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commercio dell’olio d’oliva

Due le strade che tagliavano il Salento: quella dei pellegrini da Roma a S. Maria di Leuca e quella dell’olio da Otranto a Brindisi passando dai paesi dell’entroterra. La prima racconta di S. Pietro che attraversò queste terre in direzione Roma e di schiere di pellegrini che da secoli giungono da tutta Europa fino all’estremo limite della Penisola, la seconda è lastricata dell’olio che dall’entroterra raggiungeva Gallipoli per essere caricato sui bastimenti e per raggiungere i maggiori porti di tutta Europa. La “via dell’olio” (denominazione che negli ultimi anni ha interessato iniziative regionali e provinciali nella definizione di percorsi che esaltano i luoghi di produzione dell’olio) toccava anche  i luoghi basiliani, come S. Mauro di Sannicola, visto che furono proprio i monaci basiliani a introdurre alcune qualità di olive come quelle saracene.  L’olio che veniva caricato nel porto di Gallipoli era “lampante”, quello che serviva, cioè per illuminare le strade delle città. Che fosse ritenuto di buona qualità ne fa testimoninza la presenza fino al 1923 di numerose sedi di Consolati di molte nazioni europee. Anche la quantità doveva essere importante se nel 1709 si contavano in un solo giorno 30 vascelli pronti per caricare.
L’olio ormai ha preso altre strade ma i segni della storia rimangono e vengono sottolineati con il ripristino delle tracce. Come la lapide marmorea, voluta dall’associazione “Gallipoli nostra”, scoperta qualche giorno fa,  nel mercato ittico là dove un tempo c’erano “Pile regie di caricamento degli olii” ricordate dallo storico Ettore Vernole. E come i percorsi attraverso i frantoi ipogei.

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