Si pensa ai marchi. E l’orgoglio, quando?

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Al tempo del marketing aggettivato, del locale che buca lo standard globale, del particolare che fa unico un determinato posto, i nostri Comuni si attrezzano e lanciano i loro auspici racchiusi in un timbrino. Utile, senza dubbio, lo sforzo, soprattutto quando riguarda posti, colture e culture che sembrano non aspettare altro (da diversi lustri) che essere conosciute come si deve. L’economia si muove anche così, investendo su progetti che aggiungano valore a quello che già abbiamo qui (solo in parte per merito nostro).

Va bene allora, andiamo. Ma l’investimento maggiore sta dentro ciascuno di noi: è lì che si vince la scommessa, è lì che dobbiamo trovare la fiducia necessaria, meritarci la fortuna di stare circondati da opere d’arte, opere della natura, opere del cuore, quella straordinaria capacità di accoglienza. Togliere qualche pigrizia (perché non si veda più l’assedio dei rifiuti e dell’incuria, per esempio), recuperare una dose maggiore di orgoglio: che un marchio ci “vincoli” a fare questo.

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