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carlo d’angiò

PzzSlnt_32_01.inddGallipoli, città fedelissima alla casa Sveva per simpatia e per debito di gratitudine, aveva fin dal principio subìto di mal animo la nuova signoria del francese Carlo d’Angiò. E quando il monarca angioino diede le prime prove della sconfinata ambizione e della ferocia del suo animo, e prese a mal governare il regno delle Sicilie usurpato, l’ incresciosa e apparente sottomissione dei gallipolini si mutò in aperto odio e ribellione. Gallipoli, alla venuta in Italia del giovinetto Corradino per riconquistare il regno dei suoi avi, si associò volentieri alle città e ai baroni che tenevano le parti del biondo svevo. Né cessò la nostra città di osteggiare l’Angioino, anzi maggiormente si accese l’odio quando nel 1268 seppe che, vinto a Tagliagozzo e decapitato sulla piazza del mercato di Napoli lo sfortunato Corradino, il feroce Carlo faceva stragi per vendicarsi dei sostenitori del giovane svevo. Gallipoli, sempre ospitale, accolse allora fraternamente e protesse fra le sue mura tutti quei Baroni che, ribelli a Carlo e cercati da lui a morte, domandarono ai nostri avi asilo e protezione.

Carlo d’Angiò montò su tutte le furie, e ordinò, come si rileva dai Registri angioini, che tutti i traditori (così chiamava i sostenitori dell’infelice Corradino) accolti a Gallipoli, fossero talmente stretti ed accerchiati dalle sue soldatesche, che neppur uno di essi potesse sfuggire dalle mani regie, cioè alla morte. Ecco il brano del Registro Angioino 1269 B.fol. 39 nel suo testo latino: «quod omnes proditores in Gallipulo receptatos sic terra marique artare studeas, quod  nullus ex eis possit efugere manus nostras». E sfortunatamente, con sommo dolore e danno dei Gallipolini, così avvenne.

Gallipoli fu stretta in un cerchio di ferro dai masnadieri di Carlo e fu espugnata: gli ospitati baroni, detti ribelli, in numero di 33, caddero nelle mani del Giustiziere di Terra d’Otranto, che era allora, come dice il chiarissimo storico Pietro Palumbo, un tal Pasquale Guarini che in una relazione si affrettava a rassicurare il suo signore comunicandogli che li aveva tutti impiccati (Registro Angioino 1269 D. fol. 151) :«Item docuit per quaternum actorum quem assignavit, omnes proditores inventos et captos in Gallipoli cum terra ipsa devenit ad mandata Curie numero scilicet triginta tres furca fuisse suspensos».

Questo fatto acuì e l’odio dei Gallipolini verso il tiranno e l’ira e la ferocia di questo, che giurò di vendicarsi come fece nel 1284 con la distruzione della città. Ora un avvenimento come questo, che rivela lo spirito di fedeltà e di ospitalità dei nostri padri, spinto sino al punto di affrontare lo sdegno e la vendetta del re vincitore e crudele, non meritava di essere e conosciuto e ricordato da noi e dai nostri nipoti? Certo che sì, specialmente se si tiene presente (e lo dico non per fare confronti odiosi) che Brindisi in quella medesima vicenda usò la debolezza, per non dire slealtà e tradimento, di consegnare nelle mani di re Carlo gli altri Baroni, che si erano rifugiati in città, come scrisse il citato professore Palumbo nel suo articolo “Guelfi e Ghibellini in terra d’Otranto”.

So che a ricordare pienamente il fatto storico, alle parole “Via dei 33 Baroni”, sarebbe stato necessario aggiungere “impiccati”; ma quella parola suonava male e fu omessa. Passando per quel breve tratto, parallelo a Corso Roma, par di vedere quei generosi e sfortunati Baroni pendere col volto livido da 33 forche vittime della ferocia dell’Angioino.

di Giorgio Tricarico

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