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Gallipoli – Scuse pubbliche ma non solo: il fascicolo già di per se corposo dello stabile che ospita già Compagnia dei carabinieri e Commissariato di polizia, si arricchisce di un altro inconsueto documento. Lo firma Marcello Seclì, di Parabita ma soprattutto presidente della Sezione Sud Salento di “Italia Nostra”.

Il rammarico per i ritardi. “La Sezione Sud Salento di Italia Nostra, nell’occasione dell’inaugurazione delle due sedi che avverrà sabato 11 novembre, sente il dovere di chiedere scusa alle forze dell’ordine ed anche ai cittadini di Gallipoli e dei Comuni di competenza della Compagnia e del Commissariato, per il ritardo involontariamente causato con le azioni che l’Associazione ha posto in essere  finalizzate al rispetto delle norme urbanistiche e paesaggistiche esistenti nell’area del costruendo edificio”.

Ma c’erano gravi irregolarità. La “scusa” delle scuse ufficiali fornisce al presidente Seclì però anche l’occasione di rifare un po’ la travagliata storia di un’opera iniziata nel 2003 – soprattutto per dare una sistemazione più adeguata ai Carabinieri con la sede in via Pagliano, zona Giudecca, da poco rimasta vuota. C’erano gravi vizi nelle procedure (la distanza non regolamentare dell’immobile dal mare, tra i principali), sanati alla fine da un provvedimento legislativo della Regione Puglia. “Quando venimmo a conosceza – comincia Seclì – alla fine del 2003 di quanto si stava realizzando a Gallipoli su lato mare di via Lecce, ci mobilitammo per denunciarne l’abuso edilizio alle autorità preposte, contattando vari esponenti istituzionali (tra cui i Sottosegretari all’Interno avvicendatisi in quegli anni), coinvolgendo i diversi organi di informazione anche nazionali (tra cui “Ambiente Italia” e “Striscia la notizia”) e attivando le azioni giudiziarie che risultavano necessarie e percorribili”.

Suolo privato, impresa privata, responsabilità pubbliche. Naturalmente l’obiettivo non era bloccare l’intervento programmato: “La faccenda assurda era che il costruendo edificio destinato ad ospitare inizialmente solo i carabinieri, veniva realizzato da una società privata (la Maya srl, ndr) e su un terreno privato in virtù di un contratto di locazione futura con il Ministero degli Interni, nonché in deroga agli strumenti urbanistici comunali e in contrasto con il Putt/paesaggio della Regione Puglia (il terreno ricadeva infatti a meno di 300 metri dalla costa). Tutto ciò nonostante a poche decine di metri di distanza (sul lato opposto della stessa strada, oltre 300 metri dal mare) fosse presente un’ampia area del Demanio dello Stato”. Per il responsabile di “Italia Nostra” lo “scandalo” sarebbe probabilmente passato sotto silenzio, per via della destinazione d’uso finale dell’immobile. Il presidente Seclì racconta che anche l’allora Comandante dei Carabinieri di Lecce si indignò a tal punto da affermare: “finche sarò al Comando di Lecce quella struttura non verrà mai utilizzata dall’Arma”.

Marcello Seclì

“Ma, come spesso succede in Italia, a tutto si trova un rimedio, soprattutto quando sono in gioco rilevanti interessi. Fu così – conclude Seclì – che per superare  i vari ostacoli, tra cui i ricorsi di Italia Nostra e i provvedimenti di sequestro prima e poi quello (debole) di abbattimento emessi dal Comune di Gallipoli (per le diffide inviate da Italia Nostra), ci pensò bene la Giunta regionale pugliese che il 13 ottobre del 2006 rilasciò “ex post” l’autorizzazione paesaggistica in deroga al Piano urbanistico territoriale tematico/paesaggio aprendo così la strada al completamento dell’edificio e rendendo inefficace le azioni di Italia Nostra contro i titoli edilizi rilasciati dal Comune e che il Tar aveva dichiarato nulli nel 2004”.

 

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