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CADUTI PRIMA GUERRA MONDIALE

Luigi Mercuri, Cosimo Piccione e Marzio Molle

SANNICOLA. «Con il rientro in paese di queste 71 medaglie, è tornato a Sannicola un pezzo di storia: è come se i nostri ragazzi fossero ritornati finalmente a casa». È questo il commosso commento del presidente della locale sezione Combattenti e reduci, Luigi Mercuri, al momento di ricevere dalle mani del sindaco Cosimo Piccione il ricordo che la Regione Friuli ha voluto dare ai Caduti del primo conflitto mondiale. Alla cerimonia, svoltasi recentemente presso il centro culturale di via Oberdan, hanno preso parte anche l’assessore alla cultura Marzio Molle, il maresciallo dei carabinieri Luca Russo, i ragazzi della scuola guidati dalla docente Maria Grazia Aloisi, il poeta Franco Ventura, e l’ufficiale di cavalleria Giancarlo Minerva. Quest’ultimo vive a Trieste ed è stato il tramite che ha portato all’attenzione dell’Amministrazione comunale la possibilità di organizzare la cerimonia. I ragazzi delle scuole hanno letto ad uno ad uno i nomi dei Caduti e alcune brevi informazioni su di loro accompagnandosi con il suono di una campanella. Il maresciallo Luca Russo ha sottolineato “l’importanza che non si cada nella retorica e il valore della libertà conquistata grazie al sacrificio dei militari”. Al termine della consegna delle medaglie si è mosso il corteo di tutti i militari presenti che è giunto fino alla sede dell’associazione che è stata re-inaugurata dopo le ristrutturazioni. Qui commosso il ricordo di Quintino Inguscio, storico presidente e del socio Pasquale Stamerra, entrambi venuti a mancare da poco.

l'autore del libro Remigio Morelli

l’autore del libro Remigio Morelli

TAVIANO. “Muti passarono quella notte i fanti”, inizia così la seconda strofa della “Leggenda del Piave” di cui tutti conoscono  versi più famosi: “Il Piave mormorò, non passa lo straniero”, sintesi dell’eroica  resistenza dei fanti italiani nella prima guerra mondiale (di cui ricorre il centenario ricordato in numerose manifestazioni in tutta Italia),  dopo la disfatta di Caporetto. La canzone fu scritta nel 1919, a guerra finita e documenta l’eroismo e il patriottismo dei soldati. Tra quei fanti che passavano “muti” c’erano anche tanti tavianesi che sono l’oggetto del lavoro del professore Remigio Morelli, storico e  profondo conoscitore della storia locale.

“Muti passarono. Taviano e i suoi Caduti nella Prima guerra mondiale” è il titolo di un lavoro davvero encomiabile per la mole, la qualità e la precisione della documentazione.  E il “muti” non va inteso certamente in senso letterale né va riferito solo alla canzone. Il volume, per i tipi della Congedo editore nella collana “Biblioteca di cultura pugliese”, è stato pubblicato sotto  l’alto patronato del Presidente della Repubblica con il patrocinio della Regione Puglia, il Comune di Taviano e l’Istituto di culture mediterranee della Provincia di Lecce.
L’introduzione, 70 pagine di storia, immette il Salento e Taviano negli anni che precedono la prima guerra. Le condizioni della città nel primo Novecento (“una comunità chiusa e immobile, emarginata dai processi di sviluppo in atto nelle aree più avanzate del paese”) vengono analizzate in tutti gli aspetti:  sociali (“il controllo della vita pubblica appartiene a poche famiglie di notabili” che sono presenti nei Consigli comunali; l’espansione urbana orientata a sud-ovest; le condizoni igieniche precarie del centro urbano denunciate dal dottor Rocco Miggiano; la malaria, diventata endemica per le paludi e per gli acquitrini malsani lungo la costa a sud di Gallipoli e la valle  tra le serre occidentali fino a Casarano e Ugento, e il vaiolo e altre malattie; l’alta mortalità infantile. Alle soglie della guerra, il quadro di Taviano, così come in tanti paesi del Sud, è desolante.

Tutta la classe dirigente, di destra e di sinistra, è favorevole alla guerra. Taviano si spopola perché tra l’aprile del 1915  e gli ultimi mesi del ’16  più di 600 uomini partono per il fronte. La vita diventa molto difficilile anche per chi resta in paese per la riduzione delle razioni di grano, farina e pane. Miseria completa: nel 1916 la popolazione manca di tutto,  con i generi alimentari introvabili, per la mancanza di petrolio si spengono anche i 69 fanali del paese.
E dopo l’introduzione, ecco sfilare “muti” i Caduti tavianesi, che ora miracolosamente per la penna di Morelli parlano di sé, si raccontano, diventano i nonni, i parenti sconosciuti di tanti cittadini. «La sfida è proprio questa – sottolinea Morelli – quella di dimostrare che non sono solo nomi, che dietro ai nomi registrati sulle lapidi  c’è la storia di Taviano, la storia d’Italia, di una guerra che ha visto i soldati salentini combattere su tutti i fronti». Così un microcampione storico diventa il riflesso della macrostoria. E avviene anche che uno studioso mentre fa ricerca (non per niente il termine “storia”, dal greco significa ricerca) viene “preso” dalle vicende tanto che, racconta ancora Morelli, “mi sembrava che quelle persone fossero vive, che il paese fosse diventato vivo con tutte le figure, le attività, le strade del tempo”.
Quello che sta avvenendo, mentre il libro si sta diffondendo e viene letto,  è una testimonianza che la scommessa di Morelli è vinta, perché i cittadini tavianesi hanno scoperto i loro parenti che ora hanno un nome e una voce.

Un’ultima annotazione va fatta, perché mi sembra che sia una  costante sottesa alla ricerca di Morelli: una elevata tensione morale, un’etica della responsabilità quotidiana, un impegno civile sempre presenti che alla fine fanno concludere: «La guerra ha cambiato profondamente questo paese e i suoi abitanti. Nell’immensa tragedia, che ha sconvolto le vite e i destini di centinaia di famiglie, si fa strada un sentimento nuovo di fratellanza e di appartenenza che il dolore, il sangue e la quotidiana percezione della morte hanno cementato. La guerra ha rotto definitivamente il recinto di isolamento e di estraneità dalla storia delle masse rurali e apre la stagione del protagonismo e della coscienza civile»
Da “Fratelli” di ungarettiana memoria a Cittadini.

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