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COZZA E BONSEGNA AL PROCESSO SABR 2Nardò. Schiavitù. Questo subirono i lavoratori migranti nelle campagne di Nardò. Così parlò la sentenza di primo grado, storica per l’Italia e per l’Europa, del processo “Sabr”, emessa ieri pomeriggio nell’aula bunker del tribunale di Lecce e letta dal presidente della Corte d’assise Roberto Tanisi. Per riduzione in schiavitù e associazione a delinquere sono stati così condannati a 11 anni Pantaleo Latino (62enne, di Nardò), Livio Mandolfo (51enne, di Nardò) e Giovanni Petrelli (54enne di Carmiano). Tre anni invece a un altro neretino, Marcello Corvo, al quale è stato riconosciuto il reato di associazione a delinquere ma non di riduzione in schiavitù. Tre gli assolti per non aver commesso il fatto: Corrado Manfredi, Salvatore Pano e Giuseppe Mariano. Il pm Elsa Valeria Mignone aveva invocato 14 anni per Latino e 9 per gli altri. Condanne anche per i caporali africani: il 46enne tunisino Saber Ben Mahmoud Jelassi detto “Sabr” (“ispiratore” del nome dell’inchiesta), il 47enne Ben Abderrahma Jaouali Sahbi e il 33enne Bilel Ben Aiaya, anch’essi tunisini;  i sudanesi Saed Abdellah (30enne), Meki Adem (56enne), Nizqr Tanjar (39enne) Tahar Ben Rhouma Mehadaoui detto “Gullit” e l’algerino Mohamed Yazid Ghachir.

Il processo prese il via il 31 gennaio 2013 a seguito della rivolta dei braccianti stranieri contro i caporali avvenuta nel 2011 a Boncuri, zona del Neretino. A guidare scioperi e rivolta fu un giovane studente di ingegneria di origini camerunensi, Yvan Sagnet, oggi testimone chiave del processo. Così Sagnet ha reagito alla sentenza: «È la prima condanna per schiavitù in Europa. È una vittoria per i lavoratori e per l’Italia tutta intera, una vittoria alla Davide contro Golia. Giustizia è stata fatta!». Previsti risarcimenti, oltre che per sei braccianti tra i quali lo stesso Sagnet, anche per Cgil nazionale, Flai Cgil di Lecce, Regione Puglia e associazione “Finis Terrae”, che si erano costituiti parte civile. Nessun riconoscimento invece al Comune di Nardò, che nel 2013 scelse tra le polemiche di non costituirsi parte civile nel processo.

Il tavolo dei relatori al convegno della Caritas

Il tavolo dei relatori al convegno della Caritas

Nardò. Un bilancio dell’attività svolta fino ad ora e il punto sul lavoro da fare ancora. È stato questo il rapporto “Presidio” 2015, sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura, intitolato “Nella terra di nessuno”. Il progetto Presidio è un’iniziativa avviata da una decina di caritas diocesane italiane (compresa quella di Nardò-Gallipoli), volta ad occuparsi dei problemi di sfruttamento del lavoro stagionale agricolo. L’aiuto dato ai braccianti consiste nel fornire soluzione ai bisogni minimi ma anche assistenza legale e sanitaria, con una presenza costante nei luoghi frequentati dai lavoratori.

