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Ivan FerrariSANNICOLA. Appuntamento a Sannicola giovedì 19 novembre 2015 alle ore 17.30, presso la Locanda Locanda Dei Viandanti per la presentazione del volume “Vite Sbandate. Brigantaggio nel basso Salento (1860-1866)” (Edizioni Esperidi), di Ivan Ferrari, di Alezio. Interverranno Federico Leo, presidente dell’Associazione Nov@lba, Marzio Molle, assessore alla cultura di Sannicola, Nello Marti, esperto di storia sannicolese, Claudio Martino, editore e l’autore.
L’evento è organizzato dall’associazione Novalba, col patrocinio del Comune. L’opera  è frutto di una ricerca dell’autore che ruota attorno a vicende e personaggi che animarono il basso Salento dopo l’Unità d’Italia, nel contesto del “Brigantaggio”, per molti versi una vera e propria guerra civile. Il libro si pone l’obiettivo di far riscoprire cosa in quel periodo avvenne, quali i personaggi e i fatti, narrati a partire non dalle fredde sentenze della Corte d’Assise, ma dalle deposizioni dei testimoni oculari, nel tentativo di riproporre il tutto con gli stessi occhi e sentimenti di chi li visse in prima persona. Il tema negli ultimi anni è stato oggetto di attenzione crescente  da parte degli storici che hanno contribuito a dar luce a una serie di verità scomode.

Piazza del Mercato Vecchio foto VelottiMELISSANO. Via Don Marino Manco è l’ultima strada della periferia Ovest di Melissano, ma la tragica vicenda che coinvolse il sacerdote melissanese ebbe luogo nel centro antico del’abitato. Siamo nel periodo post-unitario; infuria il brigantaggio e nella zona del Capo di Leuca si costituisce la banda capeggiata da Quintino Venneri (alias Macchiorru) di cui fanno parte, fra gli altri, Barsanofrio Cantoro, di Melissano, Vincenzo Barbaro, di Alliste, Ippazio Ferrari e Ippazio Gianfreda, di Casarano. Una delle vittime di questa banda fu il prete don Marino Manco, giudice conciliatore di Melissano e nemico dei briganti sia per la sua adesione allo Stato unitario che per vecchi rancori con il compaesano Barsanofrio Cantoro. Questi confessò in tribunale: «Ce l’avevo con lui da tanto tempo perché prima di andare per soldato, amoreggiavo con una giovane di Melissano ed in cena, don Marino, vedendomi ricevuto in quella casa, mi discacciò». Per Barsanofrio fu facile convincere gli altri briganti dell’opportunità di colpire quel prete che aveva cantato due “Te Deum” per Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie e che, spesso, ospitava nella sua casa i carabinieri di Gallipoli, i rappresentanti di quel potere nemico al quale si erano ribellati. Così, verso le ore tre della notte del 24 giugno 1863, i briganti, capitanati da Macchiorru, penetrarono a Melissano. Alcuni di essi presidiarono le uscite del paese, altri si fermarono in piazza, altri ancora bussarono alla porta del Manco. «Apri, sono un messo di Gallipoli, porto un plico pressante del Sottogovernatore», disse uno di loro con voce affettata da piemontese. Don Marino – riferì la domestica – ebbe qualche sospetto e non voleva aprire, ma al picchiare violento del culacchio dei fucili da far crollare la porta e alle grida “Apri carogna fottuta”, si alzò e aprì. Otto individui, vestiti alla contadina, armati di fucili, sciabole e pistole, irruppero in casa. «Don Marino – disse Macchiorru – mi servono mille ducati» e bestemmiava dicendogli: «Assassino che sei, ai carabinieri continuamente dai da mangiare e a noi non vuoi dare nulla?» Frugarono in ogni angolo della casa e rinvenute solo 170 piastre minacciarono di morte il malcapitato. «Per la Madonna del Carmine, non ne tengo più» urlava il prete, ma i briganti lo obbligarono a chiedere in prestito altro denaro, scortandolo a casa dei suoi parenti. «Lo vidi in piazza – testimoniò Pietro Paolo Corvaglia – in mezzo a due briganti, scalzo, sconvolto, vestito dei soli pantaloni. «Ho bisogno di duecento piastre, voglio salva la vita – mi disse – Ed io, insieme a Vincenzo Manco e all’arciprete, don Vito Corvaglia, consegnammo la somma richiesta. Allontanandosi da Melissano, i briganti frantumarono gli stemmi dei Savoia posti sul corpo di guardia e sul botteghino delle gabelle.

