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canzoni salentine

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Simu SalentiniCi siamo ormai abituati a chiedere alla tv o al computer che tempo farà domani. Riusciamo anche a sapere in linea di massima quale tempo ci sarà per i successivi cinque giorni, quale vento spirerà, come saranno i mari.

In passato, non potendo usufruire di questi mezzi , si guardava il cielo, addirittura si “sentiva” il proprio corpo: quando aumentavano i dolori o ci si sentiva giù, non si poteva sbagliare, tempo di scirocco. Al contrario quando si preparava un bel tempo di tramontana.

I proverbi non facevano che registrare queste “competenze” acquisite sul campo o ereditate dalla saggezza dei nonni. Sono tantissimi i proverbi meteo, qui riportiamo una scelta in relazione alla direzione dei quattro venti più importanti.

 

Vento di scirocco

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, parti cu bbona vintura

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, tiempu ca nu ddura

Sciroccu chiaru e tramuntana trubba e buttana vecchia, lu Signore cu nne guarda

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, camina certu, ca la via è ssicura

Sciroccu chiaru e tramuntana scura, corpi de mare nnu ire paura

 Lu sciroccu è la manta de lu poveru

Sciroccu muttulusu, li malati li face patire e lli sani nu lli face durmire

Se lu sciroccu rite, fessa ci lu crite

Diu cu ne guarda te tramuntana chiuvire e te sciroccu nivicare

Muntagne chiare, sciroccu a mare

Sciroccu chiuei chiuei e tramuntana chiangi chiangi

 

Vento di tramontana

La tramuntana è ssignurina: s’ausa tardu e sse curca mprima

Tramuntana: la sira scinne e la mmane nchiana

La tramuntana nu ddura na simana

Tramuntana, o ttre ggiurni o na settimana

Tramuntana, tutto me sana; sciroccu, tuttu me doju a ddu me toccu

La tramuntana è signura

La tramuntana lu core te sana

Ci ncete niuru a tramuntana, se vvicina la buriana.

Tramuntana ete carusa zzita: se curca mprima e sse ausa tardu

La tramuntana dura 3 giurni: nasce pasce  e more

 

Vento di ponente

Punente la tramuntana si sente

Punente, fitente

Punente fitente; e cce ss’à ddire de la tramuntana, dda fija de bbuttana?

Punente russu, o acqua, o troni, o frusciu

Punente, cacciatore nnu pija gnenti

Lu punente te scitta lu dente

Punente, serpente; punentale, corpi de margiale

 

Vento di levante

Levante, bbirbante

Levante chiaru e tramuntana scura, vane su ll’aria e nnu nn’ire paura

Levante e llevantina, ttre ggiurni e na quindicina

Levante inche lu vacante

 Levantina, la mattra stescia china.

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Era il 1934 e la sezione corale del Dopolavoro di Gallipoli partecipa alla II Mostra del mare nell'ambito della V Fiera del Levante. In occasione del Convegno nazionale della pesca meccanica ecco la raccolta di canti "tramandati di generazione in generazione" e cantati dal popolo

Simu salentini. Le canzoni popolari, da sempre, hanno affascinato i gallipolini. In questi canti il popolo si immedesimava nella realtà della vita quotidiana e al canto affidava le sue speranze, i suoi miti, le sue infinite tribolazioni, la sua arguzia, la sua amarezza, il suo riso scintillante. Il tutto espresso con il dialetto piegato a tutte le necessità dell’espressione, ricco di sfumature, ora tagliente, ma sempre armonioso.

Ecco allora che, pur improvvisando i versi, bastava una semplice chitarra e una buona voce per dedicare, magari sotto la finestra e al chiaro di luna, una bella e romantica “serinata”. Salvo incidenti di percorso, sotto forma di “sicchi t’acqua”,  da parte di vicini di casa infastiditi da quel, a volte, lamento.

Nicola Patitari che è stato tra i massimi poeti gallipolini dell’800, si cimenta nella canzone e compone una poesia “Baccu Tabaccu e Venere” da musicare. In questa canzone, come scrive Federico Natali nella sua pubblicazione “Nicola Patitari – Poeta dialettale gallipolino dell’800” “c’è l’espressione della più congeniale e schietta filosofia del Patitari che si configura come serenità di una vita semplice sottratta alle tentazioni della grandezza e del prestigio, dell’avidità di onori e ricchezza e confortata solo da un sano edonismo e da un contenuto erotismo”

La canzone fu composta e cantata per la prima volta in occasione della Festa del mare nel 1890 in onore di Antonietta de Pace. Pare addirittura che lo stesso poeta la volle cantare accompagnato da mandolini e chitarre, seduto su una barca con la luna che faceva scintillare il leggero sciabordio, a ridosso del ponte, mentre la stessa eroina passava da lì. Successivamente alla canzone è stato cambiato il titolo diventato così banalmente “Rumasuje de mare”. Per molto tempo la canzone è stata attribuita ad autore anonimo. Ecco perché non porta il titolo originale.