A dirigere la presentazione del rapporto, martedì, Oliviero Forti, responsabile immigrazione Caritas. Il Sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova ha parlato del decreto legge in discussione nelle stanze romane: «Cercheremo di agire su fronti diversi. Il nostro obbiettivo è stringere un patto per la legalità con tutti quanti, dalla grande distribuzione fino alle aziende agricole. Abbiamo comunque già ottenuto disponibilità da parte delle forze dell’ordine per l’utilizzo di elicotteri che sorvolino le campagne, e credo bisognerà pensare di imporre la sospensione del lavoro quando in certi orari ci sono temperature troppo alte». Bellanova ha così concluso: «Le Regioni attivino adesso dei tavoli di confronto». Azioni, a quanto pare, già avviate in Puglia, per ora soprattutto nel Foggiano: lo ha fatto sapere il responsabile dell’ufficio per l’Immigrazione della Regione, Stefano Fumarulo: «Un problema che risolveremo è quello dei trasporti; stiamo già facendo un censimento dei beni confiscati e delle strutture pubbliche inutilizzate, per risolvere anche il problema abitativo». Strategia sposata anche dalle parole del magistrato Guglielmo Cataldi di Gallipoli: «Provvedere a questi bisogni significa lasciare meno spazio alle dinamiche illegali. In questo campo abbiamo a che fare con un problema di vera e propria omertà, e quindi la collaborazione di chi riesce ad avvicinarsi a queste realtà è fondamentale».

Intervenuti anche il prefetto Claudio Palomba, con una disamina degli interventi da mettere in atto attraverso il coordinamento delle forze del’ordine in campo; il sindaco Marcello Risi, in prima linea in questi anni, tra numerose difficoltà; il vescovo di Nardò-Gallipoli Fernando Filograna, don Gianpiero Fantastico (Caritas Nardò-Gallipoli), don Mimmo Francavilla (Caritas Puglia) e Gregorio Manieri, operatore di “Presidio” a Nardò.

campi braccianti (2)Nardò.Si lavora ancora: in questo momento si stanno raccogliendo i “gialletti”, i meloni dal colore tipico che dà loro il nome. Chi è andato via è in gran parte diretto a Palazzo San Gervasio (Basilicata) per la raccolta di una particolare varietà di pomodori, o Campobello di Mazara (Sicilia), dove si producono le olive da tavola. Il giro per le colture d’Italia è, ancora una volta, ripreso, e allo stesso modo nella prossima estate torneranno a centinaia a lavorare nelle campagne dell’Arneo.

I contratti dei rimasti terminano l’ultimo giorno di settembre, ma pochi giorni fa i ragazzi erano stati allertati dalla polizia municipale per la chiusura del campo d’accoglienza. Sollecitato dall’associazione “Diritti a Sud” il sindaco Risi ha concesso una proroga, stabilizzando (per ora) la situazione. La cooperativa Rinascita, dal canto suo, continuerà a fornire i servizi di assistenza con gli sportelli dislocati sul territorio.
Il primo cittadino torna sull’ordinanza di sgombero dell’ex falegnameria: «È stata solo predisposta – dice – ma non avrebbe senso far sì che avvenga a pochi giorni dalla fine dei contratti». E sui tempi di apertura del campo d’accoglienza,  con un po’ troppo ritardo, e sui problemi economici risponde: «Noi abbiamo un problema di costi di gestione del campo. Spendiamo oltre 70mila euro per l’allestimento, oltre agli altri servizi che forniamo, e questo grava sul bilancio comunale. Non dovremmo occuparcene noi come Comune, ma anche per il prossimo anno il bilancio di previsione prevede dei fondi. Ho chiesto, e continuerò a lavorare su questa strada, che abbia il domicilio e non la residenza chi non ha un contratto regolare. Perché chi ce l’ha, dovrebbe avere i mezzi per l’alloggio e la sussistenza. Sto pensando di rifiutare l’accoglienza a chi un contratto ce l’ha», conclude Risi.

 

La grande mobilitazione degli artisti e dei cittadini salentini (e non solo) delle ultime settimane, culminata con la manifestazione di domenica, ha acceso i fari sul ruolo delle varie istituzioni nella questione della lotta al caporalato ed al padronato. In molti vorrebbero dei chiarimenti sulle posizioni dell’Amministrazione Comunale di Nardò, per capire quanto è stato fatto, quanto si farà e qual è la linea effettiva che Marcello Risi e la maggioranza che lo sostiene hanno adottato e vogliono adottare.