Ma don Marino non era persona che subiva senza reagire. Il giorno seguente, infatti, denunciò l’accaduto alla giustizia mandamentale di Casarano, sottoscrivendo, in questo modo, la sua condanna a morte. Il proposito dei briganti divenne di pubblico dominio tanto che lo stesso don Marino fu avvertito di stare in guardia perché si voleva attentare alla sua vita. Tuttavia, egli non adottò particolari precauzioni e prevedendo un altro assalto notturno passò le notti nella cantina della sua abitazione. Ma la morte non arrivò di notte … Erano le ore 13 del 27 luglio 1863, don Marino uscì dalla chiesa parrocchiale di Sant’Antonio e rientrò in casa. Verso le ore 14, i briganti penetrarono a Melissano e giunsero nei pressi dell’abitazione del Manco; uno di loro urlò: «Dov’è il brigante papa Marino?» Il prete aprì la porta: due colpi di fucile ruppero il silenzio della piccola borgata e raggiunsero al volto e al petto don Marino. La vittima cadde a terra in una pozza di sangue, il braccio sinistro proteso, il destro piegato sul torace. «Io sono stato il boia, ho tirato il primo colpo – disse Ippazio Ferrari al processo – Quintino Venneri, il secondo». Barsanofrio Cantoro non ebbe il coraggio di partecipare all’assassinio del suo compaesano e si rifugiò nella campagna di Arcangelo Metafune. «Lo trovai vicino al mio pozzo – testimoniò il contadino – mi chiese da bere. In quel momento sorse un vento così impetuoso che lo stesso Barsanofrio si sorprese dicendo: “Questa è l’anima di papa Marino”. Io gli chiesi: “L’avete ucciso?” E quegli: “lo lasciavamo?…» Poi, il brigante fuggì verso il bosco del Belvedere. Lì fu catturato il 13 novembre 1863; condannato a 30 anni di reclusione, morì in carcere. Macchiorru riuscì ad evadere dalla prigione e dopo numerose azioni delinquenziali rimase ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri, il 24 luglio 1866, dietro la cappella di Santa Celimanna, nei pressi di Supersano. Il suo corpo fu esposto come monito, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano.

di Fernando Scozzi

ALEZIO. I 150 anni dell’Unità d’Italia, celebrati ovunque nel 2011, hanno dato rinnovato vigore alle indagini storiche per portare alla luce tutti gli aspetti che caratterizzarono l’inizio del processo unitario. Perché un fatto è certo: non si trattò di un processo rapido e totalmente condiviso almeno all’inizio e nel nostro sud. Nei primi anni il moto unitario interessò prevalentemente le forze liberali che aderirono alla rivoluzione garibaldina e contribuirono in modo determinante alla caduta del regime borbonico. Le forze liberali erano composte dalla piccola e media borghesia, dal ceto intellettuale e naturalmente non potevano costituire la maggioranza. Dal moto unitario rimasero escluse le popolazioni rurali, il clero e l’esercito che furono le tre componenti di quella reazione che prenderà il nome di brigantaggio. I contadini, che in un primo momento avevano salutato con favore la rivoluzione garibaldina, erano state le prime vittime del collasso delle attività economiche ed erano rimasti delusi dalla mancata concessione di terre. I vescovi e il clero svolsero un’azione decisa a favore della restaurazione; d’altronde tra i primi decreti di garibaldi c’era quello di incameramento dei beni ecclesiastici. Un episodio spiega il livello di insofferenza del clero: all’arrivo di Vittorio Emanuele II a Napoli le autorità cittadine proposero il canto del Te Deum in cattedrale, ma molti canonici rifiutarono. Anche a Lecce si registrarono reazioni simili: il vescovo Luigi Caputo non concesse il Duomo per il canto del Te Deum di ringraziamento. L’esercito napoletano che si era rivelato uno dei migliori dell’epoca preunitaria, in gran parte si rifiutò di giurare fedeltà al nuovo regime.

