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contrada arene-serrazze

braccianti migranti a nardNardò. Prima la pioggia e subito dopo il caldo: braccianti stagionali in difficoltà ancora una volta, con la mancanza di un’alternativa alla vita in baracca, com’era prevedibile dopo l’abbattimento della falegnameria pericolante di contrada Arene-Serrazze (due settimane fa) e la conseguente costruzione della piccola nascita con materiali di risulta di baracche. Nei giorni scorsi si sono susseguiti gli appelli di attivisti e gruppi di solidarietà, sia per dare una mano concreta ai braccianti, sia per sollecitare le istituzioni. La Caritas diocesana nei primi giorni di maggio ha promosso una raccolta di beni di prima necessità, con la collaborazione della onlus “Bethel”, di “Diritti a Sud” e di Emergency Salento. Alimenti, ma anche vestiti e coperte. Anche quest’anno la Caritas e il “progetto Presidio” hanno ripreso la campagna “A ruota libera”.

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ghetto7Nardò. Alle 8 di mattina del 22 aprile per la falegnameria abbandonata di contrada Arene-Serrazze gironzolano una trentina di persone appena svegliatesi. Si lavano i denti fra i cespugli, si sciacquano il viso, fumano. Attendonoo – avvertiti dalle forze dell’ordine da una settimana – che arrivi qualcuno ad abbattere lo stabile nel quale da due decenni i braccianti stagionali si rifugiano: fino a 400 persone ha ospitato quell’edificio pericolante negli anni passati, nel periodo di massima presenza. Qui alla fine di aprile i braccianti sfiorano già il centinaio. Nessuno di loro in questo momento lavora, visto che per la stagione dei pomodori e delle angurie è ancora presto, come per le patate (poche) da raccogliere a partire dalla fine di maggio. Alcuni sono già qui perché il ghetto di Rignano garganico brucia, altri hanno anticipato per potersi accaparrare gli angoli “migliori”.

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Nardò. Contrada Arene-Serrazze. Si chiama così la strada vicinale che, a pochissimi metri da Nardò, ospita in una falegnameria abbandonata un vero e proprio ghetto, che pullula di braccianti provenienti da Sudan, Tunisia, Nigeria, Senegal, Eritrea, Ghana, Ciad. Molti, come ogni anno, sono arrivati dai campi di patate di Cassibile, o di ortaggi di Palazzo San Gervasio, o dagli agrumeti della Calabria. D’estate, a Nardò, vengono per le angurie e i pomodori.
Quest’anno si stima siano intorno ai trecento, molti dei quali qui da giugno: questi ultimi hanno lavorato alla raccolta delle patate, che ha procurato loro diversi problemi muscolari agli avambracci e alle cosce.

Ci si alza alle quattro del mattino, si viene trasportati sul posto di lavoro; un contratto fittizio che ufficialmente li retribuisce per 7 euro l’ora. Che diventano 5, visti i 2 euro che ognuno di loro deve al caporale, da cui sottrarre altri soldi per il trasporto. Esistono infatti precise divisioni dei ruoli, con i “padroni” che delegano ai caporali la formazione delle cosiddette “squadre” di operai.
I capisquadra si occupano del reclutamento dei braccianti: dalla falegnameria raccolgono i documenti (chi non ha il permesso di soggiorno non lavora) e li fanno avere, ancora tramite i caporali, ai padroni, che nessuno di loro conosce.

Quando vengono pagati ricevono i soldi dalle mani di queste figure intermediarie, che includono ruoli come quello del trasportatore, del “passeur” (che fa spostare i lavoratori da un angolo all’altro d’Italia), dei cuochi cui vengono sub-appaltate le cucine. Un sistema gerarchico che permette che si lavori e che certi servizi (dai “mercatini” alla prostituzione, fino, appunto, ai ristoranti) vengano erogati. Una scala che spesso vede le condizioni economiche dei paesi d’origine esattamente traslate nelle disparità interne a questa realtà.

Esistono anche dei sistemi di mutuo soccorso nelle comunità, come ostilità fra nazionalità diverse. Quasi tutti sono rifugiati politici. I caporali sono ben riconoscibili nella massa: non lavorano la terra, perché prendono una parte dello stipendio da tutti quelli che lavorano “grazie” a loro. Se non si passa dal “sistema”, non c’è possibilità di essere assunti. Si recano sui campi tardi la mattina per controllare, spesso accompagnati dai padroni. Quelle aziende agricole che – per ammissione dello stesso Sindaco nel corso dell’ultimo tavolo tecnico – non sborsano nulla per l’assistenza e la contribuzione. Si lavora di fretta: nessuno deve rimanere indietro, e anche in questo ci si aiuta, perché altrimenti “il padrone s’incazza”.
Finita la giornata nei campi, si torna alla falegnameria: si vive ammassati nella struttura fatiscente o nei campi intorno, sotto le tende. L’acqua non c’è e i rifiuti (di ogni sorta) vengono bruciati la sera proprio accanto al materasso su cui si dorme.
I generatori danno la corrente elettrica: si caricano i cellulari, si guarda un telefilm turco tradotto in arabo, rigorosamente anti-Isis. Nel mese di ramadan si aspetta il tramonto per mangiare, poi si va a dormire presto, perché il giorno dopo si deve ricominciare. Queste condizioni fanno sì che, tra l’altro, molti soffrano di depressione.
Il campo allestito dalla cooperativa “Rinascita” con fondi del Piano sociale (136mila euro) è entrato in funzione da comunicato solo il 14 luglio: dieci tende, che possono ospitare un’ottantina di persone, e acqua, docce e servizi vari. La postazione di Emergency dovrebbe invece arrivare a fine mese, bloccata finora da questioni burocratiche.
Ma l’Africa, a Nardò, esiste già dalla fine di maggio.

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...