Sindaco Risi, nei mesi scorsi, con un’ordinanza, ha predisposto lo sgombero della falegnameria occupata dai braccianti immigrati, che ad oggi non è avvenuto. Ci saranno delle novità?

Lo sgombero è stato predisposto e preparato, ma non attuato. Non avrebbe senso operarlo ora, a pochi giorni dalla chiusura dei contratti di lavoro dei braccianti.

Perché il campo d’accoglienza attrezzato in contrada Arene-Serrazze è stato aperto soltanto a metà luglio, mentre i ragazzi erano qui dalla fine di maggio?

Noi abbiamo un problema con i costi di gestione del campo. Credo sia l’unico caso in Italia in cui un campo d’accoglienza è gestito direttamente da un Comune. Non dovrebbe spettare a noi, ma al Ministero dell’Interno, perché noi dovremmo gestire l’emergenza, non l’accoglienza. Abbiamo stanziato oltre 70mila euro per questo campo, fondi che gravano pesantemente sul bilancio comunale e con i quali riusciamo a coprire un lasso di tempo che va da metà luglio ai primi di settembre. Senza contare la fornitura di servizi come acqua, sorveglianza nella zona, pulizia e raccolta rifiuti.

In molti hanno sottolineato che non ha alcun senso parlare di “emergenza”, quando la situazione è stabile da almeno vent’anni.

Chi parla di “emergenza” è un ignorante. Se si va a guardare il bilancio di previsione si nota che anche per l’anno prossimo sono già stati stanziati i fondi per l’accoglienza. Noi, quindi, agiamo non in virtù di un’emergenza, ma programmando. Su 97 comuni della provincia di Lecce, quanti destinano una parte dei propri fondi al problema? Noi facciamo quello che possiamo, con l’aiuto della Regione, delle istituzioni private, della Caritas, delle associazioni e dei volontari. Credo che ci sia un problema: l’accoglienza si rivolge a diverse tipologie di migranti, quelli che lavorano e quelli che non lavorano. I primi dovrebbero essere un problema residuale, perché di norma, lavorando, dovrebbero avere i mezzi per sussistenza e alloggio. Tra gli immigrati a Nardò ci sono però anche un centinaio di unità senza contratto, che lavorano pochissimi giorni in maniera precaria. Può un Comune che già non riesce a stare dietro all’emergenza abitativa dei propri abitanti ovviare ai problemi di tutte queste persone?

In realtà gli enti e gli operatori sociali che seguono il problema fanno notare come chi lavori non abbia una retribuzione tale da potersi permettere un alloggio. La gran parte degli occupanti dell’ex falegnameria lavora, e anche tanto, ma sono lì, anche perché dalle loro paghe vengono decurtate quote a favore dei caporali e del sistema interno.

Non parlo dei migranti della falegnameria, ma di quelli che vivono nelle campagne e nei casolari, alcuni dei quali rimangono qui anche durante l’inverno.

Se lei dice che i fondi stanziati riescono a tenere il campo d’accoglienza aperto soltanto in quel brevissimo lasso di tempo, e che tutti gli sforzi sono stati e continuano ad essere fatti, significa che c’è qualche problema. Ha bisogno dell’aiuto di qualche altra istituzione? Dovesse lanciare un appello, a chi lo lancerebbe?

La questione non riguarda gli aiuti delle altre istituzioni. Noi, come Comune, non possiamo tollerare questa situazione di vita nelle campagne, in cui molte persone vivono addirittura sgozzando i capretti in barba alle leggi. Il problema è stato posto e lo sarà ancora. Noi dobbiamo sapere qual è il domicilio dei lavoratori, altrimenti sarà ancora inevitabile la situazione che vede fare una piccola parte al Comune, un’altra piccola parte alla Caritas, un’altra ancora alle associazioni, come è stato fin ora.

Si è in qualche modo interfacciato con i “padroni”, le aziende agricole che di fatto sfruttano la manodopera migrante? Se sì, con quali risultati?

