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campanile parabita

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L’incendio del campanile dello scorso anno (foto Pejrò)

L’incendio del campanile dello scorso anno (foto Pejrò)

 

PARABITA. «Dha data ca nu fove mai segnata», scrisse il poeta Rocco Cataldi, come di un istante senza tempo, nato insieme alla memoria. In quel momento inizia il culto dei parabitani per la Madonna della Coltura, rinnovandosi di anno in anno con una devozione che sfida ogni crisi, spirituale e sociale. La più remota testimonianza della leggenda sulla santa patrona parabitana, che secondo tradizione potrebbe riferirsi al XIV secolo, si ritrova in un manoscritto anonimo stampato a Matino nel 1896. «E’ tradizione che nella spianata Le pane della Corte fu trovata, arandosi, una mozza lapide che si chiamò della Coltura, perché rinvenuta coltivando nel campo Cutura. E’ fondata opinione che ivi i nostri avi avessero sepolta questa reliquia per camparla dall’eresiarca Costantino Copronimo, il quale, verso il 741, fé rovinare e ardere ogni sacra immagine.

Ma come il rostro dell’aratro appuntò la lapide, i buoi s’inginocchiarono. I popolani accorsi all’annunzio, scoprirono l’effigie di Maria e poi i divoti tutti, lieti e festanti se la recarono al villaggio». La corsa seguita a quel ritrovamento è ancora oggi uno dei capisaldi della festa, con la rievocazione della gara podistica dei “curraturi” la domenica mattina, a ricordare il tragitto percorso dai contadini per tornare in paese e collocare il monolito nella chiesa matrice. La mattina seguente, però, la scioccante scoperta: la pietra sacra fu trovata in una campagna appena fuori dalle mura cittadine, segno – secondo la leggenda – che la Vergine voleva rimanere nei campi che così a lungo l’avevano custodita. Così fu costruita in quel luogo una piccola cappella a Lei dedicata, ricostruita nel 1600 (quando con ogni probabilità era già custodita dai Padri Domenicani) per essere a sua volta demolita nel 1913, facendo posto all’attuale Basilica della Madonna della Coltura.

In quell’occasione venne alla luce anche la bellezza integrale del monolito, rarissimo esempio di arte bizantina, che fino a quel momento era stato considerato di così poco valore artistico da incastrarlo per metà altezza nell’altare, lasciando visibile in un ovale solo il volto della Vergine e del Bambino. Per questo motivo, in occasione dei festeggiamenti veniva portata in processione una statua diversa dall’originale, autrice, secondo tradizione, di molte guarigioni miracolose avvenute a vantaggio di ammalati gravi e moribondi che dall’uscio delle proprie case ne invocavano misericordia.

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