che sostanzialmente appare ‘integro’ vengono introdotte tematiche completamente nuove: politica, problematiche sociali varie, rivendicazioni giovanili, confronto generazionale, ecc».

Quanto i SSS hanno cambiato la cultura musicale salentina?

«La questione va affrontata in modo complessivo. Mentre i SSS introducevano l’Hip-hop nel Salento e lo esportavano nel mondo (e non è una esagerazione) altri gruppi lavoravano al recupero e al rilancio della musica popolare: questi due mondi non erano isolati, ma in continuo contatto. C’è stato a un certo punto un intreccio virtuoso di stimoli e di scambi di esperienze che hanno portato a una influenza reciproca, credo. La musica popolare rivisita e reinterpretata in modo nuovo ha avuto benefici dall’operazione dei SSS e viceversa: l’Hip-hop dei SSS non si è mai sostanzialmente staccato dalla proprie radici. Devo però dire che in un sistema Salento che fagocita tutto in quel puerile autocompiacimento che da secoli ci fa stare immobili sulla soglia di casa con la coppola in testa e lo sguardo fisso nel vuoto ad aspettare che qualcosa accada, l’operazione dei SSS non è stata compresa appieno e non è stata sfruttata adeguatamente, così come non è stata sfruttata in modo adeguato l’iniziativa della Notte della Taranta. Si sono diffuse le retoriche dell’origine e dell’identità, mentre questi fenomeni non sono stati inquadrati in un sistema virtuoso che avrebbe dovuto portare a una vera rinascita del Salento».

 

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Simu salentini. Proponiamo ancora alcuni indovinelli maliziosi che hanno suscitato interesse e tanto divertimento tra i lettori.   Si sa, infatti che la maliziosità, che è presente in tutti, non solo rende l’indovinello più ermetico, ma gli dà anche  più sapore.

1 – La schiuppetta te mesciu Tumasi/spara prima a lli carcagni/poi a lle punte te li nasi

2 – Veni, bedda mia/veni cquai a lli mani mia/te zziccu lu pilu e te fazzu scancare,/nziddu nziddu te fazzu culare.

3 – Ci lu porta panu/ci lu porta spanu,/ci lu porta ruttu/ e ci lu porta sanu

4 – Su’ vvenutu de Napuli mposta/cu lli nducu na cosa tosta:/cu lla face rrimuddare/la signura à de fatiare

5 – Ausete la camisa, cara amante,/nu tte credire ca te fazzu nienti/te ncummu sulu la punta de nanti/ face lu ffettu sou,/poi num b’è nienti

6 – Nu sempre morbedu, nu ssempre duru,/pe llu chiui se usa a llu scuru;/lu pilu sou nu ddae mbarazzu/e lu nume furnisce cu azzu

7 – Pigghialu, nenna mia, cu ddo’ ditilli,/mintulu chianu chianu a ppertusilli,/e cquandu iti ca è ffattu lu ffettu/, stusciali,nenna,cu lu fazzulettu.

8 – Lassame stare, nu mme tuccare;/ però se me spoji te lu fazzu pruare

9 – Ogni ffimmana bbedda fatta/ lu tene cratitu e se lu cratta,/ se lu cratta pel u maritu,/cu lli sape sapuritu.

10 – Preu Cristu e lli santi/cu mmi la minti te nanti,/preu Cristu e ddicu nu Cretu/cu mme la menti cchiù mmeju te retu

11 – Sta a mmienzu a ddo’ culonne,/ se lu tènenu caru le donne./notte e ggiurnu sempre paru/ se lu tènenu caru caru

12 – Cce bbete dda cosa/ca se rricala a lla sposa/e idda se la ficca a lla pelosa?

13 – Quantu cchiù ttostu l’ommu lu porta,/tantu la fimmana cchiùi se cunforta.

 

(Soluzioni 1 peto; 2 capra; 3 grembiule; 4 baccalà; 5 iniezione; 6 materasso; 7 tabacco da fiuto; 8 fico d’India; 9 formaggio; 10 sedia; 11 anello;12 il pettine; 13 il portafogli.

(da”Indovinelli erotici salentini ” a cura di Nicola G. De Donno, Congedo editore, 1990).

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Simu Salentini.