Abbiamo ottenuto alcuni risultati positivi: ad esempio abbiamo verificato una forte emersione del lavoro nero, soprattutto nelle aziende più grandi, e il lavoro completamente irregolare è diventato un’eccezione. Di negativo c’è che il dato non sempre corrisponde alla realtà. Noi dobbiamo conoscere non la residenza, ma il domicilio dei lavoratori. E secondo me se il lavoratore non ha un domicilio, il contratto di lavoro deve
essere dichiarato nullo. A noi questa situazione non va bene, ai lavoratori e agli imprenditori sì, e infatti questi ultimi si dimostrano un po’ in disaccordo. Insisterò su questa strada, e non escludo di rifiutare l’accoglienza ai lavoratori e di aprire i servizi solo alle persone senza contratto. Chi ha un lavoro deve potersi permettere la sussistenza e l’alloggio.

Nardò. Il “campo di accoglienza” in contrada Arene-Serrazze per i braccianti impiegati in agricoltura, non verrà chiuso domani (17 settembre), come era stato comunicato nel primo pomeriggio ma il 20 settembre prossimo. Questo il risultato di un incontro tra l’associazione “Diritti a Sud”, subito mobilitatasi insieme ad altri operatori volontari, e il Sindaco Marcello Risi e il suo vice Carlo Falangone.

Erano stati proprio gli attivisti di “Diritti a Sud” a lanciare l’allarme sulla imminente chiusura, preoccupati della presenza di una quarantina di braccianti nel campo di Nardò che sarebbero rimasti senza servizi. “Questa mattina i lavoratori che ci vivono – scrivono gli attivisti – sono stati informati della chiusura dalla polizia municipale di Nardò. Siamo stati avvisati di ciò dagli stessi lavoratori e nel primo pomeriggio ci siamo recati a verificare le presenze nel campo. All’interno del campo ci sono ancora circa venti persone ma ad usufruire dei servizi (acqua potabile, bagni chimici e docce) sono anche i ragazzi che vivono nella falegnameria occupata.Tra di loro – aggiungono i membri del sodalizio – ci sono persone che hanno un contratto di lavoro e che devono rimanere qui fino alla fine di settembre.Abbiamo segnalato anche che il ritiro della spazzatura è stato sospeso da 15  giorni”.
Anche la cooperativa “Rinascita”, tramite Anna Cordella, la coordinatrice del team di operatori sociali, fa sapere: “Il campo rimarrà aperto fino al 20 settembre, e Rinascita continuerà ad erogare i servizi”.

Entrambe le realtà sono coinvolte nella grande manifestazione “Schiavitù Schiavo io”, in programma per la giornata di domenica a Nardò. Oltre alle esibizioni ed alle esposizioni, spazio nel pomeriggio ad un momento di confronto con esperti della questione caporalato, e con le organizzazioni che hanno lavorato in questi anni sul problema a Nardò. A guidare la discussione ci saranno Enrico Pugliese, docente di Sociologia del lavoro presso l’Università La Sapienza di Roma, e Leo Palmisano, sociologo freelance, che si è occupato dei rapporti tra immigrazione e lavoro in Puglia. “Aderite con nome e cognome, senza simboli e bandiere” è l’appello dell’ideatore Mino De Santis, cui si aggiunge la provocazione degli organizzatori: “L’invito all’incontro è aperto anche a tutti i politici che, con carta e penna, per una volta potranno prendere appunti e scegliere di fare proprie le istanze partite dal basso”. Sul palco di Piazza Salandra, in serata, si alterneranno tre sezioni (cantautoriale, musica popolare, jam session con letture ed esibizioni teatrali), nelle quali saranno divisi i tanti artisti che (insieme ad associazioni e liberi cittadini) spontaneamente continuano ogni giorno a dare la propria adesione all’iniziativa. Durante la mattinata, invece, spazio alle letture (a tema, naturalmente) animate per i bambini.