Nel 1934 la sezione corale del Dopolavoro di Gallipoli, animatore Ettore Vernole, partecipa alla II Mostra del Mare nell’ambito della V Fiera del Levante. In occasione del Convegno nazionale della pesca meccanica, il coro, nel costume tradizionale dei pescatori gallipolini, si esibisce nell’esecuzione, si legge nel frontespizio dell’opuscolo, di “versi e nenie originali ed originari dei secoli scorsi, tradizionali fra i pescatori di Gallipoli,  tramandati di generazione in generazione, ed ancor freschi e vivi, e cantati dal popolo”.

Il popolo gallipolino con i canti esprime malinconia e angoscia, amore e nostalgia. Ma molto spesso s’intravede l’amore per il paese natio, come in “Barcarola”: “Spalanca l’occhi e resta stralunatu pe lu trisoru de baddizzi nc’è”. Temi ricorrenti  sono la vastità del mare, il silenzio argenteo delle notti di luna, il mormorio della risacca. “Quistu celu e quistu mare, su’ le cose le cchiù rare” Canzoni che spesso sanno di dichiarazioni d’amore per Gallipoli e per i frutti del suo mare, che solo ad assaggiarli, canta il Patitari nella sua canzone, danno felicità: “Ostrichi, rizzi, cocciuli e patedde; cuzziddi, carapoti e cannulicchi”

Canto di passione e sofferenza “Lu rusciu de lu mare” riconducibile alla tradizione gallipolina, con canto lento  e straziante, che meglio si addice alla storia. Infatti il canto narra di un amore impossibile tra la figlia di un re ed un soldato, nel periodo in cui Gallipoli era occupata da Turchi e Spagnoli, storici invasori di questa terra.

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Il gruppo “Gli Arcuevi” di Matino attualmente impegnati in numerose serate in giro per l’Italia

Matino. Da anni ormai vanno in giro per le piazze a esportare la tradizione musicale salentina e la passione per il loro paese, Matino, sono “Gli Arcuevi”, gruppo di balli e canti popolari composto da Francesco De Donatis, tamburello e voce, Angela De Donatis, tamburello e danza e ancora Antonio Palma, chitarra e voce, Enza Magnolo organetto diatonico, tamburello e voce, Claudio Miggiano chitarra, violino e voce.

Il loro repertorio spazia da brani tradizionali come “Santu Paulu” e “Pizzicarella”, alle pizziche più famose come “Quant’ave”, a pezzi melodici come “Kalinifta”.

Arcuevi, come le stanze più piccole delle tipiche costruzioni salentine, i “caseddhri”, che servono da sostegno per l’intera costruzione.

Il nome del gruppo racchiude in qualche modo la sua storia come racconta Angela: «Fin da piccoli io e mio fratello Francesco, suonavamo e pian piano, con il passare degli anni, abbiamo perfezionato questa passione fino al punto di far nascere un gruppo musicale».

Successivamente si è avvalso della presenza di nomi importanti nel panorama musicale folkloristico assumendo sempre più popolarità, ma lasciando i giovani come punto di riferimento.

Grazie al desiderio di tutta la famiglia, incluso il presidente e padre dei due giovani, Aldo De Donatis, il gruppo è cresciuto, sino a diventare oggi uno tra i più affermati del Salento. Solo quest’estate sono state già 13 le serate in diverse città d’Italia.

Tra gli ultimi appuntamenti anche qualche tappa fuori regione, come Anzi e Saracena, rispettivamente in Basilicata e Calabria.
«Esibirci in diverse città italiane è molto bello – dice Angela – in quanto si conoscono culture e costumi diversi. Molto bello è stato anche scambiare le nostre tradizioni andando in Grecia conoscere gli usi di quella terra, il cibo e la lingua così come in Svizzera».

A decretare il meritato successo targato Matino, anche la partecipazione al festival made in Corsano “Popoli- Global melting pot”, il più grande festival culturale del Sud Salento, selezionato tra le “Eccellenze per i festival” della Regione Puglia e giunto quest’anno alla settima edizione.

A promuoverlo, l’associazione Mir Preko Nada (Pace oltre la speranza) di Corsano, associazione che affianca all’arte in ogni sua forma, scopi culturali e benefici come la realizzazione di un’aula per i bambini delle scuole elementari a Ruhuha, in Ruanda dove l’Associazione diocesana “Amahoro” di Ruffano sta già realizzando un complesso scolastico.

Voce al Direttore

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Ora che è passata la festa – giusta: logistica adeguata a compiti delicati e decisivi per il grado di vivibilità – possiamo tentare...