Una, ddoi, ttre,/ a Pippina face u cafè/ e lu face de cioccolata/ a Pippina staje malata./Staje malata cu ddolori/ Scià chiamati mesciu Pippi;/ Mèsciu Pippi sta allu furnu,/sta sse rroste nnu cutugnu;/lu cutugnu se bruciau/ Mèsciu Pippi se sculacchiau.

(I bambini la recitavano in girotondo; poi, alla conclusione, si sedevano di colpo per terra)

Ddarlampa, ddarlampa/se chiove scampa/ scampa, furtuna,/zzìccamene una.

(La nonna teneva la mano aperta con il palmo rivolto verso il basso. Tutti i bambini, che le stavano intorno, mettevano sotto il palmo aperto il dito indice. Intanto  la nonna strofinava il dorso della stessa mano con l’altra, e recitava la filastrocca, alla fine della quale chiudeva rapidamente la mano aperta cercando di afferrare le dita dei bambini. Chi veniva preso, doveva starsene buono per tutto il gioco, con la testa appoggiata sulle ginocchia della nonna).

“Una” issi tittu,/lu cavallu me lu nfittu,/lu cavallu de lu papa/quante corne tene la  crapa?/“Una”/“Due” issi tittu,/u cavallu me lu nfittu,/ lu cavallu de lu papa/quante corne tene la crapa?/“Due”/Tre issi tittu/lu cavallu me lu nfittu,/ lu cavallu de lu papa/quante corne tene la  crapa?/Tre/Tre issi tittu…(la nonna faceva sedere il bambino sulle ginocchia e, imitando l’andatura del cavallo, recitava la filastrocca aumentando sempre il numero da indovinare).

Pìzzuli, Pìzzuli de Martina./a cavallu te a rescina,/a rescina è sciuta a Spagna,/pè ttruvare a castagna,/a castagna e a nucedda/essi fore ca si chiù bbedda.

(Conta ad “esclusione” di chi veniva indicato per ultimo. I bambini si mettevano in cerchio e il capo, recitando la conta, li  toccava con l’indice, uno per uno. Chi veniva indicato per ultimo doveva uscire dal gioco).

Spingula china/farmacina/cima cimante/fienu filante/don Nicola/spata nova/ciucciu palummu/spezza lu chiummu/chiummu chiumminu/essi fori/Giuvanni e Ninu.

(Testi  tratti da “Tesori sommersi” a cura di P. Mazzotta e M.C De Mitri).

Simu salentini. Quest’anno dove vai in vacanza? O dove vorresti andare? La risposta è nelle schiere di turisti nelle piazze, davanti alle facciate barocche delle chiese, nelle stradine dei paesi, sulle spiagge assolate, nei locali alla moda della movida salentina, nelle sagre, storiche o taroccate, che animano le serate estive.

Questo boom turistico non è stato improvviso, né opera di una bacchetta magica, ma frutto sapiente di sinergie e strategie comuni che hanno interessato nel corso degli ultimi decenni istituzioni pubbliche e private, ma anche i salentini che da questa terra si sono fatti ri-conoscere come salentini per il mondo.

E ora il Salento è una terra in cui riconoscersi, non solo per i suoi abitanti che si riappropriano con orgoglio finalmente delle tradizioni, ma anche per quelli che l’hanno scelta come terra di elezione, un buon posto per starci.

Con le tradizioni i salentini si sono fieramente riappropriati del loro dialetto che oggi è diventato un segno identitario e di riconoscimento. Ci si vergognava un tempo perché era ritenuto patrimonio delle classi non acculturate, che non avevano avuto accesso alla scuola. Tanti sono stati i poeti che hanno scritto in dialetto ma va dato atto ai Sud Sound System che ne hanno diffuso la consapevolezza espressiva a largo raggio. Prima ancora c’era la canzone leccese con Schipa e Gino Ingrosso. “Se me senti parlare dialetto se capisce de dù ete ca egnu Su lu terrone de lu Salentu intra stu stile me rappresentu Me portu cu mie tanti anni de storia na tradizione ca dura de tantu” (SSS, Segnu di riconoscimentu, 2010).

È stato ed è il dialetto il veicolo più genuino della tradizione culturale che attinge a piene mani nella lingua latina ma che porta tracce evidenti di quanti hanno sostato su questa terra, contaminando tradizioni antichissime. Tutto è racchiuso in questa lingua che ritorna nelle canzoni, nei racconti, nei proverbi, nelle poesie che cominciano a diventare non patrimonio d’archivio, ma vivo.
Per questo ne parliamo.

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