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Nardò. Finito qui dopo essere stati in Sicilia, tra qualche giorno li  tocca ripartire per il Foggiano, il Metapontino, la Campania per poi risalire lo stivale fino a Saluzzo, per la raccolta dei kiwi. Finito lì, tornano a sud, in Sicilia, a piantare i pomodorini ciliegino nelle serre. E il giro ricomincia, più o meno nelle stesse condizioni subumane del campo di Nardò. Con loro si spostano anche quanti li riforniscono di cibo, con cucine improvvisate; di mezzi di trasporto; di medicinali per lenire i dolori o le ferite dalle risse che scoppiano tra i gruppi di diversa nazionalità (i tunisini chiamano “africani” i magrebini); di “piacere”, con donne che operano in casolari meno sporchi e abbandonati degli altri. E loro pagano 3-4 euro a pasto come tutto il resto, con trattenute direttamente sulla loro paga, già ridotta dal prelievo del caporale che gli ha trovato il lavoro.

Di come vengono trattati, sul lavoro, prima e dopo, come mangiano, dove dormono, come si lavano (se si possono lavare); chi li recluta e se hanno mai visto un contratto regolare o se hanno mai avuto coperture sanitarie per curarsi oggi si fa un gran parlare sui media, giornali e tv. Si va, oggi, a vedere i campi, a carpire qualche dichiarazione con commenti di sindacalisti e governanti: tutti, oggi, molto attenti e partecipi di un dramma che, secondo alcune stime, interesa 300mila lavoratori migranti agli ordini di un caporale, spesso della loro stessa etnia.

C’è voluto il sacrificio di Mohammed, 47enne sudanese, arrivato nel campo neretino la domenica e morto il giorno successivo mentre ancora lavorava, passato abbondantemente mezzogiorno, sotto un sole da 40° a raccogliere pomodori. Poi sono arrivati altri Mohammed, pelle chiara e non, ma tutti attori inconsapevoli della stessa tragedia: Paola, Maria, pugliesi; il tunisino Zakaria;  il rumeno Ioan, alle porte di Carmagnola in Piemonte, a piantare fagiolini sotto un telone di nylon prima che lo cogliesse l’infarto. Il giornale dei vescovi, ”Avvenire”, ha dedicato una pagina intera alla “schiavitù nei campi” il 13 agosto.

Sembra a tanti una scoperta clamorosa; la stessa città di San Gregorio ignora in gran parte l’accampamento di contrada Arene Serrazze, dove solo a fine luglio sono arrivate dal Comune 70 tende per trecento lavoratori; l’energia; l’acqua che, nonostante i pannelli solari, resta fredda; bagni e docce. Solo che il pozzo nero, calibrato per alcune decine di utenze, straripa spesso. Il centro sanitario di Emergency, che l’anno scorso curò 211 persone, quest’anno non ha potuto agire per una firma mancante in calce alla convenzione con la Regione. Una mano la danno Paolo e gli altri volontari della Caritas diretta da don Giampiero Fantastico di Nardò. Il progetto Presidio, finanziato dalla Conferenza episcopale, ha fornito una cinquantina di biciclette, coperte, materassi; molto probabilmente potrà essere attivo anche per i prossimi due anni. La cooperativa “Rinascita” dà un’altra mano; tra l’altro, grazie al loro contributo a settembre in Prefettura ci sarà una prima riunione. In vista della prossima stagione delle angurie e dei pomodori: arriverà, come sempre. E arriveranno i migranti braccianti, a centinaia, da fine maggio. Che nessuno gridi di nuovo alla “scoperta” o all’emergenza. I Mohammed potrebbero non sopportarlo più.