Non si contano gli studi che sul fenomeno del brigantaggio sono stati pubblicati, ma non credo che ce ne sia uno più approfondito e dettagliato di “Vite sbandate, brigantaggio nel basso Salento (1860-1866)” di Ivan Ferrari (edizioni Esperidi 2015), di Alezio. Il volume, che ha avuto il patrocinio dei Comuni di Alezio, Alliste, Casarano, Cutrofiano, Gallipoli, Lecce, Matino, Melissano, Parabita, Poggiardo, Presicce, Racale, Sannicola, Supersano, Taviano, Ugento, della Banca popolare pugliese e dell’associazione “Trozzella”, è frutto di un lavoro durato quattro anni, una ricerca d’archivio condotta parallelamente sui documenti conservati nell’Archivio di Stato e sui giornali dell’epoca. Uno studio che, proprio per la natura delle fonti consultate, nasce dall’ascolto dalla voce dei protagonisti. L’impressione che ha il lettore leggendo il corposo volume (372 pagine) è quella di essere “dentro” gli avvenimenti, di fare gli stessi percorsi, di assistere alle vicende, di essere in quei luoghi. Impressione facilitata anche da due altri aspetti: i posti in cui si svolsero i fatti descritti, centri storici e masserie del basso Salento noti a tutti, e i cognomi tuttora comunissimi nei medesimi paesi.

La storia inizia con la prima grande manifestazione antiunitaria a Presicce e poi via via a Tuglie, Soleto, Ugento, Taviano (dove fu ucciso don Generoso Previtero), Racale, Alliste. Al grido di “Viva Francesco II” venivano abbattuti gli stemmi sabaudi, assaliti i corpi di guardia (come avvenne il 9 luglio del 1861 quan- do giovani di Villa Picciotti (oggi Alezio) presero di mira il corpo di guardia di Villa San Nicola, posto a ridosso dl municipio). Le azioni sporadiche di moti popolari sfociarono nella formazione di bande armate: una di sbandati del territorio gallipolino, un’altra organizzata da Rosario Parata, lo “Sturno” di Parabita, un ex soldato borbonico che riuscì a raccogliere circa trenta giovani che provenivano da vari paesi (foto sopra).

Accanto allo “Sturno” emersero altre figure di “briganti”: Saverio Caputo di Matino, Quintino Venneri, detto “Melchiorre” di Alliste, Barsanofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Gianfreda detto “Panararo” di Alezio. A volte le bande si univano: nel 63 quella di Venneri si unì a quella di Picciotti e mutò anche la natura degli attacchi, non a corpi di guardia per impossessarsi delle armi, ma a singole personalità liberali. Quintino Venneri fu cattorato e messo nel carcere di Lecce da dove riuscì a evadere. L’evasione, la ricostituzione di una nuova banda, e infine la sua uccisione a Supersano nei pressi della cappella di Santa Maria di Cirimanna lo fecero entrare nella leggenda.

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Ivan FerrariALEZIO. “Vite sbandate – Brigantaggio nel Basso Salento (1860-1866)” è il volume (Edizioni Esperidi) di Ivan Ferrari (foto) che verrà presentato sabato 25 luglio presso il piazzale antistante la chiesa di S.M. della Lizza, ad Alezio. Il libro è frutto di una ricerca storica durata quattro anni che ha visto lo studio di numerosi documenti processuali custoditi presso l’Archivio di Stato di Lecce e la consultazione di vari articoli giornalistici dell’epoca. Ne viene fuori un quadro dettagliato del fenomeno del brigantaggio nel Basso Salento. Alla presentazione interverranno Vincenzo Romano sindaco di Alezio, Mario Spedicato, docente di Storia Moderna presso Unisalento, Luigi Gaetani dell’associazione “La Trozzella”, l’editore Claudio Martino. Modera l’incontro l’assessore alla cultura del comune di Alezio Walter De Santis. L’autore Ivan Ferrari, dopo aver conseguito la laurea in Beni Culturali e il dottorato in Topografia Antica, svolge attività di ricerca presso l’IBAM CNR di Lecce ed è autore di diverse pubblicazioni scientifiche a carattere storico, archeologico e tecnologico. “Vite sbandate” fa seguito ai precedenti lavori “Alezio 2 giugno 1946” e “La fiera della Lizza”. L’evento gode del patrocinio del comune di Alezio, Banca Popolare Pugliese e Associazione “La Trozzella”.

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