TENDOPOLI

Il campo di accoglienza e, in basso, Anna Cordella, della cooperativa “Rinascita”

Anna CordellaNardò. Mohammed e non solo. Il ghetto di contrada Arene-Serrazze vive ancora gli strascichi di ciò che poche settimane fa è accaduto nei campi di Porto Cesareo, quando il 47enne sudanese è morto tra le piante di pomodori intorno alle 14. L’attenzione dell’opinione pubblica è alta; la dose è stata rincarata dopo le morti della bracciante 49enne italiana nelle zone di Taranto e del tunisino in territorio di Polignano. C’è – firmata dal sindaco Marcello Risi – l’ordinanza per lo sgombero della falegnameria occupata dai braccianti, ma ancora non è accaduto nulla: da sottolineare soltanto che, all’interno della stessa recinzione della falegnameria, è stata realizzata una distesa di breccia sulla quale sorgerà un’altra tendopoli che ospiti i ragazzi appena dopo lo sgombero, di cui si parla da poche ore prima della visita del deputato Khalid Chaouki (Pd).

Tensione alta pochi giorni dopo, durante un sabato notte, quando, complice forse anche qualche birra di troppo, si è accesa una rissa tra alcuni occupanti, ma la situazione è tornata subito nella norma. Esistono anche questi problemi all’interno della piccola comunità, dovuti soprattutto alla frustrazione e alle condizioni mentali cui porta la vita degli sfruttati di Nardò. Intanto, stando a quanto afferma Anna Cordella, operatrice sociale che coordina il team che si occupa di queste problematiche all’interno della cooperativa “Rinascita”, qualcosa si muove: «Sta cambiando un po’ l’approccio. Dalla riunione in Prefettura dell’altro giorno, dov’erano presenti tutte le parti sociali, il nuovo prefetto ha ascoltato con attenzione le analisi di tutti e ha dimostrato di voler gestire il problema in maniera diversa rispetto a come fatto fin ora. Già da settembre sarà convocato un tavolo tecnico per arrivare preparati alla prossima estate». La cooperativa eroga ai migranti servizi vari, tra cui pratiche burocratiche, di intermediazione, trasporto presso le sedi dove redigere i documenti necessari, oltre che di assistenza sanitaria (con un team di medici volontari che ogni due-tre giorni visita i ragazzi) e di assistenza.

Sono aumentati anche i controlli nelle campagne, presidiate più spesso dalle forze dell’ordine, e dal campo si nota un andirivieni di autorità, sindacati, giornalisti di tutte le testate. Ma quando si spegneranno i riflettori, cosa succederà?

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PIERO PLANTERANardò. Sono oltre 700mila ad oggi gli “invisibili” che in Italia vengono sfruttati nelle campagne. A dirlo è il “Rapporto caporalato e agromafie” condotto dalla Flai Cgil. Compresa Nardò, che da luglio a settembre diventa una delle “capitali italiane” di questo traffico, per le angurie in particolare. Se si provano a contare gli “invisibili” delle campagne neretine viene fuori  che da giugno 2012 a giugno 2015 sono state circa 600 le cosiddette “movimentazioni” di braccianti; di questi,  solo una trentina erano stranieri, pur essendoci state dal 2014 ad oggi oltre 400 iscrizioni di extracomunitari nelle liste di prenotazione in agricoltura.

I rapporti di lavoro “legali” sembrano essere quindi davvero pochi. «Ma questo non significa che sicuramente ci sia dietro del “lavoro nero” – mette in guardia Piero Plantera, del Centro per l’impiego di Nardò – semplicemente potrebbe trattarsi di utenti che si sono registrati presso il nostro centro e poi hanno lavorato in altra provincia e noi non lo sappiamo».
La sensazione, tuttavia, è che i neretini disposti a lavorare nei campi siano davvero pochi. Fatta eccezione naturalmente per le diverse famiglie del posto che da generazioni portano avanti terreni e colture, spesso vivendo in campagna. E gli altri?
La maggior parte dei braccianti stranieri proviene da Senegal, Marocco e Nigeria. Da qualche tempo arrivano anche da Albania, Romania e Bulgaria: raggiungono mogli, compagne e sorelle che già lavorano qui come badanti.

Voce al Direttore

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Ora che è passata la festa – giusta: logistica adeguata a compiti delicati e decisivi per il grado di vivibilità – possiamo tentare...